Ora in un lato della sala intorno al gonfaloniere del drago verde di

San Giovanni stava raccolta una mano di gente, la più parte piccoli

mercanti e bottegai: soperchiati costoro dai minuti interessi, a quanto

accadeva non porgevano ascolto — La repubblica stava dentro la bottega

loro, — felicità suprema dormire i sonni interi, — sapienza di stato

il mezzo di vendere a ingordi guadagni quello che avevano comperato

a poco prezzo; ed ora detestavano la guerra, perchè se una bombarda

avesse loro guasta la insegna dipinta a nuovo, sarebbe stato infortunio

da far piangere una settimana monna Filippa o monna Lessandra; e se

un giorno i nemici fossero penetrati in città ed avessero scomposti,

guasti e vuotati i barattoli, se rubate le masserizie in casa, se poste

le mani addosso a monna Filippa o a monna Lessandra, — misericordia!

sarebbe stata la fine del mondo. Sicchè per loro volevano accordare

in ogni modo, a qualunque patto. Sapete voi come si chiamasse o chi

fosse il gonfaloniere del drago verde? Statemi a udire, chè io ve lo

dirò partitamente senza pure lasciare inosservata un'iota. Egli si

chiamava messer Bono Boni e apparteneva a quella trista mandra che non

avrebbe pari nel mondo se non la vincessero i giudici nella nequizia,

— voglio significare lui essere dottore di leggi. Aveva le spalle

incurvate sotto il peso invisibile, forse delle commesse ribalderie.

Quando camminava, gli era mestieri dondolare con moto a semicerchio da

un piede all'altro, e questo moto accompagnare con ambe le braccia, che

parevano staffe di cavallo che corra senza cavaliere: la testa grossa

e compressa gli pendeva sul petto come un melone per benefizio di acque

cresciuto più che non convenga al suo gambo. Non aveva un colore fisso,

perocchè il fondo del volto fosse di un misto di giallo rosso, poi

chiazzato di macchie vermiglie e di punti nerastri, quasi lo avessero

contaminato col fango di macello: — essendo balusante, spesso aguzzava

gli occhi dirigendone il raggio alla punta del naso lunghissimo, sicchè

pareva che a modo dei santi indiani, i quali guardandosi la punta del

naso si procurano beatifiche visioni, egli vedesse su quella estrema

parte germogliare i pensieri. Come poi la natura tanto largheggiasse di

naso in costui faceva meraviglia; certo nel fabbricarlo non avendogli

dato cuore, poteva supporsi che avesse supplito in tanto naso: — ma la

cosa non è così, ed ecco come sta la storia, la quale abbiamo trovato

su libri degni di fede. Cotesto naso non gli venne dalla natura, ma

dall'accidente: un giorno ch'egli si arrampicava su per gli scaffali

dello studio in cerca di libri legali, mancatagli la scala di sotto,

rimase appiccato pel naso traverso due codici; — pareva un pesce preso

all'amo di madonna Giustizia pescatrice. Ne dubitereste voi forse? In

verità vi dico che questo può darsi; rammentate la luna. Femmina e

diva, ella scese talvolta in terra a prendere diletto nelle caccie;

ed io vi giuro avere le mille volte incontrata madonna Giustizia

ora vestita da pescatrice, ora da cacciatrice, tal'altra... in somma

io l'ho veduta sotto tali aspetti da disgradarne Proteo. Il nostro

dottore favellava con due voci: ora pareva, ora non pareva lui, ed

era sempre lo stesso. Egli, fosse naturale inclinazione o piuttosto

abitudine di mestiero, quando nulla aveva da rodere d'altrui, rodeva

sè stesso, e così forte si lacerava le unghie da mostrarne sovente

le mani sanguinose. Fin qui Bono Boni (di cui vedemmo il ritratto

mirabile così che ci sembrasse vivo) faceva ridere: ma Bono Boni aveva

poi dentro tutte le facoltà disposte a far piangere. Nel suo genere

completo quanto Guccio Imbratta o ser Ciappelletto, prima di tutto si

doleva poi dell'altrui bene che non si affliggesse pel proprio male;

