raggiungerlo; ora se lo vedeva comparire sopra la testa, ora sotto
i piedi, or lontano su i lati, sicchè quasi stava per disperarsi.
Da qualsivoglia parte Michelangiolo si volgesse lasciava utili
insegnamenti o esempi buoni o parole che poi diventavano sentenze
tra quei popolani innamorati della sua virtù. Giunto presso a
certo parapetto non anche condotto a termine, parendogli che troppo
tardassero a compirlo: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che
da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra
amorosissima patria?» E gli operai: «l'uomo fa quello che può, maestro,
noi non abbiamo mica cento braccia.» — «Cento braccia», riprende
Michelangiolo, «non bastano là dove basta un sol fermo volere?» E gli
operai di nuovo: «Non ci garrite, Michelangiolo; noi stiamo dietro a
cotesti altri che pure hanno cominciato il cómpito quattro ore prima
di noi.» — «Guai a quello», replica tosto il Buonarroti, «che cerca
difesa al proprio fallo nel male operato altrui: _chi va dietro ad
altri non gli passa mai avanti._» — «Con voi maestro non si vince nè
s'impatta: tra due ore ve lo daremo finito.» — «Oh! questo si chiama
parlare; a rivederci fra due ore.» — Di lì balza a un fosso, dove gli
scavatori essendo addentrati un braccio più della persona nel terreno
attendevano a penetrare più oltre; la voce di Michelangiolo passando
gli ammonisce: «Figliuoli, la terra su i poggi è più _solla_ che al
piano; badate che smottando non vi seppellisca: ponete due assi lungo
le pareti e puntellate con una trave per traverso a contrasto, allora
siete sicuri come in casa vostra.» Altrove volgendosi, ecco incontra
un gruppo di uomini i quali si sforzano a portare su in cima al poggio
una grossissima lastra di pietra; vi sottopongono tutte le mani; poi
riunendo i conati tentano di pure una volta rotolarla; i muscoli
dei bracci risaltavano nella maggiore loro tensione, protuberanti
le vene delle tempie, gli occhi quasi scoppiati fuori dell'orbita.
Michelangiolo si compiacque alquanto nel considerare cotesti arditi
contorni; — vagheggiò quella parte dell'orditura del corpo umano, poi,
soddisfatta la voglia di artista, lo prese amore dei male accorti:
«Indietro!» grida, entrando improvviso in mezzo di loro, «porgetemi
dei travicelli; qui, spingeteli qui dentro; ora vi adattate sotto una
pietra; notate, quanto più il punto di appoggio si accosta al punto
di contrasto, maggiore forza acquista la leva: — ora da questa parte,
uniti insieme, pieghiamo la leva verso terra... su... su... su... ecco
voltato il lastrone... continuate in questa maniera, e fra mezz'ora
lo avrete posto in cima.» Di lì si stacca, e arriva ai fossi che si
scavano sopra altra parte del monte: i manovali barellano la terra
e, gettandola lungo i baluardi, s'ingegnano a renderli sempre più
stabili; un vecchio di bell'apparenza e di sembianza degna di meno
umile ufficio, rimasto solo, si sforza di recarsi in capo la barella,
e senza aiuto far solo e vecchio quello che gli altri in due e giovani
fanno; però la facoltà non rispondeva al proponimento, sicchè nel volto
gli si legge l'ostinazione che manca, e lo sconforto che comincia.
Michelangiolo gli è sopra, lo considera alquanto e poi: «Padre», gli
dice, «e' parmi che voi non siate fatto per così basse opere.» — «Bassa
opera!» risponde il vecchio; «quando torni in utilità della Repubblica,
io non so come la si possa chiamare bassa.» — «Ma via, tra zappare,
barellare la terra», soggiunge il Buonarroti, «e dettare leggi ci corre
a mio parere una certa tal quale differenza.» E il vecchio: «Quando
tutti i Romani zappavano, vinsero tutti.» Michelangiolo soprastette
alquanto pensoso, quindi riprese: «Però le forze vi mancano... e per
troppi anni siete male atto a coteste fatiche.» — «Ah! poco pietoso
cittadino, perchè mi fai sentire con le tue parole l'amarezza di non
potere giovare meglio alla mia patria? Era pure più degno di te, invece
di consumare il tempo in vane novelle, stendere le braccia e porgermi
aiuto a trasportare la terra. » — «In fè di Dio tu hai ragione.» E
qui Michelangiolo, presa la barella dalle stanghe di dietro, perchè,
salendo il monte, minore peso sentisse il vecchio, gli dava aiuto a
portare.
