«Alzatevi! alzatevi!» esclama il Guicciardino, «tanto Dio non

ingannerete voi. Oh! meglio che pregare ipocritamente il divino

Redentore, a voi potenti della terra gioverebbe lealmente imitarlo...»

«Messere Iacopo, io ricevo col cuore umiliato la tribolazione che

l'Altissimo per la bocca vostra mi manda. In voi discerno uno strumento

della volontà divina e vi onoro. Quando pure non fosse così, questo

mio Dio, che pregò pei suoi uccisori perchè non sapevano quello si

facessero, mi conforterebbe a pregare per voi che non sapete quello che

vi diciate.»

«Non so quello ch'io mi dica io? O papa Clemente, trema che cotesta

effigie del Redentore non si animi per miracolo; temi quella lingua si

sciolga e riveli intiere le cupezze dell'animo tuo. Se Cristo stacca

di croce la sua destra inchiodata.... trema.... non la leverà per

benedirti....»

«Orsù», interrompe il Pontefice levandosi in piedi, «tregua alle

parole; oramai ne proferimmo anche troppe. Iacopo, la vostra lingua

è riottosa come le acque di un torrente. Voi ponete la vostra causa

nelle mani di Dio, ed ancora io ve la pongo; discerna egli e giudichi:

— dacchè traemmo la spada, — la spada dunque difinisca la lite.»

«Tu hai raccolto tutti i venti del settentrione per divellere dal

tronco la fronda inaridita. Come Faraone, superbisci pei tuoi cavalli,

per le tue molte milizie: — bada al mar Rosso! — Dio può rendere

la fronda inaridita tenace quanto la querce delle Alpi. Ai buoni è

concesso dai colpi di fortuna appellare all'Eterno. — Alle vittorie dei

tristi esultano i dannati. Se talvolta un consiglio profondo esalta

l'empio, ciò il fa perchè senta più fiero il dolore della rovina.

Tranquilli, se non lieti, ci diamo in balia degli eventi, perchè,

vincendo, ci aspetta la fama di avventurosi e di onorati; soccombendo

alla impresa, il mondo ci chiamerà infelici, ma onorati pur sempre. —

Tu poi affacciati al futuro, ardisci con occhi aperti contemplare il

tempo che viene.., e di'... qual cosa tu vedi?... Portiamo via, liberi

uomini, da questa reggia, chè non ci sobbissi sul capo, dacchè l'ira

di Dio ci gravita sopra. — Fin qui le preghiere e gli scongiuri furono

carità patria, adesso sarebbero turpitudine e miseria. Il David del

Buonarotti si moverà prima a difendervi che il cuore di questo Filisteo

si ammolisca. Venite a giurare nella chiesa di Santa Maria del Fiore di

liberare la patria o seppellirci sotto le rovine di lei.»

E concitato lo sdegno, da dolore e da impeto inestimabile, pone la mano

sul battente della porta per uscire.

«Iacopo, fermatevi», esclama il Papa, «e udite le mie estreme parole.

Sieno i Medici per autorità nello stato vostri compagni non principi;

componete di quarantotto famiglie un senato, e in quello risieda il

potere di governare...»

«Se il mio antico genitore mi avesse proposta infamia e delitto

siffatti, io mi adopererei a fare sì che la scure del carnefice

insanguinasse i suoi capelli bianchi.»

E senz'altre parole aggiungere usciva della sala.

«Voi, messere Nicolò dotato come siete di più temperata natura»,

riprende Clemente, «considererete col buon giudizio vostro la mia

offerta; — non vogliate delle cose l'estremo: accomodatevi ai tempi; —

dominiamo insieme.»

«Le insinuazioni vostre», gli rispose il Capponi, «mi suonano uguali a

quelle che mosse Satana a Gesù Cristo quando dal pinaccolo del tempio

gli mostrava i regni della terra: ufficio di cittadino è turarsi le

orecchie e fuggire dalle tentazioni.»

Profferiti cotesti accenti, Nicolò Capponi tenne dietro a Iacopo

Guicciardini.

«Dunque non mi riuscirà a farvi intendere ragione, ortinati e protervi?

Messere Andreuolo, fatevi messaggero dei miei sensi agli ottimati...»

«Dove un mio figlio sapessi ambasciatore di tanta nequizia, io gli

andrei contro per ispezzargli la testa alla parete.»

Ciò detto, il Nicolini scomparve.

