Giovane scultore, fingi quanto ha di più superbo la grandezza, di più

abietto la miseria; fingi una fortuna che superi la maraviglia, una

sventura a cui non bastino lacrime, — una dimostrazione infinitamente

estesa di bene e di male, — una vita che rimase sotto gli artigli

che la lacerano, sotto ai denti che la divorano; — tutte queste

cose immagina ed altre più assai, perchè, vedi, la mia favella

manca a narrartele intere; — ponmi qui la mano sul petto, io tenterò

trasfonderti nel sangue le vibrazioni del mio cuore; — poi scolpiscimi

Italia. Fa ch'ella posi il fianco sopra un lione addormentato; — abbia

la corona di torri, però che Dio la creasse regina, nè mano di uomo può

rapirle il dono de' cieli, — ma la più parte ricoperte di edera e per

lunga stagione scrollate; le stieno intorno al braccio sinistro avvolti

sei aspidi dal veleno narcotico... hai bene compreso? aspidi. Se tu

non indovini quello che significhino questi aspidi, vatti con Dio, non

sei lo scultore che cerco. Sei aspidi che le stillano nelle vene il

sonno e la morte. Il volto di lei sia solenne d'immortale bellezza e

sventura, — come di persona che abbia inteso una voce dall'alto, — un

comando di risorgimento. Sopra la fronte attonita apparisca la contesa

tra il sopore del veleno e la vergogna, la memoria di quello che fu e

la coscienza di quello che al presente ella è. Ricerchi con la destra

brancolando la spada da secoli e secoli abbandonata ai suoi piedi.

Perchè no?

Cola di Rienzo tribuno strappò un giorno lacrime di rabbia al popolo

romano con la pittura della Italia combattuta nelle procelle...[135]

Io innalzerei un tempio consacrandolo alla Italia sconsolata e poi

chiamerei i suoi figli gridando: «Venite a confortare vostra madre che

piange un pianto di secoli!»

Custode del tempio, noterei i nomi dei pellegrini, farei tesoro delle

ire dei popoli; e quando avessi contato venti mila volte centomila,

salirei sul giogo estremo delle Alpi medie... (Angioli del giorno

finale, datemi voi la voce che risveglia i defunti!) ed urlerei

con tutta la forza delle mie viscere ai quattro venti della terra:

«Figliuoli d'Italia, avete pianto tutti! Tutti avete fatto rosso il

terreno col sangue delle vostre vene! O Calabrese, tu hai giurato

davanti al simulacro, come l'alpigiano giurò; — abitatori delle tre

sponde italiche, le vostre ire qui fremerono uguali ai vostri flutti

intorno alle vostre marine; qui pari suono mandarono le catene di

tutti... Sorgete dunque tutti una volta in un solo volere nel nome

santo di Dio!

* * * * *

Salute, o Firenze la bella! Fabbricata su campi lieti di fiori,

appellata dal nome dei fiori, essi ti concedevano eterna la facoltà

di piacere, e tu sei fiore caduto dai giardini celesti in testimonio

delle magnificenze del paradiso germogliato sopra la terra. Una

corona di colli ridenti ti circonda vaga a vedersi come la cintura di

Venere. Colà sagrificava Lorenzo dei Medici alle grazie e alle furie,

in quella parte meditò i suoi scritti Francesco Guicciardini storico

sommo, pessimo cittadino; da quell'altra Gallileo, Colombo dei cieli,

quantunque volte lanciò lo sguardo al firmamento, altrettanti mondi vi

discoperse, sicchè forse gelosa dei suoi arcani Natura è da credersi

gli chiudesse nelle tenebre l'audacissimo sguardo. A vederti su l'ora

del meriggio, quando il sole ti scintilla nelle pienezze dei raggi sul

capo, quando il cielo che di te s'innamora ti cinge limpido e diafano,

e per le tue vie si sparge fragore di gente o di opere, tu rassomigli

a una menade che stanca di correre per le balze riposa palpitante, e

mentre bagna le lunghe trecce nelle onde dell'Arno, si vagheggia come

consapevole della sua leggiadria nello specchio delle acque. — Verso

sera poi, nell'ora mesta dell'_Ave Maria_, se il sole declinante ti

manda da lontano un addio di fuoco ed infiamma il vapore di che il

tuo fiume diletto ti cinse la fronte, quasi nimbo radiato col quale

incoronano i cristiani la testa ai loro santi, allora tu sembri una

vergine di Raffaello, divina per espressione di affetto materno, per

luce celeste che discende dall'alto e per gloria di angioli esultanti.

