accordare co' patti dettati dal Papa, o se piuttosto, rotti gli
accordi, mettersi alla ventura delle armi. Inoltre il gonfaloniere
Francesco Carducci tanto più volentieri aveva adunato la Pratica
in quanto che col chiamarci uomini di varie fazioni pensò potere
conseguire che, trattando domesticamente tra loro, venissero a
dimettere alquanto della scambievole selvatichezza ed accordarsi in pro
della patria comune: o se non riusciva a persuaderli di fare di per sè
stessi questo bene, convenissero almeno a confermare il gonfalonierato
di lui, il quale avrebbe molto acconciamente saputo provvedere alla
comune salvezza. Pensò ancora di acquistarsi grazia nell'universale;
però che, sebbene si sentisse atto a grandi cose; non ignorava essere
giunto a quel sommo grado con sorpresa di tutti e sua, scemargli il
credito le poche fortune, il fallimento della sua ragione mercantile in
Ispagna, il parentado, comunque illustre (che si vantava discendente
di san Giovanni Gualberto, antico barone del contado e galantuomo
davvero), oggi ridotto in pochi ed umili capi. Le quali cose, come
vedremo, il Carducci non solo non ottenne, ma invece acquistò le
contrarie; — colpa non sua, sibbene della fortuna, la quale delle due
faccie che gli umani casi presentano, sorridendo all'una, è cagione che
l'altra, malgrado gli argomenti umani, vada in rovina.
Nelle stanze della Signoria assai prima che la campana, detta la
Tonaia, chiamasse i cittadini in Palazzo, egli aveva convocato uomini
di ogni maniera faziosi. Erano andati prontissimi tutti Iacopo Nardi,
Michelangelo Buonarotti, Bernardo da Castiglione, Zanobi Buondelmonti,
Lorenzo Cambi ed altri non pochi per amore di libertà: Zanobi Bartolini
e Ludovico Capponi per iscoprire gli umori e governarsi a seconda del
vento; Luigi della Stufa, Matteo Nicolini, Ottaviano dei Medici, Luca
degli Albizzi, Francesco Antonio Nori per paura, tenendo scopertamente
per le palle.
Il Carducci, a mano a mano che giungevano, con dimostranze cortesi
gli accoglieva, domandava perdono se avesse loro arrecato disturbo,
ma in cosa di tanto momento non credersi facoltato a deliberare senza
di loro: attendessero che gli altri venissero; egli intanto esaminare
i rapporti della provincia. — E così favellando si accostava ad una
tavola immensa ingombra di carte, dove faceva sembiante di leggere.
— Il Carduccio, per ordinario pallido, adesso era livido, sia che
avesse vegliato la notte, o le cure soverchie lo travagliassero; — e
Iacopo Nardi, considerando cotesta sua faccia cadaverica ricinta sotto
il collo da un lucco di velluto cremesino, sentì come abbrividirsi
dentro, parendogli quelle pieghe rosse rivi di sangue che scaturissero
dalle vene tronche della gola: rispose al sorriso del gonfaloniere
stringendogli forte la mano e sospirando profondo. Questi però,
simulando di leggere, osservava attentissimo gli atti ed ascoltava
i detti dei convocati, e a tal fine adoperava l'udito, che la natura
gli aveva concesso maraviglioso, e la strana facoltà di potere in due
punti diversi indirizzare nel momento stesso il raggio visuale degli
occhi. Vide i Palleschi ossequiosi volgersi agli Arrabbiati, e questi
con mali modi e peggio parole ributtarli e restringerli insieme;
— notò i Palleschi e gli Ottimati rimanersi ristretti alcun tempo,
ricambiarsi la favella, ma alla perfine dividersi per istudio degli
ultimi a malgrado dei primi: non gli sfuggì il corpulento Bartolini
fare ad ognuno e restituire saluti, e non pertanto schivati i colloquii
rimanersi solo: nè il Carduccio sfuggì al Bartolino; acuti entrambi,
entrambi speculatori sottilissimi degli uomini, ingegnosi, amanti di
libertà; ma il Bartolino per ingiurie ricevute, quindi facile a piegare
il Carduccio per ambizione e come cosa propria, quindi istrumento
di libertà capacissimo e fedele. Poichè lo scopo di averli adunati
per tentare se potessero mescolarsi il gonfaloniere conobbe perduto,
egli, depositando sulla tavola il fascio delle lettere, quasi avesse
terminato di leggerle, dirigendo la parola ai convocati, così cominciò:
«Male nuove, messeri. Il dominio per la massima parte perduto;
la rimanente, secondo i rapporti dei commissari, travagliata dai
partigiani dei Medici, vacilla nella nostra devozione: — pericoli
maggiori dentro: l'erario vuoto.»
