gli uomini liberi e lieti. Lo spirito delle tenebre soffiò nell'anima
dei tristi un alito infernale, e questi incatenarono le mani dietro
alle spalle ai fratelli, strinsero nella destra maledetta una verga e
si chiamarono principi. Allora la creatura, non potendo più sollevare
le braccia al cielo per benedire Dio, la faccia contristata abbassò
verso la terra e pianse. L'uomo malvagio non tenne da principio nascosa
la reproba sua origine e apertamente significava sè essere figliuolo
di Satana; poi, alla tristizia aggiungendo la ipocrisia, celò sotto
una benda o corona la impronta di Caino incisa sopra la sua fronte,
si unse col santo crisma le chiome quasi profumo e disse: io vengo da
Dio. — Questa è bestemmia manifesta, imperciocchè il Signore favellando
a Samuele gli dicesse: — Pon' mente, tale sarà la religione del re: —
egli piglierà i vostri figliuoli, — egli piglierà le vostre figliuole,
— piglierà eziandio i vostri campi, le vostre vigne, i vostri uliveti,
— ed in quel giorno voi griderete per cagione del vostro re[160].
— Così ha parlato il Signore, ed aggiunse ancora al popolo ebreo:
Ma io non vi esaudirò, _perchè voi lo avrete eletto._ — Gli schiavi
volontarii increscono al mondo, a Dio ed allo stesso demonio. Noi
non eleggeremo il principe, noi lo combatteremo, noi lo inseguiremo,
finchè non torni all'inferno, donde l'antico nemico del genere umano
lo ha dipartito. — Fiorenza, madre amorosissima, nudrì i Medici come
suole i suoi figliuoli più cari, cresciuti che furono, morsero le
mammelle dalle quali ebbero vita; stesa la mano parricida sopra il
casto seno di lei, esclamarono: Tu ci alimentasti del tuo latte, ora
abbiamo sete del tuo sangue —, e si apprestarono a divorarla. Qual
segno parlò dall'alto in favore di cotesta scellerata famiglia? Qual
consenso di popolo la creava tiranna? Qual diritto ella vanta? Con
quali argomenti ella intende dominare su Fiorenza? Vedetela, armi
barbare ella spinge ai nostri danni, sua ragione è l'offesa, suoi
oratori le bombarde, feste gl'incendii, benefizii le rapine, doni le
stragi. E non pertanto vive tale tra loro che non aborre affermarsi
vicario di Cristo sopra la terra; non gli credete: se tu, Clemente, co'
tuoi misfatti non avessi allontanato lo spirito di Dio dalla Chiesa,
ora lo scisma non guasterebbe le sue membra, tu non saresti stato
avvilito, non avrebbe Roma sofferto il miserevole sacco. Quando lo
spirito di Dio circondava il Vaticano, mandò gli angioli con ispade
infocate a difenderlo e respinse Attila atterrito dalle sue mura.
Roma conserva tuttavia l'altare, ma il Dio lo abbandonò; il sacerdote
innalza al cielo l'antica preghiera, ma il cielo non risponde più,
perchè la voce del sacerdote è fatta impura, le mani ha intrise di
sangue. Il sommo sacerdote vi chiamò davanti al giudizio di Dio: —
sperate! — imperciocchè Dio lo abbia riprovato. Gesù Cristo nostro
divino redentore e re nella sua divina sapienza conobbe che un giorno
sarebbero insorti falsi profeti, i quali profetando nel suo santissimo
nome avrebbero tratto la generazione degli uomini nello squallore
e nella servitù: ond'egli vi lasciava un segno e diceva: L'Albero
buono non può fare frutto cattivo, nè l'albero malvagio frutti buoni;
voi dunque li riconoscerete dai loro frutti. — E quando i verecondi
avessero ardito invocarlo, ei prometteva sarebbesi protestato contro
di loro, gli avrebbe reietti lontano da sè come serpenti, progenie
di vipere, sepolcri scialbati, operatori d'iniquità[161]. Egli vi
chiamò al giudizio di Dio, — sperate! imperciocchè Dio chiederà ai
suoi sacerdoti ragione del sangue dei profeti che mandò verso di loro,
del sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria e di frate Ieronimo
Savonarola, il quale uccisero a vituperio col patibolo infame. Papa
Clemente, trema, perchè Cristo è tuo giudice, non complice, ed egli
ti reciderà, la tua parte metterà con quella degl'ipocriti, laddove è
pianto e stridore dei denti[162]. Ma che dico sperate! Già voi vedete
della sua protezione certissimi segni; credete voi forse senza divino
soccorso avere potuto assuefare gli occhi alle lunghe vigilie, le
membra a prendere su la dura terra breve e interrotto riposo, la fame
tollerare e la sete, soffrire l'ardore del sole e l'asprezza del freddo
non più dai molli vostri corpi provata? Forse senza ajuto celeste
avvezzi agli agi della vita, nudriti nelle pacifiche discipline, vi
era concesso con animo immoto ascoltare le barbariche voci, sostenere
gli aspetti spaventosi, opporre i ferri ai ferri, percuotere, essere
percossi, terribili se vincitori, più terribili vinti? Prodigi sono
questi; altri ne aspettate maggiori dal cielo, voi stessi opererete
miracoli, forse tra noi già vive e si agita un nuovo Gedeone, e già
nel suo cuore egli intende la voce del Dio degli eserciti; sorga! oh!