purchè gli altri perdessero un occhio solo, egli avrebbe consentito

a patto di rimanere privo di ambedue: costumava portare nella tasca

destra il ritratto del Frate, nella sinistra l'arme dei Medici; e se

incontrava un Piagnone, torceva il collo, inumidiva il ciglio e a lungo

gli commentava la profezia del Savonarola: — _Florentia flagellabitur,

et post flagellum renovabitur et prosperabit_; — sicchè lo lasciava

edificato delle dottrine e santità sue: se invece gli occorreva un

Pallesco, così alla sfuggita gli Mostrava l'arme e poi, toccato il

cuore, gli occhi levava al cielo e se ne andava sospirando. Se l'astio

lo rodeva contro una qualche persona, egli cominciava a celebrarla:

tentato il terreno, se lo trovava arrendevole, sgorgava il veleno a

bocca di barile; se incerto, lo circondava, lo stringeva, con proposte

continue di fede e d'amore si onestava, sicchè lo rimandava convinto;

nè bastava dichiararsi contrario alle tristizie sue, imperciocchè

così lene lene con la sua lingua di vipera egli blandiva e tanto

sottilmente il tossico v'insinuava che pur giungeva cacciargli il

sospetto nell'anima. Penetrava nelle famiglie, come il tarlo: alacre

in procacciarsi donazioni e legati; fiutatore dei cadaveri solenne

meglio dei corvi, e' si teneva seduto accanto il letto del moribondo

non altrimenti che l'avaro sopra lo scrigno: lo spirito vacillante

gli arroncigliava, nè alcuno sperasse levarglielo di sotto tranne

la morte: chi lo conosceva sotto la pelle, lo affermava entusiasta

della misericordia pei morti, spietato poi per la misericordia dei

vivi. È fama che, essendo spirato il suo zio paterno _ab intestato_,

egli non consentisse abbandonare la stanza mortuaria per paura che

espilassero dalla eredità i pochi panni del defunto; sicchè, gittato

il cadavere giù dal letto, vi si ponesse egli a dormire dicendo: buona

ventura abbiamo stassera; acquistiamo robe e risparmiamo il fuoco per

iscaldarci i lenzuoli. — Tali, e non tutte, erano le facoltà morali

del nostro dottore di legge: siccome Guccio Imbratta, lui fregiavano

certe altre taccherelle che si lasciano per lo migliore[131]. — Però

non si creda che vivesse lieto tutta la sua giornata: la coscienza

spesso lo infastidiva, ma finchè la luce durava, riusciva a cacciarla

come mosca importuna. — Venuta la notte, non trovava riposo, dava volta

su questo e su quel fianco, nè il sonno veniva; — spesso abbandonava

il letto mormorando: — Alla croce di Dio, mi hanno ripieno l'origliere

di pianto! — Lo spirito agitato gli mostrava cento mani di vedove e

di pupilli spogliati da lui circondarlo in atto di chiedere; ed egli

urlava: — Lasciate di tormentarmi; renderò quanto vi ho tolto; a voi...

prendete e andatevene in pace. — E qui apriva uno stipo e immaginava

mettere monete su quelle mani stese. Ma alla dimane trovando il terreno

seminato di fiorini, diligentemente gli raccoglieva, irridendo sè

stesso de' suoi terrori e ad ora ad ora esclamando: Se a cinquant'anni

non hai saputo disfarti della coscienza, o Bono Boni, oggimai ti puoi

accomodare a morire novizio.

