Il caso era grave davvero, perchè si trattava se dovesse Fiorenza

accordare co' patti dettati dal Papa, o se piuttosto, rotti gli

accordi, mettersi alla ventura delle armi. Inoltre il gonfaloniere

Francesco Carducci tanto più volentieri aveva adunato la Pratica

in quanto che col chiamarci uomini di varie fazioni pensò potere

conseguire che, trattando domesticamente tra loro, venissero a

dimettere alquanto della scambievole selvatichezza ed accordarsi in pro

della patria comune: o se non riusciva a persuaderli di fare di per sè

stessi questo bene, convenissero almeno a confermare il gonfalonierato

di lui, il quale avrebbe molto acconciamente saputo provvedere alla

comune salvezza. Pensò ancora di acquistarsi grazia nell'universale;

però che, sebbene si sentisse atto a grandi cose; non ignorava essere

giunto a quel sommo grado con sorpresa di tutti e sua, scemargli il

credito le poche fortune, il fallimento della sua ragione mercantile in

Ispagna, il parentado, comunque illustre (che si vantava discendente

di san Giovanni Gualberto, antico barone del contado e galantuomo

davvero), oggi ridotto in pochi ed umili capi. Le quali cose, come

vedremo, il Carducci non solo non ottenne, ma invece acquistò le

contrarie; — colpa non sua, sibbene della fortuna, la quale delle due

faccie che gli umani casi presentano, sorridendo all'una, è cagione che

l'altra, malgrado gli argomenti umani, vada in rovina.

Nelle stanze della Signoria assai prima che la campana, detta la

Tonaia, chiamasse i cittadini in Palazzo, egli aveva convocato uomini

di ogni maniera faziosi. Erano andati prontissimi tutti Iacopo Nardi,

Michelangelo Buonarotti, Bernardo da Castiglione, Zanobi Buondelmonti,

Lorenzo Cambi ed altri non pochi per amore di libertà: Zanobi Bartolini

e Ludovico Capponi per iscoprire gli umori e governarsi a seconda del

vento; Luigi della Stufa, Matteo Nicolini, Ottaviano dei Medici, Luca

degli Albizzi, Francesco Antonio Nori per paura, tenendo scopertamente

per le palle.

Il Carducci, a mano a mano che giungevano, con dimostranze cortesi

gli accoglieva, domandava perdono se avesse loro arrecato disturbo,

ma in cosa di tanto momento non credersi facoltato a deliberare senza

di loro: attendessero che gli altri venissero; egli intanto esaminare

i rapporti della provincia. — E così favellando si accostava ad una

tavola immensa ingombra di carte, dove faceva sembiante di leggere.

— Il Carduccio, per ordinario pallido, adesso era livido, sia che

avesse vegliato la notte, o le cure soverchie lo travagliassero; — e

Iacopo Nardi, considerando cotesta sua faccia cadaverica ricinta sotto

il collo da un lucco di velluto cremesino, sentì come abbrividirsi

dentro, parendogli quelle pieghe rosse rivi di sangue che scaturissero

dalle vene tronche della gola: rispose al sorriso del gonfaloniere

stringendogli forte la mano e sospirando profondo. Questi però,

simulando di leggere, osservava attentissimo gli atti ed ascoltava

i detti dei convocati, e a tal fine adoperava l'udito, che la natura

gli aveva concesso maraviglioso, e la strana facoltà di potere in due

punti diversi indirizzare nel momento stesso il raggio visuale degli

occhi. Vide i Palleschi ossequiosi volgersi agli Arrabbiati, e questi

con mali modi e peggio parole ributtarli e restringerli insieme;

— notò i Palleschi e gli Ottimati rimanersi ristretti alcun tempo,

ricambiarsi la favella, ma alla perfine dividersi per istudio degli

ultimi a malgrado dei primi: non gli sfuggì il corpulento Bartolini

fare ad ognuno e restituire saluti, e non pertanto schivati i colloquii

rimanersi solo: nè il Carduccio sfuggì al Bartolino; acuti entrambi,

entrambi speculatori sottilissimi degli uomini, ingegnosi, amanti di

libertà; ma il Bartolino per ingiurie ricevute, quindi facile a piegare

il Carduccio per ambizione e come cosa propria, quindi istrumento

di libertà capacissimo e fedele. Poichè lo scopo di averli adunati

per tentare se potessero mescolarsi il gonfaloniere conobbe perduto,

egli, depositando sulla tavola il fascio delle lettere, quasi avesse

terminato di leggerle, dirigendo la parola ai convocati, così cominciò:

«Male nuove, messeri. Il dominio per la massima parte perduto;

la rimanente, secondo i rapporti dei commissari, travagliata dai

partigiani dei Medici, vacilla nella nostra devozione: — pericoli

maggiori dentro: l'erario vuoto.»