«Se per lo addietro», rispose tempestando Bernardo da Castiglione,
fosse stato creduto a me e agli altri che sono del mio animo, forse
in questo giorno noi non avremmo a consultare se si debba perdere o
non perdere questa libertà; perchè se ci fossimo vendicati arditamente
contro alle case, contro alla vita e contro alla roba dei nemici
nostri e traditori della patria, noi non avremmo oggi tanta paura
di loro in questi travagli, nè il Papa, confidato in questi perversi
cittadini, avrebbe mosso la guerra per rimettere sè e loro nell'antica
tirannide[120].»
E l'Arrabbiato guardava bieco i cittadini palleschi.
«Cotesti vostri modi», riprese Ludovico Capponi, «messere Bernardo, ci
avrebbero dato tirannide nuova, peggiore dell'antica: rammentate che ai
forti piacciono i consigli magnanimi, ai deboli i crudeli. Procedendo
come abbiamo fatto fin qui, ci rimane sicura speranza di accordi pei
quali, sfuggita la guerra, conserviamo libertà onestamente moderata ai
tempi, ai costumi ed alle voglie degli uomini possibile.»
«Libertà da Giulio dei Medici voi non vi potete attendere neppure
moderatamente onesta! Sperate piuttosto mille fiorini in prestanza dal
giudeo senza pagargli l'usura. Ah! Ludovico, sul letto dove si fanno
cotesti sogni, si alzano le forche per cortinaggio, e pende un bel
capestro per tendina.»
«Patteggiando, messere Bernardo, restiamo intieri, abbiamo forza e
possiamo costringere a tenere i patti; — vinti poi, dispersi, spenti,
nelle sostanze rovinati, empiremo le terre d'Italia di pianti inutili
e le più volte derisi.»
«E chi vi ha detto, Ludovico, di esulare per Italia! i Saguntini non
esularono; — non esularono i Cartaginesi; — non esularono i Sanniti, —
non i Giudei; e intorno alla prima parte del vostro discorso, io vo'
che sappiate dieci battaglie perdute non pareggiare il danno di sei
mesi di tirannide.
«E quale sarebbe il parere vostro, onorando messere Zanobi?» domandò
all'improvviso il gonfaloniere guardando fissamente il Bartolino.
E questi spedito rispose:
«Vi dirò, magnifico messere gonfaloniere, le opinioni di per sè stesse
non valgano nulla; — tutte buone, tutte cattive: e' bisogna prima
disaminare per bene i fatti; e questo, come vedete, spetta a voi:
— se davvero il dominio è perduto, la fede dei cittadini e soldati
vacillante, la pecunia nulla, accorderei salvando parte di quello che
altrimenti mi toccherebbe a perdere intiero; se poi non per anche
giungemmo a tanto estremo, non precipiterei nulla per godere il
benefizio del tempo ad aspettare le nuove dei Luterani e dei Turchi.»
«Queste risposte sanno di oracoli. — Dei due fatti bisogna supporre
uno: — così non verremo a capo di nulla», — mormorava a mezza voce il
Carduccio; e il Bartolino, tornato alla primiera impassibilità, fingeva
non intendere parola.
«La fede dei cittadini vacillante?» favellava pieno di passione Iacopo
Nardi. «Sì, ma di pochi tristi. Le casse vuote? Sì, perchè non volete
prendere il danaro dove si trova, ed invece lasciate adoperarlo ai
nostri danni. Almeno volgetevi alla carità del popolo: i ricchi non
hanno viscere, e il popolo vi porterà il suo ultimo soldo, il suo
ultimo figliuolo...»
«In fè di Dio io non so chi mi tenga le mani che non te le cacci nei
capelli e non ti renda più mondo dello zuccone di campanile[121]»
«Silenzio, donna! Abbiate rispetto al palazzo dei Signori.»
«Senti! O che li tolgo in dispregio io? Ma fammi almeno contenta di
dire a messere Francesco da parte mia che ho da parlargli.»
