dapprima erano tre, poi sei, essendo la città divisa in sestieri; alla
fine otto, quando la ridussero a quartieri. Ma, siffatto magistrato
non bastando a frenare la prepotenza dei nobili, crearono nel 1292
il gonfaloniere di giustizia, al quale dettero sotto venti bandiere
mille uomini, onde si trovasse sempre parato a favorire le leggi.
Primo eletto fu Ubaldo Ruffoli; e trasse per la prima volta fuori
il gonfalone per disfare le case dei Galletti, avendo uno di quella
famiglia ucciso in Francia un popolano. Il gonfaloniere e la Signoria
esercitavano, da principio, grandissimo potere, stando nella facoltà di
quelli fare o non fare quanto loro meglio piacesse. Dal 1494 insino al
1512, e dal 1527 al 1530 poi, sibbene il Consiglio Grande fosse vero
e legittimo signore, nondimeno cotesti due magistrati ritenevano gran
parte della sua autorità. Uscito fuori dal bisogno e per avventura
dall'ira, cotesto ufficio riunì un tempo entrambi i poteri che noi
diciamo deliberativo ed esecutivo; in seguito, procedendo nella scienza
di governare lo stato, l'autorità del deliberare fu, come si doveva,
restituita ad ampia assemblea, ed essi ritennero il potere esecutivo,
il quale nondimeno divisero in altri magistrati subalterni, come
sarebbe a dire i Dieci, ai quali commisero l'incarico di vigilar su
le cose della pace e della guerra, i Nove preposti a provvedere alle
milizie del contado, gli Otto all'amministrazione della giustizia
criminale, ed altri ad altre cose.
Dopo la Signoria, nel reggimento della Repubblica Fiorentina
comparivano notabili i sedici gonfalonieri. È incerto se Giano della
Bella nel 1292, o il cardinale da Prato, mandato nel 1303 da papa
Benedetto XI a pacificare la città, gl'istituisse. Fu da principio
ufficio loro esclusivo sovvenire la Signoria e il Palazzo, correre alle
case dei popolani, se vedessero i grandi assembramenti per isforzare il
governo, operare in somma quanto fosse necessario onde rimanesse illesa
la legge, e perchè meglio l'ufficio loro eseguissero, ebbero nel 1323
i cinquantasei pennoni, tre per gonfaloniere, ed alcuni quattro, con
i quali, quando il gonfaloniere di giustizia chiamava il popolo alle
armi, erano tenuti ad andargli dietro con le compagnie loro assegnate.
Mutati i tempi e gli ordinamenti, non più si ebbe bisogno che uscissero
in arme ad accompagnare il gonfaloniere di giustizia nella tumultuosa
esecuzione di sentenza che pareva, ed era le più volte, vendetta: ma
nondimeno, avendo acquistato riputazione grandissima, ordinarono che
la Signoria, quando avesse a fare alcuna pubblica deliberazione (come
confermare le spese commesse dai magistrati della Repubblica, creare
nuove leggi, imporre gravezze), non potesse alcuna cosa eseguire senza
di loro. Avevano titolo di venerabili; insieme con i dodici Buonuomini
componevano i così detti Collegi, e si chiamavano ancora li Tre
maggiori. Chiunque il padre o l'avo del quale non era veduto far parte
di questi maggiori non poteva essere promosso agli uffici pubblici. La
città andava divisa in quartieri, per la riforma che ne fu fatta dopo
la cacciata del duca di Atene. Per lo innanzi fu spartita in sestieri.
Ogni quartiero aveva un gonfalone collegiale e quattro particolari.
San Spirito prese per gonfalone collegiale la colomba bianca con raggi
d'oro fuori del becco in campo azzurro; gli altri scala bianca in
campo rosso; quadro bianco seminato di nicchi rossi in campo azzurro;
sferza nera in campo bianco; drago verde in campo rosso. Santa Croce
ebbe in gonfalone collegiale croce rossa in campo bianco; — gli altri
furono, due ruote cerchiate bianche e nere; una ruota di carro di color
d'oro in campo azzurro; toro nero in campo d'oro; lione d'oro in campo
azzurro. Santa Maria Novella per gonfalone primario un sole d'oro in
campo azzurro; e gli altri, lione bianco in campo azzurro; lione rosso
in campo verde; vipera verde in campo d'oro; unicorno bianco in campo
verde. San Giovanni, il tempio in campo azzurro; gonfaloni minori, le
chiavi rosse incrociate in campo d'oro; il vaio bianco e nero; il drago
verde in campo d'oro; lione nero in campo bianco.