«Almeno voi, Soderini...»

«Io vi scongiuro, papa Clemente, a spargervi le chiome di cenere,

umiliarvi nel santuario e domandare mercede davvero dei vostri peccati;

se pure i vostri peccati non superano la misericordia infinita.»

E lasciò solo il pontefice.

Papa Clemente per bene due volte con intensissima rabbia si morse le

mani ed esclamò:

«Il mondo mi diventa la torre di Babele: quando domando vizio, incontro

virtù; — quando abbisogno di virtù, trovo vizio... Pure tanta vita mi

avanza da adoperare in modo che i vostri nepoti ricercando a' vostri

figli libertà che significhi, quelli additando loro le vostre dimore

demolite, i vostri sepolcri scoperchiati, rispondono: La libertà

significa morte e rovina!»

[Illustrazione: ... e intanto la poverina patisce... — Qua via,

porgete il lume,... _Cap. VI, pag. 149._]

CAPITOLO SESTO

LUCREZIA MAZZANTI

All'atto incomparabile e stupendo

Dal cielo il Creator gli occhi giù volse

E disse: Più di quella ti commendo

La cui morte a Tarquinio il regno tolse.

ARIOSTO, _Orlando furioso_, c. XXIX.

«Lupo! o Lupo! prendi il boccale — e bevi un sorso a rinfrancarti il

cuore; — tu mi hai una cera da _De profundis._»

Queste parole dirigeva certo soldato del dominio di Firenze, e con

le parole offeriva un vaso pieno di vino a Lupo bombardiere, di cui

vedemmo il bel colpo nella cittadella di Arezzo. E questa avventura

succedeva a notte avanzata dentro un corpo di guardia accanto la porta

di San Nicolò, unica tra le tante di Firenze che tuttavia si mantenga

nella antica sua forma. Un solo lume sospeso alla vôlta rischiarava di

splendore vermiglio piccola parte della vasta stanza: e tu vedevi dei

soldati quivi raccolti alcuno disteso per le panche in atto di dormire,

altri seduti novellare dei casi di guerra; tali altri, e questi erano

i più, bevere spensierati, come uomini per cui il tempo scorso è nulla,

il futuro anche meno, e si godono il presente fugace — e lieto, perchè

vuoto di affanno.

Un fra loro, di volto leggiadro e, comechè giovanissimo, a tutti capo,

se ne stava appoggiato con le spalle alla parete, la faccia china,

immerso in pensieri i quali, a giudicarne dalle sembianze di lui, non

dovevano essere buoni nè tristi: — questo era Ludovico Machiavelli.

Lupo invece sedeva con le pugna strette, fortemente puntellate nelle

guance sotto gli zigomi; gli occhi socchiusi: ad ora ad ora prorompe

dall'intimo petto profondi sospiri. — Guizzando intanto la fiamma

sanguigna sopra quei volti, — per tutta la scena, — presentava un

quadro fantastico, stupenda materia ai dipinti di Gherardo delle Notti

o del Rembrandt.

«Lupo!» riprese un altro soldato, «bevi: — il tuo buono umore è ito

in fondo del boccale; ripescalo coi labbri e ridiventa gaio, perchè

la tua tristezza ci uggisce, e troppo più della tristezza cotesti tuoi

sospiri, che spingerebbero in mare il bucintoro. — Piagni forse i tuoi

morti?»

«Pel Battista, lo hai detto! Io piango un morto... piango l'onore

dell'Italia e di noi altri», e, siffatte parole proferendo, tal diè

del pugno sopra la tavola che i distesi a dormire si svegliano di

soprassalto levando la testa sospettosi di qualche sinistra avventura.

«L'onore della milizia italiana spento?» domandò ansioso il giovane

Vico. «Qual cosa v'induce a giudizio sì iniquo sopra il vostro sangue?»

«Sta a voi domandarmelo, Vico? Non siete fuggito anche voi d'Arezzo?

Così è — noi infelici reliquie delle Bande Nere, tanto famose nelle

guerre passate, ne abbiamo or dianzi bruttata la gloria. Occhi miei

tristi, che tante volte e tante vedeste dalle bande onoratissime

del signor Giovannino i Tedeschi assaliti e dispersi, perchè mai vi

ostinate a rimanere aperti per contemplare una fuga infame senza pure

essere affrontati?... O morte! o morte!» E il prode uomo si batteva con

le mani la fronte.