— Ma di', Firenze, che cosa hai tu fatto dei tuoi giorni di gloria?

Dove i tuoi lioni coronati? Dove gli uomini grandi? Ahimè! Nessuna

fra le tue sorelle italiche più di te comprende nel seno illustri

defunti. Glorie di sepolcro! Superbia di avelli! Infelicissimo vanto!

Certo un pugno della cenere di cotesti morti vale troppo meglio di

mille tuoi vivi... non pertanto ella è cenere. O Firenze! dove sono i

tuoi grandi? Tu ridi... veramente così com'è quel tuo sorriso par cosa

creata in cielo; però una volta assai diversa ridevi. In campo l'elmo,

impugnata la lancia, vergine e diva ti mostravi alle genti quale

apparve Minerva uscita dalla testa di Giove; poi l'elmo t'increbbe,

deponesti la lancia, facile sorridesti a chiunque passò per le tue vie;

— lo straniero ti vide, si accese di te e, un giorno che tu ne stavi

immemore, la mano ti pose sul core delicato... Ah! da quel giorno i

tuoi occhi furono gravi di lascivia, — il tuo sorriso si uguagliò a

quello della _Odalisca_ che suo malgrado sorride al feroce sultano

perchè non l'offenda con le battiture...

E se degradata fra tutte le tue sorelle italiche te continuano i popoli

a salutare col nome di bella, quale eri allora che sola in questa terra

di sventura vigilavi intorno ai tuoi bastioni, riparo l'ultimo delle

italiane libertà? — Quando l'oste nemica, Tedeschi, e Spagnuoli si

affacciarono al monte dell'Apparita e l'occhio profondando giù nella

valle ti videro, stettero immoti e non proferirono parola.

Potrebbe forse l'aspetto delle meraviglie della natura accogliere

potenza di placare nel cuore umano le furie della cupidigia e del

sangue? Così talvolta per conforto dell'anima sconsolata immagina

il poeta, — ma invero là dove si curvano più placidi i cieli, e

la terra manda più soavi fragranze, quivi in copia maggiore vivono

rettili velenosi e belve ed uomini pei quali la vendetta è un delirio,

il sangue più dolce che l'umore della vite. La empietà, smisurato

_macenilliero_[136], di cui le radici penetrano nell'inferno, e la cima

forse nel paradiso, sparge mortale influenza sopra tutta la terra.

— Volgiti a settentrione, e udrai grida disperate di offesi i quali

chiamano invano il Creatore in soccorso della creatura: — volgiti

a oriente, e ti percolerà un singulto a cui rispondono eccheggianti

secoli senza fine, Abele non lasciò discendenza, noi tutti nascemmo

dal fianco di Caino; — portiamo il peso della iniquità dei padri — e il

nostro.

Sia dunque che alla vista di tanta bellezza la cupidigia dei nemici si

placasse, sia piuttosto, come pare più vero, che la cupidigia rimanesse

maravigliata nel considerare la preda superiore alla aspettazione,

cotesto istante di quiete cessò, e all'improvviso con indicibile

allegrezza stranamente atteggiando la persona, chi vibrò l'asta, chi

bandì la spada, e insieme tutti esclamarono:

«Signora Fiorenza, apparecchia li tuoi broccati, che noi veniamo per

comperarli a misura di picche!»

Il vicerè di Napoli Filiberto principe di Orange armato di splendida

armatura si mise attonito pur egli; il suo volto esprimeva quello

interno contento che ogni cuore, per poco intenda gentilezza, sente

alla vista dei miracoli della natura o dell'arte, — dopo alcun tempo

piegando la persona verso Baccio Valori, commessario in campo del papa,

e altri fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella:

«S'io fossi nato là dentro... la difenderei...»

«Come noi la difendiamo», interruppe officiosamente il Valori,

«imperciocchè noi siamo qui venuti per liberarla dalla insopportabile

tirannide che la tiene oppressa.»

«Non sembra però la libertà che le portate troppo le piaccia, perchè

si apparecchia a ributtarla a colpi di bombarda; nè in verità credo le

armi nostre vengano per questo. Io ho voluto dire che la difenderei da

chiunque movesse armato contro di lei... anche da mio padre.»

«Ogni uomo se la intende colla sua coscienza, io con la mia; e questa,

o principe, se ne sta tranquilla nella fiducia di operare il bene della

sua patria.»

