«Fortunato lui, che i suoi occhi non vedono le presenti miserie! —

Siccome me lo dicevano della patria amantissimo, pietà divina certo lo

tolse allo spettacolo di così profondo infortunio. — A lei dunque mi

voltai interrogandola dove fosse mio padre: ed ella rispondevami starsi

in luogo sicuro; non dubitassi; lo avrei riveduto un giorno, sotto

cielo meno inclemente, circondato da creature più buone. Coteste parole

non mi confortavano punto; ricordai lo scoppio dell'archibugio, il

padre scomparso, e stemperandomi in pianto, più e più sempre invocava

il mio povero padre. Le compagne, male sapendo come consolarmi, dolenti

anch'esse per eguali sventure, piansero al mio pianto, ai miei gridi

gridarono. Sola madonna Lucrezia, trattenute le lagrime, non facendo

atto che apparisse vile, con soavi parole ci conforta, in mille modi

diversi s'ingegna raumiliarci: — Il pianto, ci dice, ai colpi di

fortuna non giova anzi gli aggrava; togliessimo animo pari ai casi

con i quali il Signore intenderà provarci; rammentassimo le donne

di coloro i quali con rischio della vita avevano pigliato in mano la

difesa della patria non dovevano piangere; a nemico superbo opponessimo

altero petto; un giorno anch'essi scontrerebbero amare queste esultanze

nefande; a Dio volgessimo il cuore rassegnato e contrito; alla Madre

Santissima ci raccomandassimo; serbassimo la vita finchè potevamo

con onore; se no, scegliessimo la morte, e il cielo si aprirebbe a

raccogliere la nostra anima cantando le glorie dei martiri. — Così

accesa nel volto con occhi lucenti favellava la santissima donna,

quando, schiusa la porta, apparve tra noi l'abborrito ordinatore della

morte di mio padre. Le compagne mi si strinsero attorno, come colombe

paurose del nibbio; io lo guardava fisso e sentiva ribollirmi nel cuore

orribile sete di sangue, sicchè se mi fossi trovata in mano daga o

archibugio e avessi saputo come si uccide un uomo, lo avrei trucidato

di certo. — Costui, che seppi tenere grado di capitano, e chiamarsi

Giovambattista da Recanati, si restrinse a colloquio con Madonna;

procedevano da prima le sue parole dimesse, la persona piegava in atto

di ossequio, — poi diventò a mano a mano, concitato nel dire, gli occhi

gli avvamparono ardenti. Madonna rispondeva raro, come schermendosi

da molesta domanda, e noi la vedevamo ora impallidire, ora arrossire

a guisa di persona posta al tormento. All'improvviso quel tristo

proruppe: — Fin qui pregai. Ora sappiate ch'io posso volere e voglio...

— Lucrezia lo supplicava tacesse, il luogo considerasse e le persone;

ma l'altro non udiva ed ambe le braccia distese per afferrarla. In

quello estremo la donna gli strappa la daga dal fianco e, alquanto

indietreggiando, gliel'appunta alla gola gridando: — Scostati, o sei

morto. — Il capitano si trasse in disparte e, contraendo le guance,

fece greppo e mostrò i denti come fiera che si apparecchia a divorare

la preda. — Era il suo riso. Poco appresso rincorato, — Madonna, le

disse, rendetemi la daga: voi ricambiate odio per amore; — questo

fa torto alla vostra pietà. — Ed ella: — Sì, certo, io non voglio

comparire davanti al mio Creatore coll'omicidio sull'anima. Non a

voi, capitano, sibbene a me stessa, darò la morte, se vi accostate

anche un passo. — Non ne farete niente, Lucrezia! — e si favellando

si avvicina; allora ella volge la punta al proprio seno e si apre

le carni, cosicchè ne spiccia larga vena di sangue. Noi alzammo un

terribile grido. Il capitano urlò fieramente anch'egli e, fatto delle

mani croce, supplicò si rimanesse, — sarebbe partito. E si partiva:

mentre stava per oltrevarcare la porta, Madonna con voce carezzevole

lo richiamò indietro, e a lui tutto lieto dell'animo che immaginava

nella donna mutato, ella disse: — Pregarlo di farci respirare aere

meno grave, ci cavasse per qualche ora dal carcere infame; lasciasseci

vagare pei campi paterni. — Ed egli: — Purchè sia meco! — Lucrezia

rispose di rimando: — Sia. — Uscito dalla stanza, corremmo alla donna,

fasciammo la piaga leggiera, ed ella, come già rapita a sensi diversi,

lasciava fare: — diventarono mute le sue labbra: — si nascose il volto

nelle mani e così stette fino a sera, premendola un fiero proponimento.

