dinanzi», continua il Bandino senza rispondere alle parole del
principe, fisso com'era nel suo pensiero; «per la festa di san
Zanobi in santa Maria del Fiore, là presso alla parete ov'è sospeso
il simulacro del divino poeta,[139] i nostri occhi s'incontrarono
insieme; parve che i miei sguardi la infiammassero, perchè ella si
fece accesa nel volto, come le vampe di fuoco le ardessero davanti, ed
abbassò il velo: poco importa; ormai la sua immagine mi stava incisa
nel cuore; dovunque guardassi io la vedeva; ed in vero ella si partì
dalla chiesa, io non rimossi mai gli sguardi dal luogo che ella tenne
occupato; gli uffici divini cessarono, tacquero gli organi, spensero
i ceri, ed io pur sempre mi rimaneva immobile credendo tuttavia
di vederla. Agevole cosa mi riuscì conoscere chi ella si fosse, a
quale casata appartenesse: nobile stirpe e superba, di ogni bene di
fortuna largamente provvista; ma anche i miei nacquero di gentile
lignaggio, se non che gli averi erano scarsi; la mercanzia siccome
aveva favorito la famiglia della donzella, aveva nabissato la mia.
Secondo il costume dei giovani cominciai a passare sovente sotto alle
sue finestre; presi dimestichezza con gli artefici vicini per avere
onesto motivo di trattenermi nella contrada; nella notte o sul mattino,
accompagnandomi sul leuto, le cantai sotto il balcone dolcissimi versi
d'amore; praticai in somma quello che costumano coloro cui scalda il
petto l'ardente fuoco della passione e non sanno trovare modo altro
diverso da manifestarla alla amata donna. Con quanta speranza io mi
moveva da casa, e come avvilito vi rientrava! Verun cenno apparve alle
finestre mai; mai vidi sporgere un capo il quale indicasse intendere
all'amoroso lamento; io conduceva tristissimi giorni disperato della
vita. Certa volta che dopo lunga e sempre vana dimora mi era fermato
a novellare con certo archibusiere della contrada, io mi tornava a
capo basso, dolente; giunto che fui allo estremo della via sul punto
di scantonare, una ispirazione interna mi disse: volgi la testa, — ed
io di subito mi voltai: una figura si ritrasse dalla loggia alta della
casa, veloce più che mano non si allontana dal ferro rovente; — amore
aguzza lo sguardo, ed io la riconobbi... era ben dessa, e ne piansi
di gioja. — Deh! in cortesia, monsignore, vogliatemi perdonare s'io vi
trattengo con la storia di siffatte quisquilie... Se sapeste però come
taglienti me le abbia incise la memoria nel cervello... se lo sapeste!
non vi dirò come trovassimo modo a favellarci; non vi dirò nemmeno
come per una serie di eventi ora tristi ora lieti e sempre pieni di
passione venisse lo istante nel quale la fanciulla, vinto il pudore
verginale, mi confessava: Io ti amo... Io vi giuro, monsignore... in
che vi giurerò io? Non conosco più nulla di sacro nella terra o nel
cielo. E pure gli angioli avrebbero potuto senza velarsi gli occhi con
le ale contemplare cotesti colloquii, imperciocchè le parole e gli atti
vi fossero casti quanto quelli ch'essi alternano in paradiso. Io ti
amo! ella mi disse: ora, quando anche vi avessi fede, la vita futura
non m'ispira speranze nè terrore; il gaudio dei santi e i tormenti
dei reprobi io gli ho provati. — Comunque vi ponessimo diligentissima
cura, non potemmo tanto cauti procedere nei nostri amori che alfine
uomo non se ne accorgesse; già non si cela amore! — All'improvviso
ogni via di vederla mi venne tronca nè in chiesa più nè in casa di
amiche o di parenti; il suo palazzo chiuso, impenetrabilmente chiuso.
Certa notte ch'io mi vi aggirava d'intorno come forsennato, sento
una man forte percuotermi sopra la spalla e minacciarmi una voce: —
Fa di allontanarti da queste contrade, se tu non vuoi lasciarci la
vita. — Trema egli Appennino ai venti di primavera? Tale mi rimasi io
alle superbe parole, e continuai a visitare di e notte quei luoghi
più frequente di prima. Non corse gran tempo da questa a un'altra
notte nella quale, passando vicino alla dimora dell'amata donna, di
repente un colpo mi ferisce sul fianco; e fu sì fiero che, sebbene
io me ne andassi riparato di giaco, il pugnale lo trapassò fuor fuori
rompendovisi dentro: poco mancò non percotessi con la faccia la terra;
non mi smarriva di animo per questo e, tratto di sotto la cappa la
spada, mi posi in difesa; erano tre, e due fuggirono, il terzo rimase;
essendo buio fitto, ci saremmo per certo uccisi ambidue, quando i
vicini svegliati al rumore si affacciarono ai balconi coi lumi; io
vidi allora il mio nemico armato di spada e pugnale: a mia posta
strinsi lo stiletto, ed opponendo al suo stile la spada, alla sua spada
lo stile, cominciammo un gagliardo combattimento; i vicini urlando
raccomandavansi non volessimo insanguinare la contrada; vedute riuscire
le raccomandazioni invano, chiamavano la famiglia del bargello; noi
non gli ascoltavamo e tuttavia attendevamo a schermire. Egli era
franco cavaliere il mio nemico e spedito così che ben ci voleva arte
e prontezza per accorrere alle difese; chi fosse ignorava: — il volto
tenea coperto con la maschera di velluto. Durava da un quarto d'ora il
duello, nè la fortuna pendeva da una parte piuttosto che dall'altra,
quando ecco accorgermi ch'ei tenta imprigionarmi la spada e strisciando
col pugnale lungo là lama ferirmi; uso l'inganno e fingo lasciarmi
vincere, sicchè egli, precipitando a mano destra l'offesa, allenta a
mano sinistra la difesa; allora con un punto rovescio ponendo la sua
spada a contrasto tra la lama del mio pugnale e la traversa, le do
a leva di forza e gliela faccio balzare di mano: nel medesimo tempo
indietreggio di un passo, riguadagno la mira e poi sottentro veloce
tenendo a bada con la spada il suo pugnale ed incalzandolo mortalmente
col mio: povero di consiglio, presago oramai del suo fine, mentr'egli
cerca salute nei passi retrogradi incespica e cade. La maschera gli
sfugge dal volto, le sue sembianze rivela; allora un altissimo grido
mi percuote, sollevo gli occhi e vedo la donna mia scarmigliata
affacciarsi alla finestra e, tese le braccia supplicare in mercede:
Deh! per Dio non lo uccidete, ch'egli è mio fratello di sangue. — Già
dal suo palazzo prorompevano intanto armati e il padre per aiutarlo:
intempestivo soccorso perchè la sua vita stava nelle mie mani. Riposi
pacate la spada e il pugnale, e la mano gli porgendo a sollevarlo.
