«Vico, davvero io vi credeva più caritatevole verso il prossimo. —

Datemi una mano perchè io non so quello che mi faccia: — fosse ella

colubrina o smeriglio saprei il modo di aggiustarli io... una fanciulla

così delicata... in questo stato... che cosa volete? non me ne intendo

e intanto la poverina patisce... — Qua via, porgete il lume, vediamo

mo' s'ella fosse rimasta ferita nel capo. — Tenete ferma la mano; —

così non vedo nulla: — ma che diavolo avete nelle braccia che le vi

tremano come se la quartana vi fosse venuta addosso?» — Così favellando

Lupo spartiva dietro il capo il volume delle chiome alla donzella e, al

moto delle dita aggiungendo il soffio, speculava se vi fosse lacero o

contusione. — «Gran male io non ci veggo; ora abbisognerebbe un po' di

aceto... cercate, Ludovico, se vi venisse fatto di trovare o penne di

pollo o esca od anche carta, che gliela bruceremo sotto il naso e la

faremo rinvenire: — io la scingerei, ma non mi attento; e' sono cose

queste che non si aspettano a' maschi...»

Ludovico, come risensando, senza dar mente alle parole di Lupo, aveva

già tratto un pannolino di tasca e, intintolo nell'acqua, dolcemente

bagnava le tempie alla donzella. Nè stette guari che, in quella guisa

che l'aere vermiglio all'orizzonte annunzia vicina la lampa del sole,

il colore della giovanezza e della salute, diffondendosi sul volto

alla fanciulla, presagì vicino il ritorno dell'anima agli usati offici.

Alfine trasse un gran gemito, e lo splendore degli occhi si manifestò.

Li volse esterrefatta d'intorno, e la prima parola che uscisse dalle

sue labbra fu:

«O padre mio! Dov'è mio padre?» E chiuse gli occhi di nuovo. Di lì

in breve riaprendoli, gli fissa nella faccia di Lupo, e prendendone

terrore, a braccia aperte si ripara al seno di Vico esclamando:

«Salvatemi, in nome di Maria santissima, da quel ceffo di fiera...

difendetemi da quell'empio ladrone... uccidetelo, o uccidetemi...»

«Per la testa di San Giovambattista!» proruppe Lupo, «valeva il

pregio davvero che io mi prendessi tanto impaccio di scioglierle la

lingua a cotesta calandra! Che ci ho a fare io, se gli anni mi hanno

mutato in bianco quello che un giorno ebbi nero, e il sole ha mutato

in nero quello che dalla natura sortii bianco? Se le ferite mi hanno

cincischiato il viso, ciò è avvenuto perchè, tranne una volta...

una volta sola..., non voltai mai le spalle al nemico. Ed io vo' che

sappiate, fanciulla mia, tornare a maggiore infamia pel soldato gli

sfregi alle spalle che non si vedono che gli altri visibili sopra la

faccia. — Nè sempre apparvi quale comparisco adesso; — e qualche occhio

di donna pianse alle mie partenze, e qualche labbro sorrise ai miei

ritorni. Ma ci corrono anni da questi a quei tempi! — Però non dubitava

di avere ceffo da mettere paura, — da masnadiere, — da ladrone. Voi,

fanciulla mia, avete scambiato il sorbo per noce. — Io sono Lupo

bombardiere agli stipendi della Repubblica di Fiorenza... onesto e

dabbene quanto può esserlo qualunque altro bombardiere in questo mondo

e in quell'altro.»

Ludovico sosteneva quel caro peso; fremeva, godeva e taceva; un'arcana

voluttà gl'investiva le membra. La donzella pur sempre a occhi

chiusi, col capo dimesso; di repente si svelle dalle braccia di lui,

palma percuote a palma, le mani si caccia tra i capelli, prorompe in

dirottissimo pianto e, fuggendo verso la porta, empie l'aere notturno

col grido:

«O padre mio! o padre mio!»