Il pianto fu a noi tutte in quel giorno cibo e bevanda. Declinando il

giorno, comparve il capitano Recanati in compagnia di alquanti suoi

scherani, e con esso loro noi tutti uscimmo. Lucrezia volse frettolosi

i passi alle sponde dell'Arno. — Talora si ferma, il cielo considerando

e la terra: e poichè il cielo appariva divinamente sereno e la terra

lieta di verdi piante... — ah! gli uomini non possono contaminare la

natura., — gemè dall'intimo petto. — La brezza vespertina mordeva

acuta, e noi la vedemmo dilatare le narici ed aspirarla a lungo

tratto, come se intendesse inebriarvisi. — Cotesta era carità di

patria, pensiero di godere le voluttà di cui il natio luogo va pieno

prima d'immergersi nella morte. — Ora le campane delle parrocchie

annunziano la estrema ora del giorno. — Voi sapete come, in cotesta

ora, in quel suono si comprenda un'arcana mestizia che vince il cuore

dei più tristi e li dispone ai rimorsi della notte. Madonna si pose in

ginocchio, — noi ne seguitammo l'esempio, ed ella a noi volgendosi ci

disse: — L'ultima ora di un giorno e di una vita è compiuta; pregate

per un'anima che sta per passare. — Il senso di quelle parole non ci

era chiaro, — pure pregammo con ardentissimi voti. Cosa stupenda e a

me medesima, dove non l'avessi con i propri miei occhi contemplata,

incredibile. I masnadieri e il capitano, i quali ci vigilavano da

vicino, commossi dallo spettacolo di amore e di fede, loro malgrado si

prostrarono anch'essi, sforzandosi richiamare sui labbri l'orazione nei

primi anni della vita imparata dalla pia genitrice. Noi donne stavamo

sopra il ciglione dell'argine; — menava sotto vertiginose le acque

l'Arno grosso per le pioggie cadute nei giorni precedenti. Madonna

Lucrezia si leva: — aveva nel volto gran parte di cielo; il crepuscolo

dorato lo vestiva di luce serafica: ci guardò mesta, non abbattuta;

secura non baldanzosa; e aprendo la bocca favellò: Figliuole mie, che

voi sceglieste piuttosto la morte con onore che la vita con vergogna,

stamane con parole io v'insegnava; guardate, — adesso ve lo confermo

con l'esempio. — Ah! il pianto mi toglie facoltà di raccontarvi

partitamente com'ella, spiccato un salto, si precipitasse nel fiume:

— come vedessimo ora apparire su le acque, ora scomparire sotto, la

santissima donna; e tanta era in lei la voglia di preporre l'onestà

alla vita che quante volte l'impeto dei vortici la respinse su a galla,

altrettante ella mettendosi le mani sul capo si attuffava giù nel

fondo. Urlando correvam lungo le rive dell'Arno, strappandoci i capelli

e invocando Dio. Il capitano, improvvido di consiglio, rimase stupido

di terrore. I suoi non si movevano; — egli poi, quando si riscosse ed

ebbe trovato barche e corde per riaverla, trasse dal fiume un cadavere.

— Scendeva intanto la notte. — Il corpo inanimato adagiarono sopra una

bara: — portavano intorno due torce infiammate; e il capitano seguiva

livido e muto. — Già ci accostavamo al campo quando vedemmo, quasi

scaturito dal seno della terra, un uomo sordidato di fango, co' capelli

scomposti sul volto, ardentissimi gli occhi, stringere una daga ed

avventarsi contro il capitano Recanati gridando: — Rendimi mia moglie!