[Illustrazione: .... non gli riuscì come la pensava,

imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano

dileggiando. _Cap. VII, pag. 193._]

Quando ebbe a riferire Bono Boni per suo gonfalone, salì in bigoncia

e con un tal suo garbo che tentò rendere dignitoso, e a tutti parve di

scimmia, salutò l'uditorio, stette alcun poco pettoruto sopra di sè e

poi cominciò a favellare dicendo:

«Magnifici Signori e cittadini prestantissimi. — Poichè i più gravi

tra i filosofanti, tra i quali a causa di onore rammento Aristotele

nel suo trattatto _De republica_, poichè i più gravi tra i filosofanti

c'insegnano doversi adoperare maturità di consiglio nelle deliberazioni

dove può andarne la salute dello stato, noi abbiamo molto bene ed in

ogni sua parte considerata la bisogna; avegnachè Celso, quel sommo

lume della giurisprudenza, ch'è, come sapete, conoscimento delle

cose divine ed umane, e scienza delle leggi avverta acconciamente non

potersi decidere se prima non si esamini nell'insieme e nelle singole

spartizioni il caso concreto. Onde, veduto il pro e il contro _quid

faciendum, quid vitandum_, siamo venuti nel presente concetto che se

i beni e la vita senza la libertà sono poca cosa, la libertà senza

i beni e la vita è ancora meno. Vivere libero piace, ma più di tutto

piace vivere. Della libertà, dei beni e della vita, prima giova porre

in salvo la vita, poi i beni, poi la libertà. — Conviene procedere con

ordine e misura; dovendosi perdere, si comincia dal meno necessario

e si va su su verso quello che fa maggiormente di bisogno. — Il buon

nocchiero assalito dalla bufera concede parte delle merci al mare

tempestoso per salvare il restante. E nel caso nostro il papa è la

procella, Fiorenza la nave in travaglio, e la Signoria il nocchiere.

Di quaranta che sono nel gonfalone drago verde trentacinque votano

l'accordo, cinque la guerra.»

«Giù da cotesta bigoncia in tua malora!» urlò Lionardo Bartolini: «se

tu aggiungi un'altra parola per l'accordo, ti taglio in pezzi senza

misericordia. — Giù, giù di bigoncia il tristo uccello! — E' vorrebbe

rogare il testamento alla Repubblica. — Gittiamo dalle finestre.» Tra

uno schiamazzo alto, discordante di voci diverse o d'ira o di scherno,

più distinte si udivano quelle già rammentate. La prosunzione combatte

con la paura; nè il dottor di legge, che si dava vanto di perito

nel dire, sapeva indursi ad abbandonare la bigoncia; ma, crescendo

il tumulto, scese a rilento, esclamando: «Anche il fiore della vera

eloquenza è perduto sotto questo iniquo reggimento!»

I Signori, i più modesti cittadini e i tavolaccini imposero silenzio;

il quale avendo a gran pena ottenuto, successero a mano a mano

gli altri gonfalonieri, i Buonuomini e ad uno ad uno i Signori. Il

Carduccio, il quale era rimasto in piedi con immensa ansietà finchè il

numero dei votanti rendeva incerte il consiglio della Pratica, appena

conobbe decisa la guerra, lasciò andarsi abbandonato sul seggio, quasi

da giubilo che non aveva ardito sperare.

E riprendendo forza, terminati i voti, si levò in sembiante ardito e

con voce più ferma che mai favellava:

«E guerra sia! Questa volevamo, questa con preghiere ardentissime

dal cielo supplicavamo. Ma con gli animi pronti abbiate, o cittadini,

pronte le sostanze e la vita. Se la Signoria non ricorse a violenti

partiti, ciò non fece perchè la mano le tremasse o l'animo, no certo;

sibbene perchè, sentendosi forte, non teme ingiuria da nemici interni:

