ingannerete voi. Oh! meglio che pregare ipocritamente il divino
Redentore, a voi potenti della terra gioverebbe lealmente imitarlo...»
«Messere Iacopo, io ricevo col cuore umiliato la tribolazione che
l'Altissimo per la bocca vostra mi manda. In voi discerno uno strumento
della volontà divina e vi onoro. Quando pure non fosse così, questo
mio Dio, che pregò pei suoi uccisori perchè non sapevano quello si
facessero, mi conforterebbe a pregare per voi che non sapete quello che
vi diciate.»
«Non so quello ch'io mi dica io? O papa Clemente, trema che cotesta
effigie del Redentore non si animi per miracolo; temi quella lingua si
sciolga e riveli intiere le cupezze dell'animo tuo. Se Cristo stacca
di croce la sua destra inchiodata.... trema.... non la leverà per
benedirti....»
«Orsù», interrompe il Pontefice levandosi in piedi, «tregua alle
parole; oramai ne proferimmo anche troppe. Iacopo, la vostra lingua
è riottosa come le acque di un torrente. Voi ponete la vostra causa
nelle mani di Dio, ed ancora io ve la pongo; discerna egli e giudichi:
— dacchè traemmo la spada, — la spada dunque difinisca la lite.»
«Tu hai raccolto tutti i venti del settentrione per divellere dal
tronco la fronda inaridita. Come Faraone, superbisci pei tuoi cavalli,
per le tue molte milizie: — bada al mar Rosso! — Dio può rendere
la fronda inaridita tenace quanto la querce delle Alpi. Ai buoni è
concesso dai colpi di fortuna appellare all'Eterno. — Alle vittorie dei
tristi esultano i dannati. Se talvolta un consiglio profondo esalta
l'empio, ciò il fa perchè senta più fiero il dolore della rovina.
Tranquilli, se non lieti, ci diamo in balia degli eventi, perchè,
vincendo, ci aspetta la fama di avventurosi e di onorati; soccombendo
alla impresa, il mondo ci chiamerà infelici, ma onorati pur sempre. —
Tu poi affacciati al futuro, ardisci con occhi aperti contemplare il
tempo che viene.., e di'... qual cosa tu vedi?... Portiamo via, liberi
uomini, da questa reggia, chè non ci sobbissi sul capo, dacchè l'ira
di Dio ci gravita sopra. — Fin qui le preghiere e gli scongiuri furono
carità patria, adesso sarebbero turpitudine e miseria. Il David del
Buonarotti si moverà prima a difendervi che il cuore di questo Filisteo
si ammolisca. Venite a giurare nella chiesa di Santa Maria del Fiore di
liberare la patria o seppellirci sotto le rovine di lei.»
E concitato lo sdegno, da dolore e da impeto inestimabile, pone la mano
sul battente della porta per uscire.
«Iacopo, fermatevi», esclama il Papa, «e udite le mie estreme parole.
Sieno i Medici per autorità nello stato vostri compagni non principi;
componete di quarantotto famiglie un senato, e in quello risieda il
potere di governare...»
«Se il mio antico genitore mi avesse proposta infamia e delitto
siffatti, io mi adopererei a fare sì che la scure del carnefice
insanguinasse i suoi capelli bianchi.»
E senz'altre parole aggiungere usciva della sala.
«Voi, messere Nicolò dotato come siete di più temperata natura»,
riprende Clemente, «considererete col buon giudizio vostro la mia
offerta; — non vogliate delle cose l'estremo: accomodatevi ai tempi; —
dominiamo insieme.»
«Le insinuazioni vostre», gli rispose il Capponi, «mi suonano uguali a
quelle che mosse Satana a Gesù Cristo quando dal pinaccolo del tempio
gli mostrava i regni della terra: ufficio di cittadino è turarsi le
orecchie e fuggire dalle tentazioni.»
Profferiti cotesti accenti, Nicolò Capponi tenne dietro a Iacopo
Guicciardini.
«Dunque non mi riuscirà a farvi intendere ragione, ortinati e protervi?
Messere Andreuolo, fatevi messaggero dei miei sensi agli ottimati...»
«Dove un mio figlio sapessi ambasciatore di tanta nequizia, io gli
andrei contro per ispezzargli la testa alla parete.»
Ciò detto, il Nicolini scomparve.
«Almeno voi, Soderini...»