— E il capitano, quasi agitato dalle medesime furie, trasse in un

baleno il suo pugnale gridando più forte: — Rendimi l'amor mio! — L'uno

contro l'altro correndo rovesciano un masnadiero che porta una torcia;

— di subito li circondano le tenebre; — ne segue fiero scompiglio: — i

portatori fuggono, la bara precipita rovesciando la morta sopra i due

forsennati... Se quel tremendo avvenimento giungesse a separarli, se

più infelloniti si uccidessero, io non so dirvi, perocchè anch'io mi

detti alla fuga, — e tanto corsi, tanto mi affaticai che, quando per

lassezza mi rimasi, la notte era alta; — intorno a me silenziosa la

terra; solo da lontano mi veniva un rumore come di acque che si rompano

per le pile dei ponti. Pensai movessero dal campo; e rinfrancata,

quantunque mi sentissi rifinita di forze, ripresi il cammino opposto a

quel suono. — Andai per un tempo alla ventura, poi, ravvisando strade

a me note, deliberai tornare dove fu la mia casa, sperando rinvenire

il corpo di mio padre, dargli sepoltura e quindi commettermi alla fede

di taluno conoscente od amico. — Pur giunsi, — riconobbi i cancelli

atterrati, il bel giardino svelto; — ma mi premeva altra cura. Dal

terrore agitata e dalla pietà cercai per le fosse l'amato cadavere.

Per quanta diligenza io vi adoperassi, non mi venne fatto trovarlo.

— Mi avvio dolente verso l'aia dove surse la casa, adesso ingombra di

frantumi e di ceneri. — Mentre più mi avvicino, odo un sospiro fievole,

e subito dopo vedo un simulacro umano in mezzo a quelle rovine;

intendo più alacre il guardo... e mi parve lo spettro di mio padre.

Se pure fosse stato tale, amore mi consigliava di andargli incontro,

ma la paura mi vinse, e fuggii prorompendo in altissimi stridi. — Nel

tempo stesso la voce paterna mi percuoteva le orecchie chiamando: —

Figliuola, figliuola! — Così vicini a riunirci per miracolo del cielo,

di nuovo ci dividevamo, — e forse per sempre, — se all'improvviso il

cane fedele, superstite a tante sciagure, non mi avesse, afferrando il

lembo della veste, impedito di correre. Ci abbracciammo dimentichi dei

sofferti mali; caduto era il padre non già di palla, bensì per essergli

mancato il terreno di sotto i piedi, e al tempo stesso, sparando

l'archibuso, parve rimanere ucciso, mentre per divina provvidenza

la palla, strisciategli le vesti, appena l'offendeva. Precipito il

racconto: albergammo in casa amica; ci ristorammo della fame e del

disagio; e poi, così volle mio padre, saliti sopra poderoso cavallo,

per lungo circuito, correndo a precipizio, ci riducemmo a Fiorenza.

— Forse dieci miglia discosto incontrammo un convoglio di carra e di

gente che abbandonavano il contado: infranta nella persona, desiderai

adagiarmi sopra un carro pieno di strame e di leggieri me lo concessero

i villani dabbene; qui presi sonno; mi risvegliai precipitando e

caddi tra voi. — Ed ora mio padre dov'è? E perchè tarda? Qualche fiera

avventura gli accadde, e voi me la celate pietosi. O padre mio!...»

[Illustrazione: .... com'ella, spiccato un salto, si

precipitasse nel fiume;.... _Cap. VI, pag. 159._]

Una voce lontana penetrò nel corpo di guardia, che chiamava:

«Lena! Annalena!»

«Silenzio!»

«Lena!»

«Ah! padre, padre, padre!...»

E tutti uscirono dalla porta a gola spiegata gridando:

«Qua. — Da questa parte. — Venite oltre. — Qui è vostra figlia.» Cessa

la voce, — s'intendono passi precipitati; arriva un vecchio ansante,

si slancia con giovanile leggierezza fra le braccia della vergine, —

ella di lui; e piangendo, mormorando parole slegate, alternando baci e

carezze, godono piena la gioia umana, — la cessazione del dolore!

Alcuno dei circostanti piegava altrove il volto, vergognando mostrarlo

lacrimoso; Lupo rideva, non capiva in sè dalla contentezza.

Poichè si furono alquanto rimesse quelle calde dimostranze di affetto,

il vecchio con labbra ridenti e cuore devoto rendeva mercede agli

ospiti della figlia.

«Oh!» rispondeva Lupo, «qui non ci capiscono grazie; noi non abbiamo

fatto altro che dirle buone parole... e queste costano tanto poco, e

tante ne sprechiamo invano e per male che davvero non meritano pregio

le pochissime proferite per bene. Io ve l'ho conservata, come padre; e

sebbene la presenza vostra mi tolga la dolcezza di questo nome, siate

ben venuto, buon uomo. Se però non vi offendesse la proposta, e voi

voleste accoglierla con quell'animo col quale ve la offeriamo noi,

starebbe a voi renderci gli uomini più lieti di questa terra (perdonate

il rozzo dire alla sincerità delle intenzioni)... accettando parte

delli nostri danari...»