Terzo maestrato maggiore costituivano i Buonuomini; dodici di numero;
istituiti nel 1321; nel qual tempo essendo la città molto travagliata
dalla fazione di quelli che volevano entrare nel governo, e non
provvedendo a sì fatto disordine i Priori come dovevano, furono eletti
questi dodici Buonuomini, perchè assistessero i Priori, i quali d'ora
in poi non potessero fare deliberazione alcuna d'importanza senza il
consiglio loro: si dissero Buonuomini perchè cavati fra quelli che
avevano fama, oltre la sufficienza, di grande bontà. Nella riforma del
1494, epoca della seconda cacciata dei Medici, si provvide che eglino
insieme ai sedici gonfalonieri ed alla Signoria intervenissero a fare
stanziamenti, creare nuove leggi ed altri ordini; nè senza la presenza
loro il Consiglio Grande potesse eleggere magistrato, o far cosa altra
qualunque. Incombeva loro altro ufficio, ed era la guardia della porta
del Palazzo nei tempi turbolenti contro chiunque volesse sforzare i
Signori. Però, durante lo spazio compreso nella nostra storia, di e
notte vigilarono alla custodia della Signoria.
Dei Nove non occorre per ora parlare, i quali attendevano alla milizia
del contado e del dominio fiorentino; e perduto il dominio, furono
deputati sopra le fortificazioni della città.
Altrove terremo proposito degli Otto di guardia, magistrato criminale
sostituito ai capitani di popolo. — Diremo adesso brevemente dei Dieci
di libertà e pace.
I Dieci furono magistrato assai antico, imperciocchè se ne trovi
fatta menzione nella storia delle guerre che Firenze sostenne con suo
infinito pericolo contro i duchi di Milano. In pace si sopprimeva,
in guerra si tornava ad eleggere. Qualche volta invece di dieci fu
composto di otto, e si chiamarono di Pratica. L'amministrazione dei
Dieci si estendeva oltre ogni credere; in loro stava la salute o
la rovina della patria; a loro apparteneva negoziare co' principi,
praticare gli accordi, promuovere le leggi rispetto alla pace o alla
guerra, soldare capitani, fanterie e gente di armi; e, bisognando
condurre governatore o capitano generale, a loro spettava considerare
diligentemente chi per fede e valore fosse degno di tanto grado,
comechè simile condotta non si tenesse per conclusa dove prima non
la confermasse il consiglio degli Ottanta. Era parimenti ufficio
dei Dieci apprestare le fortezze del dominio, mettervi presidii,
artiglierie, polvere e di ogni maniera provvisioni. Avevano autorità
di mandare commissari particolari del dominio, od anche eleggere
per commissari quelli che andavano in reggimento. Gli ambasciatori e
commissari generali sebbene nel consiglio degli Ottanta si creassero,
nondimeno, quando andavano ad eseguire i negozi, la Signoria imponeva
loro che scrivessero ai Dieci; e quanto questi comandassero,
facessero: però gli ambasciatori innanzi la partita andavano per
le istruzioni a quel magistrato; giunti presso i principi, a lui
scrivevano tutto quello che occorreva, e i comandi che per risposta
ricevevano, eseguivano. L'autorità di questo magistrato compariva in
diritto eccessiva, perchè poteva muovere guerra, far pace, stringere
lega con cui meglio gli pareva: nondimeno in fatto non assumeva sì
grave carico, e nelle deliberazioni di momento si consigliava con
la Pratica. Furono segretari dei Dieci, col titolo di Segretari
della Repubblica Fiorentina, gli uomini più illustri che a mano a
mano onorassero i secoli. Tanto piacque nei tempi andati ai Toscani
mantenere presso i popoli stranieri fama d'ingegnosi e schivare quella
di stupidi: Coluccio Salutati; Lionardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio
Bracciolini, Cristoforo Landini esercitarono l'ufficio di segretario;
più grande di tutti loro Nicolò Machiavelli, a, cui, ristorato
il governo repubblicano, fu per opera degli ottimati preferito un
Francesco Tarugi di Montepulciano, e questo morto di lì a breve tempo,
con molto migliore consiglio elessero per segretario Donato Gianotti,
reputato e dabbene, dalle opere del quale sono estratte per la massima
parte le precedenti notizie[127].