ciò fece ancora per mostrare al mondo che questo nostro stato presente

aborre da rimedi estremi nelle strettezze nelle quali si trova, ed

in cui spedienti siffatti non solo si scusano, ma si commendano e

approvano. Ognuno conosca dal governo del tempo infelice con quanta

giustizia la Repubblica sarà per procedere in tempi quieti. Però,

cittadini, ora bisogna che dimostriate intera la carità vostra verso

la patria. A noi non mancano milizie sì forestiere che nostre: a

noi non mancano munizioni da guerra, — di vettovaglia non patiamo

difetto; — solo il danaro scarseggia. A che vale la provvisione di

vendere i beni delle arti, se nessuno si presenta a comperarli? Il

gonfaloniere dell'Unicorno propone che, come vendemmo la terza parte

dei beni ecclesiastici, così noi li vendiamo interi: — e a cui noi

dovremo venderli? Simili argomenti non procacciano pecunia. Fra

tasse ordinarie, accatti, gravezze e balzelli straordinarii, fin

qui giungemmo a tredici. La prudenza e le leggi non ci concedono

oltrepassarne il numero. Carità, carità, cittadini! Potessero uscire

fiorini dalle mie vene! Il popolo minuto corre volonteroso e si

disfà dei suoi pochi argenti in pro della patria: voi di molti beni

provveduti dalla fortuna contemplerete il bello esempio indarno?

Il cuore chiuderete e la borsa? Messere Zanobi Pandolfini spontaneo

donava mille scudi, messere Alessandro Malegonelle ottocento, messere

Michelangiolo Buonarroti mille....»

«Il quale non vi darà più oltre pel valore di un bagattino!» proruppe

sdegnato Michelangiolo.

«E perchè, messere Michelangiolo? Perchè?» domandarono mille voci ad un

tratto.

«Perchè quando mi piace dare quello permettono le mie povere facultà,

come io lo dimentico, così vorrei lo scordassero gli altri — nè ci ha

mestieri strombettare pei cantoni, — Michelangiolo dava tanto, quasi

in dileggio della mia povertà, o in rimprovero del poco volere...»

Profferite le quali parole se ne stava cruccioso.

«Lode al Signore», continuò il Carduccio levando in alto le mani, «il

quale volle ai tempi nostri mostrare di che sia capace un cuore benigno

unito a sublime intelletto. Michelangiolo voi siete grande; il mondo

lo sa, e voi non ve ne accorgete. — Ora, signori colleghi e cittadini

adunati, questi spettabili Dieci hanno inteso i vostri pareri, e

anderannosi accomodando a quelli. E, per concludere le cose deliberate,

vi raccomando rammentarvi la promissione fatta nel Consiglio Grande in

nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di

non volere altro re accettare tranne lui solo; e, della vostra promessa

ricordandovi, egli molto bene si sovverrà della sua di sostenervi e

difendervi. Addio. — Non sarebbe il tempo bello di gloria, ove non

fosse pieno di pericoli. Verrà giorno che sopra le nostre lapidi i

figli riconoscenti incideranno: E' fu di quelli che si trovò alla

Pratica per difendere la libertà di Fiorenza contro Clemente papa.»