«Lupo ci vince in valore, in magnanimità, in anni, in tutto»,

esclamarono i giovani.

«Per gli anni, sta pur troppo e, mio malgrado, bene; pel rimanente, e

nasca quello che sa nascerne, voi mentite per la gola.»

«Gente dabbene, la vostra cortesia supera la parola: io ve ne rendo

con l'animo quelle grazie che so e posso maggiori. Dal naufragio della

fortuna tanto ancora mi avanza da sostentare me e la mia figliuola

finchè il nemico duri nelle nostre contrade. Allora spero che Dio vorrà

concedermi tanto di vita da restituire in lieto stato le mie terre,

rialzare la casa...»

«Amen!» risposero i circostanti.

«Però», disse Lupo, «vecchio come siete, era meglio che riparaste a

Lucca o a Siena e vi toglieste ai disagi dell'assedio, come hanno fatto

i nostri più doviziosi mercatanti.»

«Il mercante non conosce patria; — i suoi affetti e le sue memorie

stanno nel forziere. — Agevole cosa è pertanto trasportare un forziere.

L'agricoltore pone nei campi l'amore, le fatiche, le ricordanze o

liete o triste della vita; nè i campi possono da un luogo all'altro

trasferirsi. A me bisogna rimanere in patria o morto o vivo.

«Già non intendeva io consigliarvi ad abbandonarla, sibbene rimanervi

lontano finchè durano i pericoli della guerra.»

«Lontano o vicino, i pericoli della patria mi riuscirebbero del

pari dolorosi e forse più gravi stando lontano, perchè accresciuti

dall'ansia, dall'incertezza e dal timore. E che? Manca forse vigore a

queste braccia per adoperarle in difesa del mio paese? Quella guerra

è invincibile dove combattono per soldati il vecchio di sessant'anni

e il giovanetto di quindici. Me avventuroso se potrò dare al dolce

loco natio gli estremi giorni di questa mia vita angustiata per mille

dolori! Scaverò ai fossi, porterò terra ai bastioni, porgerò le armi ai

combattenti; — e, ogni via di salute disperata, precipitando dall'alto

apporterò con la mia la morte di qualche nemico. Se, come spero, le

ragioni della patria prevarranno, mi sarà di conforto nel morire il

pensiero che la mia diletta figliuola sia commessa alla fede di madre

amantissima, — voglio dire Fiorenza. — Se invece, (disperda Cristo

l'augurio); rimane spenta la libertà, il vivere che monta? Tra morire

e vivere da schiavo la differenza è questa: i morti non sentono nulla,

i vivi si consumano sotto il peso delle catene. Lena mia, ti faccio

manifesto il mio testamento alla presenza di questi valenti uomini;

dove il lione coronato rimanga insegna della Repubblica, tu vivi,

serbati agli affetti di sposa, — alle santissime cure di madre; se le

palle trionfano... eccoti... prendi questo coltello... comunque corto

egli sia, può sciogliere un'anima dai legami del corpo.

Ludovico si muove all'improvviso e ponendosi di faccia al vecchio lo

interroga:

«Messere Lucantonio, mi ravvisate voi?

«Oh! se vi ravviso», rispose tosto il vecchio andandogli incontro e

abbracciandolo, «messere Ludovico, vi siete fatto fiero e gagliardo,

la Dio mercede. Vedete un po' come siete cresciuto, si può dire, a

giorni. Il vostro signor padre (scusate se vi rinnovo il dolore) ci

ha lasciato; — povero uomo! meritava vivere più lunga vita; ma Dio

sa quello che fa: — io però non me nè darò mai pace; non isperavo nè

desideravo sopravvivergli. Duri tempi, figliuolo mio, ma non affatto

sfortunati a chi, come voi, eredò tanta copia di domestiche virtù.»