«E chi siete voi?»
«Io mi chiamo monna Ghita e sono setaiuola conosciuta per tutto Borgo
San Friano.»
«Or bene, monna Ghita, aspettate.»
«Aspettate! — Ella è una parola cotesta; ma noi poveri lavoranti
non siamo mica come voi altri signori soldati, che ve ne state il
giorno intero a baloccarvi con la partigiana in su le spalle mentre
v'è chi pensa a infornarvi il pane e a mescervi il vino: a noi tocca
guadagnarcelo menando le mani da mattina a sera; e tante volte non
basta. Prima dell'assedio un'ora o due non guastava; ora poi il vivere
è così caro che, non l'ora, il minuto assottiglia il vivere: non sapete
voi che il grano costa sette lire lo staio quando se ne trova, e il
vino dieci fiorini d'oro il barile? Ma voi non sapete nulla, perchè
non li comprate... — Corto — andate o non andate ad avvertire messer
Francesco?»
[Illustrazione: .... Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a
volerlo accettare,... _Cap. VII, pag. 176._]
«Buona donna, andatevi con Dio: — vi par egli che il magnifico
gonfaloniere possa lasciare la consulta per ascoltare una femminuccia
qual siete voi.»
«Soldato, tu se' forestiero e servo: se tu fussi de' nostri, sapresti
qui non si conoscere femminucce nè madonne, il grande contare meno
del popolano; se il grande vuol tenere gli uffici, essergli forza
ascriversi alla matricola delle arti: — la mia famiglia appartiene
all'arte di Por Santa Maria, come quella di messere Francesco Carducci:
ambedue abbiamo traffico di seta; egli la compra in balle, io gliela
incanno, gliel'addoppio e gliene fo matasse... eppure intrambi eguali
di condizione.»
Siffatto colloquio discorso con voce concitata le più volte sdegnosa,
nella stanza antecedente alla sala dove stavano a consulta il
gonfaloniere e gli altri cittadini, sospese i ragionamenti di loro; e
quale più qual meno si mostrava curioso di conoscere la cagione della
pressa singolare che faceva la donna. Onde il gonfaloniere, quella
vaghezza leggendo sul volto ai circostanti, senza aspettare di esserne
sollecitato chiamò la guardia e le ordinava lasciasse passare.
E subito dopo comparve arditamente una donna di sembianze strane; alta
della persona, magra, adusta dal sole sicchè sembrava di colore del
rame. I muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le
labra vermiglie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli
occhi fulgidissimi e perpetuamente volgentisi da un lato all'altro;
i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta. Moveva le braccia a
guisa di remi; e considerando le mani forti e l'unghie adunche di che
andavano fornite non era da reputarsi di poco momento la minaccia fatta
al soldato. — Entrò, come dissi, audace nel sembiante e negli atti;
ma tosto che si vide in mezzo a quel consesso, declinò lo sguardo e
si rimase muta e vergognosa. Per lo che il Carduccio, motteggiando,
amorevolmente le domandava: «Ora via, monna Ghita, lasciaste voi per
avventura la lingua al beccaio?»
«Messer no, bensì credeva che il soldato mentisse il consesso, nè mi
aspettava trovarmi al cospetto di tanti magnifici che vanno per la
maggiore...»
«E non andate anche voi per la maggiore? Il vostro nome non è egli
scritto nella matricola dell'arte della seta?»
«Oh! per l'arte, dite bene; ma infine dei conti a me pare che tutte
le disparità mettano capo a queste sole due: avere e non avere...
E nondimeno io parlerò, e questi signori mi scuseranno: e se non
mi vorranno scusare, mi rincarino il fitto, perchè io faccio opera
buona. E per dirvela in breve (chè a voi altri messeri premerà il
vostro tempo, ed a me preme anche il mio), ecco di che si tratta: e'
mi hanno fatto sapere come qualmente la Signoria ordinò si gridasse
per le strade e si appiccasse su pei muri un bando, affinchè chiunque
si trovasse da avere figliuoli da diciotto a trentasei anni ed ori ed
argenti, li portasse al palazzo della Signoria per essere adoperati in
difesa della nostra patria... Ora mi trovo ad avere questo figliuolo...
— Vieni oltre, Ciapo, e saluta i messeri.»