«Io vi scongiuro, papa Clemente, a spargervi le chiome di cenere,
umiliarvi nel santuario e domandare mercede davvero dei vostri peccati;
se pure i vostri peccati non superano la misericordia infinita.»
E lasciò solo il pontefice.
Papa Clemente per bene due volte con intensissima rabbia si morse le
mani ed esclamò:
«Il mondo mi diventa la torre di Babele: quando domando vizio, incontro
virtù; — quando abbisogno di virtù, trovo vizio... Pure tanta vita mi
avanza da adoperare in modo che i vostri nepoti ricercando a' vostri
figli libertà che significhi, quelli additando loro le vostre dimore
demolite, i vostri sepolcri scoperchiati, rispondono: La libertà
significa morte e rovina!»
[Illustrazione: ... e intanto la poverina patisce... — Qua via,
porgete il lume,... _Cap. VI, pag. 149._]
CAPITOLO SESTO
LUCREZIA MAZZANTI
All'atto incomparabile e stupendo
Dal cielo il Creator gli occhi giù volse
E disse: Più di quella ti commendo
La cui morte a Tarquinio il regno tolse.
ARIOSTO, _Orlando furioso_, c. XXIX.
«Lupo! o Lupo! prendi il boccale — e bevi un sorso a rinfrancarti il
cuore; — tu mi hai una cera da _De profundis._»
Queste parole dirigeva certo soldato del dominio di Firenze, e con
le parole offeriva un vaso pieno di vino a Lupo bombardiere, di cui
vedemmo il bel colpo nella cittadella di Arezzo. E questa avventura
succedeva a notte avanzata dentro un corpo di guardia accanto la porta
di San Nicolò, unica tra le tante di Firenze che tuttavia si mantenga
nella antica sua forma. Un solo lume sospeso alla vôlta rischiarava di
splendore vermiglio piccola parte della vasta stanza: e tu vedevi dei
soldati quivi raccolti alcuno disteso per le panche in atto di dormire,
altri seduti novellare dei casi di guerra; tali altri, e questi erano
i più, bevere spensierati, come uomini per cui il tempo scorso è nulla,
il futuro anche meno, e si godono il presente fugace — e lieto, perchè
vuoto di affanno.
Un fra loro, di volto leggiadro e, comechè giovanissimo, a tutti capo,
se ne stava appoggiato con le spalle alla parete, la faccia china,
immerso in pensieri i quali, a giudicarne dalle sembianze di lui, non
dovevano essere buoni nè tristi: — questo era Ludovico Machiavelli.
Lupo invece sedeva con le pugna strette, fortemente puntellate nelle
guance sotto gli zigomi; gli occhi socchiusi: ad ora ad ora prorompe
dall'intimo petto profondi sospiri. — Guizzando intanto la fiamma
sanguigna sopra quei volti, — per tutta la scena, — presentava un
quadro fantastico, stupenda materia ai dipinti di Gherardo delle Notti
o del Rembrandt.
«Lupo!» riprese un altro soldato, «bevi: — il tuo buono umore è ito
in fondo del boccale; ripescalo coi labbri e ridiventa gaio, perchè
la tua tristezza ci uggisce, e troppo più della tristezza cotesti tuoi
sospiri, che spingerebbero in mare il bucintoro. — Piagni forse i tuoi
morti?»
«Pel Battista, lo hai detto! Io piango un morto... piango l'onore
dell'Italia e di noi altri», e, siffatte parole proferendo, tal diè
del pugno sopra la tavola che i distesi a dormire si svegliano di
soprassalto levando la testa sospettosi di qualche sinistra avventura.
«L'onore della milizia italiana spento?» domandò ansioso il giovane
Vico. «Qual cosa v'induce a giudizio sì iniquo sopra il vostro sangue?»
«Sta a voi domandarmelo, Vico? Non siete fuggito anche voi d'Arezzo?
Così è — noi infelici reliquie delle Bande Nere, tanto famose nelle
guerre passate, ne abbiamo or dianzi bruttata la gloria. Occhi miei
tristi, che tante volte e tante vedeste dalle bande onoratissime
del signor Giovannino i Tedeschi assaliti e dispersi, perchè mai vi
ostinate a rimanere aperti per contemplare una fuga infame senza pure
essere affrontati?... O morte! o morte!» E il prode uomo si batteva con
le mani la fronte.
«Confortatevi, Lupo: col capitano Ferruccio non fuggiremo più...»