«Confortatevi, Lupo: col capitano Ferruccio non fuggiremo più...»

«Sentite, Vico, riponetevi bene nella mente le parole del veterano: —

i peccati di viltà non hanno remissione; — la viltà sparsa una volta

porta il suo frutto, — frutto di esempio pessimo e di danno alla

patria, irrevocabile. — Io ho pianto due volte in questa vita: — la

prima fu, quando una notte del mese di gennaio io mi scaldava al camino

da una parte, e la mia povera madre filava dall'altra: mi aveva narrato

le mille cose fatte e dette da mio padre e da mio nonno (che Dio gli

abbia in pace), e le giostre avvenute ai suoi tempi e la congiura dei

Pazzi, chè ella si trovò in chiesa alla strage e nel trambusto vi perdè

il cappuccio di vaio e la collana d'argento. — La povera donna nel bel

mezzo del discorso si arresta... e subito dopo, con voce mutata, mi

dice: Lupo, accóstati, ch'io ti benedica... ti lascio solo... O gran

Madre del Signore, ricevi l'anima mia! — Levai la faccia e vidi la

povera madre con la destra in atto di benedire, — gli occhi aperti,

e la bocca aperta anch'essa, ma storta da un lato. — Iddio l'aveva

chiamata alla pace degli angioli. — Lupo è rimasto solo davvero sopra

la terra. L'altra volta ch'io piansi fu... — Compagni miei, vi chieggo

perdonanza se vi funesto con dolorosi racconti. Io mi taccio e rumino

da me stesso la mia angoscia.»

«Di', di', Lupo; le parole del veterano riescono sempre gradite

all'animo dei suoi compagni.»

«Ora dunque, figliuoli miei, — perchè io per età, vedete, potrei

esservi padre, comechè non abbia tolto mai moglie e non mi sieno

nati figliuoli; ma certa volta udii raccontare da messer Pietro

Aretino[110], svisceratissimo del signor Giovanni, come un antico

capitano a certo che lo riprese di non aver tolto donna, ed in questa

maniera privato la patria di eredi delle virtù sue, rispondesse: Sappi

che io lascio due figliuole e tali che se la patria ne imita l'esempio,

diventerà non pure famosa, ma unica per la gloria delle armi nella

Grecia: e ricordò due battaglie da lui virtuosamente combattute e

vinte. — Fin qui Lupo non operava nulla che gli fruttasse onore; però

non vi ha impresa, comunque arrisicata ella sia, per la quale non

senta l'animo e le voglie disposte. Adesso mi trovo ad avere tanto

detto fuori del seminato che non so più donde mi sia partito o dove

io mi abbia a ritornare: — mi sembra dovessi narrarvi come piangessi

le seconde lagrime in mia vita, ed ecco proprio il modo in che andò

la cosa. — Il signor Giovannino... Nessuno di voi ha egli veduto il

signor Giovanni dei Medici? — Ebbene, quando passate da Orsanmichele,

sostatevi a guardare il San Giorgio di Donatello: immaginate voi che

muova le braccia, che parli di forza, che lanci lo sguardo acuto quanto

un verrettone, ed avrete la immagine vera del fortissimo capitano. —

Il signor Giovannino con alquanti cavalli leggieri si pose alla caccia

dei Tedeschi nel serraglio di Mantova. — I nemici, che lo chiamavano

il gran diavolo, — tanto si mostrava nelle zuffe avventato e feroce, —

si danno scorati alla fuga: — noi proseguiamo ardentissimi quella, più

che battaglia, beccheria; — la strage della gente tedesca ci giungendo

gradita, non come di nemici vinti, sibbene come di genia bestiale,

oscena peste del mondo. Uno di questi scomunicati, mole gigantesca

di mala carne, all'improvviso volta faccia a me che lo inseguiva, e

tale mi scarica a traverso un colpo di mazza d'arme che mi avrebbe

schiacciato il capo come un pinocchio. — Lupo era leggiero in cotesti

tempi; mi abbandonai pertanto sul dorso del cavallo, spronai oltre e lo

colsi così impetuoso della punta nel ventre che lo passai fuor fuora

meglio di un palmo dal tergo. — Qui sento picchiarmi sulla corazza: —

pensando vicino un nuovo nemico, mi volto con truce proponimento, e

vedo il capitano Giovanni, il quale al cenno aggiungendo le parole:

Prode Lupo, favellò, domani ti promoveremo a sergente delle nostre

milizie... — Appena i suoi labbri tacevano che lo vidi, atterrato per

forza prepotente, avvilupparsi nella polvere; — accorsi a rilevarlo,

ed egli: Cristo! esclamò, la stessa gamba di Pavia: ormai è destinata

a rimanere sul campo. — E così come disse fu: una palla di falconetto

gli aveva rotto sopra il ginocchio la medesima gamba destra che al

Barco di Pavia, scaramucciando, gli ferirono sconciamente verso la

noce. Incalzando i Tedeschi, noi non temevamo delle artiglierie,

sendo avvertiti che non ne avevano: ma nella notte il duca Alfonso

di Ferrara, secondo che il diavolo lo persuase, nascosti dentro

certe barche di vettovaglia mandava loro pel Po quattro falconetti;

e in questo modo egli fu cagione prima della ferita, poi della morte

del signor Giovanni. Imperocchè, trasferito a Mantova in casa Luigi

Gonzaga, gli furono attorno i cerusici e deliberarono segargli la

gamba. Quando io lo vidi accomodato sopra la sedia, mi tremarono i

polsi, mi sentiva scoppiare il pianto, che pure trattenni per non

isconfortare quel povero signore. — Egli poi guardava le seghe, i

coltelli, le tanaglie e l'altro apparecchio infernale da cacciare i

brividi addosso a chi non ci aveva a far nulla; e sorrideva. Intanto

Abram giudeo, scamiciato fino ai gomiti, cominciò a tagliare, rasente

la ferita, le carni. Il signor Giovanni siede e guarda; io, temendo non

lo facesse trasalire lo spasimo, me gli accosto e lo recingo con le

braccia alla cintura. Quasi gli avessi fatto ingiuria, mi si rivolge

con mal piglio e grida: Ch'è questo che fate, Lupo? Andate via: io so

molto bene reggermi da me senza li vostri ajuti. — A Dio non piacque

salvarlo. — Dopo pochi giorni rimase spento con danno inestimabile

della milizia italiana quel pro' guerriero, bellissimo di corpo, forte

di braccio, ingegnoso, feroce, nella età verde di ventinove anni. Corse

voce nei tempi, papa Chimenti corrompesse il cerusico giudeo, e questi

gli segasse la gamba con ferri avvelenati. Intorno alla qual voce io

non saprei consigliarvi a crederla e a discrederla nemmeno; di questo

però vi assicuro, papa Chimenti volergli male di morte, e lui essere

capace di questo o di altro; quanto al giudeo poi, io lo conobbi uomo

dabbene. — In siffatti casi ho pianto, — due sole volte in mia vita...

— Ma vedete, in quel modo che ieri udii predicare a fra' Benedetto,

il capitano Moisè, traendo il suo popolo per lo deserto, e mancatagli

l'acqua, percosse un sasso, e quinci uscì copiosissima fonte, in

quel modo dico l'angoscia mi ha battuto sul cuore e ne fece scaturire

lagrime e sangue. Ora poi a cagione dell'ultimo vituperio nostro il

mio cuore si è del tutto spezzato; in breve spero mi sarà concesso di

fuggire la vista del sole, che aborro, e sottrarmi così agli eventi

futuri, che l'animo mi presagisce funesti: — se non sapemmo difendere

la patria in Arezzo, come la difenderemo noi qui, no, io per me non so

capire davvero: pari i muri, i petti pari...»

A cotesti discorsi i soldati tacevano siccome rimorsi dalla vergogna,

o scorati da presentimento. Più di tutti il Machiavello. Uno fra loro,

crollando ad un tratto la testa come per cacciarne i cupi pensieri,

favellò:

«Lupo, le tue querele paionmi generose, non savie. Noi possiamo di

quest'infamia lavarci le mani, e non mica come Pilato. L'onta ricade

intera su l'Albizzi, il quale comandò la partita: ed ora, chiamato dai

signori Otto a sindicato, dovrà renderne ragione col capo.»

E Lupo rispondeva:

«Il sangue macchia, non lava; la colpa del commessario si confonde con

quella dei soldati; e nel mondo si leva un vituperio per tutti che tu

non sai placare. Per Dio! così non istà bene. Se osservi il comando

del capitano codardo, una condanna di obbrobrio insieme con lui ti

contamina; se ti rifiuti agli ordinamenti della milizia, ti puniscono

di morte: — il caso di Pandolfo Puccini informi...»