Già la sala era ingombra di cittadini chiamati dal suono della campana;
e andavano trattenendosi in vari ragionamenti, divisi in capannelli,
liberamente discutendo le proprie opinioni, sicchè ne usciva un
frastuono simile al zufolio del vento per le foreste. Quando comparve
la Signoria ogni uomo si tacque e si affrettò ad occupare il posto
conveniente alla dignità di ciascheduno. I magistrati si posero sulla
ringhiera, il popolo per le panche, il gonfaloniere con la Signoria
sopra il suo seggio.
Appena seduti e ricambiato il salutare, i tavolaccini apersero l'ultima
porta della sala a mano sinistra del gonfaloniere, ed uno di loro
gridò:
«I magnifici ambasciatori.»
E subito dopo furono veduti entrare Iacopo Guicciardini, Andremo
Niccolini e Luigi Soderini, mesti in sembiante e in gramaglia,
cosicchè a molti quella improvvisa comparsa era segno di augurio
sinistro. Fattisi presso al seggio dei signori, con molta solennità gli
ossequiarono, aspettando per favellare che ne fosse loro trasmesso il
comando.
«Quando partiste», cominciò il gonfaloniere, «da Fiorenza, eravate
quattro. Donde avviene che siete scemati? Dov'è messer Niccolò Capponi?
Quale cura lo trattiene adesso?»
«Nissuna: — anzi egli adesso va sciolto da tutte, rispose Iacopo
Guicciardini. — In Castelnuovo di Garfagnana spirò la sua dabbene
anima, invocando la patria e con preghiere caldissime raccomandandola.»
Lorenzo Segni, che per avere condotta a moglie la ginevra, figliuola di
Piero Capponi, era cognato di Niccolò, udendo l'acerba novella, forte
si percosse la fronte ed esclamò:
«Ahimè! perdemmo il migliore cittadino di Fiorenza.»
Lionardo Bartolini, soprannominato il Leo (il quale era uno dei Sedici;
e patteggiando per la setta degli Arrabbiati, non si scompagnava mai
da Bernardo, Lorenzo, Giovambattista, Dante ed altri della famiglia
Castigliona; da Battista del Bene, detto il Bogia, Giovanni degli
Adimari chiamato Zocone, Giovanni Rignadori, per soprannome Sorgnone,
ed altri della medesima setta), mal comportando la lode smodata ad
uomo, che sempre avevano ripreso mentre viveva, rispose ad alta voce:
«Ed il peggiore magistrato...»
Lorenzo, levando la faccia e torcendo nel Bartolini gli occhi dove il
subito furore aveva inaridito le lacrime della pietà, come quello che
arditissimo uomo era, con grande animo soggiunse:
«A me non faceva mestieri altro esempio per convincermi essere i
peccati delle republiche la ingratitudine e la invidia.»
«Via il pallesco! — Taccia l'ottimato! — silenzio!...»
E queste parole con gridi deliranti si urlavano, con frequente pestare
di piedi e gesti furibondi, dalla fazione degli Arrabbiati.
«Silenzio a tutti!» balzando in piede dal suo seggio prorompe il
Carducci.» Non è luogo questo, nè qui foste adunati per celebrare
o riprendere le azioni dei cittadini. Il predicatore al mortorio
preconizzerà il defunto messere Nicolò; la storia lo giudicherà nei
suoi volumi. Ambasciatori, esponete.»
«Quantunque», con voce concitata incominciò a favellare Iacopo
Guicciardini, «a noi fosse più grave patirli che a voi ascoltarli, ci
sia non pertanto permesso di tacere gli strazii vergognosissimi co'
quali papa Clemente, il dabben cittadino, intese a renderci contennendi
davanti i maggiori baroni della cristianità adunati a Bologna per
la incoronazione dell'imperatore. Noi non mancammo, a seconda delle
istruzioni ricevute, di visitare i cardinali Farnese, Santa Croce e
Campeggio; in particolare colloquio raccomandammo la Repubblica al
gran cancelliere, ma, secondo il costume di corte, avemmo cerimonie e
c'industriammo ottenere la udienza promessa dal maggiordomo maggiore.