«Sentite, Vico, riponetevi bene nella mente le parole del veterano: —
i peccati di viltà non hanno remissione; — la viltà sparsa una volta
porta il suo frutto, — frutto di esempio pessimo e di danno alla
patria, irrevocabile. — Io ho pianto due volte in questa vita: — la
prima fu, quando una notte del mese di gennaio io mi scaldava al camino
da una parte, e la mia povera madre filava dall'altra: mi aveva narrato
le mille cose fatte e dette da mio padre e da mio nonno (che Dio gli
abbia in pace), e le giostre avvenute ai suoi tempi e la congiura dei
Pazzi, chè ella si trovò in chiesa alla strage e nel trambusto vi perdè
il cappuccio di vaio e la collana d'argento. — La povera donna nel bel
mezzo del discorso si arresta... e subito dopo, con voce mutata, mi
dice: Lupo, accóstati, ch'io ti benedica... ti lascio solo... O gran
Madre del Signore, ricevi l'anima mia! — Levai la faccia e vidi la
povera madre con la destra in atto di benedire, — gli occhi aperti,
e la bocca aperta anch'essa, ma storta da un lato. — Iddio l'aveva
chiamata alla pace degli angioli. — Lupo è rimasto solo davvero sopra
la terra. L'altra volta ch'io piansi fu... — Compagni miei, vi chieggo
perdonanza se vi funesto con dolorosi racconti. Io mi taccio e rumino
da me stesso la mia angoscia.»
«Di', di', Lupo; le parole del veterano riescono sempre gradite
all'animo dei suoi compagni.»
«Ora dunque, figliuoli miei, — perchè io per età, vedete, potrei
esservi padre, comechè non abbia tolto mai moglie e non mi sieno
nati figliuoli; ma certa volta udii raccontare da messer Pietro
Aretino[110], svisceratissimo del signor Giovanni, come un antico
capitano a certo che lo riprese di non aver tolto donna, ed in questa
maniera privato la patria di eredi delle virtù sue, rispondesse: Sappi
che io lascio due figliuole e tali che se la patria ne imita l'esempio,
diventerà non pure famosa, ma unica per la gloria delle armi nella
Grecia: e ricordò due battaglie da lui virtuosamente combattute e
vinte. — Fin qui Lupo non operava nulla che gli fruttasse onore; però
non vi ha impresa, comunque arrisicata ella sia, per la quale non
senta l'animo e le voglie disposte. Adesso mi trovo ad avere tanto
detto fuori del seminato che non so più donde mi sia partito o dove
io mi abbia a ritornare: — mi sembra dovessi narrarvi come piangessi
le seconde lagrime in mia vita, ed ecco proprio il modo in che andò
la cosa. — Il signor Giovannino... Nessuno di voi ha egli veduto il
signor Giovanni dei Medici? — Ebbene, quando passate da Orsanmichele,
sostatevi a guardare il San Giorgio di Donatello: immaginate voi che
muova le braccia, che parli di forza, che lanci lo sguardo acuto quanto
un verrettone, ed avrete la immagine vera del fortissimo capitano. —
Il signor Giovannino con alquanti cavalli leggieri si pose alla caccia
dei Tedeschi nel serraglio di Mantova. — I nemici, che lo chiamavano
il gran diavolo, — tanto si mostrava nelle zuffe avventato e feroce, —
si danno scorati alla fuga: — noi proseguiamo ardentissimi quella, più
che battaglia, beccheria; — la strage della gente tedesca ci giungendo
gradita, non come di nemici vinti, sibbene come di genia bestiale,
oscena peste del mondo. Uno di questi scomunicati, mole gigantesca
di mala carne, all'improvviso volta faccia a me che lo inseguiva, e
tale mi scarica a traverso un colpo di mazza d'arme che mi avrebbe
schiacciato il capo come un pinocchio. — Lupo era leggiero in cotesti
tempi; mi abbandonai pertanto sul dorso del cavallo, spronai oltre e lo
colsi così impetuoso della punta nel ventre che lo passai fuor fuora
meglio di un palmo dal tergo. — Qui sento picchiarmi sulla corazza: —
pensando vicino un nuovo nemico, mi volto con truce proponimento, e
vedo il capitano Giovanni, il quale al cenno aggiungendo le parole:
Prode Lupo, favellò, domani ti promoveremo a sergente delle nostre