sorga tosto e disperda questa empia progenie. — Voi siete soli, vi
abbandonano tutti: meglio così in questo modo intera sarà la gloria
nostra; così, oh! non fosse intera la infamia dei rimanenti Italiani:
noi soli difendiamo l'onore, la vita e la libertà della Italia: e
quando pure dovessimo soccombere, sarà splendido il nostro sepolcro,
perchè ultimi cedemmo, perchè soli osammo resistere a moltitudine di
gente contro le quali non valsero le armi collegato di potentissimi
principi. Fu gloria al popolo ateniese abbandonare la patria terra per
tutelare la libertà; quanto fia maggiore la tua, o popolo fiorentino,
che giudicasti la maestà dei luoghi pubblici, la religione dei tempii,
i sepolcri, le case dover esser da te costantemente difese, e la tua
salute dovere andare congiunta con la salute della patria! _In hoc
signo vinces_, gridò la voce dall'alto a Costantino imperatore, e gli
fu mostrata la croce sfolgorante nei cieli: _in hoc signo vinces_,
esclamo anch'io benedicendo questo sacro stendardo e alle tue mani
affidandolo, strenuissimo Colonna, capitano della valorosa milizia
fiorentina: seguitate voi giovani, codesta bandiera, tenete sempre
in lei fissi gli sguardi, imperciocchè egli la condurrà sempre nella
via dell'onore e della vittoria. Adesso io non vi conforterò ad
esser prodi; già voi lo foste, e così l'uomo si piace nel sentirsi
virtuoso che voi percorrerete intero il bene cominciato cammino:
non vi raccomanderò i padri, le madri, le donne e i figli vostri;
concesse ai loro labbri tale una voce natura presso cui la mia diventa
debole e fioca. Di due cose con tutte le viscere dell'anima mia vi
supplico, e sono: di mantenere severa la disciplina, origine vera di
ogni alta gesta militare; Prospero Colonna, capitano dei nostri tempi
famosissimo, di cui la gloria in te, inclito Stefano, riconosciamo,
soleva dire: desiderare piuttosto imperito ed ubbidiente soldato che
molto perito ed ubbidiente poco; e sopra tutto vi scongiuro di unione,
pace e concordia. A concordia la patria afflitta e il vostro re Gesù
Cristo v'invitano; a concordia gl'imminenti pericoli vi consigliano.
Ogni città, comunque piccola, con la concordia vedemmo superare
terribilissimi mali, con la discordia vedemmo le meglio fiorenti città
condotte ad estrema miseria. Non gustate voi le dolcezze dell'amore?