In questo modo la Pratica si sciolse; e, con fragore come di acque

lontane, i cittadini sgombrarono la sala; giù per le scale andavano

bisbigliando chi una novella, chi un'altra. Molti lodavano l'ardire del

Carduccio, e dicevano che se Pietro Soderini avesse nel 1512 cotale

animo avuto, la Repubblica non si perdeva di certo; alcuni pochi lo

biasimavano, come se si fosse a troppo grave risico avventurato, ed

all'opposto degli altri affermavano che, come il Soderini aveva perduto

la Repubblica per essere troppo rispettivo, questi la perdeva perchè

troppo avventato. Ma il popolo, amico delle vigorose deliberazioni,

conosciuto l'esito della Pratica, applaudiva empiendo l'aere di

gridi: — Viva la Signoria! Viva la Pratica! Non vogliamo accordi! Chi

brama Fiorenza, venga per essa! — ed altri siffatti. Come il vento,

quando all'improvviso soffia sopra la terra levando il turbine della

polvere, gli uomini avviluppa e le cose sicchè o non si distinguono

o si distinguono in confuso, la fama percorrendo tra il popolo vi

sommove passioni, affetti e voleri pieni d'impeto e di fallacia: onde

corse voce da prima, le contese in Consiglio essere state molte e

gravi, avere i cittadini l'uno all'altro detto ingiuria, nè mancate

le minaccie e le percosse; per la qual cosa il gonfaloniere, smarrito

l'animo, era caduto privo di sentimento sul seggio; la parte pallesca

prevalere, i repubblicani spacciati; se non fossero pronti agli aiuti,

gli avrebbero trovati spenti.

«O Dio, che avverrà di messer Dante?» diceva un popolano. «A questa

ora possiamo recitare un _De profundis_ a messer Lionardo», esclamava

tal altro. — E ognuno andava ricordando l'uomo in cui aveva maggiore

affetto riposto. I dodici Buonuomini tenevano le porte custodite

diligentemente: da qualunque lato meno impossibile penetrare in

palazzo oltre le porte; quelle partigiane forbite toglievano l'animo

ai più audaci. Intanto la fama diventava più limpida; una contesa

era avvenuta, ma non tanta; le ferite nulle, tutti concorrere

nella guerra, da uno solo in fuori, il gonfalone del drago verde:

gonfaloniere del drago essere Bono Boni dottore di leggi. «Quell'uomo

pio....», cominciava a favellare un Pallesco. — «Che pio e che non

pio?» interrompeva un Arrabbiato: «egli è un gabbadeo, un furfante da

ventiquattro carati, un ribaldo da mandarsi al mare per bastonarvi i

pesci[132], un pendaglio da forca. — Alla Dianora mia zia rubò la dota;

— a Braccio vaiaio divorò le campora di Brozzi; — e' inghiottirebbe la

luna se gli riuscisse agguantarla.» — «Chetatevi, male lingue», parlò

certo vecchio autorevole fra il popolo: «la vostra bocca fa peggio

della campana del bargello, che suona sempre a vituperio,» — «Fratel

mio», gli rispose un vispo popolano, «le cose e' si chiamano pei nomi

che hanno. Se io vi salutassi: — Ciapo calzaiuolo; che Dio vi abbia

nella sua santa guardia, — lo torreste in mala parte? Mai no, perchè vi

chiamate Ciapo e siete calzaiuolo; così se diciamo: — Bono Boni dottor

di leggi è ladro, — egli è perchè comprende l'una e l'altra cosa.

Glielo abbiamo ordinato noi di affibbiarsi addosso cotesta giornea?»

Intanto ratto ratto traversava Bono Boni il cortile del Palazzo per

uscire quanto meglio poteva inosservato; ma la cosa non gli riuscì

come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano

dileggiando.

«Sere», gli urlava dietro Alamanno de' Pazzi, «sere! badate che vi

fabbrichi ben salda la corazza mastro Spada.»

«Se le ribalderie fanno imbottito», soggiungeva il Bravo da Somaia, va

pur franco alla guerra; non troverai spada che ti arrivi sul vivo.»

«Bisognerebbe», replica il Morticino degli Antinori, «mandare al campo

messere dottore con tre compagni a scelta per affamarlo in tre giorni.»

E Bono non rispondeva, sibbene affrettava il passo, tenendo sentiero

obliquo, come i rettili fanno quando fuggendo cercano un buco dove

possano riparare. — Dal suo volto spirava un misto di rabbia e di paura

da mettere sospetto e indurre a riso: quei suoi occhi lustri come la

lama brunita del pugnale, avrebbero desiderato dare la morte guardando,

secondo che si racconta del basilisco. Il popolo, vedendolo posto in

dileggio da personaggi autorevoli, ruppe il freno schiamazzando: — Ben

venga il sere, che gli faremo la corona di bietole.» — «Dacchè teme la

guerra, mandiamolo a Pisa, — e per Arno, — sì, per Arno: — all'acqua il

barbone! — all'acqua il dottore!»