Qui gli occhi di tutti si fissarono sopra un garzone adolescente
tuttavia, ma grande e grosso, di membra validissime, armato di spada,
di partigiana e di barbuta. Egli come volle la madre, si avanzò di
alcun passo e con piglio soldatesco riverì il gonfaloniere e gli altri
adunati. Allora monna Ghita continuò:
«Ciapo non arriva ancora a diciassette anni, ma Ciapo è tale da
fiaccare l'ossa con un pugno a quanti qui siete dentro, sia detto senza
superbia. Cotesto vostro bando, con reverenza di voi tutti, messeri,
non mi sa di nulla. Oh! che? son gli anni che rendono capace di portar
arme e affaticarsi nel campo? il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi,
perchè deve entrare nel diciassette come si arriva alla festa di san
Zanobi, può fare quello, e più, che non fa un altro di trenta. Dunque
deve farlo ancora egli. Ciapo è buon figliuolo; ha il santo timore di
Dio, lavora per la sua povera madre, e prega tutte le sere per l'anima
di suo padre. — Da lui in fuori io meschina non ho altri nel mondo.
Rimango sola; — ma che monta questo? Quando ho sentito il bando, gli
ho detto: Ciapo, prendi la barbuta, la partigiana e la spada di tuo
padre e vieni ad arrolarti alla ordinanza della milizia. Adesso ti
bisogna difendere tua madre e la tua casa. — Qui Ciapo mi ha risposto:
Non ci moviamo, madre mia: per voi, dormite sicura che nessuno vi
toccherà la punta di un dito; in quanto alla casa poi, che domine
volete che portino via? E' non v'è chiodo d'appiccare il capuccio. —
Le quali parole mi fecero impressione, perchè Ciapo diceva la verità,
essendo i miei anni tanti da rendermi ora più paurosa del demonio
che dei soldati, e la casa ignuda di masserizie quanto il palmo della
mano: ma stata alquanto sopra di me, soggiunsi: Va tuttavia, se non
difenderai le donne e robe tue, difenderai quelle degli altri; e poi
mantenendo questo stato, se un signore ti reca ingiuria, dimani diventa
si può dire come te di petto alla giustizia, e tu puoi accusarlo agli
Otto, mentre nei reggimenti dove un solo comanda a tutti e sempre,
non sai in che modo rifarti. — E senti ancora quello che predicava il
beatifico frate Girolamo, perchè non hai avuto il bene di ascoltare
quella santissima bocca: — Cristiani e fratelli miei, vale meglio
pane di fava in repubblica che pane d'oro sotto il principato. — E
Ciapo m'interruppe esclamando: Basta... andiamo. — Io dunque ve l'ho
condotto, e vi prego a volerlo accettare, ch'egli mi promesse di
portarsi da valentuomo e da figliuolo degno di Bindo del Tovaglia suo
padre, che Cristo abbia in gloria.»
Le guancie livide del Carduccio comparvero lievemente tinte in rosso;
sciolse un sospiro, e la soverchia commozione gli troncò la parola.
Gli altri, rimordesse coscienza o maraviglia esaltasse, tacevano. — La
donna soggiunse:
«Solo vogliate nutrirlo, imperciocchè io non potrei fare le spese a
me ed a lui. — Oh! un'altra cosa. Davvero ella è una miseria, ma ogni
pruno fa siepe:» (così favellando monna Ghita si fruga per le tasche)
«in fondo della cassa ho trovato questo paro di gocciole d'oro che mio
zio Baccio aggiunse alla donora quand'io andai a marito; se avessi
trovato di più, di più vi avrei portato; e mi ricordo che mi disse
esserci il valsente di meglio che quattro fiorini d'oro, e averglielo
affermato con sacramento l'orafo che sta da San Brancazio: — io non
ci credo, perchè gli orafi vivono senza fede nè legge; nondimanco,
costino quello che costino, varranno a pagare una settimana un uomo
d'arme. — Messeri, state sani; il Signore vi dia il buon giorno e il
buon anno. Badate ad avere cura della patria: io per me torno a badare
al filatoio: se avete seta da filare, vi sovvenga di monna Ghita, nel
borgo San Friano; tutti v'insegneranno la mia casa, perchè la chiesa
conviene che campi sopra la chiesa. Ciapo, figliuolo mio, ricórdati,
davanti al Crocifisso che tengo a capo del letto, avermi promesso di
tornare ad annunziarmi libera patria, o non tornare più: attendi a
mantenermi la promessa, perchè se mi capiti in casa vinto, io ti chiudo
l'uscio in faccia e dico al vicinato averti raccolto per la strada, non
già portato in questo fianco nè con questo seno nudrito: hai tu inteso?