«Se per lo addietro», rispose tempestando Bernardo da Castiglione,

fosse stato creduto a me e agli altri che sono del mio animo, forse

in questo giorno noi non avremmo a consultare se si debba perdere o

non perdere questa libertà; perchè se ci fossimo vendicati arditamente

contro alle case, contro alla vita e contro alla roba dei nemici

nostri e traditori della patria, noi non avremmo oggi tanta paura

di loro in questi travagli, nè il Papa, confidato in questi perversi

cittadini, avrebbe mosso la guerra per rimettere sè e loro nell'antica

tirannide[120].»

E l'Arrabbiato guardava bieco i cittadini palleschi.

«Cotesti vostri modi», riprese Ludovico Capponi, «messere Bernardo, ci

avrebbero dato tirannide nuova, peggiore dell'antica: rammentate che ai

forti piacciono i consigli magnanimi, ai deboli i crudeli. Procedendo

come abbiamo fatto fin qui, ci rimane sicura speranza di accordi pei

quali, sfuggita la guerra, conserviamo libertà onestamente moderata ai

tempi, ai costumi ed alle voglie degli uomini possibile.»

«Libertà da Giulio dei Medici voi non vi potete attendere neppure

moderatamente onesta! Sperate piuttosto mille fiorini in prestanza dal

giudeo senza pagargli l'usura. Ah! Ludovico, sul letto dove si fanno

cotesti sogni, si alzano le forche per cortinaggio, e pende un bel

capestro per tendina.»

«Patteggiando, messere Bernardo, restiamo intieri, abbiamo forza e

possiamo costringere a tenere i patti; — vinti poi, dispersi, spenti,

nelle sostanze rovinati, empiremo le terre d'Italia di pianti inutili

e le più volte derisi.»

«E chi vi ha detto, Ludovico, di esulare per Italia! i Saguntini non

esularono; — non esularono i Cartaginesi; — non esularono i Sanniti, —

non i Giudei; e intorno alla prima parte del vostro discorso, io vo'

che sappiate dieci battaglie perdute non pareggiare il danno di sei

mesi di tirannide.

«E quale sarebbe il parere vostro, onorando messere Zanobi?» domandò

all'improvviso il gonfaloniere guardando fissamente il Bartolino.

E questi spedito rispose:

«Vi dirò, magnifico messere gonfaloniere, le opinioni di per sè stesse

non valgano nulla; — tutte buone, tutte cattive: e' bisogna prima

disaminare per bene i fatti; e questo, come vedete, spetta a voi:

— se davvero il dominio è perduto, la fede dei cittadini e soldati

vacillante, la pecunia nulla, accorderei salvando parte di quello che

altrimenti mi toccherebbe a perdere intiero; se poi non per anche

giungemmo a tanto estremo, non precipiterei nulla per godere il

benefizio del tempo ad aspettare le nuove dei Luterani e dei Turchi.»

«Queste risposte sanno di oracoli. — Dei due fatti bisogna supporre

uno: — così non verremo a capo di nulla», — mormorava a mezza voce il

Carduccio; e il Bartolino, tornato alla primiera impassibilità, fingeva

non intendere parola.

«La fede dei cittadini vacillante?» favellava pieno di passione Iacopo

Nardi. «Sì, ma di pochi tristi. Le casse vuote? Sì, perchè non volete

prendere il danaro dove si trova, ed invece lasciate adoperarlo ai

nostri danni. Almeno volgetevi alla carità del popolo: i ricchi non

hanno viscere, e il popolo vi porterà il suo ultimo soldo, il suo

ultimo figliuolo...»

«In fè di Dio io non so chi mi tenga le mani che non te le cacci nei

capelli e non ti renda più mondo dello zuccone di campanile[121]»

«Silenzio, donna! Abbiate rispetto al palazzo dei Signori.»

«Senti! O che li tolgo in dispregio io? Ma fammi almeno contenta di

dire a messere Francesco da parte mia che ho da parlargli.»