— Messère, gli dissi, potrei darvi là morte, ma penso dovere esservi
molto maggiore castigo la vita; perchè tanto odiate chi vi ama? — Ciò
detto partii. — Bene, nei giorni successivi e nelle notti non disusai
aggirarmi per quelle contrade e di tenere fisso lo sguardo al palazzo;
d'ora in poi mi fu chiuso come il sepolcro: i vicini interrogati
rispondevano non avere più veduto la fanciulla nè donna altra di casa;
aggiungevano alcuni: Forse la menarono in villa. Ed ecco ch'io percorro
le campagne, prendo voce, indago, per iscoprire mi travesto, e sempre
invano; così che alfine ne perdo affatto ogni traccia. Spesso, di
animo e di corpo abbattuto, truci immaginazioni mi spaventavano: —
l'avessero uccisa! — e la morte di lei in cento modi diversi e tutti
terribili agitava la inferma mia mente; — appena io mi era ristorato
alquanto, tornava col mattino la speranza... Voi ben sapete come sia
la speranza palpitante e vitale nel giovane innamorato. — Alfine io
sopravvissi alle sue lusinghe e, fatto cadavere prima di chiudere gli
occhi al sonno eterno, mi distesi muto sul letto aspettando e invocando
la morte. Le lagrime del povero padre mio che amava tanto e la poca
vita tenace a rimanersi mi concitavano a sdegno, sicchè un giorno
empiamente gli dissi: Lasciatemi in pace, padre mio: il male maggiore
mi venne da voi quando mi deste la vita; ora concedete che al vostro
misfatto io ripari procurandomi la morte! — Mio padre cessò il pianto,
e seduto a lato del letto mi abbracciò con ambe le mani le ginocchia
dicendo: — Moriamo insieme; — ed io: — Moriamo, se così vi talenta.
— E certo morivamo di inedia, quando sul declinare del giorno udimmo
strepito alla porta della camera, e subito dopo entrare un giovane di
oneste sembianze, il quale piegatosi al mio orecchio susurrò: — Per
quanto vi è cara la vita di colei che amate, sorgete e venite meco!
— Lo fissai con occhi esterrefatti e immaginando la sua apparizione
errore della fantasia: — Partite, risposi volgendo il fianco sopra
l'altro lato, chè io non posso andare standomi in colloquio colla
morte. — Ma egli si dimostrò cosa reale e parole mi disse per le quali
sentendomi all'improvviso pieno di vita, mi gettai giù dal letto
e gli tenni dietro. Mio padre vinto dalla stanchezza dormiva... nè
io pensai a svegliarlo e per suo conforto avvertirlo; non mi venne
neppure in pensiero quale e quanta sarebbe stata la disperazione del
vecchio destandosi e non vedendomi più, inconsapevole di quello fosse
accaduto di me... tanto è demonio l'amore! — Arrivato all'aria aperta,
mancarono al desiderio le forze; e sarei caduto, se lo straniero non mi
avesse sorretto e accomodato in groppa al suo cavallo. Con misteriosa
diligenza giunti sul canto di Via dei Pescioni, consegna il cavallo
a un famiglio quivi appostato e sorreggendomi mi conduce verso il
palazzo della mia donna. Ben mi cadde in pensiero il tradimento, ma
non lo temei, tanto, peggio di vivere non poteva accadermi: fu aperto
un usciuolo, mi trassero silenziosamente per diverse sale e poi mi
deposero dentro una cameretta: vidi un piccolo altare, sentii odore
d'incenso, l'aere calda, indizii manifesti che il Viatico si era
soffermato là dentro, e presso l'altare sopra un letto mi occorse
giacente la donna mia, calate le palpebre, le labbra bianche e la
pelle del colore di cera, come persona prossima al transito; — sentii
uno stringimento di cuore e caddi privo di conoscenza, lieto pensando
di toccare l'estremo momento della mia vita. — Quando rinvenni, mi
percosse in prima uno schiamazzo, un pianto e preghiere e minaccie in
molto terribile guisa: apersi gli occhi e vidi il padre della donna
mia avvampante di sdegno, con labbra enfiate rampognare certe donne
che gli stavano attorno con atti supplichevoli e lo fermavano per le
braccia con parole dolcissime raumiliandolo. Il giovane a cui aveva
salva la vita, quando il padre sembrava piegare agli scongiuri delle
donne, se gli accostava all'orecchio e gli dicea parole che a guisa di
vento suscitavano la fiamma dell'ira in quel vecchio feroce. La donna
mia piangeva, ma le mancava la forza di articolare parola, ed a me
pure mancava: mi provai più volte, e sempre invano: al fine fiocamente
favellai: Pel sangue di nostro Signore Gesù Cristo, lasciateci morire
in pace! — E quasi fosse stato sforzo superiore alla mia poca lena,
svenni di nuovo. Tornato lo spirito agli uffici consueti della vita,
mi vidi al capezzale il padre della donna, il quale con volto benigno,
Attendete a ristorarvi, mi disse, e preparatevi ad ascoltarmi; quello
che il cielo vuole forza è che uomo anche voglia! — Lo rividi verso
sera, ed accostatosi quanto più presso poteva al mio volto, — Figliuol
mio, cominciava, poichè umano argomento non vince l'amore che la mia
figliuola ti porta, e poichè vedo a prova manifesta come anche tu
ardentissimamente l'ami, e il contristarvi le nozze sarebbe certa
cagione della morte di entrambi, a Dio non piaccia che in questa mia
vecchia età prossimo a rendere conto della mia vita all'Eterno, contro
al mio sangue mi renda micidiale. La tua stirpe è gentile, i tuoi
costumi onesti: una sola cosa mi offende in te, e non è tua colpa,
voglio dire il difetto dei beni di fortuna, ciò mi trattenne fin qui
dal consentire che tu tolga in moglie la mia figliuola Maria: tu saprai
un giorno quanto piaccia al cuore del padre allogare i figliuoli
in famiglie più potenti della sua e quanto all'opposto rincresca
scemare; però siete giovani entrambi, che tu non mi sembri toccare
il diciottesimo anno, e la fanciulla appena ne conta quindici: la
fortuna, come donna, ama i giovani; viviamo in tempi nei quali riesce
di leggieri, a cui vuole davvero, metter insieme danari; sopra tutte le
parti del mondo vedo prosperare i nostri mercadanti in Ispagna, fuori
di misura doviziosa per l'oro che a lei mandano le Indie non ha guari
scoperte. Io ti prometto la figlia: fidanzatevi, ve lo concedo: poi
su questa croce giurami che te ne andrai a procacciare tua ventura in
Ispagna per tornare presto a condurre donna e statuire famiglia con lo
splendore conveniente alla stirpe donde esci e a quella a cui la tua
moglie appartiene. — Promisi e con pieno cuore; — qual cosa non avrei
io promesso? Restituito alla vita, rigoglioso di giovanezza, felice per
potere consumare i miei giorni al fianco della donna amata e dirle: —
Io ti amo, e sentirla rispondere: Ed io pure ti amo; — parole mille
volte ripetute e mille volte ascoltate con dolcezza ineffabile...
miracolo nuovo di amore! — Ebbro del presente, dimenticai la promessa,
che troppo mi occupava l'anima la mia passione per conservare memoria
di quello che fu, paura per quello che sarebbe stato. — Più volte
mi parve esitasse il padre di turbare così lieto vivere esigendo
l'adempimento della promessa: pure una notte, quando me lo aspettava
meno, mi trasse in disparte; e, Figliuol mio, — così favellando
piangeva lacrime forse vere e forse finte, perchè chi aggiunge l'uomo
nella simulazione? — Figliuol mio, quanto più ti trattieni, e più
allontani il tempo delle tue nozze: va, la stagione ti corre propizia,
ed io ho ferma speranza in Dio di rivederti fra due anni tornato
ricco a casa. — Vi tacerò gli augurii, i pianti, le disperazioni per
trattenermi, e poi i voti, le promesse, i giuri quando fu determinata
la partenza; tutte cose meste, non dolorose nè di triste presagio,
come quelle che da lontano illuminava la speranza: solo l'aspetto del
fratello era in quel tumulto di passioni quasi serpe tra i fiori, quasi
Satana nel Paradiso terrestre: mi stese la mano, ed io la sentii umida
di freddo sudore, n'ebbi ribrezzo come se avessi tocco la pelle di
un rettile: — ma la gioventù è obliosa, la sperienza viene col tempo
e ci fa notare questi eventi col sangue più puro del nostro cuore.
La fortuna, per flagellarmi meglio, spirò un fiato favorevole nelle
vele; partii, giunsi e dimorai a Cadice e a Siviglia, dove impresi
traffici smisurati: nei traffici rovina agli altri, io cresceva; i
pazzi consigli miei riuscivano meglio dei savi provvedimenti altrui;
apparvi oracolo, e fui soltanto avventuroso; la turba m'invidiava, mi
applaudiva ed adulava. Le lettere prima mi vennero frequenti da casa,
poi più rade, ma affettuose pur sempre, — in seguito più rare ancora,
— finalmente cessarono; ciò accadde presso al terminare del secondo
anno, epoca in cui aveva statuito il ritorno; la mancanza di nuove
mi tenne di mala voglia, non mi sconfortò nè fece temere infortunio,
imperciocchè sapessi come Giovanni d'Albret re di Navarra, cacciato
ingiustamente dal regno per opera di Ferdinando d'Aragona, avesse co'
soccorsi di Francia ricuperato l'antico dominio, e quivi si agitassero
terribilissimi combattimenti, a cagione dei quali il comunicare per
terra di uno stato all'altro veniva rotto, e dalla parte di mare i
legni di Francia e degli alleati loro, tra i quali fedelissimi si
mantenevano i Fiorentini, non si attentavano farsi vedere nei porti
di Spagna. Incerto del ritorno, lascio fondaco aperto in Siviglia,
ed imbarcatomi sopra un brigantino giungo a Genova; travagliato dal
mare che sembrava volesse impedirmi il ritorno, continuo il viaggio
per terra; nessuna lettera mi precede; intendo arrivare inaspettato e
sconosciuto. Oh come forte mi tremò il cuore quando prima scopersi da
lontano la cupola della basilica nostra! se avessi avuto l'ale non mi
sarebbe sembrato di affrettarmi a mia voglia: pur giungo e difilato
mi avvio alla casa paterna; la mano mi manca per bussare alla porta,
altri bussa per me, si apre, chi mi apriva non guardo, corro, corro
in traccia di mio padre; la casa è vuota!.... Rifaccio i passi, e vedo
il vecchio genitore genuflesso davanti un Crocifisso, e ascolto tra i
singhiozzi pregare riposo all'anima mia.... — Sono io morto, perchè mi
diciate il _requiem_? — esclamo maravigliato; e il padre piange e più
che mai si raccomanda: mi accosto, ei trema e non ardisce guardarmi.
Anima benedetta, egli diceva con stupenda prestezza, anima benedetta,
va in pace, io spenderò in suffragarti l'ultima mia masserizia... va
in pace. — Tornate le persuasioni invano, mi vinse lo sdegno, mi dolsi
del modo col quale mi accoglieva, minacciai andarmene tanto lontano che
mai più avrebbe riveduto la mia faccia, di poco amore lo rampognai.
Egli sorse allora tra stupido e spaventato, e: Tu vivi? — mi domanda
con parole interrotte... Mi tocca... mi bacia... e quando il suo
dubbio fu tutto spento, crudeli! crudeli! esclama e mi cade semivivo
tra le braccia. Qual io rimanessi non saprei con discorso convenevole
raccontarvi. Egli rivenne tosto, e io ansiosamente gli domando: Ch'è
questo, padre? e la donna mia? — La donna tua? mi risponde, — quanti
ne corrono del mese? — Il dieci di febbrajo. — Il dieci, veramente il
dieci? — Sì, il dieci. — Vieni a vedere la tua donna, — e con impeto
giovanile mi trasse fuori di casa. Giungiamo alle porte di Santa Maria
del Fiore; quivi incontrammo fanti e donzelle, i quali tenevano per le
redini in copia palafreni; entriamo in chiesa, la più parte sepolta
in profondissima oscurità; andiamo oltre, e pervenuti al punto della
nave dove sospeso alla parete si ammira il simulacro di Dante, coronata
con la ghirlanda nuziale, con lo sposo al fianco, blandita da gioconda
comitiva, ritorna da legare la sua fede eternalmente ad un uomo dal piè
degli altari una donna, e questa donna è la mia!... Empii di un grido
orribile le volte del santuario e, stretto il pugnale, mi precipitai
a trucidare la spergiura; mutati appena due passi, il ghiaccio di un
ferro mi penetra nelle viscere, e precipito avvolgendomi nel mio sangue
sul pavimento. Non piacque all'inferno ch'io mi morissi: udite stupenda
nequizia umana! Aperti gli occhi, mi trovo giacente sopra miserabile
pagliericcio, dentro una stanza vuota, le mani e i piedi stretti da
funi... non mi rinveniva, cercava con la mente nè giungeva a indovinare
in qual luogo mi avessero condotto e perchè così legato. All'improvviso
mi spaventa uno schiamazzo confuso di minaccie, di percosse, di pianto,
di preghiere e di risa; e sopra tutte queste voci tempestare un urlo
che diceva: — Chiudete le porte, san Pietro! — san Paolo, di grazia,
a che tenete quello spadone ai fianchi? — Or dov'è andato l'arcangiolo
Michele? — I demoni danno l'assalto al paradiso.... e' l'hanno preso,
— l'hanno preso, — scomunicati! — eretici! — così bussate il Padre
Eterno? poveraccio! — Mi accorsi che mi avevano condotto all'ospedale
dei pazzi. Nè stette guari che, aperti gli usci della stanza, vidi
entrare diverse genti, che riconobbi dagli abiti pel medico, lo
spedalingo e i servigiali. Il medico, lindo, aggraziato, superbo del
suo bel mantello pavonazzo, si accosta al letto e, vedendomi con gli
occhi aperti, mi domanda: — Come va, frate? — Oh Dio! messere, una
gran doglia il fianco destro mi tormenta, e queste funi mi segano le
braccia: deh! per la croce di Cristo scioglietemi, che soffro tanto
che poco più si ha da soffrire nell'inferno. — Il mastro, tastandomi il
polso senza altrimenti badare alle mie parole, si volge allo spedalingo
e gli dice imperturbato nel volto: — Reverendo, non vi lasciate
ingannare da questa quiete apparente; le arterie gli battono come se
fosse un cavallo, con buon rispetto parlando; è natura di questi morbi
rimettere alquanto della loro malignità per quindi travagliare più
veementi di prima: non gli sciogliete le mani: perchè non ha egli preso
la purgagione? Ingegnatevi fargliela trangugiare, se non per amore,
per forza. Il cerusico muterà l'apparecchio alla ferita: — badate che
non si agiti quando lo medica; ogni moto qualunque gli apporterebbe
certissima morte. — Davvero le arterie dovevano battermi con impeto;
io sentiva dentro ribollirmi il sangue, non potendo sostenere coteste
parole che mi sonavano dileggio. — Scioglietemi, gridai, o me ne
renderete ragione davanti gli Otto: chi vi ha detto che io sono pazzo?
Dov'è questo marrano, questo ribaldo? Io fui tradito, percosso, ed ora
mi legate per pazzo... ve la dirò io la storia... uditela... forse ne
sentirete pietà. — Ecco, interuppe lo spedalingo dal volto di colore
del piombo, i sintomi da voi presagiti ritornano; un accesso di mania
lo minaccia... — È indubitato! risponde il medico aggiustandosi con
sufficienza il collare, e si dispone a partire. — Forse non volendo
il medico mi conservava la vita; imperciocchè se mi avessero sciolto
un momento, malgrado la debolezza estrema, la piaga mortale, io sarei
balzato dal letto per correre non già alla vendetta ma al sepolcro...
e per avventura era il meglio. Se colà dentro io non perdei lo
intelletto, ne ho l'obbligo al pensiero fisso dei miei dolori, il quale
non mi concedeva che non ponessi troppa mente ai miseri rinchiusi
nell'ospedale. Immaginate: da un lato mi stava una madre maniaca
la quale nell'ultima piena dell'Arno aveva perduto casa, marito e
due figli. Ogni notte, quando il sonno cominciava ad aggravarmi le
palpebre, ecco la donna con urli lugubri gridare: — La piena viene!...
la piena viene! — prendi il tuo figliuolo, Giovanni; io prenderò la
bimba, e fuggiamo via... — E dopo poco mutando voce riprendeva: —
Sta cheta, strega, io vo' dormire; se non ismetti di gracidare ti do
della marra sul capo... — Sii maledetto! borbotta fra i denti e quindi
soggiunge con voce naturale: — Lévati, prendi il figliuolo e quanta
masserizia più puoi; ubriacone, lévati... senti.... senti.... ah! non
è più tempo.... misericordia! che notte!.... guarda alla vampa del
fulmine il fiume che precipita... fuggi... — Io vo' dormire. — Dormi:
gran mercè dell'aiuto! Tancia, Lessandra, che notte! acqua e fuoco;
ma la Dio grazia io tengo l'argine; costà ho lasciato in gola al fiume
poche cose in verità... le masserizie e il marito.... e un figliuolo...
dalle masserizie... in fuori devo ringraziarne la fortuna... mi basta
la figliuola.... questa ho menata con me.... io l'amo tanto! — e qui,
a dirvela in confessione, Tancia, la mia figliuola Nannina l'ho avuta
dal vostro fratello Baccio; ci amavamo prima ch'io andassi a marito,
e non me lo sono potuto scordare; il sere mi dice ch'è figliuola del
peccato... ma oh! io amo la figliuola e il peccato.... Nina, vieni....
dove sei? Nina.... Nina.... in qual parte ti sei cacciata adesso? Se
la nascondeste, donne, rendetemela per carità... se l'avete veduta,
indicatemela... me ne fossi dimenticata.... no.... sì.... ah trista
me! l'ho scordata. Baccio, va a salvare tua figliuola; ah! egli non si
vede.... egli tarda.... e il tempo stringe.... Chi siete voi? uomini
forse? andate a salvarmi la mia Nannina; non posso offrirvi nulla,
la piena mi ha portato via ogni bene della terra; se vi piaccio, vi
abbandono il mio corpo; se no, voi avrete per certo a rifabbricarvi
la casa; le acque vi hanno affogato il giumento, io vi porterò pietre
e calcina.... non siete andati? Non volete andare? Iniqui! scherani!
e l'ora fugge, e la maledizione non salva la mia figliuola... Cristo,
che sostenesti san Pietro sul mare, sostieni anche me povera madre!
Affogo.... affogo.... — E qui si rotolava sul pavimento continuando
a cacciare urli disperati, ma indistinti a guisa di singulti. —
Dall'altra parte era rinchiuso un giovanetto diventato pazzo per amore;
— la giovane anima sua, comparsa appena su l'emisfero della vita,
si ottenebrava, ed egli ora forniva il suo corso mortale ricinto di
nebbia, siccome sole nei giorni incresciosi dell'inverno; la morte
aveva dopo di lui baciato le labbra alla sua donna, e il giorno
appresso trovò il verme là dove poche ore innanzi aveva libato il
profumo dell'amore. Nel giorno, il misero taceva; verso sera cominciava
a preludiare una canzone; caduta la notte, cantava con armonia mesta,
arcana, per così dire pregna degli effluvii della sua vita, perchè
invero la commozione che pativa cantando lo consumava, e di giorno
in giorno, secondo quello che si racconta del cigno, più dolcemente
cantava e più si approssimava a morire; tutte le canzoni compiva col
verso:
Luce degli occhi miei, chi mi ti asconde?
E quando la voce stanca gli rifiutava l'ufficio consueto, piangeva
forte, sempre chiamando Selvaggia, e si raccomandava di ottenergli
dal cielo pronta la morte, perchè egli si sarebbe ucciso; ma avendo
inteso che i violenti contra sè stessi vanno dannati, non si attentava,
sapendo troppo bene lei essere nel cielo; e s'egli voleva adorarla
costà, gli bisognava invocare, non darsi la morte... Felice lui! Una
notte cessò il canto e la vita. Dove andò la sua anima? Che importa
saperlo? Nessuna creatura al mondo si spense con maggiore desiderio
di morte. — Poc'oltre uno sciagurato usuraio, impazzito pel furto
della male raccolta pecunia, giorno e notte contava il danaro, dieci,
cento, mille, in suono profondo, monotono, da disperare chiunque
l'udiva; talvolta fantasticava di avere al cospetto la vittima e
ripeteva le parole che certo gli furono abituali nell'esercizio
dell'infame mestiero: — Non posso, in verità non ho danaro, l'argento
è caro, ne parlerò ad un amico che non vuole essere nominato; tutto
in monete già non isperate di avere; voi avete una cera da giovine
dabbene, m'ingegnerò di farvi servizio come se fosse per me: — tale
altra raccomandava al servo frugasse la casa, avere udito rumore;
oppure rampognava il fabbro su le serrature deboli e non le voleva
pagare... ma quando gli ritornava al pensiero il giorno in che vide
la cassa scassinata e vuota dell'ultimo soldo... oh! allora sì, che
cacciava gridi presso i quali perdevano il paragone quelli disperati
della madre che chiamava la figlia dell'adulterio. — Dirimpetto, un
pazzo si credeva mutato in orologio, e rigido rigido lungo il muro
agitava la destra a guisa di pendolo, con la bocca indicando i minuti,
i quarti dell'ora, le mezze, le intere ore e così durò finchè una
notte proruppe in urlo spaventevole, poi disse: Tremate! il tempo
cessa, l'eternità si avvicina, io batto l'ultima ora; — e la battè,
poi tacque: sentii inondarmi di sudore ghiaccio le membra, mi si
rizzarono i capelli; — alla dimane il matto fu trovato morto bocconi
per terra; gli si era rotta una vena sul cuore, ed aveva spirata
l'anima fra un torrente di sangue. — Non vi dirò delle infinite
altre miserie raccolte entro cotesto luogo di dolore; solo vi voglio
rammentare quell'altro matto fisso nella idea di essere il Padre
eterno; — allorchè lo schiamazzo giungeva a tale ch'egli stesso se
ne sentiva intronato, dalla sua stanza mandava le voci: — Silenzio!
Io sono il Padre eterno, io affliggo e consolo; creature, parlate al
vostro Creatore, io sovverrò alle vostre angustie. — Subito si faceva
silenzio, e indi a breve scoppiavano come tuono le grida simultanee:
Rendimi Nannina! — Scioglimi dal carcere fastidioso della vita! I
miei danari, Padre Eterno, i miei danari coll'interesse del venti
per cento e cambi di cambio! — altri altre cose. E il Padre eterno: —
Che danari? Te gli ho rubati io, furfante, chè debba restituirteli?
E poi come ho io a fare, se non mi trovo un picciolo in tasca? sta
cheto e muori, nell'altro mondo ti donerò la luna. Se tu vuoi morire
da senno, muori: io feci appunto una sola via alla vita, mille alla
morte, onde ogni uomo se ne andasse a suo bell'agio al camposanto; —
perchè dunque m'introni la testa? non hai pareti per ispezzarci dentro
le tua ossa? non travi per appiccarti? non vetri per segarti una vena?
— E tu costinci sta cheta. Nannina è in paradiso; qui intorno al mio
trono svolazza cherubino bellissimo di luce; nelle tue mani sarebbe
diventato un demonio nata di adulterio, moriva in postribolo, ed io te
l'ho tolta; — il peccato non dà mica padronanza sopra i figliuoli; —
il cielo se la prese, e il cielo non la renderà.... — E la madre: — O
Dio ribaldo, tu hai condannato l'uomo alla morte perchè non l'avesti
dall'amore; tu odii l'uomo perchè lo creasti solitario, — da te —
con le mani fredde — di diaccio, con la terra rossa, e gli gittasti
l'anima con un soffio nel naso: — se il peccato t'incresce, perchè lo
hai posto nel mondo? — E così continuava; nè gli altri proferivano
meno fiere bestemmie nè in suono più dimesso. Il giovane pazzo per
amore, dopo cotesto turbine di male parole, con voce soave favellava
sensi i quali parevano, come l'iride, simbolo di alleanza tra il cielo
e la terra, cessata la tempesta; e sovente così concludeva: — Costui
schernisce non consola: dunque questi non è Dio: imperciocchè così
Dio non sarebbe. Amore è Dio, e Dio altro non può essere che amore.
— Senza dubbio s'io avessi dovuto lungamente rimanermi in codesto
ospedale, diventava pazzo: piacque alla fortuna liberarmene in breve,
e il modo fu questo: sanato ormai della piaga, certa sera agli ultimi
splendori del crepuscolo, seguito dal servigiale col nerbo in mano,
passeggiava per un lungo corridore, alla estremità del quale una
finestra priva di ferrate concedeva vivido il circolare dell'aria:
siccome spesso mi era trattenuto in savi ragionamenti col servigiale, e
allorquando mi sentiva crucciato dalla memoria degli affanni antichi e
dal morso dei presenti me ne stessi muto, non mai però aveva prorotto
in escandescenze; ond'egli o non mi teneva del tutto matto, o almeno
mi riputava matto di benigna natura; quindi, volendo andare per certe
sue bisogne, mi disse lo aspettassi nel corridore, così avrei più lungo
tempo goduto della buona aria: uscito appena, corsi alla finestra;
quanto distasse dal terreno non bado, mi lascio andare giù lungo il
muro avvertendo di rasentarlo con la persona per ammortire la caduta;
percossi aspramente sul terreno, ma da una forte scossa nei visceri
in fuori non provai altro male; fuggo a dirotta: la notte era calata
procellosa, ed io era salvo. — Poichè ebbi corsa lunga ora a null'altro
pensando che a fuggire, incominciai a divisare dove procurarmi un
asilo, come sottrarmi alle persecuzioni dei miei feroci nemici;
pericoloso mi parve, ed era, ridurmi alla casa paterna, ma anelando
conoscere come il caso avvenisse, colà appunto mi condussi; — oscurità
e silenzio; — chiamo, busso, torno a chiamare, e sempre invano; tolto
di speranza da questa parte, il cuore mi augurando sinistramente, ma
pur non sapendo qual male temere, mi venne in pensiero il castaldo che
abitava certe casette di nostro alla estremità della via; — lo trovai
con la famiglia prostrato a terra, perchè le campane avevano suonato
l'ora prima di notte, a recitare il _De profundis_ per le anime dei
defunti: siccome inosservato io penetrava là dentro, udii pregare pace
all'anima mia e a quella di mio padre. Sarebbe egli morto? esclamai con
immenso dolore. Immaginate voi lo spavento prima, poi la meraviglia
e la esultanza di quei buoni, — i soli che mi sieno occorsi nella
vita. Il mio povero padre era morto pur troppo! Alle persecuzioni e
all'odio del malvagio, che pei rimorsi riarde più feroce, soccombeva.