Costretto Michelangiolo a procedere a lenti passi, concedeva agio al
Castiglione di raggiungerlo, come infatti anelante, bagnato di sudore
il raggiunse, e tostochè gli venne accanto, con voce ansiosa lo chiamò:
«Messere Michelangiolo!»
«Che ci è egli, mio bel garzone?»
E Dante, vie più accostandosegli, sommessamente gli dice:
«Il gonfaloniere manda per voi.»
«Ora non posso; bisogna prima che porti questa barella; subito dopo
sarò con esso voi.»
Quando la terra fu scaricata, Michelangiolo con amorevole piglio si
volse al vecchio così interrogandolo:
«Padre, vorreste voi dirmi il vostro nome in cortesia?»
«Nacqui nel contado di Fiorenza, ho lavorato i suoi campi, ho
combattuto le sue battaglie, ho pianto alle sue tribolazioni; il nome
nulla aggiunge o toglie alla mia vita: mi chiamo uomo.» E levatasi la
barella sopra le spalle, se ne ritornava là donde si era dipartito.
«Costui», esclama Michelangiolo accennandolo col dito al Castiglione,
«dev'essere uomo fatto grande dalla sventura o dalla pazzia.»
Era cotesto vecchio il padre di Annalena; se Michelangiolo indovinasse
giusto, a suo luogo e tempo saprete.
«Or via ditemi, messere Dante, a che mi chiama il Carduccio?»
«Per cosa al certo di gravissimo momento, — Dacchè con molto arcano vi
aspetta nel cimitero di Santo Egidio.»
«Sta bene! obbedisco; seguitemi un istante.»
Ciò detto, riprende quel terribile uomo i suoi presti passi;
rifacendosi dalle falde del monte s'indirizza alla cima visitando le
opere, lasciando ordini e tuttavia ammonendo, rampognando e lodando:
venuto al sommo del poggio, si volta improvviso ad una forma che così
al barlume Dante su le prime non ravvisò se fosse o no animata, e con
affettuose parole le dice:
«Deh! in guiderdone al tuo fattore, o Vittoria, finchè io ritorni non
partirti da questi baluardi.»
«Che cosa è ella, Michelangiolo?» domanda Dante.
«Vedi!» e presa una torcia di mano a un marraiuolo che passava,
svela allo sguardo del Castiglione stupefatto una statua colossale
rappresentante la Gloria militare o la Vittoria, scolpita in un masso
di pietra serena; ella era in atto che, volgendo il capo dall'altra
parte, non curava mirare la città di Firenze, che appunto le veniva
a mano sinistra; aveva l'ale, in capo l'elmo, ed armi e simboli altri
diversi sparsi sul monte che le serviva di base[152].
«Che te ne pare?»
«Mi pare divina.»
«La è poca cosa... Io l'ho condotta così alla grossa senza modello e di
notte[153].»
«Di notte?»
«Certo di notte... perocchè dormendo non mi riposo; il sonno, vedi,
mi addolora la testa e mi fa cattivo stomaco[154]; io mi sono fatto
una celata di cartoni, ci adatto in cima una torcia, e in questo modo
lavoro alla Vittoria[155].»
Dante si sentiva oppresso da tanta grandezza accompagnata da così alta
modestia; se in quel punto Michelangiolo gli avesse imposto: — Curvati
e adorami, — egli lo avrebbe adorato; imperciocchè le anime generose,
quantunque svisceratissime della libertà, tocca profondamente la
religione del genio... Dopo un breve silenzio quasi supplichevole gli
domanda:
«Divino intelletto, ditemi, perchè la vostra Vittoria il capo torce
dalla vista di Fiorenza?»