«Messer Lucantonio, profferendovi grazie delle cortesi vostre parole

per ora, favelleremo a bell'agio intorno a siffatto argomento. — Volevo

dirvi un'altra cosa: — l'incomodo della via, i travagli sofferti devono

rendere al vostro corpo necessario il riposo. Qui presso nel popolo

di Santa Felicita è la casa del vostro amico defunto; — mia madre e i

miei fratelli abitano Pisa da molto tempo, e il modo del ritorno è loro

tolto. — Venite ed accettate ospitalità...»

«Io non consentirò...»

«Pensate che il figliuolo del vostro amico non merita rifiuto e che

l'alterezza, quando è troppa, diventa superba.»

«Sicuro, eh! il soverchio rompe il coperchio», veniva approvando Lupo.

«Sia come volete. Messeri, amici da un istante, noi lo saremo per la

vita: — porgetemi la mano; così come le mani, si uniscano le anime

nostre. Lupo, io per me nulla sono... ma se voleste essere pagato col

mio cuore, io ve lo manderei dentro una coppa a casa... Addio.»

E salutando con le mani, da destra a sinistra piegando la persona, si

accommiatava.

Lupo, staccando il lampione e rischiarando la via, mormorava:

«Pagare! il cuore! Che diavolerie sono elleno queste? Avrei per

avventura ceffo di quelli che mangiano gli uomini alle Indie? Messere

Lucantonio, vedete non farvi male... andate piano... qua v'è uno

scalino da scendere... a rivederci... buona notte. E voi, Annalena,

rammentatevi di me nelle vostre orazioni.»

«Addio... buona notte...», si udì alternare da una parte e dall'altra.

— Poi fu fatto silenzio.

Lupo rientrando depose il lampione, si avviluppò nel gabbano,

e ponendosi a giacere sulla panca, mormorava — Lupo vergógnati!

Quell'uomo conta un terzo anni più di te, ha veduto la sua casa

incendiata, le sostanze disperse, le terre guaste; e nondimeno pieno

di fede spera, o pieno di ardimento fermò nel cuore il suo fine... Tu

invece, dubiti... ti sconforti e, quello ch'è peggio, sconforti altrui.

— Egli non soldato, tu allevato e cresciuto nei campi. — E ciò da che

nasce? Nasce dall'essere in lui il cuore buono, il senno ottimo... —

Tu veramente, Lupo, cuore non hai cattivo, si potrebbe sostenere anche

buono..., ma per il senno... Ah! Lupo, tra te e te puoi confessare che

sei tondo come l'O di Giotto... e non vedi più in là mezza spanna del

naso.[111]

CAPITOLO SETTIMO

LA PRATICA

Gran cosa, che, di sedici gonfaloni, quindici

furono di tanta altezza e generosità di animo

che risolvettero veder perdere piuttosto

la roba e la vita combattendo che l'onore

e la libertà cedendo.

VARCHI, _Stor._, lib. X.

Chi vuol veder quantunque può natura

In fare una fantastica befana,

Un'ombra, un sogno, una febbre quartana,

Un model secco di qualche figura,

Anzi pure il model della paura.

Una lanterna viva in forma umana,

Una mummia appiccata a tramontana,

Legga per cortesia questa scrittura.

BERNI, _sonetti._

La storia è poderosa quanto il grido dell'angiolo che deve suscitare

dalle tombe le ossa inaridite; — ella evoca le ombre delle andate

generazioni e le costringe al giudizio.

Ma lo spirito, insofferente del confine a lui imposto dalla forza

misteriosa che chiamiamo Dio, quando s'ingegna conoscere da quello che

il mondo soffriva quanto egli ancora sia destinato a soffrire, merita

l'inferno comune con Satana. — I fati posero il genio del rimorso

a custodia dei sepolcri, — e contendono dalle reliquie dei morti

derivarsi argomento di esperienza pei vivi. Continue paure sgomentano

gl'indagatori delle arti arcane vietate ai mortali, ed è la storia tra

queste. Come l'albero della scienza dell'Eden, sta nella vita umana

lo studio; quello produsse la morte del corpo, questo la certezza del

male, ch'è la morte dell'anima.

Infelicissima vita dell'uomo giunto a penetrare gli arcani difesi!

perocchè i cieli mente bastevole a separarlo dai suoi fratelli di

miseria gli concedessero, tanta poi che valesse per sollevarlo alle

sostanze spirituali gli negassero. Ora la superbia lo trattiene

dall'inclinare lo sguardo sopra una stirpe che egli calpesta e

disprezza perchè non sa migliorarla; la disperazione gli dice fissarsi

invano occhio mortale nell'alto. Fin dove poteva sorgere, egli è sorto:

adesso si roda le viscere. — Ah quasi per errore egli venne tra le cose

create: quanta sarebbe pietà riporlo tra le disfatte!