Vieni, dissi al castaldo, menami al sepolcro di mio padre. — Egli
mi accompagna nel camposanto di Santo Egidio, colà si ferma davanti
una fossa priva di lapide e, — qui, — mi dice piangendo, — riposa
messer Pierantonio vostro padre. — Già per la via il castaldo mi aveva
narrato la fama sparsa della mia morte, l'eredità concessa a lontani
collaterali protetti dai miei nemici, il pericolo sovrastante, la
nessuna speranza di giustizia; e nè anche, la potendo ottenere, la
giustizia delle leggi mi sarebbe riuscita a grado, chè i miei nemici
con le proprie mani avendomi distrutto, con le proprie mie mani io mi
era deliberato distruggerli; dente per dente, pelle per pelle, come
insegna Moisè; presi nella destra il pugnale, nella manca un pugno
della terra che l'ossa ricopriva di mio padre e giurai vendicarmi...
di vendetta italiana... case sovvertite dai fondamenti, campagne arse,
famiglie trucidate dal decrepito al lattante, — e poi morire. Udiste
mai offesa più acerba? — Aspettate e vedrete come saprò vendicarla.
Intanto solo e ramingo, non vedeva verso di condurre a fine il mio
proponimento; ogni dì più la disperazione mi cangrenava il cuore, e
il tempo fuggiva non maturando il frutto di sangue; — pensai adunare
una mano di masnadieri, ed il feci; ruppi le strade, empii di terrore
Romagna; ma quando proposi di assaltare all'improvviso Fiorenza, i
compagni esitarono ed al fine non vollero: io gli abbandonai vergognoso
di essermi tanto degradato invano: — condottomi in Lombardia, mi versai
in quelle guerre senza gloria per noi Italiani ed ebbi fama di prode:
— ma poichè il desiderio di vendetta non iscemava per tempo, il mio
demonio mi consigliò nuovo modo: andai a Roma, chiusi bene nel seno
l'odio pe' Medici e mi accomodai agli stipendii di papa Clemente;
sperava un giorno mi avrebbe mandato in patria o magistrato o capitano
di milizie o carnefice, in condizione insomma da potermi bagnare le
mani nel sangue abborrito dei miei nemici: procedei come il tarlo il
quale per durezza non si abbandona, ma più e più sempre laboriosamente
s'inoltra; la fortuna, che presto o tardi favorisce chiunque voglia
davvero, superò la speranza; avvenne la cacciata dei Medici, la pace
tra il papa e l'imperatore, la guerra contro Fiorenza; eccomi in campo
prossimo a cogliere il frutto a cui sacrificava affetti, avvenire,
fama, salvazione forse dell'anima, tutto; della intera città io divoro
cogli occhi un punto solo, e da lontano gli avvento fiamme. — Ben mi
duole di avere unita la mia alla causa dei Medici, tralignati troppo da
quello che furono; se fosse vissuto Giovanni dalle Bande Nere, all'odio
aggiungeva eziandio l'utile della patria, e, non che mi rimordesse
coscienza, menerei vanto del mio concetto; — oh in mancanza di quel
grande la fortuna ci avesse dato un ambizioso, come Lorenzo duca di
Urbino, o almeno un potente in negozii, come Lorenzo il vecchio! — ma
i Medici, quali ora sono, conciterebbero a sdegno, se non movessero a
riso...»
«E per colpa di un solo volete sommersa la barca? A parere mio, io vi
terrei meno tristo, se uccideste i vostri nemici a tradimento. Per odio
privato voi condannate a morte l'antica repubblica di Fiorenza.»
«Che significa repubblica? Ella è parola di largo contorno e dentro di
sè comprende libertà da comizio e tirannide d'inquisitori di stato.
Il governo dove impunemente si commettono misfatti quali soffersi io
non può dirsi libero, e tale invero non fu mai il nostro; e poi io
sacrifico volentieri la libertà passaggiera alla forza perenne, madre
vera di durevole libertà.»
«Non vi comprendo.»
«Vorrei una Italia, vorrei, come Giulio II, il pontefice di gloriosa
memoria, ridotta in un corpo solo questa misera patria, perocchè mi
dolga.... oh! mi dolga assai il suo ludibrio di secoli.... E dopo papa
Giulio, che n'ebbe volere e potere, veruna persona è più acconcia, se
ne avesse il volere, di tale che voi conoscete, monsignore; — di tale
che se avesse sortito dai cieli spiriti della stregua dell'alto suo
grado, avrebbe a quest'ora condotta a fine tale impresa di cui per
avventura non gli balenava mai nella mente il pensiero.»
«Ed io lo conosco?»
«Assai.»
«E si chiama?»
«Filiberto di Chalons, principe di Orange, vicerè di Napoli...»
«Messere Bandino, pensate ch'io sono soldato dell'imperatore, ch'io fui
preposto all'esercito per ricondurre i Medici in Fiorenza...»
«Io penso Carlo V desiderare che Fiorenza sia retta da gente a lui
amica, non collegata perpetuamente coll'emulo di Francia; se questo
spera ottenere co' Medici, con voi l'otterrebbe di certo.»
«E se Carlo si ostinasse a mantenere il trattato con Clemente?»
«Sarebbe la prima volta che un principe si ostina a mantenere la sua
fede. E poi l'imperatore per ora altre faccende ha sulle braccia.
In ogni caso, il vostro esercito conosce voi soltanto, e Fiorenza ha
danaro per mantenerlo in guerra.»
«E ai Medici pensaste, messere Bandino?»