milizie... — Appena i suoi labbri tacevano che lo vidi, atterrato per
forza prepotente, avvilupparsi nella polvere; — accorsi a rilevarlo,
ed egli: Cristo! esclamò, la stessa gamba di Pavia: ormai è destinata
a rimanere sul campo. — E così come disse fu: una palla di falconetto
gli aveva rotto sopra il ginocchio la medesima gamba destra che al
Barco di Pavia, scaramucciando, gli ferirono sconciamente verso la
noce. Incalzando i Tedeschi, noi non temevamo delle artiglierie,
sendo avvertiti che non ne avevano: ma nella notte il duca Alfonso
di Ferrara, secondo che il diavolo lo persuase, nascosti dentro
certe barche di vettovaglia mandava loro pel Po quattro falconetti;
e in questo modo egli fu cagione prima della ferita, poi della morte
del signor Giovanni. Imperocchè, trasferito a Mantova in casa Luigi
Gonzaga, gli furono attorno i cerusici e deliberarono segargli la
gamba. Quando io lo vidi accomodato sopra la sedia, mi tremarono i
polsi, mi sentiva scoppiare il pianto, che pure trattenni per non
isconfortare quel povero signore. — Egli poi guardava le seghe, i
coltelli, le tanaglie e l'altro apparecchio infernale da cacciare i
brividi addosso a chi non ci aveva a far nulla; e sorrideva. Intanto
Abram giudeo, scamiciato fino ai gomiti, cominciò a tagliare, rasente
la ferita, le carni. Il signor Giovanni siede e guarda; io, temendo non
lo facesse trasalire lo spasimo, me gli accosto e lo recingo con le
braccia alla cintura. Quasi gli avessi fatto ingiuria, mi si rivolge
con mal piglio e grida: Ch'è questo che fate, Lupo? Andate via: io so
molto bene reggermi da me senza li vostri ajuti. — A Dio non piacque
salvarlo. — Dopo pochi giorni rimase spento con danno inestimabile
della milizia italiana quel pro' guerriero, bellissimo di corpo, forte
di braccio, ingegnoso, feroce, nella età verde di ventinove anni. Corse
voce nei tempi, papa Chimenti corrompesse il cerusico giudeo, e questi
gli segasse la gamba con ferri avvelenati. Intorno alla qual voce io
non saprei consigliarvi a crederla e a discrederla nemmeno; di questo
però vi assicuro, papa Chimenti volergli male di morte, e lui essere
capace di questo o di altro; quanto al giudeo poi, io lo conobbi uomo
dabbene. — In siffatti casi ho pianto, — due sole volte in mia vita...
— Ma vedete, in quel modo che ieri udii predicare a fra' Benedetto,
il capitano Moisè, traendo il suo popolo per lo deserto, e mancatagli
l'acqua, percosse un sasso, e quinci uscì copiosissima fonte, in
quel modo dico l'angoscia mi ha battuto sul cuore e ne fece scaturire
lagrime e sangue. Ora poi a cagione dell'ultimo vituperio nostro il
mio cuore si è del tutto spezzato; in breve spero mi sarà concesso di
fuggire la vista del sole, che aborro, e sottrarmi così agli eventi
futuri, che l'animo mi presagisce funesti: — se non sapemmo difendere
la patria in Arezzo, come la difenderemo noi qui, no, io per me non so
capire davvero: pari i muri, i petti pari...»
A cotesti discorsi i soldati tacevano siccome rimorsi dalla vergogna,
o scorati da presentimento. Più di tutti il Machiavello. Uno fra loro,
crollando ad un tratto la testa come per cacciarne i cupi pensieri,
favellò:
«Lupo, le tue querele paionmi generose, non savie. Noi possiamo di
quest'infamia lavarci le mani, e non mica come Pilato. L'onta ricade
intera su l'Albizzi, il quale comandò la partita: ed ora, chiamato dai
signori Otto a sindicato, dovrà renderne ragione col capo.»
E Lupo rispondeva:
«Il sangue macchia, non lava; la colpa del commessario si confonde con
quella dei soldati; e nel mondo si leva un vituperio per tutti che tu
non sai placare. Per Dio! così non istà bene. Se osservi il comando
del capitano codardo, una condanna di obbrobrio insieme con lui ti
contamina; se ti rifiuti agli ordinamenti della milizia, ti puniscono
di morte: — il caso di Pandolfo Puccini informi...»