Dopo lungo aspettare per bene quattr'ore, vilipesi e derisi nelle
anticamere, fummo licenziati a cagione che, essendo sopravvenuto a Sua
Maestà un subito negozio, non poteva darci ascolto[128]. Non mancammo
però di complire monsignore di Nassau, il quale, poco intendendo, meno
facendosi intendere, non so se per dileggio o per ignoranza, rispose
non bisognare intercessione, però che il papa, essendo dei nostri,
avrebbe certamente adoperata benignità alla sua patria. Don Francesco
di Covos, commendatore maggiore di Lione, invece di confortarci, ci
minacciava guai, se non avessimo convenuto con Sua Santità e presto. —
Ah! cittadini miei, quanto io ami la patria, sapete; i sagrifizi che
io sono pronto a fare per lei potrete uguagliare, non superare. A me
poco premono gli averi, la vita nulla: e nondimanco io torrei piuttosto
danni anche maggiori, se maggiori si possono apportare all'uomo, che
soffrire un'altra volta tormento come questo, senza pari nel mondo.
Per compire intiero l'ufficio doloroso, non volemmo tralasciare il
confessore di Cesare, il quale distintamente ci rispose avere Sua
Maestà fatto consigliare questa causa, tenerla giusta, tanto più poi
persuadendola il vicario di Cristo e cittadino della nostra città;
per la quale cosa doveva presumersi fosse non pure giusta, ma pia;
inoltre avere Cesare obbligata la sua parola e non esserle per mancare
giammai, sapendo egli confessore che Cesare era quanta fede fosse nel
mondo. Ancora disse che la città, per avere stretto lega co' Francesi
e mandato gente al campo di Lautrec a sovvenirlo nella impresa di
Napoli, doveva considerarsi decaduta dai privilegi concessi dai passati
imperatori.»
Un turbine di grida interuppe l'oratore, che si rimase con labbra
tremanti, ansioso di proseguire; e alla domanda di Dante da
Castiglione, la quale, malgrado il trambusto, gli percosse piena le
orecchie al modo di tuono:
«E con qual fronte sosteneva costui siffatte scelleratezze?»
«Con fronte da frate», rispose il Guicciardino, «e con atti tali che
sembrava crederle come appunto le diceva. Ma loro io non incolpo;
— ai nemici non bisogna chiedere nulla: ben io mi dolgo e in pieno
consiglio ricordo, affinchè i padri insegnino ai figli, i figli ai
nipoti, ad abborrire eternamente i nomi dei cardinali Ridolfi, Salviati
e Gaddi, fiorentini tutti, alla patria spietati, solo di sè curanti,
nè a fame nè a lacrime e nè a disperazione credenti, purchè la mensa
abbiano di vivande preziose imbandita e ascoltino i motteggi dei loro
buffoni[129] o i suoni dei musici. Dalle istanze supplichevoli, dagli
umili scongiuri che cosa acquistammo noi? Stolti conforti, come la
gente chiericuta costuma di rassegnarci ai divini voleri, quasi Cristo
predicatore alle turbe della libertà potesse mai volere schiavi i
suoi figliuoli! — Ma qual bestemmia mi usciva di bocca? Io ti domando
perdono, Gesù crocifisso, signore e padre della Fiorentina Repubblica.
Tu nulla hai di comune con i preti di Roma; quando te invocano, quando
te rammentono, certo col tuo stesso nome vogliono significare qualche
altro Dio. Tu versasti il tuo sangue prezioso per la salute degli
uomini, — i preti hanno raccolto quel sangue e lo hanno ministrato ai
popoli misto di veleno...»
E proseguiva con inestimabile dolcezza di quanti Piagnoni si trovavano
nella sala, i quali, ricordando il fiero piglio di frate Girolamo e
quel suo ardente predicare, già cominciavano a singhiozzare sommessi,
ed era da temersi che all'improvviso cadendo in ginocchio non
prorompessero nelle voci di _viva Cristo_, e cantassero in coro la
strana canzone del Benivieni:
Non fu mai più bel solazzo.
Più giocondo nè maggiore,
Che per zelo e per amore
Di Gesù divenir pazzo.
Quando il Carduccio, severamente riprendendo l'oratore, parlò:
«Messere Iacopo, la Signoria intese ieri la predica di frate Benedetto
in Santa Maria del Fiore; oggi vorrebbe qui dentro favellare di
negozi».
Il Guicciardino allora condusse in breve il suo dire a fine aggiungendo:
«Quanto uomo può immaginare, e bocca discorrere, tutto esponemmo al
principe dei nuovi farisei; — vi adoperammo lacrime, sospiri e perfino,
con manifesto pericolo di noi, minacce. Rispose Clemente alle minacce,
lusinghe; alle lusinghe, minacce; tentò corromperci; pose in opera il
perverso ingegno a disgiungere la nostra dalla causa della patria; e
quando pieni di pietà e di sdegno uscimmo dal suo cospetto, non adontò
mandarci per un suo camerario all'albergo questa carta. Qui dentro
è riposta la sua mente intera. Spettabili Signori e miei onorandi
concittadini, in mercede dei travagli patiti, mi concedete che i miei
occhi non si contristino a leggere così fatta abominazione, nè la mia
bocca si contamini a proferire gl'ipocriti sensi di questo crudelissimo
nostro nemico.»
E tesa la mano presentava al gonfaloniere una carta, la quale egli
prendendo fece per un tavolaccino portare a messere Donato Giannotti
segretario della Repubblica; e subito dopo gl'impose:
«Ser Segretario, leggete.»
Il Giannotto, obbedendo al comando, si levò in piedi per leggere.
In quella vasta sala, da tanta gente ingombra, si sarebbe inteso il
ronzìo d'un insetto, — così profondo vi si diffuse allora il silenzio.
E dalle ringhiere sporgevano alcuni il capo e parte del busto per
meglio ascoltare: altri ritti sulle punte dei piedi appoggiavano il
mento sulla spalla di chi stava loro davanti, altri atteggiati in altre
sembianze e pur tutte rivelatrici dell'alta intensità dell'anima. La
voce del Giannotto, comechè picciola, riempiendo la sala, diceva:
«_Dilectis filiis civibus florentinis Clemens papa VII salutem et
apostolicam benedictionem._ — Mediante gli onorevoli vostri oratori
ci avete fatto sapere essere in tutto disposti di accordare con noi;
la quale disposizione, comunque giunga tardi per la nostra giustizia,
arriva in tempo per la misericordia nostra. Epperò, ricevendoli
nell'antico favore della Santa Sede Apostolica e trattandosi dell'onore
nostro, intendiamo e vogliamo vi rimettiate intieramente nelle nostre
braccia, chè mostreremo al mondo che, per essere nati nella vostra
città, vi saremo fratelli; e per essere capo dei fedeli, vi faremo da
padre.»
Si levò uno scoppio spaventevole di urli, di mani percosse sui banchi,
di sghignazzari di scherno. La terra battuta mandò rumore e nuvolo di
polvere, quasi vi sottostasse il vulcano.
Il Carduccio stende ambo le mani per comprimere il tumulto come uomo
che tenti frenare l'impeto di cavalli indomati; e poichè indi a brevi
momenti decrebbe (chè l'ira, l'odio, l'amore e ogni altro affetto col
tempo si placa), non senza grave turbamento incominciò:
«Già voi li sentiste: — i patti coi quali ci offre pace il padre di
tutti i fedeli e nostro vi sono alfine manifestamente proposti; — con
la superba tirannide che non conosce vergogna, costui ve li definisce
e pone dinanzi agli occhi. Gli porgano i cieli la mercede che merita;
— almeno noi sapremo a qual partito attenerci, rifiutare i consigli
incerti e nelle risolute deliberazioni confermarci. Volete pace? ebbene
incominciate a disimparare la libera favella repubblicana, educate le
labbra a proferire le parole: _di umiliati al temuto trono, di supplica
ossequiosa, di servo indegno e di suddito, di prostrato agli augusti
piedi_, e tali altre siffatte bruttissime e disoneste laidezze, che se
l'uomo si attentasse adoperare verso il suo Creatore, questi di certo
nol sopporterebbe, dicendo: solleva la fronte; se io avessi voluto
che tanto si umiliasse la creatura, non vi avrei impresso la immagine
di me; guardami in faccia, perchè i sacerdoti mi hanno calunniato, ed
io sono Dio di amore. — Apparecchiate le vostre sostanze; il tesoro
raccolto con industria e parsimonia da secoli il tiranno divora in un
giorno; — alla libertà rifiutaste il vostro soverchio, adesso date alla
tirannide anche il necessario; nè confidate schermirvi con ingegnosi
partiti: la tirannide conosce tali strettoi da premere in una scossa
l'oro, il sangue e le lacrime di un popolo, — e l'oro prende tutto,
del sangue beve un sorso e poi lo restituisce al popolo con le sue
lacrime intere perchè ritorni a piangerle. — Educate le vostre donne a
compiacersi delle libidini del tiranno; voi stessi persuadete che vi
tornino ad onore, e quando il principe lascerà nelle vostre case una
striscia velenosa come il rettile, mostratela ai vicini, vantandovi: Il
duca ci degnò della sua presenza. — Nè questo basta ancora: — noi tutti
non vorrà sopportare vivi; con la morte degli uni acquistano grazia
i superstiti. — I nomi nostri imborsiamo, leviamone a sorte quaranta,
e le teste dei sortiti in bacile d'argento presentiamo con le chiavi
della città, quando il vicario di Cristo si accosti alla dolcissima