Un popolano lo afferra pei lembi del lucco e per poco nol fa

stramazzare bocconi: — un altro lo tira pel beccuccio all'indietro: se

lo spingono da una mano all'altra lo pestano, gli lacerano le vesti;

ed egli non proferisce parola, sbarra gli occhi stralunati, la lingua

grossa tiene fitta al palato; in breve lo riducevano in massa deforme

di fango e di sangue, se il soccorso tardava.

A Dante da Castiglione increbbe l'atto turpe, non già per Bono, ch'ei

ben sapea meritarsi anche peggio, ma per l'esempio pessimo e pel

disdoro che veniva a ridondare sopra la città. E, disposto com'era

impedire che il popolo si disonorasse, con mani potenti levato in aria

l'infelice corpicciuolo del dottore se lo pose dietro alla persona,

dipoi, opponendo il petto virile alla onda popolare:

«Che furie, che sdegni sono eglino questi?» prese a parlare; «si vede

bene che del vivere libero non sapete più nulla, dacchè in così brutta

maniera ne abusate. Se il dottore ha misfatto, ricorrete agli Otto o

alla Quarantia e accusatelo: v'è il magistrato per ricevere la querela,

vi sono le leggi per punirlo. Se il dottore mal consigliava, la Pratica

concede libertà di parole; e voi rispettate i consigli tristi, se

volete averne sempre dei liberi e dei buoni: e poi il dottore non può

incolparsi, o poco incolparsi; colpa bensì è di loro che lo elessero a

gonfaloniere o gli commisero la relazione. Sicchè lasciatelo stare. Il

popolo di Fiorenza fa per impresa il lione; — imitatene la generosità.

Vi pare egli subbietto di sdegno Bono Boni dottore di leggi? Miserabile

creatura! lasciatela stare. Voi, Tebaldo, che sempre conobbi per uomo

dabbene, date primo l'esempio. E voi, Bindo, non vi vergognate? Di bene

altre ire ora abbisogna la patria. Su via, seguitemi, andiamo alle mura

per vedere l'esercito nemico che tiene assediata la città: — guerra al

nemico!»

Tebaldo e Bindo, i quali parevano tra i popolani i meglio clamorosi, si

quietarono e, mutando voglia, si misero ad urlare quanto ne poteva loro

la gola: — «Alle mura! alle mura!»

Al Morticino degli Antinori, giovane ferocissimo ed emulo antico

del Castiglione, increbbe quel parlare modesto, e più del parlare

l'autorità grande esercitata sopra le turbe, onde, morso da invidia, si

avvicina a Tebaldo e gli susurra all'orecchio:

«E chi siete voi da lasciarvi menare così pel naso da quel Morgante

maggiore? Alla statura, ma più alla durezza, e' mi sembra il fratello

del Davidde di Michelangiolo: — diamo la baia anco a lui; prendiamo a

sassi il protetto e il protettore.»

«Questo non faremo noi», con mal piglio, rispondeva Tebaldo: «e

chiunque si attentasse di farlo, proverebbe come le mie braccia pesino.

Chi siete voi, messere? Io non vi conosco. Dante mai sempre ci si

mostrava amico, — anche al tempo dei Medici, sapete, egli mi domandava:

Tebaldo come stai? come va la moglie e i figliuoli? e lavori ve ne

sono? — e quando io era tristo e crollava la testa, mi confortava

sommesso: «spera, non sempre rideranno costoro; non per anche abbiamo

fatto i conti; Dio non paga il sabato e per ogni tuo bisogno fa capo a

casa. Noi non nascemmo gentiluomini per essere ingrati....»

Ed un altro del popolo riprendeva:

«Aggiungi, frate, ch'io mi rammento aver veduto il messere a codazzo

dei Medici e dei cardinali quando dominavano la città. Ora, dite voi

altri, ci vedemmo noi mai messer Dante?»