«E chi siete voi?»

«Io mi chiamo monna Ghita e sono setaiuola conosciuta per tutto Borgo

San Friano.»

«Or bene, monna Ghita, aspettate.»

«Aspettate! — Ella è una parola cotesta; ma noi poveri lavoranti

non siamo mica come voi altri signori soldati, che ve ne state il

giorno intero a baloccarvi con la partigiana in su le spalle mentre

v'è chi pensa a infornarvi il pane e a mescervi il vino: a noi tocca

guadagnarcelo menando le mani da mattina a sera; e tante volte non

basta. Prima dell'assedio un'ora o due non guastava; ora poi il vivere

è così caro che, non l'ora, il minuto assottiglia il vivere: non sapete

voi che il grano costa sette lire lo staio quando se ne trova, e il

vino dieci fiorini d'oro il barile? Ma voi non sapete nulla, perchè

non li comprate... — Corto — andate o non andate ad avvertire messer

Francesco?»

[Illustrazione: .... Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a

volerlo accettare,... _Cap. VII, pag. 176._]

«Buona donna, andatevi con Dio: — vi par egli che il magnifico

gonfaloniere possa lasciare la consulta per ascoltare una femminuccia

qual siete voi.»

«Soldato, tu se' forestiero e servo: se tu fussi de' nostri, sapresti

qui non si conoscere femminucce nè madonne, il grande contare meno

del popolano; se il grande vuol tenere gli uffici, essergli forza

ascriversi alla matricola delle arti: — la mia famiglia appartiene

all'arte di Por Santa Maria, come quella di messere Francesco Carducci:

ambedue abbiamo traffico di seta; egli la compra in balle, io gliela

incanno, gliel'addoppio e gliene fo matasse... eppure intrambi eguali

di condizione.»

Siffatto colloquio discorso con voce concitata le più volte sdegnosa,

nella stanza antecedente alla sala dove stavano a consulta il

gonfaloniere e gli altri cittadini, sospese i ragionamenti di loro; e

quale più qual meno si mostrava curioso di conoscere la cagione della

pressa singolare che faceva la donna. Onde il gonfaloniere, quella

vaghezza leggendo sul volto ai circostanti, senza aspettare di esserne

sollecitato chiamò la guardia e le ordinava lasciasse passare.

E subito dopo comparve arditamente una donna di sembianze strane; alta

della persona, magra, adusta dal sole sicchè sembrava di colore del

rame. I muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le

labra vermiglie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli

occhi fulgidissimi e perpetuamente volgentisi da un lato all'altro;

i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta. Moveva le braccia a

guisa di remi; e considerando le mani forti e l'unghie adunche di che

andavano fornite non era da reputarsi di poco momento la minaccia fatta

al soldato. — Entrò, come dissi, audace nel sembiante e negli atti;

ma tosto che si vide in mezzo a quel consesso, declinò lo sguardo e

si rimase muta e vergognosa. Per lo che il Carduccio, motteggiando,

amorevolmente le domandava: «Ora via, monna Ghita, lasciaste voi per

avventura la lingua al beccaio?»

«Messer no, bensì credeva che il soldato mentisse il consesso, nè mi

aspettava trovarmi al cospetto di tanti magnifici che vanno per la

maggiore...»

«E non andate anche voi per la maggiore? Il vostro nome non è egli

scritto nella matricola dell'arte della seta?»

«Oh! per l'arte, dite bene; ma infine dei conti a me pare che tutte

le disparità mettano capo a queste sole due: avere e non avere...

E nondimeno io parlerò, e questi signori mi scuseranno: e se non

mi vorranno scusare, mi rincarino il fitto, perchè io faccio opera

buona. E per dirvela in breve (chè a voi altri messeri premerà il

vostro tempo, ed a me preme anche il mio), ecco di che si tratta: e'

mi hanno fatto sapere come qualmente la Signoria ordinò si gridasse

per le strade e si appiccasse su pei muri un bando, affinchè chiunque

si trovasse da avere figliuoli da diciotto a trentasei anni ed ori ed

argenti, li portasse al palazzo della Signoria per essere adoperati in

difesa della nostra patria... Ora mi trovo ad avere questo figliuolo...

— Vieni oltre, Ciapo, e saluta i messeri.»