«Vico la seguitando veloce, la trattiene; e confortandola con dolci

parole, le dice:

«Non temete; il padre vostro ritroveremo; vi ricondurremo alle vostre

case... ai vostri parenti...»

Qui lo interrompe un alto riso della fanciulla: — egli allora, tra

stupido e soddisfatto aggiunge:

«Sol che vi piaccia mantenere l'animo lieto e tranquillo.»

«Vuoi rendermi la casa! Oh! rendimela via, e con essa la mia cameretta

linda, polita, col soffitto tinto d'azzurro, e il letticciolo con le

coperte di rascia rossa e il bel capoletto di Sicilia: — rendimi la

immagine della Madonna dell'Impruneta di Luca della Robbia e la lampada

e il vaso dove ogni giorno mutava fiori freschi di mia mano côlti

nel giardino... Ma come farai a rendermela, se quando ne uscii, il

pavimento, le pareti, il soffitto tutta andava in fiamme?... Mi vuoi

gettare tra il fuoco? In che peccai? Cotesta è la stanza dei dannati,

ed io non ho fatto male a persona nel mondo. — Io sono innocente, io!

— Tu mi hai parlato di madre: menami a vederla, e ti dirò fratello,

perocchè io sappia ogni creatura nascere da una madre ed essere amata

da lei sopra ogni cosa: ma io, sai? non ho conosciuta la mia... nessuno

ha risposto allorchè domandai: siete mia madre voi? — ed io fin qui ho

dubitato di essere venuta al mondo senza. Ben ho padre e amatissimo.

— Almeno lo aveva un'ora fa; — ora poi non so più s'io lo abbia. —

Deh! se lo sapete, insegnatemelo, siatemi pietosi, rendetemelo. Non

conosco altro che lui nel mondo: — che cosa dovrei fare sola, orfana,

abbandonata a me stessa? — Adesso poi che madonna Lucrezia è morta. —

Oh! le sventure vengono sempre e troppo accompagnate. — Non credete

forse che madonna Lucrezia sia morta?... Io stessa l'ho veduta,

invocato il nome santo di Dio, precipitarsi a capo rivolto nell'Arno.

Oh quanto era gran dolore non poterla soccorrere! e, potendo, non

avrebbe mica voluto, perchè ella si uccideva per fuggire vergogna. —

Io stesso per lungo tempo l'ho cercata lungo le sponde invano; e dopo

trovai mio padre che sedeva sui tegoli inceneriti di casa... e corsi e

corsi veloce, cosicchè le stelle del firmamento mi parevano un nastro

lungo lungo di luce; — e ora l'ho perduto da capo... Signori, abbiate

pietà dell'orfana; riconducetemi da mio padre... O padre mio...»

In questa le guardie della milizia fiorentina tornarono; e chi

sorridendo, quale imprecando, depositano le armi: se non che, vista

la desolazione della fanciulla, si acquetarono tutti, ed uno di loro

soltanto raccontò: causa del trambusto una squadra di cavalleggeri

uscita a foraggiare, che tornando carica di preda aveva trovato

la porta ingombra di gente del contado, di carra, di somieri e di

masserizie, con le quali fuggendo riparavano alla città; che, non

essendo riuscita, ad ottenere per amore si slargassero per lasciarla

passare, si era cacciata di forza tra quel cumulo di uomini, di bestie

e di cose, sicchè sbarattandolo e rovesciandolo era passata di galoppo

tra mezzo. Poco il guasto o nessuno; qualche mulo o cavallo aombrato

correre alla ventura per la città, ma presto lo avrebbero ritrovato;

la fanciulla di certo caduta per urto di cima a qualche carro dove

si stava addormentata: trattenerla nel corpo di guardia pareva il

consiglio migliore, perchè non istarebbe guari la sua gente a venire

per lei.