Un tempo fu, adesso per molta età diventato antico, in cui gli uomini

ordinarono al poeta adombrate dal velo delle allegorie le sentenze

della dottrina morale rappresentasse; ed Eschilo allora immaginava

cantando il figlio di Giapeto, salito all'Olimpo per conforto di

Pallade, rapirne il fuoco celeste e vivificare con quello lo spirito

umano. Geloso il tiranno dei cieli, lo condannando ad immortale

supplizio, mandava l'avoltojo a pascere il fegato perenne al sapiente

infelice. Incatenato alle rupi del Caucaso, chiama Prometeo[112]

l'etere, la terra e il mare in testimonio dell'atroce ingiustizia.

Lui incitava al meglio il grido della natura; una pietà profonda, un

sublime pensiero lo spinsero a fare meno triste le sorti della bestia

che parla. Ora come secondavano gli dei tanto amorevole benignità?

La creatura amante e, comechè incolpevoli, le creature amate ebbero

comunanza di pena. A tormentare la prima fu mandato l'eterno carnefice;

— a tormentare le seconde vennero la infermità, la tristezza, ed Esiodo

poeta aggiunge illepidamente le donne...

Più sicuri noi contempliamo la dura verità. Santo Agostino e

Rabano[113] ci narrano come Prometeo fosse uomo inclito per dottrina,

il quale meditando sulle ragioni delle cose svelava agli uomini le

proprie miserie, e palpate le piaghe loro, non seppe poi con qual

farmaco mitigarle. Gli uomini tratti dalla ignoranza nell'angoscia

maledirono l'importuno maestro, che si consumò nell'angoscia di aver

procurato irrimediabile un male con intenzione del bene.

Avventuroso lo stolto! — Bacone de Verulamio due afferma essere le

condizioni della vita figurate dalla sapienza antica nelle persone

di Epimeteo e di Prometeo. «E chi, egli ragiona, improvvido del

futuro seguitò la scuola di Epimeteo prendendo diletto delle cose

presenti, senza darsi cura dell'avvenire, placava il genio maligno e,

lusingandosi di vane speranze, traeva la vita come nella dolcezza di

sogno fortunato. — Gli alunni di Prometeo, per lo contrario, indagatori

acuti degli uomini e delle cose, ogni letizia appassirono. Stretti alla

_colonna della necessità_, da paure continue agitati, perderono la pace

del cuore; e se pure spunta per essi un'alba di conforto, nuovi terrori

sopravvengono improvvisi a disperarli con l'antica agonia[114].»

Avventuroso lo stolto! La disputa se la scienza giovi a migliorare

le condizioni umane pende indecisa. A Giangiacomo il suo genio disse:

Nega, — ed ei negò, e le genti lo chiamarono scempio. E che monta il

giudizio della gente? La storia insegna le verità maravigliose essere

state mai sempre schernite col nome di follia. E sì che Gesù Cristo

predicando alle turbe in Galilea tale dava principio alla sua orazione:

— Beati i poveri di spirito[115], — e sì che i santi Paolo e Gregorio

ordinarono l'incendio di molte migliaia di volumi: ed oh! piacesse a

Dio che potessimo davvero di tutti i libri del mondo costruire un rogo

per farvi sopra _un atto di fede_ dei miserabili sofismi chiamati col

nome di ragione umana.

Ma via, che cosa ella è mai nostra scienza? Un deserto senza confini

e senza _oasi._ Presunzione soverchia di noi stessi ci consiglia di

porvisi dentro alla ventura; — il dubbio ci punge sempre ad andare

oltre; e se mai avviene che un qualcheduno ritorni a casa sano, mostra

manifesto sul volto il segno della curiosità delusa, della stanchezza

disperata per aver saputo che nulla possiamo sapere quaggiù. Il nostro

intelletto va ingombro di perchè senza risposta; e se l'angiolo custode

non ti riposa la mente da queste domande, tu vedi in brevi apparire

la pazzia, la quale irridendoti ti scuote davanti il suo bastone co'

sonagli. «La sapienza degli uomini si assomiglia alla cenere, i suoi

ragionamenti superbi sono mucchi di fango[116].» Perchè dunque la

bestia che parla si vanterà superiore alla bestia che la voce non

modula a guisa di parola? Forse perchè la prima ha senno e mani da

trucidare la seconda[117]? Non sempre si lasciò uccidere, sovente

anch'ella uccise; e pel rimanente, che cosa dice lo Spirito? La

condizione della bestia è in tutto eguale a quella dell'uomo; ambedue

muoiono di pari morte, ambedue composti di terra si disfanno in terra.