«Lupo, io ti assicuro», osservò Ludovico, «la passione aombrarti
l'intelletto: al soldato, quando obbedisce il cenno del superiore, la
fama è salva.»
«Poniamo via», riprende Lupo, «e che egli obbedendo allo iniquo
comandamento non abbia infamia come soldato: ma fuggirà egli per
avventura anche il danno come cittadino? Io per me lo ripeto, — così
non istà bene. Immaginate, compagni, che, avendo noi giurato fedeltà
al Palazzo di Fiorenza, domani la Signoria si avvisasse comandarci
di abbattere Marzocco, gridare morte alla Repubblica, viva le palle:
dovremmo, o no, obbedire? Se no, tristi soldati; se sì, pessimi
cittadini. Io, non ho letto sui libri; — la disciplina in campo del
signor Giovanni costringeva, fuori di misura, severa: e nondimanco ho
sempre tenuto fisso in mente qui sotto giacere un qualche grave errore
da doversi emendare.»
«Ogni male viene dalla testa», soggiunse Ludovico; «bisogna attendere
prima di tutto a nominare buoni signori e buon capitano, poi rimetterci
interamente ai comandi; — se togli ciò, nissun governo, nessuna
disciplina possono reggere.»
«Sì bene: ma quando l'errore è commesso? Forse la pioggia non bagna
le membra del soldato come quelle del cittadino, non le assidera
il freddo, non le arde il fuoco? Il soldato che impegna le braccia
ha forse venduto il cuore e la mente? Se il soldato vive nei campi,
rinnega per questo la patria? Non conserva egli sempre desiderii ed
affetti di cittadino? E se abbandona la cara famiglia pei rischi della
guerra, ciò non fa egli appunto per tutelarla da oltraggio straniero?
Ora dunque, quando conosce a chiara prova un comando imbecille o
traditore, sarà obbligato ad eseguirlo e così con le sue mani procurare
un fine contrario a quello pel quale mosse dal dolce luogo dove pure lo
trattenevano pietà dei parenti, dolcezza di marito, amore dei figli?
Ditemene quante volete e sapete, voi non arriverete a persuadermi che
il soldato che mise a cimento la vita per la libertà della patria debba
obbedire come bestia insensata e feroce allorquando gli ordinano di
ammazzarla.»
«E per altra parte, se concedi facoltà al soldato», riprende il
Machiavelli, «di ponderare, prima di obbedirlo, il comando (lasciamo
da parte che molti ne farebbero pretesto di tradimento o d'ignavia),
innanzi che l'uomo si fosse determinato a soddisfarlo, l'occasione
andrebbe perduta; perocchè voi sappiate, Lupo, il destino delle
battaglie pendere sovente da un minuto.»
«Voi siete dotto, voi, e da tale nascete che la sapeva lunga e la
sapeva contare; sicchè poco sforzo ci vuole a far comparire scempie
le mie parole. — Certo che in mezzo alla battaglia, quando il capitano
ordina: Avanti! — il soldato si fermi e risponda: Lasciatemi pensare;
— mi sembra cosa bestiale. — E se dall'altro canto considero che
intendono ridurre il soldato in condizione di arnese composto di ossa
e di carne, da spingerlo avanti, indietro, da parte, senza intelletto,
senza cuore; e' mi par cosa anche più bestiale della prima. Tra le due
estremità deve trovarsi una strada di mezzo. Io non ce la so vedere; ma
il sangue mi bolle allorchè penso un soldato figliuolo del popolo possa
riuscire, per disciplina, parricida e stromento di servitù nelle mani
del tiranno o del traditore.»
«Veramente, dinanzi alla legge suprema di conservare la libertà, credo
ancora io che la disciplina taccia; allora qualche cosa che sta sopra
alla disciplina delle milizie approva la ribellione, anzi la persuade;
voglio dire la patria e Dio. Però triste indagini paionmi queste. Di
che temiamo noi? Noi abbiamo signori animosi, capitani provati.»