E Michelangelo dopo un lungo sospiro:
«Perchè? o Castiglione, che so che accogli cuore sdegnoso dentro al tuo
seno, mi domandi il perchè? Mi risparmia l'amarezza di palesartelo...
tu dovresti averlo già indovinato.»
«Pur troppo! Ogni antico valore nei fiorentini petti è affatto spento.»
«Lo hai detto.»
«E allora voi scolpiste in dileggio questa Vittoria?»
«Io non ho schernito mai... spesso rampogno; — io le scolpiva l'ale di
pietra, perchè il suo volo fosse lento; — i Fiorentini, se vogliono,
possono ancora raggiungerla. Se molto temo che fugga, più molto spero
rinvenirla al suo posto; nè mai l'amore si scompagnò dal timore. Adesso
andiamo.»
E qui con la mano destra si fregava la manica sinistra, e con la mano
manca la manica destra, poi con ambedue forte scoteva i lembi del saio
per cacciarne la polvere; ciò fatto, ripete:
«Andiamo.»
* * * * *
«Buona notte, messere Carducci, eccomi ai vostri comandi».
«Ben venuto, Michelangiolo. — Dante, andate a vigilare su la porta e,
per cosa che accada, non lasciate penetrare anima viva qua dentro.»
Il Castiglione silenzioso pone la sua persona colossale traverso la
porta del cimitero; una sbarra di pietra non ne avrebbe meglio impedita
la entrata.
Il Carduccio con mano tremante impalma il Buonarroti e poi comincia in
suono che profonda commozione rendeva fioco:
«Michelangiolo, se, comunque alto il sacrifizio che or vi propongo
pur fosse a cuore umano possibile, già non vi chiederei io fin dove la
patria possa fidare su voi, avvegnachè a chiara prova conosca il vostro
nome suonare quanto di grande si comprende e di magnanimo nel mondo.
Però il caso presente è tale ch'io mi veggo forzato a dirvi prima:
Michelangiolo, potete voi nulla rifiutare alla patria?»
«Nulla.»
«Michelangiolo, avete bene compreso la domanda? Avete misurato intera
l'ampiezza della vostra risposta?»
«Carduccio mio, quando architetto o scolpisco, io misuro: quando mi
affatico in pro di Fiorenza, io sento; — il cuore che delibera è già
freddo, e dai carboni spenti avrai fumo, non fiamma. Insomma, siccome
voi non mi domandereste cosa che voi stesso non foste apparecchiato a
fare, così ancora io mi chiamo pronto a farla.»
«Michelangiolo, io non la farei.»
«Voi non la fareste!»
«Io con queste mie mani chiunque me la proponesse ucciderei... il mio
sangue a goccia a goccia e tra i più acerbi tormenti versato, la vita
dei miei figli, le mie case alle fiamme... tutto questo darei... ma non
mi basterebbe l'anima, oh! non mi basterebbe pel sacrificio che domando
da voi.»
«Allora, Carduccio mio, voi avete dimenticato essere Michelangiolo
uomo: in me i terrori e i dolori, in me i consigli incerti, la costanza
poca, le passioni del cuore, la imbecillità della mente, come in
qualunque altro mio fratello di morte: perchè mi domandereste cose
superiori alla umana natura? Chi vi dava dritto a suppormi angelica
creazione? Se voi poteste vedermi a questa ora le sette rughe[156]
impresse sopra la mia fronte, comprendereste di leggieri starmi ancor
io in podestà del tempo ed essere caduco e mortale.»
«Eppure quanto io domando, o da voi solo o da nessun'altra creatura nel
mondo si può...»
«A Dio non piaccia ch'io mi senta men grande di quello che altri
s'immagina, o il bene della mia patria abbisogna. — Magnifico
gonfaloniere, parlate.»