Qui gli occhi di tutti si fissarono sopra un garzone adolescente

tuttavia, ma grande e grosso, di membra validissime, armato di spada,

di partigiana e di barbuta. Egli come volle la madre, si avanzò di

alcun passo e con piglio soldatesco riverì il gonfaloniere e gli altri

adunati. Allora monna Ghita continuò:

«Ciapo non arriva ancora a diciassette anni, ma Ciapo è tale da

fiaccare l'ossa con un pugno a quanti qui siete dentro, sia detto senza

superbia. Cotesto vostro bando, con reverenza di voi tutti, messeri,

non mi sa di nulla. Oh! che? son gli anni che rendono capace di portar

arme e affaticarsi nel campo? il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi,

perchè deve entrare nel diciassette come si arriva alla festa di san

Zanobi, può fare quello, e più, che non fa un altro di trenta. Dunque

deve farlo ancora egli. Ciapo è buon figliuolo; ha il santo timore di

Dio, lavora per la sua povera madre, e prega tutte le sere per l'anima

di suo padre. — Da lui in fuori io meschina non ho altri nel mondo.

Rimango sola; — ma che monta questo? Quando ho sentito il bando, gli

ho detto: Ciapo, prendi la barbuta, la partigiana e la spada di tuo

padre e vieni ad arrolarti alla ordinanza della milizia. Adesso ti

bisogna difendere tua madre e la tua casa. — Qui Ciapo mi ha risposto:

Non ci moviamo, madre mia: per voi, dormite sicura che nessuno vi

toccherà la punta di un dito; in quanto alla casa poi, che domine

volete che portino via? E' non v'è chiodo d'appiccare il capuccio. —

Le quali parole mi fecero impressione, perchè Ciapo diceva la verità,

essendo i miei anni tanti da rendermi ora più paurosa del demonio

che dei soldati, e la casa ignuda di masserizie quanto il palmo della

mano: ma stata alquanto sopra di me, soggiunsi: Va tuttavia, se non

difenderai le donne e robe tue, difenderai quelle degli altri; e poi

mantenendo questo stato, se un signore ti reca ingiuria, dimani diventa

si può dire come te di petto alla giustizia, e tu puoi accusarlo agli

Otto, mentre nei reggimenti dove un solo comanda a tutti e sempre,

non sai in che modo rifarti. — E senti ancora quello che predicava il

beatifico frate Girolamo, perchè non hai avuto il bene di ascoltare

quella santissima bocca: — Cristiani e fratelli miei, vale meglio

pane di fava in repubblica che pane d'oro sotto il principato. — E

Ciapo m'interruppe esclamando: Basta... andiamo. — Io dunque ve l'ho

condotto, e vi prego a volerlo accettare, ch'egli mi promesse di

portarsi da valentuomo e da figliuolo degno di Bindo del Tovaglia suo

padre, che Cristo abbia in gloria.»

Le guancie livide del Carduccio comparvero lievemente tinte in rosso;

sciolse un sospiro, e la soverchia commozione gli troncò la parola.

Gli altri, rimordesse coscienza o maraviglia esaltasse, tacevano. — La

donna soggiunse:

«Solo vogliate nutrirlo, imperciocchè io non potrei fare le spese a

me ed a lui. — Oh! un'altra cosa. Davvero ella è una miseria, ma ogni

pruno fa siepe:» (così favellando monna Ghita si fruga per le tasche)

«in fondo della cassa ho trovato questo paro di gocciole d'oro che mio

zio Baccio aggiunse alla donora quand'io andai a marito; se avessi

trovato di più, di più vi avrei portato; e mi ricordo che mi disse

esserci il valsente di meglio che quattro fiorini d'oro, e averglielo

affermato con sacramento l'orafo che sta da San Brancazio: — io non

ci credo, perchè gli orafi vivono senza fede nè legge; nondimanco,

costino quello che costino, varranno a pagare una settimana un uomo

d'arme. — Messeri, state sani; il Signore vi dia il buon giorno e il

buon anno. Badate ad avere cura della patria: io per me torno a badare

al filatoio: se avete seta da filare, vi sovvenga di monna Ghita, nel

borgo San Friano; tutti v'insegneranno la mia casa, perchè la chiesa

conviene che campi sopra la chiesa. Ciapo, figliuolo mio, ricórdati,

davanti al Crocifisso che tengo a capo del letto, avermi promesso di

tornare ad annunziarmi libera patria, o non tornare più: attendi a

mantenermi la promessa, perchè se mi capiti in casa vinto, io ti chiudo

l'uscio in faccia e dico al vicinato averti raccolto per la strada, non

già portato in questo fianco nè con questo seno nudrito: hai tu inteso?