Addio.»
Il Carduccio, alzate le mani, corse ad abbracciare la donna e
intenerito esclamava:
«Ghita, se la repubblica contenesse dieci cittadini dell'animo vostro,
il nemico non accamperebbe adesso sotto le mura di Fiorenza.»
E gli altri, simulando od esprimendo verace ammirazione, l'erano
attorno celebrandola con ogni maniera di lode. La donna, districandosi
da loro, come selvatica, con alta voce gridò:
«Mal concetto, messeri, prendo di voi; ed ora incomincio a dubitare
della patria davvero, perchè voi tanto non levereste a cielo il debito
del buon popolano, se aveste cuore e volere da soddisfare al vostro.
Badate che al cavare delle tende non si abbia a dire di voi come del
perdono di sere Umido: baci di molti, e quattrini punti[122].»
Iacopo Nardi, tratta fuori di tasca una carta, notava; e quando ebbe
notato la piegò e se la ripose diligentemente in seno, mormorando: —
Quando ogni altro esempio di virtù ai nostri tempi mancasse, questo
unico basterebbe a farmene scrivere la storia[123].
Michelangiolo anch'egli non alitava, l'anima tutta gli si era trasfusa
negli occhi; l'osservava in ogni suo moto nel girare dei muscoli, nello
stringere delle ciglia. E non contento di starsi alla superficie, le
penetrava oltre la cute e, per così dire, indovinava la recondita
notomia di quel volto: dardeggiando veloce lo sguardo da lei ad un
foglio e dal foglio a lei, con la mano rivelatrice dell'alto intelletto
effigiava il tipo della parca che taglia la vita, la quale poi dipinse
con le altre due compagne, meraviglia dell'arte, nella tavola che si
conserva nella galleria di Palazzo Pitti a Fiorenza.
* * * * *
«Magnifici signori,» disse un mazziere della Signoria entrando in
fretta, «gli oratori spediti a Bologna, arrivati a Porta San Gallo,
hanno mandato un cavallaro innanzi per avvertirvi che scavalcheranno al
Palazzo.»
«Ordinate che cessino di sonare la campana: — se vi aggrada, messeri,
possiamo scendere in sala. — Voi, monna Ghita...» La donna era
scomparsa; e quando nello scendere le scale, il gonfaloniere si accostò
al balcone, la vide traversare veloce la piazza, come vogliosa di
rimettere il tempo perduto.
Entrarono nella sala, assai diversa da quella che ai tempi nostri
vediamo. Non per anche ella appariva contaminata su le pareti con le
immagini di due atroci ingiustizie, una della Repubblica, l'altra del
Principato, voglio dire le guerre di Pisa e Siena. — Non per anche i
popoli, ponendo il piede dentro quel recinto, sentivano comprendersi
dal ribrezzo al pensiero dell'incesto quivi commesso dal primo gran
duca Cosimo dei Medici, d'iniqua memoria, sopra la sua figlia Isabella.
— Ella era quale l'aveva ordinata frate Girolamo Savonarola al suo
amico Simone detto il Cronaca, semplice, bassa, scarsa di lumi, col
solaio scompartito a quadri di legnami, larga braccia trentotto,
lunga novanta. Mai non avevano fabbricato in Italia sì vasta sala nè
i Veneziani nè i papi nè i duchi di Milano o i re di Napoli. Quando la
voce di frate Girolamo fece prevalere il reggimento popolare al governo
dei pochi, che aveva durato sessant'anni in Fiorenza, provvidero si
costruisse un locale capace di contenere tutti i cittadini adunati
in consiglio generale. Il buon Simone con tanta prestezza attese si
conducesse a termine che lo stesso Savonarola ebbe a dire «che gli
angioli in quell'opera si esercitassero in luogo di muratori ed operai
perchè più presto fosse finita[124].»