«Da una parte v'è tale una gloria che gli angioli stessi potrebbero
desiderare nei cieli, — evvi una corona splendida più che se fosse di
stelle; — un'altezza quale gli uomini possono invidiare, non vincere
od aggiungere giammai — una rinomanza presso cui i più famosi dei tempi
trascorsi o recenti impallidiscono superati dalla nuova luce; — nessuna
favella basterebbe a cantarne le lodi, qualunque nome conosciuto fin
qui sarebbe poco alla sua virtù... nè liberatore nè salvatore nè ottimo
massimo troveremmo sufficienti; — se gli uomini non lo chiamassero Dio,
certo come Iddio lo adorerebbero e terrebbero in pregio. — E dall'altra
parte una infamia perenne, un nome irrevocabilmente accompagnato a
quello di Giuda, una scusa eterna ai codardi che rinnegano la virtù,
una rovina senza fine e senza riparo. L'aquila delle Alpi rade con
ala potente il margine del precipizio e le rupi scoscese; ella può
giunta sulla vetta del monte più alto posarsi alquanto a librare nuovo
volo e confondersi eccelsa pei cieli... Qualche mortale rassomiglia
all'aquila.»
«Messere Carducci, apritemi il vostro pensiero.
«Ecco, io vi parlerò come al cospetto di Dio, da cuore a cuore, senza
celarvi nessuno dei più riposti arcani. Michelangiolo, la patria si
versa in presentissimo pericolo, ed io dispero di salvarla.»
«Oh dolore!»
«Una speranza rimane, e consiste nei soccorsi dei principati d'Italia.
Il popol nostro di per sè solo opererebbe prodigi, ma il popolo crede
ai suoi profeti, e molti tra questi io ne conosco falsi. Voi ben sapete
i Medici essere stati banditi non in benefizio del popolo, sibbene
in pro degli ottimati, i quali intendevano governare invece di loro;
la parte del Cappone pertanto, non che guadagnare con la cacciata dei
Medici, ha perduto e adesso desidera restituiti gli antichi signori per
ricuperare almeno in parte quanto si vide portar via dalle mani cupide
e fiacche. Ella non perdona la mia promozione all'ufficio supremo; già
medita gli accordi e non conosce, incauta! che vuole presentarsi di
suo moto spontaneo al carnefice con la corda al collo. Qualsivoglia
atto del governo calunnia, ogni via impedisce, inosservata gli sega le
vene e gli toglie le reliquie estreme del suo vigore; il popolo, amico
sempre del bene, ma deluso dalle apparenze, nella fiducia di commettere
opera pia lapiderà i suoi veri difensori, e, prima che abbia tempo
di ravvisarsi, avvinto nelle mani, col frenello alla bocca, non gli
sarà concesso il dire e l'operare; — sogliono poi i tiranni lasciare
liberi gli occhi per piangere. Manca la pecunia perchè nascosta nelle
viscere della terra, e il governo mal può adoperare gli argomenti
usati dai principi per farla ricomparire. — Mi turba il sonno lo
scaltrito Baglioni, non mi assicura il Colonna, vedo gli altri capitani
discordi tra loro. A noi abbisognano per vincere esterni sussidii,
sieno pur pochi, sieno misteriosi, anzi giova che sieno; tanto varrà
perchè la parte del Cappone, dubbiosa e tremante, sospetti noi non
sostenere soli la prova; — se malgrado le mostre diverse ella potesse
mai credere che molti potenti aiutano copertamente Fiorenza, questo
le scemerebbe l'ardire. Allora vorrà farsi merito di quello che teme
non potere ovviare; il danaro che ormai non possiamo più avere per
leggi, conseguiremo per via di doni, d'imprestiti, per sovvenzioni
spontanee; — conviene ravvivare il credito dello stato presente. Due
soli governi in Italia, se l'antica prudenza da loro non si scompagna,
hanno l'obbligo d'aiutarci, il duca di Ferrara e i Viniziani; il
rimanente paese divorò la fortuna di Cesare: — il papa acciecato da
ira strinse lega col suo implacabile nemico; — egli pensa tenere la
sua nella destra di Carlo in segno di amicizia; questi invece glie
la stringe imprigionata e gli sorride in volto. Il regno cadde in
potestà dell'imperatore, il ducato di Milano sta per caderci, il Doria
strascina Genova come un'ancella dietro il carro della sua fortuna;
tralascio gli altri; e fermo le mie speranze sopra Alfonso di Ferrara
e Andrea Gritti di Venezia.»