«E Malatesta?... — Ma via porgetemi il boccale, ch'io voglio bagnarmi
la bocca. Ho parlato tanto! e forse, e senza forse, folli parole, —
peccato della vecchiezza.» — Qui bevve e riponendo il boccale sulla
tavola, continuò: «Vedete, l'uomo si assomiglia al boccale pieno di
vino. Il tempo ogni anno vi beve un sorso lungo, sicchè in fondo ci
rimane il peggio: colla età cascano i capelli e il giudizio. Viva la
gioventù, forte, audace, fidente... Io stasera, invece di concitarvi
con belle storie di guerra, vi attristava con torbide fantasie di
vecchio gufo. — Ve ne domando nuovamente perdono: io me lo concedo
tanto più di leggieri in quanto che penso il vostro cuore per parole
non crescere nè diminuire. — Animo! su, compagni! non è la prima
volta che gl'imperatori videro le nostre mura. — Le videro, non le
espugnarono. Non dico vero, Ludovico? Messere vostro padre deve pure
averlo scritto nelle sue storie.»
«Sì, certo, e udite come la racconta, che io me la sono serbata
a mente: «L'imperatore (era Arrigo VII), deliberato di domare i
Fiorentini, venne per la via di Perugia e di Arezzo a Firenze, e si
pose con lo esercito suo al monastero di San Salvi propinquo alla città
a un miglio, dove cinquanta giorni stette senz'alcun frutto: tanto
che, disperato di potere disturbare lo stato di quella città, ne andò
a Pisa. Correva l'anno del Signore 1312.»
«O perchè messere vostro padre, il quale pure sapientissimo uomo era,
in così magnanimo fatto spese tanto poche parole?»
«Perchè dubitò la ignavia del secolo presente su le glorie passate
si riposasse. Di vero, cavare sollievo nella presente miseria dalla
memoria delle perdute facoltà senza sbracciarsi a mutare stato la
è cosa da gente vile. Più lungo fu esponendo i falli e le colpe dei
tempi, affinchè i cittadini ne sentissero vergogna e l'emendassero.»
Così consumando il tempo nel novellare di molti e varii argomenti,
all'improvviso fu udito mosso di fuori uno schiamazzo di voci
confuse, minaccevoli e supplicanti, umili, crucciose, e imprecazioni
e bestemmie; — poco dopo un rumore come di carra rovesciate, di corpi
caduti; e qui guaiti, urli furibondi, senza misura crescenti; quindi un
celere scalpito di cavalli sopra il selciato della via.
Adesso, mentre i soldati del corpo di guardia staccavano le partigiane
dalla parete per accorrere in aiuto, spalancato fragorosamente le
porte, balza in mezzo della stanza una femmina, come palla briccolata
dalla bombarda, la quale, corsi allo indietro tre o quattro passi,
quasi compiendo l'urto di spinta impressa contro di lei, andò a
percuotere supina il capo nella parete. Indifferenti a cotesta
apparizione, i soldati uscirono dal corpo di guardia; rimasero Ludovico
e Lupo per ragione di ufficio ed anche per vaghezza di soccorrere la
misera donna. Le si accostarono pertanto e, rilevandola, la trovarono
giovanissima, bella e di gentile aspetto: le sue vesti apparivano
schiette, quali costumano le donzelle di contado, se non che fatte di
panni più fini e con sottile lavorio ricamate di passamani e nastri di
seta. Le si vedevano sul volto delicato i segni di patimenti sofferti,
certo a lei più gravosi quanto più nuovi: pallida era ed aveva bianche
le labbra, gli occhi chiusi siccome morta.
Ludovico, invece di porgere mano a Lupo onde sovvenire alla fanciulla,
si rimase immemore a contemplarla. Ludovico toccava la età nella quale
un'arcana malinconia si diffonde nel sangue: quanto una volta piaceva
ora rincresce: — il ragno intreccia a festoni la sua tela intorno al
tanto una volta diletto leuto; la spada anch'essa polverosa penderebbe
dal chiodo, se amore di patria non gliela cingesse ai fianchi; il
seno si gonfia a spessi sospiri: sovente tendeva l'orecchio, quasi
aspettando una chiamata; si sentiva invogliato a piangere e non sapeva
perchè; nella sua mente si avvolgevano forme indistinte e pur vaghe
d'ineffabile bellezza, a guisa di volti di angioli specchiantisi sopra
l'onda commossa di un lago; — ed ora quelle sembianze, contemplate a
frammenti, par che gli stiano definite dinanzi; — la voce che aspettava
gli si è fatta sentire, e l'eco della sua anima già vi ha risposto, la
corda è vibrata, conosce il fine dei dubbiosi desiri.
Lupo, sdegnoso per la inerzia di Ludovico, così lo riprende: