camere e scese guardingo, già egli non tenne per uscire le scale
comuni, bensì ne prese certe segrete per le quali giunse alla postierla
del palazzo che metteva capo in via della Ninna; svoltarono subito in
via dei Leoni procedendo in silenzio, e giunti che furono sul canto del
Borgo dei Greci, il magistrato si ferma e, piegatosi all'orecchio del
Castiglione, gli comanda:
«Separiamoci; andate per esso, conducetelo a me.»
«Dove?»
«Non ve lo aveva io detto? — Al cimitero di Santo Egidio.»
Dante tornò sopra i suoi passi, rifece la via dei Leoni, passò
vicino Baldracca, e per la piazza dei Castellani venne lungo Arno,
dove camminando fino al Ponte delle Grazie, lo valicò in fretta
e si condusse al poggio San Miniato: quello che andasse a cercare
costà vedremo poi; adesso seguitiamo il magistrato nel suo cammino
notturno...
* * * * *
La notte era rigida e nera: — certi nuvoloni ingombravano il cielo
che parevano montagne, e ad ora ad ora sprizzolavano qualche stilla
di acqua ghiacciata: onde le genti che a quell'ora andavano per via
si affrettavano a casa, e il subito loro apparire e sparire le faceva
parere più che altro fantasime.
Il magistrato però, non che affrettasse, rallentava il cammino e
porgeva attentissimo ascolto alle parole di coloro che traversavano la
strada.
«O vedi mo'», diceva un passeggiero al suo compagno, «chi m'è venuto
fuori a fare il san Giorgio! Messere Francesco Carduccio: in verità non
lo avrei riputato da tanto.»
«Un cuore da Cesare, per san Giovambattista! un cuore da Cesare! Chi
nulla ha da perdere, non può che guadagnare...»
«Mi pare che vi potrebbe perdere la testa.»
«E vi parrebbe perdita per lui?»
«Ma! non saprei.»
Cotesti erano mercanti, le più volte fango tutti per di dentro e per
di fuori, senza cuore, senza intelletto e spesso anche senza l'abbaco,
del quale presumono essere la pratica e la scienza. — E passano via, ed
altri subentrano.
* * * * *
«Noi non possiamo reggere», discorre il primo, e bisogna che ci
accordiamo ad ogni modo, se non per amore, per forza.»
«Ed io vi dico che reggeremo, e vinceremo i nuovi Filistei. Dominedio
ci manderà Gedeone. Senza fede l'uomo passa per occhio come una
barcaccia sfondata,» riprende il secondo.
«Appunto egli è per troppa fede ch'io temo così, compare mio dolce.
Suora Domenica, la monaca del Paradiso, ebbe la notte scorsa una
visione nella quale la Madonna Santissima della Impruneta con la
propria sua bocca le profetò i Medici avere a tornare; questo essere il
comandamento del Signore; confortasse i Fiorentini a prendere siffatto
partito con vantaggio adesso, piuttostochè aspettare poi a soffrire
violenza con danno inestimabile della città[143].»
«E' sono novelle coteste. Fiorenza non patirà oltraggio; fra Girolamo
ci assicurava della parte di Dio che perderemmo tutto il dominio, e la
libertà della patria rimarrebbe; ed ha detto altresì che, quando gli
argomenti umani venissero meno, scenderebbero gli angioli del cielo e
difenderebbero la città[144].»
«Le profezie del nostro frate Savonarola io per me non le valuto una
ghiarabaldana, che ne danno trenta per un pelo di asino; se fosse stato
profeta, avrebbe conosciuto qual morte gli serbavano in Fiorenza e se
ne sarebbe fuggito.»
«O compare, voi mi sapete di eretico! Dunque, perchè Gesù Cristo
si lasciò crocifiggere, non sapeva il modo e l'ora della morte sua?
non lo conobbero Pietro, Paolo ed altri santi infiniti della nostra
divinissima religione?»
«Ma quel vostro frate Girolamo e' non era santo; e' fu invece appeso ed
arso come scomunicato ed eretico per sentenza di santa madre Chiesa.»