«Pensai, e vidi il papa vecchio e impotente — e odiato; il duca
Alessandro e il cardinale Ippolito non meno di lui tenuti in dispregio:
anche i partigiani di casa Medici (e partigiani veri ne contano pochi)
non amano Giulio figlio illegittimo e forse supposto di Giuliano,
comecchè adesso papa Clemente, nè Alessandro figlio adulterino di lui
e di schiava africana moglie di certo vetturale da Colle Vecchio, nè
finalmente Ippolito figlio illegittimo del Duca di Nemours; Cosimino,
se non fosse di troppo fresca età, aiutato dalla reputazione del padre
Giovanni, avrebbe séguito e grande; gran danno per lui essere nato
troppo tardi! — rimane la duchessina Caterina figlia legittima del duca
di Urbino, giovine, vergine e prossima alla età da marito. — Principe,
un sangue vale l'altro; non vi parebbe questo un vincolo da farvi amici
i partigiani del nome dei Medici[140]? Del Guicciardino, del Valori
ed altri simili a loro non è da parlarne; odiano la repubblica perchè
nulla sperano da lei; il principato non amano, sibbene sè stessi;
quando abbiano utile in voi, voi seguiranno, e voi date loro a dividere
questo utile facendoli seguaci vostri....»
«Dal vostro disegno alla corona d'Italia gran tratto ci corre; e quanto
potrebbe accomodarsi col duca forse si guasterebbe col re....»
«Fiorenza intanto è un bel fiore per cominciare la corona italica; al
rimanente penseremo poi; nulla vede chi troppo prevede; i tempi e gli
eventi dànno consiglio, e da cosa nasce cosa.»
«Udite, Bandino; dacchè avete pensato a tanto, pensaste voi starsi qui
in campo Girolamo Morone?»
«Morone! — Me lo rammentereste voi forse, principe, per la proposta
uguale che fece al marchese Davalo e pel modo turpe col quale il
marchese sè medesimo, Italia e il Morone tradiva? Se me lo rammentate
per questo, ricordatevi a vostra posta il Davalo essere morto in
condizione privata, sospetto a Cesare, odioso agli Italiani, infame al
cospetto del mondo e tenuto in dispregio dal divino intelletto della
marchesana sua moglie Vittoria Colonna[141]. Traditemi, se volete; a me
piace il supplizio, se a voi piace la infamia.»
«Pace! pace! Dove trascorrete con quel vostro ingegno di fiamma?
io voleva avvertirvi che se un giorno quello scaltrissimo Morone
si affaticò a ordinare col Pescara che gli Spagnuoli tutti si
ammazzassero, oggi, mutato animo, sostiene con ogni sua possa le parti
di Cesare.»
«E ciò a che monta? Fors'io vi consiglio a partecipargli il segreto?»
«Ei se lo parteciperà molto bene da sè stesso.»
«E come?»
«O non sapete voi messere Girolamo possedere un anello, o piuttosto
un diavolo dentro l'anello il quale le cose più occulte rivela al suo
padrone[142]?»
«Ah! non mi aspettava a questo. — Voi dunque credete nel diavolo?»
«E perchè no? — Non credete voi in Dio?»
«Chi ve lo ha detto?»
«Lo avete nel vostro discorso rammentato cento volte...»
«Rammentare non significa credere.»
«Io non conobbi mai uomini senza fede nel Signore che tengano il
paragone con voi altri Italiani.»
«Ciò avviene perchè, abitando il papa in Italia, abbiamo più sicure
degli altri le novelle del paradiso. — In ogni caso la credenza di
Dio non induce la necessità di porgere facile l'orecchio alle voci del
volgo superstizioso.»
«Comechè sia, Bandino, addio...»
«Il diavolo del Morone rompe dunque il trattato?»
«Messere, voi pensate avere gittato un germe nel mio cuore, ed egli ha
già partorito da parecchio tempo il suo frutto; non pertanto grazie
vi sieno della proposta. Aiutatemi: quello che non fecero i cinque e
i dieci anni, lo faranno i venti; le piaghe del vostro cuore saranno
sanate; — vi confidi il futuro. — Voi mio maestro e mio duca dovete
vivere, amare e governare.»
«Camminate la vostra via. — Non vi trattenete a guardare i miei fati,
io vi sovverrò come e dovunque possa, ma non per vivere; — se avessi
intenzione di durare nella vita, il Bandino non conosce signore degno
della sua servitù, tranne uno solo, e questi è il Bandino.»
CAPITOLO NONO
MICHELANGIOLO BUONARROTI
Io vo per vie men calpestate e solo.
MICHEL. BUONARR., _Madr._ 50.
Sonavano le due ore di notte, quando Dante da Castiglione, armato
come soleva di corazza, di bracciali e di spada, salutato il _buonomo_
che vi stava di guardia, entrò nel Palazzo della Signoria: siccome lo
conoscevano svisceratissimo di quel reggimento, lo lasciarono andare
non gli dicendo altre parole se non queste une: Dio vi mandi la buona
notte messere Dante, — quantunque portasse sotto il mantello cosa che
tentava occultare.
Penetrato nelle più secrete stanze, bussò pianamente ad una
porticciuola, e gli fu subito risposto: Avanti!
«Oh! siete voi, Dante. Io vi aspettava... mi avete portato le vesti?»
«Mai sì, messere: eccovi il tôcco e la cappa spagnuola, col cappuccio
di dietro, ch'è una meraviglia: se vi avvisaste portarla di giorno,
sareste riputato il maggiore _sbricco_ di Fiorenza.»
«Orsù aiutami a svolgermi il becchetto del cappuccio dal collo: — bene;
— or tiemmi la manica del lucco: — gran mercè; — porgi la cappa... qua
il tocco; — ti pare egli che possano riconoscermi?»
«Mè anche _mammata._.. direbbe messere Franco Sacchetti.»
«Andiamo.»