Addio.»

Il Carduccio, alzate le mani, corse ad abbracciare la donna e

intenerito esclamava:

«Ghita, se la repubblica contenesse dieci cittadini dell'animo vostro,

il nemico non accamperebbe adesso sotto le mura di Fiorenza.»

E gli altri, simulando od esprimendo verace ammirazione, l'erano

attorno celebrandola con ogni maniera di lode. La donna, districandosi

da loro, come selvatica, con alta voce gridò:

«Mal concetto, messeri, prendo di voi; ed ora incomincio a dubitare

della patria davvero, perchè voi tanto non levereste a cielo il debito

del buon popolano, se aveste cuore e volere da soddisfare al vostro.

Badate che al cavare delle tende non si abbia a dire di voi come del

perdono di sere Umido: baci di molti, e quattrini punti[122].»

Iacopo Nardi, tratta fuori di tasca una carta, notava; e quando ebbe

notato la piegò e se la ripose diligentemente in seno, mormorando: —

Quando ogni altro esempio di virtù ai nostri tempi mancasse, questo

unico basterebbe a farmene scrivere la storia[123].

Michelangiolo anch'egli non alitava, l'anima tutta gli si era trasfusa

negli occhi; l'osservava in ogni suo moto nel girare dei muscoli, nello

stringere delle ciglia. E non contento di starsi alla superficie, le

penetrava oltre la cute e, per così dire, indovinava la recondita

notomia di quel volto: dardeggiando veloce lo sguardo da lei ad un

foglio e dal foglio a lei, con la mano rivelatrice dell'alto intelletto

effigiava il tipo della parca che taglia la vita, la quale poi dipinse

con le altre due compagne, meraviglia dell'arte, nella tavola che si

conserva nella galleria di Palazzo Pitti a Fiorenza.

* * * * *

«Magnifici signori,» disse un mazziere della Signoria entrando in

fretta, «gli oratori spediti a Bologna, arrivati a Porta San Gallo,

hanno mandato un cavallaro innanzi per avvertirvi che scavalcheranno al

Palazzo.»

«Ordinate che cessino di sonare la campana: — se vi aggrada, messeri,

possiamo scendere in sala. — Voi, monna Ghita...» La donna era

scomparsa; e quando nello scendere le scale, il gonfaloniere si accostò

al balcone, la vide traversare veloce la piazza, come vogliosa di

rimettere il tempo perduto.

Entrarono nella sala, assai diversa da quella che ai tempi nostri

vediamo. Non per anche ella appariva contaminata su le pareti con le

immagini di due atroci ingiustizie, una della Repubblica, l'altra del

Principato, voglio dire le guerre di Pisa e Siena. — Non per anche i

popoli, ponendo il piede dentro quel recinto, sentivano comprendersi

dal ribrezzo al pensiero dell'incesto quivi commesso dal primo gran

duca Cosimo dei Medici, d'iniqua memoria, sopra la sua figlia Isabella.

— Ella era quale l'aveva ordinata frate Girolamo Savonarola al suo

amico Simone detto il Cronaca, semplice, bassa, scarsa di lumi, col

solaio scompartito a quadri di legnami, larga braccia trentotto,

lunga novanta. Mai non avevano fabbricato in Italia sì vasta sala nè

i Veneziani nè i papi nè i duchi di Milano o i re di Napoli. Quando la

voce di frate Girolamo fece prevalere il reggimento popolare al governo

dei pochi, che aveva durato sessant'anni in Fiorenza, provvidero si

costruisse un locale capace di contenere tutti i cittadini adunati

in consiglio generale. Il buon Simone con tanta prestezza attese si

conducesse a termine che lo stesso Savonarola ebbe a dire «che gli

angioli in quell'opera si esercitassero in luogo di muratori ed operai

perchè più presto fosse finita[124].»