«Lupo, io ti assicuro», osservò Ludovico, «la passione aombrarti

l'intelletto: al soldato, quando obbedisce il cenno del superiore, la

fama è salva.»

«Poniamo via», riprende Lupo, «e che egli obbedendo allo iniquo

comandamento non abbia infamia come soldato: ma fuggirà egli per

avventura anche il danno come cittadino? Io per me lo ripeto, — così

non istà bene. Immaginate, compagni, che, avendo noi giurato fedeltà

al Palazzo di Fiorenza, domani la Signoria si avvisasse comandarci

di abbattere Marzocco, gridare morte alla Repubblica, viva le palle:

dovremmo, o no, obbedire? Se no, tristi soldati; se sì, pessimi

cittadini. Io, non ho letto sui libri; — la disciplina in campo del

signor Giovanni costringeva, fuori di misura, severa: e nondimanco ho

sempre tenuto fisso in mente qui sotto giacere un qualche grave errore

da doversi emendare.»

«Ogni male viene dalla testa», soggiunse Ludovico; «bisogna attendere

prima di tutto a nominare buoni signori e buon capitano, poi rimetterci

interamente ai comandi; — se togli ciò, nissun governo, nessuna

disciplina possono reggere.»

«Sì bene: ma quando l'errore è commesso? Forse la pioggia non bagna

le membra del soldato come quelle del cittadino, non le assidera

il freddo, non le arde il fuoco? Il soldato che impegna le braccia

ha forse venduto il cuore e la mente? Se il soldato vive nei campi,

rinnega per questo la patria? Non conserva egli sempre desiderii ed

affetti di cittadino? E se abbandona la cara famiglia pei rischi della

guerra, ciò non fa egli appunto per tutelarla da oltraggio straniero?

Ora dunque, quando conosce a chiara prova un comando imbecille o

traditore, sarà obbligato ad eseguirlo e così con le sue mani procurare

un fine contrario a quello pel quale mosse dal dolce luogo dove pure lo

trattenevano pietà dei parenti, dolcezza di marito, amore dei figli?

Ditemene quante volete e sapete, voi non arriverete a persuadermi che

il soldato che mise a cimento la vita per la libertà della patria debba

obbedire come bestia insensata e feroce allorquando gli ordinano di

ammazzarla.»

«E per altra parte, se concedi facoltà al soldato», riprende il

Machiavelli, «di ponderare, prima di obbedirlo, il comando (lasciamo

da parte che molti ne farebbero pretesto di tradimento o d'ignavia),

innanzi che l'uomo si fosse determinato a soddisfarlo, l'occasione

andrebbe perduta; perocchè voi sappiate, Lupo, il destino delle

battaglie pendere sovente da un minuto.»

«Voi siete dotto, voi, e da tale nascete che la sapeva lunga e la

sapeva contare; sicchè poco sforzo ci vuole a far comparire scempie

le mie parole. — Certo che in mezzo alla battaglia, quando il capitano

ordina: Avanti! — il soldato si fermi e risponda: Lasciatemi pensare;

— mi sembra cosa bestiale. — E se dall'altro canto considero che

intendono ridurre il soldato in condizione di arnese composto di ossa

e di carne, da spingerlo avanti, indietro, da parte, senza intelletto,

senza cuore; e' mi par cosa anche più bestiale della prima. Tra le due

estremità deve trovarsi una strada di mezzo. Io non ce la so vedere; ma

il sangue mi bolle allorchè penso un soldato figliuolo del popolo possa

riuscire, per disciplina, parricida e stromento di servitù nelle mani

del tiranno o del traditore.»

«Veramente, dinanzi alla legge suprema di conservare la libertà, credo

ancora io che la disciplina taccia; allora qualche cosa che sta sopra

alla disciplina delle milizie approva la ribellione, anzi la persuade;

voglio dire la patria e Dio. Però triste indagini paionmi queste. Di

che temiamo noi? Noi abbiamo signori animosi, capitani provati.»