Voi non punge l'amaritudine dell'odio? Spengasi nei vostri petti
lo sdegno; si accenda la fiamma di salutifero amore. Perdonate le
ingiurie, dimenticate le offese, volgansi contro i nemici le magnanime
vostre ire. Quali altre parole aggiungerò io? Se per cimentare la
concordia vostra si domandasse sangue, ecco di gran cuore io darei
quello che mi scorre entro le vene: se a stringervi in vincolo
fraterno non bastano le preghiere dei vostri più cari, nè la speranza
di vincere nè il timore di perdere, nè le supplicazioni della patria,
nè il comandamento di Cristo, io sdegno ormai di favellare più oltre,
e non mi resta più altro che piangere. Io non voglio più abbandonare
questo pergamo: qui sopra mi scioglierò in lacrime, qui starò fintanto
al Signore piaccia di chiudere per sempre questi occhi miei tristi.
— Carità, carità, Fiorentini! Se tutti Cristo col preziosissimo
sangue redense, se tutti nasceste figli di una medesima madre, perchè
ricuserete abbracciarvi fratelli[163]!»
Tale orò fra' Benedetto da Foiano, e al terminare delle sue parole,
lasciatosi cadere genuflesso, col capo appoggiato all'orlo del pulpito,
dirottamente piangeva. Intanto si udivano risuonare per le vôlte
della vasta chiesa singhiozzi e pianti, e un domandarsi perdono ed un
concederlo; e poi vedevi uomini da molto tempo nemici abbracciarsi,
baciarsi in bocca, ogni rancore deposto, salutarsi fratelli.
Tra così universale consenso di amore, sopra due cuori soli le parole
del Foiano passarono senza lasciar traccia, quasi nave che scorra
per acqua. Uguale l'odio in entrambi, uguale il nome. Benedetto
Buondelmonti si chiamava l'uno, Zanobi Buondelmonti l'altro: il primo
violento, superbo, odiatore di Zanobi per la ingiuria che gli aveva
fatta; il secondo nudrito delle buone discipline, di gentile natura,
modesto, giustamente sdegnato contro il parente per oltraggio ricevuto.
Causa della inimicizia fu questa: che, trovandosi nel 1526 a disputare
in arcivescovado tra loro intorno al diritto di presentazione a certo
benefizio vacante, messere Benedetto preso da cieca ira percosse
messere Zanobi nel volto. Da quel giorno in poi Zanobi si era studiato
di tôrne memorabile vendetta, nulla badando alla ragione del sangue,
che gli pareva messere Benedetto avesse sciolta con la bassissima
offesa; ma i parenti e gli amici indagavano il luogo della posta,
s'interponevano, pregavano, insomma facevano in modo che il duello
non accadesse. In seguito sopraggiunsero le persecuzioni dei Medici
e ad ambedue i Buondelmonti toccò esulare. Se messere Zanobi avesse
voluto commettere la cura della vendetta a ferro assassino, a quest'ora
messere Benedetto un lungo sonno dormiva con i suoi padri; ma, oltrechè
da così vile spediente tratteneva messere Zanobi la magnanima sua
indole, non si sarebbe sentito placato, se altra mano fuori della sua
avesse spento codesta vita.
Eppure ambedue avevano intesa la predica del Foiano, — però come non
fosse stata per loro. Messere Benedetto, col dorso appoggiato a una
colonna, le braccia sotto le ascelle, le gambe sporte in avanti, la
manca sopramessa alla destra, il capo chino, talora mandava uno sguardo
obbliquo contro Zanobi, il quale da lontano curvo con la persona,
puntellato il gomito alla spalliera di una panca, tiene il mento nel
palmo della mano e con l'indice si rovescia il labbro inferiore ed a
sua posta gli ricambia lo sguardo diritto e feroce: cotesti sguardi
s'intersecavano lucidi d'implacabile odio, quasi scontro di spade
nemiche in campo chiuso.
Ad un tratto messere Zanobi drizza la persona; una mano lo ha
lievemente percosso su l'omero, ed una voce gli ha detto:
«Perdona!»
La voce e l'atto movevano da Dante da Castiglione.
Messere Zanobi lo guardò in volto, — sorrise e non rispose parola. Ma
ecco che al Castiglione si aggiungono molti nobili giovani ed onorati
cittadini, i quali con suono e sembianza, suplichevoli ripetono:
«Perdona! perdona!»
Messere Zanobi si turba e avvoltosi nel mantello tenta partirsi di
chiesa. — Dall'altra parte, Alamanno dei Pazzi e Lionardo Bartolini,
afferrato nelle braccia Benedetto Buondelmonti, gli usano violenza e lo
traggono seco loro dicendo:
«Voi gli faceste offesa, e il cavaliere cristiano non si avvilisce
umiliandosi a domandare mercede...»
«Io domandare mercede!» replica messere Benedetto — e sbuffa come toro
indomato; ma tuttavolta andava, chè la coscienza in quel punto vinceva
la superbia.
Zanobi svincolandosi dalle braccia degli amici s'ingegna guadagnare
le porte, quando il gonfaloniere Carduccio accompagnato dai signori
gl'impedisce il cammino e con quel suo piglio autorevole lo interroga:
«Apprendeste voi questo negli Orti Oricellarii, messere Zanobi? Il
vostro maestro Nicolò Machiavelli non vi narrava mai la magnanimità di
Aristide?»
«Nè a me sarebbe grave imitare Aristide se il mio avversario si fosse
Temistocle.»
«E di Temistocle non vi narrava, quando percosso da Euribiade
lacedemonio rispose: Batti, ma ascolta?»
«Magnifico Carduccio, non dubitate, per me non sarà messa in
compromesso mai la pace dell'amatissima patria; finchè ci stanno
a fronte i nemici, io sospendo ogni querela privata; remosso ogni
pericolo, vi prego a non consentire ch'io rimanga il più svergognato
gentiluomo che viva in tutta la cristianità.»
Frate Benedetto da Foiano avendo rilevato la testa, abbassò gli sguardi
e conobbe la cagione per cui tanti spettabili cittadini si affaticavano
intorno a quei due Buondelmonti. Scese dal pergamo precipitoso così
che parve uno di quei santi padri trascorrenti per l'empireo cantati
dalla divina bocca dell'Alighieri, cacciatosi tra la folla e rompendola
giunge davanti a messere Benedetto, il quale tuttavia riluttante faceva
mostra volersi liberare dalle mani del Pazzi e del Bartolino, e,
«Che sempre», incominciò garrendo messere Benedetto, «la tua progenie
debba essere cagione di pianto alla nostra città, ella è pure una
tremenda e incomportabile cosa, o Buondelmonti! Dobbiamo anch'oggi
rinnovare l'antico voto, che meglio sarebbe stato che Dio annegasse
la progenie vostra nell'Ema la prima volta che lasciando Val di Greve
veniste a Fiorenza? Invece di riparare li passati danni, ne vorrete
voi dunque apportare dei nuovi? Umiliati, superbo... tu sei un pugno di
cenere...»
E messere Benedetto crollato da quel dire di fuoco rispondeva dimesso:
«Pur ch'ei perdoni.»
Il Foiano già sta dinanzi a messere Zanobi e,
«Figliuolo mio!» gli favella dolcemente, «in nome del tuo Redentore
che perdonò ai suoi uccisori, — che pregò per loro, — che versò il suo
sangue preziosissimo per la umana stirpe la quale co' suoi misfatti
aveva colma la misura dell'ira di Dio... perdona! perdona!»
«Messere frate», dice il Buondelmonte sdegnoso, «io non sono Cristo.»
«Allora, messere Carduccio, rammentategli voi quel vostro glorioso
maggiore san Giovanni Gualberto, narrategli come avesse morto un
fratello, come venisse armato a Fiorenza per vendicare l'omicidio, come
trovasse l'uccisore inerme e solo a mezza strada, il quale avendogli
domandato mercè per Dio, egli, di un tratto deposta l'ira, a San
Miniato il conducesse e quivi a Dio redentore lo donasse...[164]»
«Padre Benedetto, cessate, io non sono un santo.»
«Almeno sii uomo, ricórdati del buon Marzucco che baciò la mano
all'uccisore del suo figlio; — la Chiesa non lo ha ancora canonizzato
per santo[165].»
«Ahimè! vi prego, sgombratemi il passo... in verità non posso.»
«Oh! che sì che il potrai, figliuol mio; e se i consigli e gli esempi
non ti commuovono, lásciati piegare dal pianto: ecco, vedi, io mi ti
prostro davanti e ti supplico col capo nella polvere, se tu perdoni,
io bene mi sarò genuflesso, perocchè la creatura perdonando assomiglia
a Dio; se ti ostini nel rifiuto, tu mi lasci il rimorso d'essermi
inchinato al demonio.»
«Ma che vi ho fatto io onde mi vogliate il più svergognato cavaliero
che abbia mai cinto spada? Oh! questo è dolore. Voi mi desiderate
morto, ebbene seppellitemi, perchè io non consentirei a vivere senza
onore; aprite la lapide, precipitatemi giù nell'avello, purchè la voce
del perdono sia l'ultima che profferisca la mia bocca mortale.»
E Zanobi Buondelmonti, come uomo rifinito dalla fatica, si lasciò
cadere seduto sopra il pavimento della chiesa, coperto, siccome
correva il costume, dalle lapide dei sepolcri delle inclite famiglie
fiorentine.
Come volle fortuna, egli si assise sopra la lapide appartenente ad una
delle tante famiglie dei Buondelmonti; ciò era manifesto per l'arme
quivi effigiata con pietre di varii colori, la quale faceva croce rossa
sul Calvario in campo azzurro e bianco.
Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia percoteva con ambe le mani
il marmo esclamando:
«Apriti, o terra, e cuoprimi!»
I circostanti contemplando quel profondo dolore stettero muti ed in
cuor loro lo compassionavano forte. Al Foiano erano venuti meno gli
argomenti, e si rimaneva genuflesso in atto di preghiera senza potere
profferire una parola.
Si apre di repente la folla: comparisce una vergine; ella non sembra
cosa terrena; la fronte tiene rivolta al cielo, quasi ascoltasse una
voce dall'alto; le pieghe lunghe della veste coprivano i piedi, onde
pareva che il suo incesso non procedesse dal mutare di passi, bensì dal
radere, volando la terra. La ghirlanda di argento intrecciata alle sue
chiome nell'agitare della persona scintillava come se fosse di raggi;
la sembianza pura, la dolcezza degli atti, l'apparizione improvvisa
colpirono gli astanti di maraviglia. Quando la terra d'Italia produsse
vergini siffatte, il Ghirlandaio e Rafaello dipinsero gli angioli,
quali forse più belli non creò mai Dio nel suo paradiso: — poichè in
quanto a questa ella fosse figlia di donna, non creatura celeste.
Si accosta silenziosa a messere Zanobi, si curva alquanto e, lo
toccando di lieve percossa sopra la spalla, gli mormora nelle orecchie:
«Tu giaci su l'ossa de' tuoi padri!» — e gli accenna la domestica
arme: — «uomo che devi morire, perchè serberai odio mortale? Lascia un
esempio di virtù e perdona.»
Messere Zanobi, vinto da tale una forza a cui non sapeva resistere, si
leva tenendo il suo sguardo fisso in quello della vergine; ella presolo
per la mano a sè lo trae, avvicinandolo a messere Benedetto. Questi se
ne sta dimesso a capo chino; all'improvviso levandolo, si vede faccia
a faccia messere Zanobi; — si guardarono, — impallidirono, — si fecero
rossi fino ai capelli; poi messere Benedetto curvandosi tutto tremante,
parlò:
«Zanobi, l'atroce... offesa...»
«Dimentichiamola, Benedetto... Abbracciatemi... e come vuole ragione di
sangue ritorniamo fratelli...»
E si abbracciarono con incredibile affetto, tale essendo la natura
di queste anime, vigorose nell'odio come nell'amore. — Non vi fu
circostante per quanto di animo saldo che non sentisse a cotesto
spettacolo commuoversi l'anima e inumidirsi gli occhi. Perchè anche
i tristi se odiano la virtù, non possono poi fare a meno di venerarla
quando nella sua gloria sfolgoreggi loro davanti.
Poichè si quetarono alcun poco coteste esultanze, tutti bramosi
intesero a ritrovare la vergine operatrice della mirabile concordia...
Guardarono invano... ella era sparita. Allora cominciarono i Piagnoni
ad affermare essere stato un miracolo, averla il Signore mandata sopra
la terra; gli altri, non prestando fede al miracolo, non sapevano
spiegare quella insolita apparizione; tutti poi si sentivano tocchi di
riverenza per cotesto angiolo di pace.
Ma se i cuori di tutti furono tocchi di riverenza, il cuore di un solo
palpitò di amore, — il cuore di Vico, il quale nella vergine comparsa
aveva riconosciuto la sua diletta Annalena.
CAPITOLO UNDECIMO
IL PROFETA PIERUCCIO
Mentre che in forma fui d'ossa e di polpe
Che la madre mi diè, l'opere mie
Non furon leonine, ma di volpe.
Gli accorgimenti e le coperte vie
Io seppi tutte...
DANTE.
Molto tempo innanzi che le cose narrate accadessero, Malatesta Baglioni
certa notte, dopo avere dato volta ora sopra un fianco ora su l'altro,
non trovando riposo, balzò da letto gridando:
«Maladetta la notte! — Finchè la luce dura, io sono più forte della
mia coscienza e mi riesce a tenermela sotto; quando ella cessa, la
coscienza diventa più forte di me e torna a galleggiarmi sul cuore.
O notte, io ti detesto, sia che come adesso t'ingombrino tenebre
impenetrabili quasi strati di lava, sia che il perfido chiarore della
tua luna mi spaventi convertendomi in fantasmi i palazzi e le torri.
— Quanto silenzio!» — E si accostando alla finestra, l'apriva. —
«Fiorenza, dormi? Tu sei più felice di me... io non trovo riposo. Se
il giorno che ci lasciò fosse l'ultimo! Se queste tenebre durassero
eterne! L'eroe non vorrebbe commettere le sue opere magnanime senza
sole, — forse nè anche i suoi delitti il masnadiero. Dormissero tutti
la pace eterna!»
«All'erta sto! — urla una scolta; — All'erta sto! risponde un'altra;
— All'erta sto!» s'intende ripetere da cento voci a mano a mano
digradanti nella lontananza, finchè per troppo spazio vengano affatto
a mancare. Tale è l'ufficio delle sentinelle ad ogni quarto d'ora che
passa.
«Ecco», riprende il Baglioni, — «così gli anni si chiamano passando;
— così dopo la vita succede la fama, — dopo la fama nulla; noi siamo
l'eco dell'eco, — ombre di sogno. E allora perchè travagliarci tanto?
Non ti compra mica la infamia una eternità di piacere, — anzi nè manco
una scintilla di luce, — e nè un alito di fumo, ed ogni cosa finisce...
Appunto perchè ogni cosa finisce, bisogna ingegnarci a godere molto
nella vita... — ma veramente finisce ella la vita? — Oh! sì, finisce;
godiamo e come? Con l'amore forse? Io non ci credo: e poi sta nella
potenza altrui darlo o negarlo: il timore puoi incuterlo quando
meglio ti sembra. Godimento vero consiste nel far paura. Sopra tutti
avventuroso l'Eterno, perocchè i pensieri di sdegno gli scoppino fuori
dalla fronte come fulmini. Bene mi talenta Fiorenza, ma la vagheggia
il papa; la croce di questo prete percuote più forte della mia daga:
ond'io, Fiorenza, comunque bella tu sia e tu mi piaccia assai, ti
abbandono alle voglie del sacerdote con un sospiro; a patto però che
sia nostra Perugia. — Senti... il gallo canta! — Vorrebbe forse egli
dirmi essere io traditore? Il gallo cantò a san Pietro quando egli
rinnegava Cristo; — io non rinnego nessuno, anzi gratifico il vicario
di Cristo, e mi si deve professare amico san Pietro. — Se mai mi
dannassi l'anima, san Pietro, ramméntati che il faccio proprio per
la tua Chiesa, sicchè quando Dio non vede tu mi aprirai le porte del
paradiso alla sfuggita. — Giuda! Chi è che ha rammentato Giuda? Ah! mi
sono io stesso susurrato questo nome all'orecchie. Come entra Giuda
con me? Giuda gitta via il prezzo, ed io lo prendo; Giuda s'impicca,
ed io nè m'impicco nè mi lascerò impiccare... — Non mi lascerò. Bada,
Malatesta, vecchia fama nel mondo dice orbi i Fiorentini; però guai a
te, se di alcun poco schiudano gli occhi... e quel Carduccio, comechè
gli mandi strambi, e' ci vede meglio che se gli avesse diritti; —
ramméntati di Baldaccio dell'Anguillara:... non obliare Pagolo Vitelli
ch'ebbe la testa mozza prima di accorgersene. Le repubbliche vegliano
sospettose più degli altri reggimenti; tu hai potuto considerare a
tuo bell'agio in Venezia le colonne tra le quali tagliarono il capo
al Carmagnola. — Per Dio! E dove lascio mio padre Giampagolo?.. Papa
Lione.., già non vi spirò lo Spirito Santo quando me lo trucidaste in
Sant'Angiolo. Quanti traditi e quanti traditori! Oh![166]»
[Illustrazione: «Or dunque mi ami?....» E la solleva esultante.
_Cap. X, pag. 254._]
Malatesta si copre con ambe le mani la faccia, e così rimane assorto da
angosciose considerazioni; gemeva, ansava come travagliato da tormento
insopportabile; poi scosse la testa ed agitò le mani aggiungendo:
«Male m'incoglie, se mi muovo; peggio, se riposo;.... ho il sangue
avvelenato; — mi è parso.... no... no... ho veduto.... messere Gentile
e messere Galeotto Baglioni i quali... mi scotevano innanzi agli
occhi la camicia insanguinata... Non vi uccisi già io... voi non
potete portare il vostro sangue in testimonio contro di me.... vi
spense Orazio il fratel mio... Andate a tormentarlo a vostro bell'agio
nell'inferno. Voi, messer Giampagolo, lasciatemi in pace... dormite nel
vostro sepolcro di marmo... perchè mi mostrate il vostro capo mosso?
Che ci ho che fare io? Se i Medici mi tolsero il padre, i Medici mi
renderanno Perugia; e voi, padre mio, non valevate Perugia quando
eravate vivo;... pensate, se la valete adesso che siete morto! — Se
intendete avvisarmi... riposate tranquillo... io non mi farò ammazzare
così, come un montone; in ogni estremo caso, ecco il pugnale....
Ma Cencio perchè tarda tanto a tornare? Se Cencio mi tradisse, se a
quest'ora stesse davanti al gonfaloniere dicendogli: Magnifico messere
Carduccio, Malatesta vi tradisce... se già si movesse il bargello....
se il carnefice.... ah! — Chi è là? — Nessuno. — Come dura lunga la
notte! — Questo Cencio oramai ne sa troppe....»
S'intende lo scalpito lontano di cavallo... si accosta... si è
appressato... scende il cavaliere, entra nel palazzo Serristori,
salisce frettoloso le scale.
«Questi è Cencio; riconosco i suoi passi. Egli ne sa troppe.... ne sa
troppe; Cencio potrebbe tradirmi, — è colmo sino alla bocca..., bisogna
torcelo dinanzi... mezzo palmo di lama, o tre grani di tossico lo
spingeranno tant'oltre da non temerne il ritorno. Cencio... — O Cencio,
sii il benvenuto, figliuolo mio, ti aspettava....»
«Davvero? rispose Cencio gittandosi sopra una sedia, dove stirò le
braccia e tese le gambe con plebea dimestichezza; — quindi a poco a
poco continuava: «Ho sonno, — fame e sete.... — Malatesta, datemi da
bere.»
Il sangue baronale del Baglioni si rimescolava da cima a fondo; — un
moto delle labbra svelò il cruccio dell'anima, ma potente com'era a
simulare ridusse quel moto in sorriso, empì una tazza di vino e, la
porgendo a costui, favellava:
«Bevi, Cencio, e confortati.... la tua vita mi preme quanto la mia....»
«Ahimè tristo! sarò io a tempo domani per testare delle cose mie?»
«Ch'è questo, Cencio?»
«Nei tanti anni che facciamo via insieme verso l'inferno mi sono
accorto, o Malatesta, che quando vagheggiate oltre il consueto qualche
famigliare, voi lo avete già in cuor vostro condannato alla morte.
Orsù, se mi deste il veleno, ditemelo, ond'io mandi in tempo pel notaro
e pel confessore.»
«Lascia il motteggio, Cencio: papa Clemente accettava il trattato?»