Quantunque io abbia affermato poc'anzi che il Savonarola[125]

predicando facesse un reggimento largo e popolare prevalere allo

stretto e dei pochi, già non si creda ch'ei partegiasse a rendere la

plebe signora, dominio acerbo quanto quello del tiranno. Fu pei suoi

conforti composto il Consiglio prima di ottocento trenta, poi di mille

settecento cinquantacinque cittadini, oltre i trent'anni, amorevoli

della repubblica, _netti di specchio._ Imperciocchè egli sapeva essere

le adunanze della plebe istrumento certissimo di servitù; epperò

quando i cittadini ambiziosi non potevano vincere co' modi legali,

s'ingegnavano chiamare la plebe in piazza, rimettere in lei l'autorità

del governo e lusingarla o costringerla ad eleggere alquanti uomini

i quali avessero soli autorità di riformare lo stato quanta ne aveva

il popolo di Fiorenza tutto insieme. I quali due modi si chiamavano

_parlamento_ e _balía._ E la storia aveva insegnato esserne derivati

pessimi effetti, simili a quelli che anticamente partorirono nella

repubblica romana e in tempi più recenti nel regno di Polonia, allorchè

una Polonia stava in piedi, e i popoli si eleggevano un re. Frate

Girolamo, che del reggimento degli stati, se quel suo zelo soverchio

per la religione non l'offuscava, intendeva assaissimo, attese molto

diligentemente a persuadere altro essere libertà, altro licenza, popolo

non doversi confondere con la plebe, consiglio generale differire

da tumulto in piazza; ed in ammaestramento perpetuo che la sfrenata

larghezza dei consigli è madre certa di tirannide, volle nella gran

sala a lettere maiuscole fosse scritta la stanza seguente:

Se questo popolar consiglio e certo

Governo, popol, della tua cittate

Conservi che da Dio ti è stato offerto,

In pace starai sempre e in libertate:

Tien' dunque l'occhio della mente aperto,

Chè molte insidie ognor ti fien parate,

E sappi che chi vuol far parlamento

Vuol tòrti dalle mani il reggimento[126].

Intorno alla mura della sala avevano ritta una ringhiera col piano

alto tre braccia sopra il pavimento, balaustri davanti e seggi come

in teatro; quivi dovevano sedersi i magistrati della città. Nel mezzo

della parete volta a levante, sopra residenza più eminente, stavano

il gonfaloniere di giustizia e i Signori: — nella facciata dirimpetto

era l'altare, e accanto all'altare la tribuna, in quel tempo chiamata

_bigoncia_, per gli oratori. Nel mezzo poi della sala si vedevano

panche disposte in fila per i cittadini. Tal era, nei tempi di cui

narro la storia, la sala del Palazzo della Signoria, ai giorni nostri

volgarmente chiamato _Vecchio._

Mi sia concesso con quella brevità ch'io potrò maggiore esporre

quali si fossero i magistrati che partecipavano alla Pratica, come

nascessero; quanto e quale potere esercitassero. Duri tempi ci stanno

addosso; sicchè all'uomo, per ristorarsi delle presenti miserie,

conviene che si volga al passato o al futuro. Tra le memorie e il

desiderio noi trasciniamo vita piena d'amarezza; — il futuro si

distende grande, infinito davanti a noi, ma vago, illuminato da

splendore incerto, dove ogni creatura immagina a suo senno un fantasma.

Il passato invece si mostra circoscritto, ai bisogni nostri incompleto,

pur nondimeno distinto. Il passato è irrevocabile, — il tempo caduto

nella eternità uscì dal dominio degli uomini e da quello di Dio. Del

futuro non ispuntò anche l'alba del giorno fatale, e le generazioni,

quasi disperate della lunga notte della doppia tirannide che le

opprime, tengono da secoli la faccia volta all'oriente osservando se

comparisce il raggio divino. — Quanto tarda a comparire quel raggio! A

cui talenta spaziare pei campi dell'avvenire, vi s'immerga intiero e ci

rallegri con illusioni, con isperanze, con vaticinii e, se gli riesce,

con sicurezza di meglio, onde tre quarti del genere umano continuino

il travaglioso pellegrinaggio della vita. In verità la nostra misura è

colma, il peso grave, l'assenzio dell'anima senza fine amaro. Io punto

da diversa voglia continuerò a ricercare nelle ceneri dei padri, a

interrogarne i sepolcri. Ah! padri miei, voi premete un duro guanciale

di terra; voi preme una grave coltre di terra; — voi forse ora siete

tutta terra... e nonpertanto v'invidio perchè riposate.

L'assedio di Firenze · 第 17 / 81 段