«Per sentenza di Roderigo Lenzuoli o Alessandro papa VI di memoria
infernale; e poi non sapete che il processo fu fatto contro ogni
regola, e come tale il magnifico messere Lorenzo Ridolfi ha proposto
che si levi di camera per meno vergogna della città[145]?»
«Io per me lo tengo per un fattucchiere.»
«Ed io, sapete per che cosa tengo la vostra suora Domenica?....»
«Per che cosa?»
«Per la più solenne cialtrona che mai vivesse in Fiorenza...»
«Voi siete un Piagnone... un Arrabbiato...»
«E voi un Campagnaccio, un Pallesco.»
«Di cotesti due il Pallesco era mercante, lo Arrabbiato pittore.
* * * * *
Nuovi cittadini traversando la strada favellavano:
«Voi siete ingiusto rispetto a lui, messere; così ne avessimo copia,
come pur troppo patiamo penuria di uomini quale si è il Carduccio; —
egli ama la patria e la libertà....»
«Con buona vostra licenza, io per me lo tengo per uomo ambizioso e per
cervello torbido.»
«Ambizioso! — sia, pur se lo volete, ma ella è magnanima ambizione
cotesta che lo spinge a tutelare la sua città con pericolo della vita:
quanti pensate annoverarne voi di siffatti ambiziosi in Fiorenza?»
«Più di quelli che non vi dà ad intendere il Carduccio, il quale co'
suoi discorsi e de' suoi aderenti si dimena per essere raffermo nel
gonfalonierato.»
«Se ciò avvenisse, sarebbe certissimo segno che Dio vuol bene a
Fiorenza.»
«Senz'altro il Carduccio vi ha dato il comino.»
«Voi v'ingannate, — io non lo conosco, ma lo reputo ingegno antico.»
«O messere, sapete un poco che cosa si va bucinando in paese di costui?»
«Dite mo', che vi ascolto.»
«Che vuoi rifare da gonfoloniere il denaro il quale perse da mercante
in Ispagna.»
«Ohimè tristi! A chiunque inverecondamente proferisce tali contumelie
contro di lui vi prego, messere, dire in mio nome che se ne mente per
la gola.»
«Pure sapete il proverbio? Maledetto il gancio che si trova diritto...»
«Non giudicate, se non volete essere giudicati.»
Di cotesti due il primo era maestro di tintoria, il secondo dottore di
leggi.
* * * * *
«Io per me faccio conto andarmene,» un personaggio sopraggiunto diceva
al suo compagno.
«E dove volete ripararvi?...
«A Venezia, — a Roma, — presso il Turco, pure di uscirne...»
«E non temete la confisca dei beni...?»
«La roba si rifà, non la vita; e poi in buon tempo mandai danari sui
banchi di Genova e di Venezia.»
«Ed io pure mi sono provveduto così.»
«Chi si era trovato mai a vedere piovere palle di bombarda! Ieri ne
cadde una sul canto della loggia degli Adimari, là dalla bottega del
barbiere, la quale _in primis_ portò via di netto tutto il calcagno al
capitano Mancino da Pesaro, poi, balzata quanto è lunga la piazza del
Duomo, entrò in casa del pedagogo Giovanni Del Rosso, che sta nelle
casette di Visdomini; — certo non vi andava a imparare di abbaco[146].»
«E per ultimo chi regge al difetto di vettovaglie? Dio vi salvi dal
morire di fame. I pippioni costano una corona al pajo; i capponi
stremenziti che paiono lanterne otto o dieci scudi; non istarne mai,
non beccacce: questa è vita da inferno!»
«Fatevi io qua, — udite: — io ho tratto l'oroscopo, ho consultato gli
astrologhi, e mi hanno profetato che Fiorenza deve cadere... badate a
non mi tradire....»
«Oh! è tanto tempo che i' me n'era accorto; — non si vedono più pernici
in mercato.»
«Com'entrano qui le pernici?»
«Ci entrano benissimo, perchè significa che il contado è perduto.»
«Inoltre vedete un poco a che cosa ci giova questa libertà: se, per
pagare meno io gravezze, parmi ne abbiamo pagate più in un mese di
repubblica che in un anno sotto i Medici; se, per vivere meglio a modo
nostro, io ho vissuto sempre a bell'agio perchè di cui non dico mai
nulla, di Dio poco; voglia di entrare in bigoncia non ne sento, bado al
traffico e ai libri della ragione; sicchè poco m'importa o nulla che o
Marzocco o Palle tengano il palazzo.»
«Vivere a bell'agio sotto la repubblica! Io non conobbi mai leggi
più gaglioffe di quelle che promulgò Fiorenza nei tempi di reggimento
popolare; immaginate, ogni cittadino non potrebbe usare a pranzo o a
cena più che due sorte vivande, il lesso e l'arrosto; egli è vero che
sotto la vivanda lesso o arrosto lasciavano adoperare di tre specie
di carni, nè si computavano per vivanda i bramangiari, i mortiti,
i berlingozzi, solci, pere guaste con anaci, acqua rossa, zucchero,
bircoccoli e il pane e il vino era ad arbitrio; ma alla fin fine si
chiamerà vivere libero quello che t'impedisce sotto la pena di fiorini
dieci larghi di oro in oro mettere in pratica un qualche ritrovato che
sapesse consigliarti il tuo ingegno...[147]?»
«Mi rimane a tentare una prova per deliberarmi in tutto alla partenza.»
«In grazia, qual prova?»
«Di consultare un profela.»
«Messere, badate, di non dar di capo nei gerundii. Dove sono eglino i
profeti a Fiorenza?»
«Sonci, ed io ne tengo uno in casa mia.»
«Domine, aiutatemi! o come si chiama egli?»
«Si chiama Virgilio Marone.»
«S'io non mi sbaglio, parmi avere udito che fosse un poeta costui or
corrono anni meglio di mila e cento.»
«Quel desso — ed è profeta. Come Isaia, Geremia e gli altri del popolo
ebreo, ei profetò la venuta di Gesù Cristo là dove nella egloga a
Pollione, invaso dallo spirito divino, cantava: _Magnus ab itegro
saeculorum nascitur ordo. — Jam redi tet virgo, redeunt saturnia regna;
— Jam nova progenies cœli demittitur alto._ — Ora la virtù profetica,
rimase ne' suoi libri, e consultati secondo i riti, di rado avviene che
non rispondono prognosticando il futuro.»
«Davvero! Voi mi mettete un grand'uzzolo addosso di provare...»
«Venite: entriamo senza avvisare nessuno della famiglia in casa mia
nello studiolo terreno e interroghiamo l'oracolo.»
«Mi raccomando a voi...; dopo faremo un poco di cena.»
«Come volete; — innanzi di lasciare certo mio buon trebbiano
arrubinato, e sarà bene tòrcene una satolla.»
«Amen! amen! I' sono con voi.»
E, aperto un usciolo, entrarono nel piano terreno; colà il padrone di
casa battuto il focile, trasse dallo stipo una candela di cera gialla
la quale consegnò accesa con molta solennità al compagno. Dipoi, messo
sopra un leggio il volume delle opere di Virgilio ricoperto di velluto
paonazzo, e raccomandato il silenzio e il raccoglimento, mormorando
certe sue preci, stese attorno attorno al leggio un nastro di seta
nera. Ciò fatto, chiama il compagno e lo invita a entrare nello spazio
determinato dalla riga; — il compagno entra e comincia a tremare.
«Eh! dico messere Luigi, non vi sarebbe per avventura pericolo di
capitare male?»
«Silenzio! Od io non vi mallevo delle vostre ossa.»
E, senza più oltre badare a lui, si cinge intorno agli occhi una
benda, — si prostra, — si rialza e si volge ai quattro lati della
terra; allora prende a recitare con empio e, forse direi meglio,
stolto miscuglio di sacro e di profano, orazioni alla Trinità, alla
Madonna, agli spiriti che vanno pel mondo quando la notte è nera, e
il cielo minaccia burrasca; e sovente ricorrevano nei suoi scongiuri
l'_abracadabra_, il _tetragammaton_, il _pentagrammaton_, e parole
altre cotali da cacciare il ribrezzo della febbre quartana addosso ai
meglio animosi.
«O messere Luigi, diceva l'altro in suono piangoloso, non vi venisse
mica la fantasia di far comparire il demonio...»
«Silenzio! Qui non entrano per nulla gli spiriti maligni, — non vedrete
nulla, o vedrete soltanto spiriti _mediossumi_, ombre di gente che fu;
— tenete fermo il cero, — raccoglietevi, perocchè il mistero sta per
operarsi.»
E ciò discorso, continua infiammandosi di mano in mano nei detti e nei
gesti, sicchè in breve spumava dalla bocca enfiata e si scontorceva
nella persona a modo di maniaco; all'improvviso caccia un terribile
grido:
«Eccolo! eccolo!»
«Chi ecco?» risponde spaventato il suo compagno; — e preso da forte
tremito lascia cadersi il cereo di mano, il quale percotendo a terra si
spenge.
L'altro impetuosamente apre il volume e col dito convulso scorre
diverse parti delle sue pagine, finchè quasi condotto da ispirazione
lo ferma sopra un punto; tutto anelante con la manca si tira giù dagli
occhi la benda ordinando al tempo medesimo:
«Accostate il torchio, ch'io legga l'oracolo.»
La stanza era buia.
«Gherardo! o messere Gherardo! Il lume! avess'io perduta la vista!
Gherardo, parlate... io non ardisco muovermi per amore dell'oracolo.»
E Gherardo, per quanto glielo permette il battere dei denti, risponde:
«M'è caduto il torchietto di mano... abbiate pazienza...»
Messere Luigi non volle abbandonare il libro, ed ora con umili istanze,
ora con parole concitate, gl'impone riaccenda il lume. Quando non senza
molte difficoltà la candela fu accesa messere Luigi drizzò bramoso gli
occhi al volume e lesse ad alta voce: _Eeu fuge crudeles terras fuge!
litus avarum_[148]! — rimase attonito per lunga pezza; l'altro che
non intendeva di latino del suo tremore tremava e non ardiva aprire la
bocca; all'improvviso messere Luigi quasi uscisse dallo spavento del
fantasima afferra per ambe le braccia messere Gherardo e gli dice:
«Rompiamo gl'indugi: — qui non v'ha tempo da perdere, fuggiamo...
«Oh! Dio! senza cena?»
«Se non preferite il cenare al morire.»
Con terribile impeto di repente si schiude la finestra; i vetri
percossi si spezzano fragorosamente, e per tutta la stanza se ne
spargono i frantumi, al tempo stesso una voce severa si fa sentire che
dice:
«Codardi! voi rinnegate la patria, — la patria rinnega voi; sgombrate
subito; — il nuovo giorno vi troverebbe sospesi per la gola.»
I due compagni stramazzarono sconciamente per terra; poi si riebbero, e
l'uno all'altro narrò di strane apparizioni, di odore di zolfo e simili
altre novelle; aggiungendo la paura nuova all'antica, fatto rifascio
di quanto lor cadde sotto mano, insalutata la famiglia, in quella
stessa notte fuggirono e ripararono a Lucca. La storia rammenta i nomi
loro; furono Luigi Guicciardini e Gherardo Bartolini, di professione
mercanti. La rampogna mosse dal magistrato, il quale salito sur un
muricciuolo sottoposto alla finestra vide tutta la scena ed in gran
parte la udiva.
Scese e, ingombro di tristi pensieri, s'incamminò al luogo del ritrovo,
al cimitero di Santo Egidio, noto eziandio col nome di cimitero delle
ossa: di questo luogo di morte adesso non si trova vestigio; giaceva
sul lato di ponente dello spedale di Santa Maria Nuova; empiva chiunque
si facesse a visitarlo di riverenza e di terrore. Sopra la porta era
scritto, _Dies nostri quasi umbra_, e in minore cartello la sentenza
del divino Alighieri:
Le nostre cose tutte hanno lor morte
Siccome voi, ma celasi in alcuna
Che dura molto, e le vite son corte.
In fondo dirimpetto alla porta il Frate e l'Albertinelli accumulavano,
secondo lo stile della nostra religione, a larga mano immagini di
spavento, con le dipinture delle severità del giudizio finale e gli
strazii crudeli dell'inferno; intorno alle mura e ai colonnati con
fiero ordine vedevi accatastate ossa e teschi, e talvolta fare di sè
orrenda mostra scheletri interi; per ogni dove trofei di distruzione
e motti dolenti, iscrizioni sepolcrali, parole di universale o di
particolare dolore. In cotesti tempi, nei quali la superstizione
forte agitava le menti del popolo, non è da dirsi se durante la
notte aborissero volgere i passi da cotesta parte; e il magistrato
la sceglieva appunto per essere sicuro di non rimanere interrotto nel
misterioso colloquio.
A passi lenti il nostro personaggio percorse due o tre volte il
ricinto; a mano a mano i suoi passi diventarono più celeri: i pensieri
gli sorgevano e roteavano turbinosi in mezzo del capo: umana favella
non avrebbe potuto significare i suoi affetti; in un baleno scorreva
tempi remoti e recenti, immaginava i futuri; si sdegnava, s'inteneriva,
esaltato dalla contemplazione di qualche alto disegno in regioni meno
triste della terra che calpestiamo, si sublimava, o all'improvviso,
morso dal dubbio, gli cadevano giù le forze e la speranza, e piangeva;
finalmente gli proruppero dall'intimo seno queste parole sconnesse:
«Io cammino su le ossa di duecento e più mila uomini[149]! — Qual
fiamma uscì da costoro prima che si facessero tanto mucchio di cenere?
— Nulla; — e sì, che tutti sortirono un cuore per sentire, una mente
per pensare, un braccio per percuotere; — nulla! e sì, che l'anima
loro ondeggiava continua, come quella degli altri viventi, tra l'odio
e l'amore. — La notte m'impedisce leggerne gli epitafi; se il sole
con la pienezza dei suoi raggi gl'illuminasse, tornerebbe lo stesso,
perocchè il tempo abbia la sua notte profonda, e l'oblio sia la sua
tenebra. Eppure tante anime non possono avere vissuto invano! Chi sa
quanti Alighieri dal divino intelletto, quanti Micheli Lando, quanti
Pieri Capponi, quanti Giacomini Tebalducci dormono qui sotto i miei
piedi! La lampada arse sotto lo staio, non iscintillò gloriosa sul
candelabro. — Consumati forse dal proprio fuoco si spensero. — Ed
ora che le sorti della patria apparecchiano eventi a manifestare la
virtù che l'uomo ebbe in parte dai cieli... ora giacciono polvere;
le generazioni mancano ai tempi, più spesso i tempi mancarono alle
generazioni. — Voi siete affatto morti; la speranza o il terrore
immagina prolungamento di vita oltre i sepolcri... pure se impreco
pietoso alle vostre ossa pace, o scellerato le maledico, voi vi restate
ineccitabili sotto le vostre lapide di marmo: — s'io gettassi sopra i
vostri cadaveri il corpo di un amico o di un nemico, nè vi movereste
per abbracciare il primo, nè vi scostereste dal secondo... O creatore!
la mia bocca non conosce la bestemmia, e nondimeno io qui ente mortale
tra i morti oso levare la faccia e dirti che non sempre hai tu fatto
del bene; — e se come il pensiero potessi lanciarti contro le braccia,
domanderei ragione del tuo male. — Da quando io prima apersi gli occhi
consapevoli li tenni fermi al cielo per vagheggiare la stella della
speranza e sentii nel mio cuore l'ardimento delle cose magnanime;...
però talvolta mi si nasconde la stella, e allora sconfortato a mezzo
cammino mi abbandono. Ah! Creatore, — dipartirsi dai cieli, stendere la
mano onnipotente a raccogliere dalla terra un pugno di cenere, animarla
onde soffrisse la stretta delle tue dita e l'angoscia della caduta per
balestrarla un tratto di anni lontana a tornare cenere sulla medesima
terra... certamente non fu segno di amore[150]. — Centinaia di migliaja
d'uomini che dormite sotto, dov'io potessi evocarvi e costringervi a
rispondere a questa mia domanda: ogni uno di voi annoveri il tempo
della sua vita dai giorni che si sentì felice e mi dica quanto ha
vissuto; — quanti, che giungeste agli ottanta anni, direste: — noi
non vivemmo mai! — Ben con immenso sforzo potranno i mortali scuotere
la catena che lega il mondo al piede della sventura come una palla di
supplizio, ma romperla non potranno. Ecco questa mia patria innocente
non ha difesa; — chiama dal cielo soccorso, e il cielo le sorride sopra
un sorriso di scempio e non l'ajuta. — Le repubbliche italiane ad una
ad una saettate dalla tirannide rinnuovano la storia dolorosa della
famiglia di Niobe. Fiorenza sola rimane ultima, e sopra il suo cuore si
accumula il pianto di tutte; ella eredò un tristo retaggio di gloria e
d'infortunio... Cadrà!... oh cadrà! — e noi non avremo pianto, e alle
nostre ossa oltraggeranno ingrati nipoti; — già noi vituperano vivi! —
Possa almeno essere grande la sua caduta, come conviene all'astro che
contese solo alla tenebra di errore e di tirannide la quale si addensa
sopra l'universa Italia; — si spenga come la fiaccola all'impeto della
bufera... — Dio, che ci neghi più efficace conforto, sovvieni almeno
l'anima dolorosa in questi ultimi aneliti; — ci manda dall'alto una
virtù che valga a far sì che un giorno la nostra bella morte sia
argomento d'invidia a quelli stessi che vivono.»
[Illustrazione: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che
da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la
nostra amorosissima patria?» _Cap. IX, pag. 238._]
* * * * *
Dante da Castiglione era giunto ai bastioni di San Miniato con mirabile
arte condotti per industria del divino Michelangiolo. Quantunque
il Varchi ci narri nel decimo libro delle sue _Storie_ essere stati
biasimati da alcuni perchè fatti con troppi fianchi, le cannoniere
troppo spesse, per le quali venivano a indebolirsi, e troppo ancora
sottili da non potere reggere l'urto delle grosse artiglierie, —
nondimeno furono tenuti non solo per cotesti tempi stupendi, ma in
epoca più recente meritarono che Vauban, celebrato ingegnere francese,
ne levasse la pianta e ne prendesse le misure[151]. Questi bastioni
cominciavano fuori della porta San Francesco, e salendo su pel monte
circuivano l'orto, il convento e la chiesa di San Miniato; — così
descritto un larghissimo ovato si ricongiungevano alla porta San
Francesco. Nell'orto di San Miniato era alzato un fortissimo cavaliere
che guardava il Gallo e Giramontino. Ancora poco sotto del convento
di San Francesco fu fatto un altro bastione, il quale con le sue
cortine scendeva giù da oriente fino al borgo di Porta San Nicolò e
terminava con alcune bombardiere poste sopra Arno: altri bastioni e
puntoni e cavalieri costruirono che non importa descrivere, armati
di grossi panconi di quercia, ripieni dentro di terra e di stipa, di
fuori fasciati con mattoni crudi composti di terra pesta mescolata con
capecchio trito.
Non tutte siffatte fortificazioni erano condotte a termine nel tempo di
cui favelliamo, perocchè mancassero i fossi, le vie coperte e simili
altri accessorii; e poichè il nemico stava a fronte, e di giorno in
giorno si temeva l'assalto, così non ismettevano mai il lavorio di
giorno o di notte. Dante salendo pel poggio si fermò un momento a
contemplare un numero infinito di fiaccole scorrere di su, di giù,
da tutti i lati, e al chiarore di cotesti fuochi ammirò il solenne
spettacolo di un popolo irrequieto per la propria difesa, pago, per
mercede, del contento che l'opera stessa gli somministrava, senza
secondi pensieri, senza idea comunque lontanissima di accordo, nè anche
per ombra dubbioso di potere perdere la prova, fidente in Dio, fidente
nel suo braccio, affatto sublime; popolo vero insomma, non già sozza,
cupida, ignorante, iattante plebe e codarda; onde sospirando ebbe a
dire: — Te felice, o popolo, se non ti fossi mai lasciato soverchiare
dai tuoi eguali! Le mani che trattano la zappa meglio delle altre
saprebbero reggere lo stato. —
Michelangiolo Buonarroti, non vecchio ancora, che di poco oltrepassava
il cinquantacinquesimo anno, di membra vigorose e spigliate, con quel
suo impeto terribile si vedeva trascorrere veloce da un punto all'altro
senza posare un momento; pareva lo spirito agitatore di tutto il popolo
quivi raccolto; lo avreste detto per quel suo roteare fantastico il
genio custode della città.