La fanciulla porgeva attentissimo l'orecchio, fissava arguto il suo

sguardo nel volto del parlante, sospettosa non la dileggiassero; e

quando le parve sincero, alquanto si assicurò: allora con ambe le mani

traendosi dietro il capo i molti capelli caduti sulla fronte, disse:

«Faccia Dio che presto ritorni! — Ma dove mi hanno condotta? Dove

mi trovo adesso?» E vedendosi circondata da tanti uomini i quali

curiosamente la guardavano, arrossì vereconda e declinò le palpebre.

«Figliuola mia», le rispose Lupo, «già non voglio dire che non potresti

stare con miglior gente, perchè la sarebbe soverchia presunzione

cotesta; pure così come ti trovi, sei sicura quanto nel monastero delle

Murate. — Tu stai in Fiorenza presso la porta San Nicolò, tra giovani

costumatissimi e ascritti alle bande della milizia cittadina. — Io poi

mi chiamo Lupo e sono bombardiere preposto alla colubrina piantata in

cima alla torre della porta.»

«Signor Lupo», soggiunse con umil voce la donzella, «io mi abbandono

nelle vostre braccia; — fatemi da padre finchè non abbia ritrovato il

mio vero. — Di ciò vi avremo obbligo infinito tanto mio padre che io;

e pregherò per voi la madre mia ch'è nei cieli.»

«Sta' pure di buon animo, figliuola mia; tu sei in mezzo a' tuoi. Anzi,

ora che penso, onde diminuire le ansietà di questa povera fanciulla,

e' sarebbe bene alcuno di voi, con buona licenza di messere Vico, si

movesse in traccia di suo padre per le prossime vie.»

«Dio ve ne renda merito», disse la fanciulla; — e poi volgendosi a Vico

e per la prima volta consapevole riguardandolo, volle parlargli, e si

confuse anch'ella; onde si rimase in silenzio.

«Come volete, Lupo, ci poniamo in traccia del padre suo», notarono

alcuni, «se i nomi di lei e di quello ignoriamo?»

«Andate», disse la fanciulla, «e se per la notte incontrate voce alcuna

di pianto che chiami Annalena, — quegli è mio padre. Se non udite la

voce, il dolore lo ha ucciso.»

«Orsù dunque voi, Marco Guidi e voi Pierfilippo, aggiratevi qui

d'intorno e vedete se per sorte vi ci abbatteste. — Tornate presto e

non passate l'Arno.»

Due uomini obbedivano al comando di Ludovico.

«Figliuola mia», riprese a favellare Lupo, «se io non ti rinnuovo

troppo disperata memoria, dimmi a che termine si trova il nostro

infelice contado?»

«Ahi! trista me! — I tormenti che videro questi occhi vincono le

parole. — Atti nefandi, abominazioni da demonii, immanità efferate,

delitti quali non dovrebbe tollerare la pazienza di Dio. Chiunque

adesso percorresse le terre già tanto fortunate del nostro contado,

gli parrebbero un deserto; — le tempeste dei cieli, i fulmini, li

terremoti insieme raccolti non potrebbero apportare danno uguale a

quello che hanno cagionato questi empi ladroni. Le vigne svelte, gli

alberi abbattuti, la terra sconvolta non serba traccia delle fatiche

dei campi. Le case ardono, le chiese rovinano: e tutti questi danni ed

altri maggiori non uguagliano i tormenti dei miseri abitatori. Le donne

tratte in ischiavitù, ad uffici vilissimi costrette, battute, ferite...

gli uomini appiccati ai pochi alberi rimasti alla campagna, miserabile

spettacolo dalla lontana, più misero da vicino, perocchè allora si

conosca espresso quanti abbiano patiti crudelissimi strazi prima di

morire...»

«Occhi di Dio, dove dunque guardate?» Muggì piuttosto con voce di toro

che non urlasse con grido umano Lupo. E la fanciulla spaventata balzò

in piedi per fuggire.