«Datemi incarico di ambasciatore, e corro in poste fin là: ambedue
mille volte mi si dissero amici; che cosa significhi amicizia dei
grandi veramente non so, lo proveremo adesso.»
«Michelangiolo, amicizia è moneta che non corre tra gli stati; — il
principe amico, quando non trova vantaggio in aiutarti, ti piange e ti
lascia morire.»
«In ogni modo proviamo.»
«Se voi vi presenterete nelle loro città con pubblico ufficio, non che
otteniate i soccorsi, vi cacceranno senza ascoltarvi.»
«O come può accadere questo?»
«Alfonso odia Cesare, ma più che odiarlo il teme; già di nemico
diventato servo, a grave prezzo corrompe i suoi consiglieri; egli
s'ingegna a fargli obliare le vecchie offese, e molto più si affatica
ad ottenere nuovo favore, imperciocchè egli abbia insieme con Clemente
papa compromesso in mano a Cesare le controversie su Modena, Reggio
e la giurisdizione di Ferrara. Tra Cesare poi e i Viniziani non si
è per anche asciugato l'inchiostro del trattato di Bologna pel quale
formarono lega offensiva e difensiva...[157]»
«Dunque ogni speranza è perduta?»
«Oh! no. I Viniziani inoltre ci conservano rancore perchè, quando calò
negli stati loro il duca Arrigo di Brunswick, non li soccorremmo; noi
accusano di tradimento, come quelli che mandammo primi oratori a Cesare
per accordare...»
«E più s'intristisce la bisogna.»
«Ma voi sappiate che questi non furono falli o rimessi da loro,
perchè anche dopo più volte promisero non avrebbero fatto pace senza
inchiudervi i Fiorentini, e il doge Gritti, richiesto dall'oratore
Gualterotto, rispose: la repubblica viniziana non avere mai commesso
cose brutte nè avrebbe cominciato adesso a commetterne; — ciò non
pertanto si accordano con Cesare, e noi non rammentano. Il duca Alfonso
ci prese tremila cinquecento ducati, non mandò don Ercole, come si era
obbligato per la capitolazione; invece presta al papa le artiglierie e
duemila guastatori contro Fiorenza. Di qui argomentate non già la fede
poca, sibbene la servitù molta alla quale si trovano ridotti i principi
italiani[158].»
«Carduccio mio, come per me si possa rimediare a tanta piena di
sciagure io non saprei...»
«I Viniziani e il duca devono mandarci soccorsi, e voi andare a
chiedergli.»
«Ma se mi avete poc'anzi assicurato che mi cacceranno via senza
ascoltarmi!»
«E vi ho detto il vero, quando vi presentaste in aspetto di
ambasciatore; bisogna pertanto penetrare nelle loro città inosservati,
come la goccia del cielo si confonde col mare; in modo che il papa e
Cesare, uomini entrambi, se mai ne nacquero al mondo, scaltrissimi,
non sospettino nulla; bisogna eziandio che le paure del duca e dei
Viniziani non si destino, — ed è questa difficilissima impresa; si
vuole ancora, ottenendo il soccorso, arcano impenetrabile in celare
da cui muova, e quindi spedire a costoro persona nella quale essi
confidino; si vuole finalmente il segreto medesimo non gli ottenendo,
perchè se la città sapesse che noi abbiamo riputato insufficienti
le nostre provvisioni, nè ci venne fatto aumentarle, scaderebbe
dell'animo, ed ogni cosa anderebbe perduta; onde io per un mio giudizio
non voglio sperdere questa tavola estrema di salute.»
«Io mi offerisco andare, ma il modo da praticarsi per la partenza e il
ritorno non vedo agevole...»
«Conviene che Michelangiolo ad un ratto di animoso diventi codardo ed
abbandoni la patria nel suo maggiore bisogno; — conviene che si lasci
sopraffare dalla paura e fugga dalla patria nel suo estremo pericolo; —
così in sembianza turpe finga ricoverarsi in Ferrara: avrà danaro per
guadagnare i consigli del principe; — pessima condizione degli uomini
presenti, dai quali è forza comprare il delitto e la virtù, e i quali
indifferenti l'una o l'altro ti vendono! Innamorato della bellezza del
fine, non volere attendere agli espedienti; bisogna prendere gli uomini
pei manichi che ti presentano: i Romani avrieno lapidato Morone, la
gente di oggi reputerebbe folle Catone. Così appianate le vie, entra
dal signore e digli: Alfonso, tu pensi tenere sul capo una corona di
duca, e noi invece di corona vi contempliamo un artiglio dell'aquila
imperiale; — improvvido! non sai che luogo ella aspetta e tempo a
stringerti sì che tu ne muoia di affanno. Tu ci rammenti l'antico
Damocle seduto a mensa con la spada sospesa sopra la testa. — Poi va a
trovare il doge Gritti e il senato viniziano e seco loro adopra queste
altre parole: Cittadini, quando una repubblica esulta ai danni di una
sorella, segno è certo che Dio l'ha colpita di cecità; — voi avete
smarrito l'antico senno; rammentatevi i tempi passati; Fiorenza aveva
guerra con Filippo Visconti duca di Melano, — la fortuna procedeva
avversa ai Fiorentini. I padri vostri richiesti di aiuto negavano.
Messere Lorenzo di Antonio Ridolfi oratore per la nostra città,
vedute riuscire le preghiere invano presso il vostro senato, proruppe
così: — Viniziani, nell'anno scorso i Genovesi da noi abbandonati
Filippo crearono principe; noi nelle presenti strettezze da voi non
soccorsi lo faremo re, e voi, quando sarete rimasti soli, noi vinti,
e che nessuno, ancora che il voglia, potrà recarvi aiuto, lo farete
imperatore. — I vostri padri ci sovvennero, Filippo non vinse, stettero
le libertà italiane. — Consiglia il duca e il doge a licenziare parte
delle loro milizie, e ciò potranno con tanto minore sospetto eseguire,
in quanto che fermarono pace; mediante i nostri banchi di Venezia ci
somministrino copia di danaro, lo renderemo alla pace; noi con quella
pecunia condurremo agli stipendi nostri le milizie licenziate, e nelle
nostre mura difenderemo la causa d'Italia.»
Qui tacque, ma la parola Italia scorrendo lungo le mura di quel
recinto silenzioso parve, come framezzo un sospiro, ripetuta da labbra
invisibili; — forse le nude ossa quivi dentro raccolte trovarono una
reliquia di spirito per susurrare il nome della patria che vivendo
avevano amata cotanto.
Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo, e in questo modo
atteggiato risponde basso:
«Grave cosa mi chiedete voi...»
«E tale che non mi dà il cuore di farvene ressa.»
«Prendere un nome fin qui intemerato e strascinarlo nel fango!...»
«V'hanno materie che il fango non contamina, ma forbisce.»
«Tu chiudevi una mente altera, o Michelangiolo; novello Titano,
intendevi imporre monte a monte, e salito su l'ultima vetta
maravigliare con la tua gloria le genti; nè per te solo tu ambivi
questo, sibbene per la tua patria diletta, perchè non ti saresti
stancato mai di gridare: contemplate, o popoli, il figlio di Fiorenza;
ed ora precipitare da così superba altezza, morire infame, desiderare
l'oblio e non potere ottenerlo, chè il vituperio porrebbe un segno
eterno alla tua tomba, presentire le contumelie e gli oltraggi che
sopra vi lancerebbero anche i più tristi!... oh! è grave una lapide di
maledizioni... e troppo pesa, Carduccio!...»
Il Carduccio, traendo un sospiro lungo, volge le spalle e lentamente
muta due o tre passi per andare.
Michelangiolo allo improvviso scuote la testa e, risolutamente alzando
la faccia, esclama:
«Su.... su, le ispirazioni vengono dal cielo... dalla terra emana il
cattivo consiglio...» E non si vedendo più davanti il gonfaloniere:
«Messere Francesco, dove andate voi?»
«Voi mi avete fatto comprendere che domandava troppo... Io me ne vado
al mio posto e a morire...»