«E Malatesta?... — Ma via porgetemi il boccale, ch'io voglio bagnarmi

la bocca. Ho parlato tanto! e forse, e senza forse, folli parole, —

peccato della vecchiezza.» — Qui bevve e riponendo il boccale sulla

tavola, continuò: «Vedete, l'uomo si assomiglia al boccale pieno di

vino. Il tempo ogni anno vi beve un sorso lungo, sicchè in fondo ci

rimane il peggio: colla età cascano i capelli e il giudizio. Viva la

gioventù, forte, audace, fidente... Io stasera, invece di concitarvi

con belle storie di guerra, vi attristava con torbide fantasie di

vecchio gufo. — Ve ne domando nuovamente perdono: io me lo concedo

tanto più di leggieri in quanto che penso il vostro cuore per parole

non crescere nè diminuire. — Animo! su, compagni! non è la prima

volta che gl'imperatori videro le nostre mura. — Le videro, non le

espugnarono. Non dico vero, Ludovico? Messere vostro padre deve pure

averlo scritto nelle sue storie.»

«Sì, certo, e udite come la racconta, che io me la sono serbata

a mente: «L'imperatore (era Arrigo VII), deliberato di domare i

Fiorentini, venne per la via di Perugia e di Arezzo a Firenze, e si

pose con lo esercito suo al monastero di San Salvi propinquo alla città

a un miglio, dove cinquanta giorni stette senz'alcun frutto: tanto

che, disperato di potere disturbare lo stato di quella città, ne andò

a Pisa. Correva l'anno del Signore 1312.»

«O perchè messere vostro padre, il quale pure sapientissimo uomo era,

in così magnanimo fatto spese tanto poche parole?»

«Perchè dubitò la ignavia del secolo presente su le glorie passate

si riposasse. Di vero, cavare sollievo nella presente miseria dalla

memoria delle perdute facoltà senza sbracciarsi a mutare stato la

è cosa da gente vile. Più lungo fu esponendo i falli e le colpe dei

tempi, affinchè i cittadini ne sentissero vergogna e l'emendassero.»

Così consumando il tempo nel novellare di molti e varii argomenti,

all'improvviso fu udito mosso di fuori uno schiamazzo di voci

confuse, minaccevoli e supplicanti, umili, crucciose, e imprecazioni

e bestemmie; — poco dopo un rumore come di carra rovesciate, di corpi

caduti; e qui guaiti, urli furibondi, senza misura crescenti; quindi un

celere scalpito di cavalli sopra il selciato della via.

Adesso, mentre i soldati del corpo di guardia staccavano le partigiane

dalla parete per accorrere in aiuto, spalancato fragorosamente le

porte, balza in mezzo della stanza una femmina, come palla briccolata

dalla bombarda, la quale, corsi allo indietro tre o quattro passi,

quasi compiendo l'urto di spinta impressa contro di lei, andò a

percuotere supina il capo nella parete. Indifferenti a cotesta

apparizione, i soldati uscirono dal corpo di guardia; rimasero Ludovico

e Lupo per ragione di ufficio ed anche per vaghezza di soccorrere la

misera donna. Le si accostarono pertanto e, rilevandola, la trovarono

giovanissima, bella e di gentile aspetto: le sue vesti apparivano

schiette, quali costumano le donzelle di contado, se non che fatte di

panni più fini e con sottile lavorio ricamate di passamani e nastri di

seta. Le si vedevano sul volto delicato i segni di patimenti sofferti,

certo a lei più gravosi quanto più nuovi: pallida era ed aveva bianche

le labbra, gli occhi chiusi siccome morta.

Ludovico, invece di porgere mano a Lupo onde sovvenire alla fanciulla,

si rimase immemore a contemplarla. Ludovico toccava la età nella quale

un'arcana malinconia si diffonde nel sangue: quanto una volta piaceva

ora rincresce: — il ragno intreccia a festoni la sua tela intorno al

tanto una volta diletto leuto; la spada anch'essa polverosa penderebbe

dal chiodo, se amore di patria non gliela cingesse ai fianchi; il

seno si gonfia a spessi sospiri: sovente tendeva l'orecchio, quasi

aspettando una chiamata; si sentiva invogliato a piangere e non sapeva

perchè; nella sua mente si avvolgevano forme indistinte e pur vaghe

d'ineffabile bellezza, a guisa di volti di angioli specchiantisi sopra

l'onda commossa di un lago; — ed ora quelle sembianze, contemplate a

frammenti, par che gli stiano definite dinanzi; — la voce che aspettava

gli si è fatta sentire, e l'eco della sua anima già vi ha risposto, la

corda è vibrata, conosce il fine dei dubbiosi desiri.

Lupo, sdegnoso per la inerzia di Ludovico, così lo riprende:

L'assedio di Firenze · 第 14 / 81 段