«Ah!» proseguiva Lupo, «tutto questo avviene perchè fummo codardi; — se

avessimo tenuto fermo in Arezzo, il nemico non iscorazzerebbe adesso il

contado: bene sta, dacchè non adoperammo le braccia a difenderci, forza

è che gli occhi consumiamo a piangere.»

«Oh! non versate ancora tutte le vostre lacrime, perchè tale vi

narrerò una sventura a cui se il piangere non manca, vi si spezzerà

il cuore per troppa compassione. Mio padre ha stanza... e devo dire,

aveva, — ma l'animo non sa credere come in un giorno possano tanti

infortunii accadere che appena mesi basterebbero a immaginarli, e non

pertanto avvennero in un'ora sola, e noi sopraviviamo, — mio padre

aveva stanza in Val di Greve presso San Giusto: in certo luogo fuori

di mano, ombroso per copia di piante, era fabbricata la casa nostra,

asilo d'innocenza, per me di pace non interrotta, per lui di riposo

agli antichi travagli, dacchè mio padre, da me in fuori non ha parenti

al mondo, e spesso piagne sopra altri e la moglie defunta, e più

sovente egli versa lacrime d'ira che mi fanno paura. Ora correranno

tre notti il padre, accompagnandomi alla mia cameretta, mi baciò

in fronte, mi benedisse e mi salutò dicendomi: Addio, a domani. —

Poi, quasi un qualche presentimento lo funestasse, rifece i passi

per rammentarmi assicurassi bene per di dentro le imposte, essendo

la casa bassa, la contrada piena di ribaldi, molto il pericolo dei

ladroni, più che soldati, dell'esercito della lega, le difese poche

o nessuna. Ond'io, maravigliando dell'insolito sospetto, domandai:

Perchè tanto temete? — Ed egli a me: Perchè mi sei sola in terra.

— Siccome mi aveva consigliato, chiusi diligentemente le imposte,

— poi mi prostrai davanti alla immagine della Madonna e le porsi le

consuete preghiere pel padre, per tutti ed anche per me; — mi giacqui

pacata proponendo levarmi mattiniera avanti l'alba per cogliere fiori,

destare il padre spruzzandogliene sul volto la rugiada e irriderlo

dei notturni terrori. — Il sonno mi vinse: all'improvviso, comechè

tenessi le palpebre chiuse, uno splendore mi offende la facoltà

visiva: dubbiosa di avere oltrapassata l'ora proposta, balzo a sedere

ed apro gli occhi. — Pensate voi qual cuore fosse il mio quando vidi

piena di fumo la stanza, — la fiamma sguizzare spaventevole lungo il

soffitto! — Preso consiglio dalla paura, fatto fastello dei panni,

scinta, scalza, scarmigliata i capelli, proruppi fuori. — La Madonna

aveva miracolosamente preservata la cameretta della sua devota; — la

rimanente casa in fuoco; — parte della scala, la inferiore, vacillante

travolta in fiamme, ma sempre in piedi; la superiore caduta; ogni

indugio sicurissima morte. — L'anima mia raccomandata al Signore,

mi slanciai; il divino ajuto soccorrendomi toccai uno degli scalini

rimasti; — bruciavano; — volai; — dall'ultimo gradino movendo il

primo passo, sentii sotto il piede un corpo morbido, e mi parve ancora

intendere un sospiro; — declinai lo sguardo: — uno dei piedi mi vidi

contaminato di sangue, e nel corpo mi apparve la spettacolo miserabile

di un servo infranto, mezzo arso dalle fiamme — forse egli precipitava

dalla parte più alta della casa, dove aveva stanza.

«Affrettai il passo, non sapendo nè curando pensare in qual parte

fuggissi: — unica cura fuggire. Risensando, mi trovai dietro la siepe

foltissima del giardino, e dall'opposto lato scôrsi mio padre, il quale

in mezzo ad una banda di scherani con le ginocchia piegate supplicava

così: — Alfine anche voi una donna ha partorito; avete sembianza

umana: lasciatevi piegare; concedete ch'io vada a salvarla... la

figliuola... solo, unico conforto alla mia vecchiaia; — lasciatemi:

— quanto possedevo vi ho dato. — Faccio sacramento sopra tutti i

santi del paradiso non essermi rimasto un picciolo per riscattarmi.