«La carità di Erode, il quale mandava i pargoli in paradiso prima che

peccassero![137]»

«Principe!»

«Commessario! — Io, vedete, per volontà e per obbligo sono soldato

fedele di Sua Maestà Imperiale, e non pertanto uso liberamente la

lingua. Abbiatelo in buona o in mala parte, vi dico che con quel vostro

ingegno riuscirete ad ingannare tutti, — tranne la coscienza; — pensate

al fine; — io non vidi mai traditori capitare a buon porto. L'esempio

del contestabile di Borbone vi stia sugli occhi.»

E la coscienza, che pur testè vantava pura il Valori, tale gli dava

acerbissimo morso in quel punto ch'ei ne rimase per molte settimane

dolente, e con sentenza che non concede appello gli ordinava: Taci,

ribaldo! — E Baccio taceva pensoso del futuro.

Poc'oltre a man destra del principe, immobile come pietra, sta Giovanni

Bandino; il volto tiene e gli sguardi tesi verso Firenze. Dalla

fronte pallida gli piovono grosse gocce di sudore; — paiono lagrime

piante sopra di lui da occhi invisibili: trema forte e non proferisce

parola. In campo lo spregiavano e temevano; — ma egli fuggendo ogni

umano consorzio non dava luogo alle offese: — quando negli scontri

di guerra vedeva bestialmente inferocire i soldati e fatti ciechi

per ira, egli, scoperto di ogni arme difensiva, si cacciava là dove

più spessi cadevano i colpi e gli uomini. La fortuna gli negava la

morte; — sovente ebbe dalle palle degli archibusi forato il beretto

o la veste, e nondimanco si rimase illeso. All'assalto di Spelle

seguitò impassibile fin sotto il muro gli assalitori; fischiavano le

palle intorno al suo capo, rovinarono corpi di uccisi o sconciamente

mutilati, ed egli pareva nulla vedesse od ascoltasse; quando un colpo

di sagro percotendo a mezzo il petto Giovanni da Urbino, tra quanti

erano prodi nello esercito, valorosissimo, lo balestrò sfracellato

ai suoi piedi, egli allora proruppe in altissime risa e balzò al

posto dove rimase ucciso l'infelice guerriero; a tutti sembrò il

demonio della strage: non perdonava a cui implorasse quartiere, o

a chi resistesse; dal capo alle piante spesso appariva sordidato di

sangue nemico senza che pure una scalfittura ne versasse del suo. Gli

Spagnuoli, secondo l'indole loro superstiziosi, sospettavano fosse

ciurmato, ma poi, sapendolo uomo del papa si ricredevano, in seguito

nel sospetto si confermavano. Dovunque mostra la faccia cessano i

colloquii, la gente si apre in due file per lasciarlo passare, assalita

da misterioso ribrezzo. — Immemore dei circostanti, lunga pezza il

Bandino dimorò nello stato di fissazione di che scriveva poc'anzi;

all'improvviso, stendendo ambe le braccia, con suono angoscioso di voce

prorompe:

«O patria mia!»

La quale esclamazione avendo udita monsignore di Orange, la man gli

pose sopra la spalla sinistra lo interrogando così:

«E perchè dunque tra i nemici di lei?...»

Si riscuote il Bandino, — guata bieco l'Orange e brontolando fugge via

a precipizio.

Scendeva intanto dal monte schiamazzante l'esercito; rotte le ordinanze

procede baldanzoso, come chi va al corteo; invano lo richiamano alle

insegne i capitani: invano si affaticano a riordinarlo sergenti e

caporali; con più rispetto camminano i mercanti per le strade del

patrimonio di san Pietro, tanto poteva in lui il sentimento del

proprio coraggio e della nostra viltà; e sì, che a Spelle duro intoppo

incontrava, ebbe Cortona non per forza di guerra, ma per tradimento;

pure la memoria dei soldati poco si profonda, e i fatti d'Arezzo gli

avevano inorgogliti. — Va, va, soldato; la valle che vedi, comunque

angusta, sopravanza al tuo sepolcro.

Il principe non sapeva scendere dal sommo del monte. Baccio Valori,

riappicatasi la maschera del cortegiano per un momento cadutagli dal

volto, rideva e motteggiava con certe sue arguzie da rallegrare la

brigata.

«Or mi dite, commessario», domanda l'Orange, «cotesta fabbrica immensa

sarebbe per avventura Santa Maria del Fiore?»