«Rimanete, per Dio! egli era il lamento di una ambizione che muore;
ecco ella è già morta; io ho levato al cielo il pensiero e lo sguardo e
non invano, chè dal cielo mi è scesa la virtù che sublima; io mi sono
innalzato faccia a faccia coll'Eterno; la vita e il tempo passarono;
mi sento immortale. La religione di Cristo ebbe i suoi martiri,
perchè non gli avrebbe la patria? È religione la patria. Il padre
delle misericordie forse non vorrà che il mio sepolcro sia grave di
tanto vituperio; — svelerà, prima che i secoli cessino, l'arcano, e
raccogliendo il raggio più puro del quale rese lieta la prima stella
creata, lo circonderà di luce, — lo convertirà in monumento durevole
del più immenso, del più doloroso sacrificio che umano intelletto
abbia mai potuto immaginare; — o se nei cieli è destinato che la mia
apparente vergogna viva quanto il moto lontana, io lo pregherò in
mercede della infinita amarezza sofferta che la mia anima ponga alle
porte del paradiso; quivi aspetterò le anime di quelli che maggiormente
mi avranno maledetto, le bacerò in fronte, le chiamerò sorelle e,
scortandole al trono di Dio, io gli dirò: Signore, fa che i tuoi
angioli cantino osanna a questa anima dabbene perchè mi ha odiato con
ogni sua potenza. — Ora però, o Creatore, sovvieni alla tua creatura,
tu fa in modo che come mi esaltasti lo intelletto a scegliere, così il
cuore mi basti a condurre a fine l'alto proponimento; in te ripongo
ardentissima fede; — senza la fede in Dio non si sacrifica l'uomo; —
e se tanto possono le mie supplicazioni, o Signore, ti plachi il mio
sacrificio, e salva la Patria.»
Dietro i nuvoli nerissimi che il firmamento ingombravano era sorta
l'amica dei cuori dolenti e dei sepolcri, la luna; — quasi vogliosa
di contemplare anch'essa lo spettacolo di virtù che in quell'ora si
operava sopra la terra, penetrò co' suoi raggi traverso due lembi di
nuvoli e ne vestì la faccia di Michelangiolo. — Quel volto terribile di
grandezza e di genio apparve sublime; — sembrò che Dio gli mandasse una
benedizione di luce. Così, il Battista battezzando Gesù con le acque
del Giordano, si apersero i cieli, lo spirito dell'Eterno discese, ed
una voce fu udita nell'alto che disse: — Ecco il mio diletto Figliuolo,
nel quale io prendo il mio compiacimento. —
Dante da Castiglione udendo forte profferire patria ed Italia, si
commosse a coteste parole, non altrimenti che un destriero di battaglia
al suono della tromba; non potè starsi fermo al posto assegnato,
si accostò pianamente e, raccolto l'ultimo discorso del Buonarroti,
percosso dall'improvvisa apparenza del volto di lui, piegò involontario
un ginocchio sul suolo, e recatosi in mano il lembo delle sue vesti,
lo baciò con quella devozione con la quale sogliono i fedeli baciare le
reliquie dei santi.
Francesco Carducci, preso da irresistibile impeto, gettò ambe le
braccia intorno ai fianchi di Michelangelo e forte stringendolo
esclamò:
«Tu se' l'onore della specie umana!»
CAPITOLO DECIMO
FRA' BENEDETTO DA FOJANO
Indarno allor dagl'inspirati pergami
Uscìo suon d'evangelica parola
Che: Beati, gridò, beati i miti!
Cadean siccome sola
Voce in deserto.
BUONDELMONTE, _tragedia._
Già le stelle di momento in momento diventavano più rade nel cielo; le
palpebre dell'alba erano aperte, quando Lucantonio padre dell'Annalena,
ristorate di breve riposo le membra, si destava per affrettarsi alle
opere della difesa. — Postosi a giacere col pensiero fisso agli assalti
imminenti, venne a turbarlo un sogno di palle briccolate contro la
sua casa, di mura abbattute, di pietre le quali rovinando offendevano
il corpo gentile della cara figliuola: — si sveglia esterrefatto e,
balzato a sedere sul letto, volge bramoso gli occhi ed intende gli
orecchi; — dappertutto silenzio.