A che volete ritenere un povero vecchio? A che sono buono io? —

Ahimè! sentite! — è rovinato un trave... forse sul corpo della mia

figliuola... scioglietemi... lasciatemi. — Ed altre aggiungeva tanto

compassionevoli parole che faceva passione a sentirlo. Ma gli scherani

non gli badavano, intenti a dividersi le nostre masserizie più care.

Ben poteva tenermi nascosta, ma come può figliuola abbandonare il padre

in balìa a tanto affanno? Disprezzato il pericolo, mi palesai e corsi

ad abbracciarlo esclamando: Sono salva! — Egli non poteva abbracciarmi,

che ambe le mani dietro al dorso gli avevano legate; — mi baciava...

piangeva... mormorava parole per passione soverchiante confuse. Così i

nostri mali obliavamo, quando uno dei masnadieri in sembianza superiore

agli altri mi viene appresso, e di forza piegandomi verso lo incendio

mi guarda allo splendore delle fiamme della mia casa con piglio tra

ladro ed osceno, poi vôlto ad un suo cagnotto, comanda: — Menala

assieme con le altre. — Stende il cagnotto le mani; — io mi riparo alle

spalle del padre; e questi, siccome ira ed amore lo consigliano, privo

d'ogni altra difesa, a morsi mi difende; — ed ora prega, ora impreca

affannoso. — Il caporale, infastidito da coteste imprecazioni, esclama:

Pieraccio, fa che il tristo corvo si accheti; — e per sempre. — Il

cagnotto si trasse indietro, calò giù dalle spalle l'archibuso, tolse

di mira il padre mio, ed accostando la corda accesa al focone, sparò

contro di lui. — Egli cadde rotolando dentro la fossa che circondava

il giardino, ed io ancora caddi, come se il colpo medesimo avesse

ucciso due creature. Quanto tempo durassi in tale stato, non saprei:

allorchè rinvenni, mi trovai dentro una capanna angusta, e intorno a

me certe fanciulle del vicinato per lunga domestichezza mie familiari.

S'ingegnavano con diversi argomenti richiamarmi alla vita. Posai

pertanto di alcun poco la paura; e sopra tutto mi fu a bene cagione la

vista di monna Lucrezia Mazzanti da Figline. Questa magnanima donna, di

cui vi narrerò il pietosissimo caso, che aveva di qualche anno condotto

a marito Iacopo Palmieri da Fiorenza, abitava in villa poco lontana

dalla casa che fu nostra nel popolo di Dudda: — lei citavano esempio di

domestica virtù; per santità di costumi venerata, dai poverelli per la

sua beneficenza benedetta, a cagione della donnesca sua leggiadria a

quanti la conoscevano gradita, discreta, ben parlante, amorevole. Io,

da gran tempo priva di madre naturale, lei madre per elezione riveriva

ed amava. Conveniva in sua casa mio padre; e talvolta, quando stava

in villa a San Casciano, un messere di alto affare, a cui mi facevano

baciare la mano per ossequio, dicendomi di lui infinite novelle e come

avesse corso pericolo di vita per causa della libertà e lo avessero

posto al martoro, come de' casi degli uomini fosse speculatore arguto,

espositore eccellente, virtuoso, dabbene... lo salutavano col nome di

messere Segretario... sovente ancora messere Nicolò...»

«Il padre mio!» esclama Ludovico.

«E sì che mi pareva osservare sul vostro volto sembianze a me già

conte da tempi remoti...» E mentre così la vergine favellava, il capo

declinando, arrossiva. — Poco dopo riprese: «Che fa egli? vive?»

«Dio lo ha chiamato alla sua pace.»

L'assedio di Firenze · 第 15 / 81 段