«A che perdiamo più tempo con questa figura da campo santo?» continua

un altro. — «I compagni si sono avviati, e noi arriveremo ultimi.

Lasciamo il dottore, — un giorno o l'altro ci darà maggiore diletto,

quando si dimenerà dentro il paretaio del Nemi[133]».

Rimasero sulla piazza dei Signori Bono e il Morticino, — quegli salvato

dal danno, questi impedito dal farglielo: — e non per tanto o non

si odiavano, o si odiavano di un odio minore a quello che portavano

entrambi a Dante. Se avesse potuto l'uno contemplare lo sguardo

dell'altro, che tenevano ardentemente teso sopra il Castiglione,

il quale si allontanava, si sarebbero abbracciati come fratelli, —

per istringersi poi nel vincolo più saldo che mai possa legare due

cosiffatte creature, — voglio dire il delitto.

Pensava Bono nella codarda anima sua: «Oh! potess'io pagarti la difesa

con una manciata di veleno nel vino che beverai stamane.»

L'Antinori sentiva una voce fastidiosa, come di sega, mormorargli

intorno alle orecchie: «Cotesto uomo nè vincerai nè uguaglierai tu mai:

ti supera in tutto, fa di suscitargli querela e tenta ch'egli muoia per

le tue mani o tu per le sue.

Umano cuore! Era pur meglio tu talvolta rimanessi creta!

CAPITOLO OTTAVO

GIOVANNI BANDINO

Io con gli occhi dolenti e il viso basso

Sospiro e inchino il mio natio terreno,

Di dolor, di timor, di rabbia pieno,

Di speranza e di gioja ignudo e lasso.

ALAMANNI, _Sonetti._

O paese, o paese, o paese!...

GEREMIA, cap. XXII, v. 22.

Se la tua mano non si contaminò giammai effigiando immagine di tiranno,

— se nel tuo petto arde la fiamma del genio italiano, giovane fabbro

che avesti dal cielo potenza d'imporre alla pietra sembiante umano,

vieni e scolpiscimi Italia. — Prima di volgere la mente a concepirne

il pensiero contempla il suo cielo azzurro e sereno, le cerulee

marine, i campi floridi, i colli ridenti; — poi guarda il Colosseo,

i ruderi del Foro romano, le basiliche del medio evo, il tempio di

Michelangiolo; — rammenta i fieri giuochi dei gladiatori, le solenni

ecatombi, il muggito dei bovi percossi dalla bipenne empire le volte

del Panteon di Agrippa, Giulio Cesare pontefice massimo; ancora, — il

memore intelletto diffondi sui trionfi dei re della terra incatenati al

Campidoglio, sopra la lega lombarda, su Federigo Barbarossa, il Serse

superbo dei bassi tempi disfatto, — all'improvviso chiudi la porta del

passato e guarda un gregge di preti e di frati, sozza ftiriasi[134],

brulicanti pei capelli e per le membra di una donna estenuata, — una

generazione d'idioti, genuflessa davanti a mille idoli dipinti di

rosso, di verde e di giallo, svolgere col volto compunto una serie di

globi di legno, o di pietra... Questo è il rosario!

Domenico di Guzman, fondatore della Inquisizione e carnefice degli

Albigesi, inventò il rosario... Oh! la preghiera di colui che la natura

vergogna chiamare col nome di uomo, e la chiesa salutò come santo,

giungerà mai gradita al Dio delle misericordie?

Sopra il trono di Augusto contempla un vecchio che non sa regnare e

pure non cessa dalle libidini del regno, e vestito di gonnella muliebre

stende la mano tremante a tutti i suoi nemici limosinando fra lo

scherno e il ribrezzo un giorno, — un'ora, un minuto di regno.

L'assedio di Firenze · 第 19 / 81 段