«Più gli aveste domandato, più vi avrebbe promesso; e meno vi manterrà:
la vita di Sforza e Baccio Baglioni, con tutti gli aderenti loro;
indulto ai capitani e soldati che hanno militato con voi; remissione di
pene amplissima al capitano della Cornia e al conte da Scopeto; a voi
le terre domandate, il vescovado per lo nipote, la figlia del duca da
Camerino a Ridolfo vostro.... in somma tutto.»
«E la indulgenza, Cencio, l'assoluzione?....»
«Ahi l'assoluzione.... già anche questa.... e questa, non dubitate, vi
manterrà... non costa nulla... Ma, signore Baglione, chi pretendereste
voi d'ingannare adesso? Il papa, me, o Dio?»
«Nessuno: anche le indulgenze sono buone a qualche cosa quando non
costano nulla; a senno mio ben si avvisava colui che accendeva un cero
al diavolo e un altro a Cristo; — giova serbarci amici dappertutto. E
intorno alla sicurtà che cosa ti diss'egli papa Clemente?»
«Fece sembiante di scandalezzarsi che altri movesse dubbio intorno alla
sua fede... tentò arrossire.... ma, per quanto ritenesse il fiato, non
venne a capo di richiamare il rossore sul volto, — sentiero oramai da
tempo immemorabile disusato per lui: alla fine m'impose, che da sua
parte vi offerissi per sodo rimanervi in Fiorenza co' soldati finchè
non adempisse alle promesse.»
«In questo modo mi metto in capo il più bel cappello di traditore che
mai sia stato.»
«O che vorreste v'innalzassero un statua? Voi siete curioso voi; — a
me basta che non m'impicchino... e l'ho per bazza.. — Sua Santità si
raccomanda alla Vostra Magnificenza a voce, e meglio in questo scritto
che sì compiaccia di tradire presto e bene, onde la città non soffra
e non rovini il contado.... non vi par egli caritatevole il buon
pontefice? Udiste mai carità più pelosa di questa?»
«Cencio, dimmi, ti sembra ch'io possa stare sicuro del papa?»
«Ringraziate messere vostro padre, che vi lasciò terre e castelli,
perchè voi, per lo ingegno che avete, non vi trovereste a possedere
tanto terreno da stendervi sopra il vostro mantello bagnato.»
«Ch'è questo, Cencio?»
«Egli è, che il papa vi ha promesso certamente, e per la facoltà datavi
di tenere le milizie in Fiorenza finchè non vi abbia soddisfatto è
probabile che le cose promesse egli vi abbia a mantenere; — ma andando
voi ad abitare su quello della Chiesa, è del pari probabile che un
giorno vi tolga la roba e la vita per giunta....»
«Ma io cercherò di non somministrargliene causa veruna.»
«Chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare, mi diceva mia
madre, che Dio abbia in pace.»
«Or dunque, Cencio, che mi consiglieresti?»
«Oh! la Magnificenza Vostra vuole abbassarsi a tôrre consiglio da un
pendaglio da forca quale sono io? E poi prima del fatto avrei forse
potuto suggerire anch'io un poco d'avviso; ora a cosa finita non
mi rimane altro che lodare; e' sarebbe come se un poeta venisse a
domandarvi il vostro parere sopra un sonetto stampato.»
«Nondimanco parla.»
«Prima di tutto avrei bene atteso ad esaminare la mia condizione, e
se mi fosse tornato a mostrarmi buono o tristo; dove le parti avessi
veduto uguali o di poco inferiori pel buono, mi sarei posto alla
ventura per questo; conciossiachè la fama mi piaccia, e ogni uomo senta
in sè il gentile orgoglio di essere salutato magnanimo.»
«Come? tu, Cencio?...»
«Io Cencio, se fossi stato Malatesta, avrei statuito così. E quando non
avessi fatto civanzo a scegliere la parte buona, avrei tolto la trista;
e allora, o il papa poteva darmi sicurezza intera, e intera l'avrei
pretesa; o non poteva intera, ed io avrei ricusato la mezza, perchè
questa inspira diffidenza e non ti salva. Vedete come ho proceduto con
voi; — vi chiesi mai pegno? Vi posi la mia vita in mano come la grù
il capo in bocca al lupo.... ed ho lasciato a Dio prendere cura del
resto.»