Quantunque io abbia affermato poc'anzi che il Savonarola[125]
predicando facesse un reggimento largo e popolare prevalere allo
stretto e dei pochi, già non si creda ch'ei partegiasse a rendere la
plebe signora, dominio acerbo quanto quello del tiranno. Fu pei suoi
conforti composto il Consiglio prima di ottocento trenta, poi di mille
settecento cinquantacinque cittadini, oltre i trent'anni, amorevoli
della repubblica, _netti di specchio._ Imperciocchè egli sapeva essere
le adunanze della plebe istrumento certissimo di servitù; epperò
quando i cittadini ambiziosi non potevano vincere co' modi legali,
s'ingegnavano chiamare la plebe in piazza, rimettere in lei l'autorità
del governo e lusingarla o costringerla ad eleggere alquanti uomini
i quali avessero soli autorità di riformare lo stato quanta ne aveva
il popolo di Fiorenza tutto insieme. I quali due modi si chiamavano
_parlamento_ e _balía._ E la storia aveva insegnato esserne derivati
pessimi effetti, simili a quelli che anticamente partorirono nella
repubblica romana e in tempi più recenti nel regno di Polonia, allorchè
una Polonia stava in piedi, e i popoli si eleggevano un re. Frate
Girolamo, che del reggimento degli stati, se quel suo zelo soverchio
per la religione non l'offuscava, intendeva assaissimo, attese molto
diligentemente a persuadere altro essere libertà, altro licenza, popolo
non doversi confondere con la plebe, consiglio generale differire
da tumulto in piazza; ed in ammaestramento perpetuo che la sfrenata
larghezza dei consigli è madre certa di tirannide, volle nella gran
sala a lettere maiuscole fosse scritta la stanza seguente:
Se questo popolar consiglio e certo
Governo, popol, della tua cittate
Conservi che da Dio ti è stato offerto,
In pace starai sempre e in libertate:
Tien' dunque l'occhio della mente aperto,
Chè molte insidie ognor ti fien parate,
E sappi che chi vuol far parlamento
Vuol tòrti dalle mani il reggimento[126].
Intorno alla mura della sala avevano ritta una ringhiera col piano
alto tre braccia sopra il pavimento, balaustri davanti e seggi come
in teatro; quivi dovevano sedersi i magistrati della città. Nel mezzo
della parete volta a levante, sopra residenza più eminente, stavano
il gonfaloniere di giustizia e i Signori: — nella facciata dirimpetto
era l'altare, e accanto all'altare la tribuna, in quel tempo chiamata
_bigoncia_, per gli oratori. Nel mezzo poi della sala si vedevano
panche disposte in fila per i cittadini. Tal era, nei tempi di cui
narro la storia, la sala del Palazzo della Signoria, ai giorni nostri
volgarmente chiamato _Vecchio._
Mi sia concesso con quella brevità ch'io potrò maggiore esporre
quali si fossero i magistrati che partecipavano alla Pratica, come
nascessero; quanto e quale potere esercitassero. Duri tempi ci stanno
addosso; sicchè all'uomo, per ristorarsi delle presenti miserie,
conviene che si volga al passato o al futuro. Tra le memorie e il
desiderio noi trasciniamo vita piena d'amarezza; — il futuro si
distende grande, infinito davanti a noi, ma vago, illuminato da
splendore incerto, dove ogni creatura immagina a suo senno un fantasma.
Il passato invece si mostra circoscritto, ai bisogni nostri incompleto,
pur nondimeno distinto. Il passato è irrevocabile, — il tempo caduto
nella eternità uscì dal dominio degli uomini e da quello di Dio. Del
futuro non ispuntò anche l'alba del giorno fatale, e le generazioni,
quasi disperate della lunga notte della doppia tirannide che le
opprime, tengono da secoli la faccia volta all'oriente osservando se
comparisce il raggio divino. — Quanto tarda a comparire quel raggio! A
cui talenta spaziare pei campi dell'avvenire, vi s'immerga intiero e ci
rallegri con illusioni, con isperanze, con vaticinii e, se gli riesce,
con sicurezza di meglio, onde tre quarti del genere umano continuino
il travaglioso pellegrinaggio della vita. In verità la nostra misura è
colma, il peso grave, l'assenzio dell'anima senza fine amaro. Io punto
da diversa voglia continuerò a ricercare nelle ceneri dei padri, a
interrogarne i sepolcri. Ah! padri miei, voi premete un duro guanciale
di terra; voi preme una grave coltre di terra; — voi forse ora siete
tutta terra... e nonpertanto v'invidio perchè riposate.