«Voi l'avete detto, monsignore; ammirate di grazia la cupola del

Brunellesco; e' non vi pare proprio voltata dalle mani degli angioli?»

«Fu dunque colà che i Pazzi uccisero Giuliano dei Medici e ferirono

Lorenzo?»

«Certo, in quel tempio. Guardate adesso cotesta torre merlata: la

fabbricò Arnolfo di Lapo, e soprasta al Palazzo della Signoria.»

«Parmi avere sentito raccontare fosse in cotesta torre sostenuto Cosimo

dei Medici in dubbio di perdere il capo, e lo perdeva senza l'aiuto del

buffone Farganaccio; non è vero, messer commessario?»

«Vero. Voi, monsignore principe, mi sembrate molto bene informato delle

nostre storie...»

«Come no? Io ho voluto partitamente conoscere la stirpe di coloro che

difendo e il molto affetto che gli lega ai concittadini loro. — Ditemi,

e cotest'altra torre di forma leggiadra, tanto diversa dalle altre,

come si chiama ella?»

«La torre di Badia; — la edificò il marchese Ugo insieme con altre

ventitre per tutta Toscana, spaventato dalla visione ch'egli ebbe

dell'inferno.»

«Il marchese Ugo accompagnò in Italia Ottone imperatore, il quale,

supplicato dai Fiorentini, loro concedeva libero reggimento: ora

Carlo imperatore, istando i Fiorentini, abolisce la repubblica e

fonda assoluto principato. Quando foste più savii e meno tristi,

ora od allora, messere commissario?» — E non aspettando la risposta,

aggiungeva: «Quell'altra torre come appellate voi?»

«La torre del Bargello...»

[Illustrazione: .... fuorusciti fiorentini, addita loro

la città e favella: «S'io fossi nato là dentro.... la

difenderei....» _Cap. VIII, pag. 200._]

«Se la memoria non m'inganna, nella corte del Bargello fu già

mozzata la testa ad uno dei Medici. Messere commessario, sapete voi

singolarissimo amore essere quello che tra loro si portano Medici

e Fiorentini? i primi anelano stringere i secondi in un amplesso di

catene di ferro; i secondi poi, quando possono, i Medici o bandiscono

o decollano.»

Baccio Valori stringendosi nelle spalle pensava: o Padre Santo, tu mi

sembri proprio il cavallo che implorò l'aiuto dell'uomo per vincere il

cervo.

Il principe, mutando all'improvviso sembiante, più contegnoso

riprendeva:

«Basta, questo è affare tra voi; per me obbedisco agli ordini di Sua

Maestà l'imperatore; — il soldato non deve ricercare tant'oltre; egli

grida: Viva la gloria! e si fa ammazzare per quattro soldi al giorno,

quando glieli danno... Fiorenza vedremo a vostro bell'agio dentro; ora

conviene apparecchiare gli argomenti per prenderla. A noi le carte, a

noi i colonnelli.»

E tosto gli apportarono le piante della città e le carte dei luoghi

circostanti minutamente e diligentemente disegnate. Le une e le altre

gli consegnò papa Clemente, il quale molto tempo innanzi aveva commesso

al Tribolo e a Benvenuto della Golpaja un modello di Firenze, ed

avutolo, sì l'ebbe caro che finchè visse volle tenerlo nella sua stanza

da letto. Il principe, considerate le carte e riscontrando coll'occhio

il paese sottoposto, domandò:

«Commessario, è nuova, o antica la fortezza su quel poggio costà...?»

«Ella è il convento e il campanile di San Miniato; credo vi abbia

condotto nuove opere attorno a Michelangiolo Buonarroti.»

«Se tali sono i campanili, pensiamo un po' che cosa saranno le

fortezze! E poi questo Buonarroti mi occorre dappertutto; vivono forse

più uomini in Italia col nome di Michelangiolo Buonarroti?»

«No, principe; poichè Dio si riposò dal creare, a nessun uomo più

che a costui concesse il creatore suo spirito; egli fu che dipinse la

volta della cappella di papa Sisto, egli scolpì il sepolcro di papa

Iulio; egli fonde, egli architetta, egli fortifica, egli filosofa, egli

poeteggia, arringa, combatte, egli insomma fa tutto...»

«Dunque non può dirsi iniqua una causa quando la sostiene un tanto

uomo. Gravi danni io temo da cotesta fortezza, commessario. — Converrà

bombardarla con tutte le artiglierie al fianco... da questo poggio...

che si chiama... si chiama...», e guardava sopra la carta.

«Giramonte.»

«Giramonte appunto; e quell'altra torre ch'io vedo là da lontano

sorgere sopra le mura a quale ufficio immaginate voi la destinino?»

«Le mura di Fiorenza _ab antiquo_ andavano tutte inghirlandate di

torri simili a quella. Nel 1526, quando vivevano incerti sopra le mosse

dell'esercito di Borbone, Federigo da Bozzolo e Pietro Navarra vennero

per commessione del papa a munire Fiorenza e le abbatterono: come

quella una sfuggisse la universale rovina non saprei dirvi.»

«Oh perchè non si fermarono essi agli stipendi della Repubblica! Due

architetti come loro mi avrebbero risparmiate venti bombardi, nè avrei

mestiero delle artiglierie di Siena o dei marraiuoli di Lucca...»

«Quel Buonarroti mi mette in sospetto più dei Côrsi del Baglioni»,

osservò Valerio Orsino colonello del papa.

«Ma quale odio lo muove contro Sua Santità?» — interrogava l'Orange.

«Anzi io credo che l'ami...»

«E che maniera d'uomini siete voi altri Italiani? Il Buonarroti ama il

papa e si apparecchia a combatterlo?...

«Monsignore, la è piana, se pensate che il Buonarroti più del papa ama

la libertà.»

«Sta bene. Or dunque», riprese il principe tenendo un dito sopra

la carta e ad ora ad ora sollevando gli occhi, «in questo momento

la nostra gente non basta a stringere la città da ogni lato; —

circondiamo intanto la sinistra parte, occupiamo tutti questi colli

che le fanno semicerchio da oriente a occidente, da porta San Nicolò

a porta San Friano. Signor Giovambattista Savello, voi accamperete

con la vostra gente costà a Rusciano; voi, signor conte Piermaria,

al Gallo; Alessandro Vitelli fatevi forte sul Giramonte; Sciarra

Colonna, occuperete il Poggio di Santa Margherita a Montici; Castaldo,

Cagnaccio, monsignore Ascalino, alloggiate i vostri colonelli la presso

coteste case... che leggo appartenere a messere Francesco Guicciardini.

Duca di Malfi, vi condurrete a questo punto chiamata casa Taddei. Pirro

Colonna, prendete luogo a casa Barducci; Orsini, a casa Luna. Presso

San Giorgio andrà lo strenuissimo marchese del Guasto. I lanzi si

accampino sul poggio dei Baroncelli e si distradano fino al monastero

del Portico. Gli Spagnuoli si attendino parte sul medesimo colle

accanto ai lanzi, parte San Gaggio, parte a San Donato in Scopeto; una

banda di quattro mila occupi tutto il piano sotto Marignolle e tutto il

Monte Uliveto verso occidente. Voi, messere commessario, dove intendete

di porre il quartiere?»

«Io mi starò col contatore Berlinghieri sul poggio nelle case del

Vacchia; e voi?»

«Io là sul piano, dov'è maggiore il pericolo, su la piazza del Mercato.»

«Veramente non parmi...»

«Prudente! vorreste dirmi, commessario? il destino dà a cómpito la

lana della nostra vita alle parche; e il tuo fato ti giunge, pauroso

o audace. — Acerbo bene tu lo avesti, o mio infelice nipote, caduto

spento sul fiore della speranza e della vita!»

Dame e cavalieri, le quali ed i quali consumate, che Dio vi perdoni, i

vostri begli occhi su queste carte fastidiose che parlano di patria, di

sangue, di storie già vecchie e fuori di andazzo, avreste per avventura

compreso qualche cosa della maniera in che a prima giunta l'Orange

dispose l'assedio? — A dirvi il vero, finchè lo lessi su i libri non

vi compresi nulla neppur io; poi trovai la maniera, ed è questa. —

Il pellegrino che visita la mia bella Firenze, se lo punge vaghezza

di conoscere addentro le cose ch'io narro povero novelliere, sappia

trovarsi, non ricordato dalle Guide, dagli Osservatori e libri altri

cotali, nel palagio della Signoria un quadro a fresco rappresentante

l'assedio di Firenze; — dov'egli lo cerchi, gli occorrerà nelle stanze

che chiamano quartiere di Leone X posto a mezzogiorno della sala

del Savonarola, e quivi pure ammirerà, se ne ha voglia, un quadro

importantissimo al subietto del quale discorso, voglio dire Clemente

VII e Carlo V convenuti di amichevole parlamento; esaminato il quadro,

si rechi il passeggero su al poggio San Miniato e ascenda il campanile,

il quale pur tuttavia conserva le traccie delle palle balestrate contro

di lui nell'assedio. Badi però di andarvi su la mattina, che a vespro

non consentirebbe il guardiano ad aprirgli la torre, imperciocchè a

quell'ora vi sieno rientrati i colombi di monsignore arcivescovo, ai

quali, non che il suono delle bombarde, giungerebbe insopportabile

l'aspetto comunque pacifico del pellegrino; e allora, rotto il sonno,

prorompendo dalle aperture, andrebbero dispersi per la campagna e

forse, ahi! tolga Dio tanto danno, ghermiti da mani profane sazierebbe

le voglie di palato plebeo. — Così è: cotesto campanile glorioso, il

quale difeso da Michelangiolo e da Lupo bombardiere sostenne per tre

giorni il fulminare di quattro grossi cannoni dell'esercito imperiale,

quel campanile che resse agli urti, sicchè tuttavia si mantiene in

testimonio di un tempo che desideriamo molto, speriamo poco vedere

rinnovato, adesso è fatto stanza di colombi, che aspettano costà

dentro la degnazione di essere acconciamente arrostiti pel pranzo di

monsignore arcivescovo, che Dio tenga nella sua santa guardia.

Giunto sul campanile, in un colpo d'occhio comprenderà quello che io mi

affaticherei invano dargli ad intendere con molte pagine, e vedrà come

se il cielo sorride a Firenze, Firenze ancora sorride al suo cielo,

e il riso loro vicendevolmente ricambino a guisa d'innamorati; — gli

parrà rinnovata l'antica storia dei figliuoli di Dio presi di amore

per le figliuole degli uomini, nè Dio per questa volta sdegnato nel

connubio — mandare a castigarlo il diluvio, sibbene benedirlo dall'alto

con un torrente di luce[138].

Disposti gli alloggiamenti, le difese provviste, le sentinelle

collocate, Filiberto d'Orange, diligentissimo capitano e come quello

sul quale riposava la somma della guerra, non fidandosi altrui, volle

di per sè stesso esaminare ogni cosa. Montato sopra generoso cavallo,

lo accompagnando le sue lancie spezzate, visitò i diversi posti,

suggerì opportuni provvedimenti, raccomandò ai colonnelli stessero

in procinto; e quando gli parve adempito il suo debito, essendo già

discesa la notte, si avviò ai suoi alloggiamenti giù al piano in certe

case dei Guicciardini tra la piazza del Mercato e le forche.

Sia che memorie del passato o disegni del futuro lo tenessero inteso,

allenta le briglie al cavallo e lascia che di buon tratto di strada lo

precedano le lance spezzate; così s'inoltra nella notte, non badando al

rumore confuso del campo nè ai fuochi accesi sopra tutti quei poggi:

all'improvviso il cavallo si arresta, ed intende una voce di uomo che

si lamenta.

«Ormai il dado è tratto; — tra morire infame, o morire invendicato, mi

piacque la vendetta», con parole interrotte mormorava la voce; «ma per

aver vendetta mi bisogna dar fuoco alla patria, — ed io l'amo questa

patria; — nè l'amico di Filippo Strozzi dovrebbe travagliarsi in pro

dei Medici.... non pertanto il fato ci avviluppa insieme; noi non siamo

padroni del fato.»

Qui il cavallo del principe mutando passo urta una pietra, la quale

smossa rotola ai piedi dello sconosciuto, che tosto rizzatosi domanda

in suono superbo:

«Chi sei?»

«Non so se amici», rispose il principe, «ma non certo nemici; voi

mi parete il Bandino, ed io sono Orange; il mio cavallo ha sbagliato

sentiero, m'ingegnerò ritrovarlo: — buona notte, messere.»

«Ditemi, principe,» soggiunse il Bandino arrestandogli per le redini il

cavallo, «in conto di che mi avete voi?»

«Ma... nel conto che mi avreste me, s'io fossi voi.»

«Principe, in mercede parlatemi aperto, in qual concetto mi tenete?»

«Fiorentino movete ai danni di Fiorenza... di uomo siffatto può essere

mai dubbiosa la fama?»

«Ah! certo il nome ch'ei merita è un solo per tutto il mondo», favella

in suono sconsolato il Bandino lasciando le redini del cavallo...

«Eppure!...»

L'assedio di Firenze · 第 20 / 81 段