Chi può affermare che l'alito dei figli d'Adamo si volga in su e quello

delle bestie si volga in giù[118]? La verità per noi è come per i

re di Gerusalemme e di Cipro, come i vescovi _in partibus_, un segno

senza idea. Ponzio Pilato, certo giorno che non aveva altro da fare,

interrogò Gesù Cristo in che consistesse la verità; — poi non attese la

risposta ed uscì fuori[119]. — Danno inestimabile fu che il proconsole

Pilato non avesse pazienza di fermarsi un momento!

Dunque?

Vi aveva forse promesso di concludere? E se pure ve lo avessi promesso,

può egli in siffatte materie tenersi la parola? Voi forse pensate ch'io

sia per volgermi all'oceano e supplicarlo di nuovamente nascondere la

terra, siccome uscita dai suoi precordi! invano. No, rimanga la terra,

continui a lambirne i confini estremi l'oceano, la ricuopra il cielo,

imperciocchè io le desideri destini migliori, ed anche, vaticinando, io

gli spero. Però desiderando e sperando ho detto a me stesso due cose:

gli uomini non saranno mai tutti nè in tutto felici; nel tempo in che

viviamo, molte piaghe furono sanate, moltissime altre si apersero, nè

giungemmo a gran pezza alla cima che i sofisti s'immaginano, nè con

le slombate e pedantescamente codarde fisime loro ci perverremo mai.

Se Dio levò la mano su tutte le generazioni della terra, e' non appare

che fosse per benedirle tutte: alcune egli guarda con occhio ardente,

come acceso di collera, e quivi tu incontri il deserto dalle arene

infocate; altre egli non guarda mai, e quivi piovono nevi perenni e

ghiacci eterni si addensano; ogni speranza di miglior ventura è morta

tra loro. Se quello che raccontano può credersi, cioè avere la terra

un cielo che si compia mediante ordine lungo di secoli, per cui la

Libia un giorno diventerà Siberia, allora, mutata la vicenda della

pena sembra che si possa concludere, vivranno sempre i tormentati.