sua patria, — dono gradito a chi lo riceve, pegno di favore a cui il
porta. Cittadini, ecco la pace di Clemente VII, servo dei servi di
Dio. La guerra per altra parte ci si mostra piena di pericolo. — Ma
evvi pericolo maggiore della pace? Noi possiamo perdere la guerra,
ma possiamo anche vincerla; e quando pure la perdiamo, qual danno
ricaveremo più grave della pace? E forse il vincitore, anche nella
vicenda più trista, sapendo quante morti abbia sofferto in espugnarci,
o rispetterà la virtù dei superstiti o temerà di ridurli a disperati
partiti. Resistendo, acquistiamo tempo; e il differire, causa di
sventure nelle guerre offensive, nella difesa abbiamo veduto sempre
giovare. Già le cose dei Luterani in Germania molestano Cesare molto
più che altri non pensa; il Turco si tiene grosso sotto Vienna, sicchè
il fratello dell'imperatore, non che abbia potuto abbandonare gli
stati suoi per assistere alla incoronazione di lui, a grande istanza
lo chiama per divisare i ripari contro Solimano; nè le forze del papa e
di Carlo sommano a tanto quanto si temeva; e le milizie nostre superano
il numero che speravamo; le mura abbiamo forti, dei soldati forestieri
fioritissima cerna e, meglio delle mura e dei soldati forestieri,
cittadini disposti in un fermo volere. Io pertanto vi conforto a
combattere. Ma voi, prestantissimi uomini, liberamente consigliate;
chè, qualunque sia per essere la determinazione vostra, la Signoria
e i Dieci non solamente approveranno come utile, eseguiranno come
onorevole, ma eziandio commenderanno come onesta[130].»
Terminata l'orazione del gonfaloniere, avvenne un momentaneo
scompiglio, perchè ognuno dei cittadini adunati si raccolse sotto
il suo gonfalone per discutere la proposta e dare il voto. Se non
che tanto era il generale consenso che poco vi fu mestieri disputa,
e tutti convennero nell'affermativa. Allora, secondo il costume, i
gonfalonieri, cominciando da quello di Santo Spirito e secondo l'ordine
succedendo gli altri, si recarono in bigoncia, dove esposero la
risoluzione del rispettivo gonfalone con la formula breve e consueta:
— Di tanti che sono, tutti dicono di sì.
Quantunque uso volesse che nel riferire la mente dei suoi il
gonfaloniere adoperasse la formula concisa rammentata poc'anzi, già non
s'intende mica che fosse loro proibito favellare più diffusamente: ed
in fatti Lionardo Bartolini, il quale era gonfaloniere dell'Unicorno,
salito tempestando in bigoncia, gridò:
«Tutti i miei dicono di sì; ma dicono ancora: i magistrati attendano
a guardarli alle spalle, mentr'eglino combattono di faccia: non
tutti i nostri nemici stanno in campo; molti, in città, molti, con
inestimabile dolore e sconforto dei buoni, in questo stesso recinto...»
Uno applauso forsennato lo interruppe; — parve ai Palleschi giunta
la loro estrema ora di vita. — Il fiero Arrabbiato continuò: «Io li
vedo, io li conosco; potrei nominarli o accennarli!... Che pazienza,
che viltade è mai questa? Se non vogliono aiutarci, non ci nuocciano
almeno. Perchè non sopportano essi in parte il carico comune? Dunque
l'odio manifesto contro la patria basterà ad esentare dalle gravezze; e
quanto più l'uomo si mostra alla Repubblica amorevole, più gli farete
sopportare i balzelli e gli accatti? Bell'arte di governo, in fede di
Dio! Utile accorgimento di stato! Or via affrancate la timida mano: con
migliore prudenza vorrebbero consegnarsi al sepolcro. Se non vi piace,
sosteneteli, aggravateli con le tasse, i beni interi dei frati vendete.
Perchè ne avete venduto il terzo solamente? O fu giustizia venderne
parte, e giustizia sarà venderli interi; o fu necessità di stato, ed
allora, le cause della necessità tuttavia sussistendo, ragion vuole
che pienamente il concetto vostro adempiate. Se ci pretende la Signoria
animosi, cominci ella a somministrarcene l'esempio; a testa debole non
mai udimmo andare congiunte mani robuste.»