Noi non siamo intero sangue latino; — noi uscimmo dal fianco di madri

barbare, e molto di loro ritraggono le nostre membra; — dove non mi

occorresse altro argomento per confermarmi in questo mio dubbio,

me ne persuaderebbe l'odio veramente fraterno che adesso portiamo

ai nostri antichi fratelli teutoni. A posta loro essi si spingono

verso il mezzogiorno, desiderando scambiare le brume del cielo natio

coll'azzurro del nostro, anelando il grappolo delle nostre vigne,

l'olivo delle valli: — Lasciate, essi ci dicono, riscaldarci le membra

intirizzite ai raggi del vostro sole; — voi ne avete goduto tanti

anni! — Importuni Polinici che ci domandano il trono di Tebe, e da noi

odiati come Eteocle odiava. Poichè la natura si mostrò a molti matrigna

e ad altri molti madre parzialissima, io penso ch'ella abbia gittato

nel mondo il pomo della discordia; e qui per quanto uomo s'affatichi,

invano speri di trovare rimedio. Ancora nasce il debole ed il forte,

nasce l'uomo di alto intelletto e lo scemo di senno; — irreparabili

ingiustizie. Con opera non interrotta di secoli l'uomo arriverà forse

a bilanciare in parte siffatte discrepanze, ma pure rimane sempre

l'apparizione del genio suprema ingiustizia, meteora luminosa che sè

stessa arde e gli occhi ai riguardanti consuma, forza prepotente, la

quale, secondo che muove Arimane od Oromaze, afferrato pei capelli

il suo secolo, lo strascina precocemente verso la libera civiltà o lo

risospinge nella serva barbarie. — Ora parlo di noi uomini viventi. A

coloro che tra i riposi di molli origlieri immaginano il sogno facile

di umana felicità, compassione. A coloro, i quali consultano i destini

degli uomini sui libri dalle fodere dorate, e non palpitano per le

piazze e pei trivii in mezzo alla plebe vestita il corpo di fango,

l'animo di delitto, compassione e dileggio. A coloro i quali non meno

vili e più dannosi dei lusingatori cortegiani adulano le moltitudini,

dileggio ed obbrobrio. Non sollevate ancora gli occhi alle stelle,

avvertite a non traboccare dentro la fossa adesso adesso aperta ai

martiri della libertà, o se gli sollevate, fatelo per pensare che i

vostri mali vincono di numero le stelle dei cieli; voi avete concetti

superiori, proponimenti inferiori al bisogno; mente alta, cuore

codardo, braccio infiacchito; voi ordite un secolo avaro e superbo;

obliosi movete oggi la danza dove ieri surse il patibolo per i vostri

fratelli; come solevano i baccanti, voi empite l'aere di gridi,

perchè nè da voi nè da altri s'intendano i lamenti dei mortariati e

turbino le vostre vituperose feste; se vi uccidono l'amico, non dirò

che a guisa dei lupi vi lacerate a brani il corpo di lui, bensì come

pecore stupide continuate la pastura spensierati e leggieri; vanitosi,

celebrate i fatti progressi, e non sapete che la millesima parte della

lebbra sociale non fu per anche sanata, che, qualunque parte, comechè

piccolissima, della lebbra rimanga, di per sè basta a procurare la

morte. Teti tuffando Achille nelle acque di Lete obliava bagnargli

il calcagno, e Paride, quivi appunto percotendolo l'uccise. I vostri

fratelli furono balestrati in esilio, voi appena fuori delle porte gli

avete dimenticati; — i vostri fratelli furono percossi di morte, e voi

avete avuto, non che d'altro, paura di gemere sopra il fato acerbo di

loro... di proferirne il nome! — i vostri fratelli furono sepolti in

carcere, e voi non li avete consolati. E voi i civili, voi? Voi non

avete la energia della barbarie nè il senno della civiltà virile. Prima

di desiderare la libertà, imparate ad essere uomini; — piuttostochè

volere repubblica, attendete a purgare i rei costumi. Finchè vi state

così superbi, parabolani, frivoli, obliosi, leggieri, pei mali altrui

di ghiaccio, fuoco per ogni maniera di diletti, io non abbisognerò

della testa di Medusa per farvi impietrire: — pietra siete da voi. —

Io vorrei come dentro uno specchio mettervi dinanzi l'anima vostra: —

mostro più schifo non partorì natura, nè mente di poeta immaginò.

Io troppo bene conosco che, da insidiose blandizie lunsingati,

saliti adesso, pel discorso inconsueto, in furore, mi maledirete...

Maleditemi... e smentitemi, se potete; — intanto io vi dichiaro

codardi, frivoli insanabilmente e in tutto degni della presente

servitù. — Adesso riprendo la storia.

Quando avveniva un caso grave di pace o di guerra, in Fiorenza era

costume del governo di chiamare a consulta, che dicevano Pratica, oltre

i magistrati, certa copia di cittadini autorevoli a fine di ricercarli

della loro opinione intorno ai privati pareri. Il quale abuso biasima

meritamente l'istorico Iacopo Nardi, come quello che partoriva pessimi

effetti; primo, perchè, non potendo adunare tutti i cittadini che

invero erano o si reputavano autorevoli, gli esclusi si rimanevano

scontenti e queruli; poi quelli che sapevano, secondo la consuetudine,

avere ad esser chiamati, poco pregiavano i pubblici uffici e sè non

esentavano con danno della repubblica; finalmente, i condottieri e

i principi, ai quali bisognava negoziare con Fiorenza, riconoscevano

questi concittadini come perpetuo magistrato, e così il governo veniva

a perdere di reputazione. Siffatta costumanza cominciò dal tempo delle

civili discordie tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri, nel quale

avveniva che i principali della fazione fuoruscita, tornati vittoriosi

a casa, volessero ingerirsi nelle consulte, trattandosi della salute

propria e della parte. E quantunque nel secolo della nostra storia

cotesta necessità fosse cessata, pur tuttavia continuava il costume;

tale essendo la natura delle abitudini, buone o triste elle sieno,

quando una volta si lasciano invecchiare nella mente dei popoli.

L'assedio di Firenze · 第 16 / 81 段