suo perfido consiglio li voleva anche infami, meditò l'oltraggio di far
nascondere i rocchetti d'oro nelle valigie degli ambasciatori e come
frodatori di gabelle vituperarli alle porte di Bologna, i ricordi dei
tempi raccontano essersi indotto a simile turpitudine pei mali conforti
di Baccio Valori. La giustizia divina vedremo un giorno premiare
costui secondo i meriti suoi con un guiderdone di sangue; ora i Medici
esaltano l'empio cittadino. — Alla distruzione della patria egli vigila
commessario del Papa nel campo. — Cammina per la tua via; Dio non paga
il sabato; intanto i Medici ti porgono la sinistra con una borsa di
danaro, tu non vedi la destra; tempo verrà che ti daranno anche quella
e armata di scure sul capo. — Però il fatto riuscì diverso dal come
lo avevano immaginato. I soldati commossi all'oltraggio onorarono gli
ambasciatori; il popolo sospinto all'insulto, accortosi dell'inganno,
applauso alla venuta loro meglio non avesse fatto a Carlo V. — E il
Papa, che aveva raccolto quel fango senza potere insozzarne i suoi
concittadini nel volto, si rimase con le mani imbrattate.
«Orsù via», interruppe Clemente a gran pena frenando l'impeto
dell'ira, e nondimeno favella con parole sommesse e gli angoli della
bocca dilata quasi al sorriso, «soldato, adempi la tua commissione:
— affrettati a dirci, perchè il nostro tempo ci è caro, se il tuo
signore Malatesta, risovvenendosi alfine di essere figlio e suddito
della Sedia Apostolica, si delibera abbandonare le parti dei ribelli
che ha tolto a sostenere. S'egli vuol farle, si faccia ed in breve;
dacchè, consenta egli o repugni, poco importa alla somma delle cose,
la quale sia nell'arbitrio nostro; noi ci volgiamo a lui solo perchè
ci punge paterna cura di vederlo rientrare nel grembo di santa Chiesa,
la quale come madre amorevole le andate ingiurie dimenticando gli
apre le braccia; — perchè vogliamo risparmiare l'effusione del sangue
cristiano; — perchè non rimanga guasta la terra.»
«Papa Clemente, voi siete nato vestito: — a Malatesta tarda uscire di
Fiorenza quando a voi tarda di entrarvi; ed anzi, quando presi commiato
da lui, mi richiamò addietro e mi raccomandò significarvi... aspettate
un poco che mi rammenti per l'appunto come mi ha incombenzato dirvi....
ecco, così: — Cencio, farai in modo di persuadere a Sua Santità che il
giorno più bello della mia vita sarà quello in cui, mercè l'opera del
suo servo Baglioni, tornerà la sua famiglia ad albergare il palazzo de'
suoi maggiori...»
Clemente in questo punto tradì sè stesso: balzò in piedi, proruppe
in dimostrazione di allegrezza, e, mal sapendo che cosa si facesse,
si trasse dal dito l'anello pontificale e lo pose in quello del
masnadiero. Cencio, come colui che astutissimo era, se lo cavò subito
dal dito e lo ripose diligentemente nella cintola. Il Papa, fissandolo
dentro agli occhi, interrogò:
«Guarda dall'ingannarmi. Io ti farei mettere in pezzi anche nel tempio
di Cristo in Gerusalemme! Tu non mentisci?»
«In fè di Dio, e vi par'egli che vorrei commettere un tanto peccato?
Forse non so che per ogni menzione conviene penare sette anni nel
purgatorio? O che credete l'anima non prema anche a noi? Però il
pericolo è grande, e vi abbisogna mercede proporzionata. — Sul prezzo
ci accomoderemo di leggieri; sul modo del pagamento, con maggiore
difficoltà...»
«Desideri Malatesta; — si sforzi a desiderare: — noi qualunque sua
voglia faremo piena. Ama la salute dell'anima? — Noi gli apriremo le
porte del paradiso, senza che pur di volo tocchi il purgatorio.»
«Anche questo a qualche cosa è buono, ma or si domanda», e con la mano
il masnadiero faceva atto del soppesare, «e ora si domanda.... via....
meno spirituale guiderdone.»
«Ben lo sapevamo noi che senza prezzo nulla si compra: — esponi il
patto.»
«Prima di tutto, il signor Malatesta vuol sangue.»
«Sangue? Di cui sangue?»
«Di Sforza e di Baccio Baglioni, seguaci, complici ed aderenti loro:
oramai pretende che voi non gli abbiate a ricovrare sotto il manto
della Chiesa; mandateli in pace; ognuno abbandonate nelle braccia di
Dio. Sorga tra loro arbitra la giustizia della spada...»
«Avanti.»
«Tutti i capitani e soldati tanto a piè quanto a cavallo delle terre
della Chiesa allo stipendio dei Fiorentini sotto la condotta del signor
Malatesta sieno perdonati; i beni salvi; se presi adesso, restituiti
senza spendio di sorte alcuna.»
«Ancora.»
«Il signor Malatesta, con qualsivoglia grado e dignità e con suoi
parenti, seguaci, complici e aderenti, possa a suo beneplacito
liberamente tornare a Perugia e quivi commorare in buona grazia di Sua
Santità.»
«Questo non era mestieri domandare; — ben lo aspettavamo noi: — la
presenza del signor Baglioni reca onore e decoro al dominio della
Chiesa.»
«Tanto meglio: rimesso il bando al capitano Prospero della Cornia per
l'omicidio di Jeronimo degli Oddi e i suoi figliuoli.»
«Il Figlio di Dio», riprese il Papa additando il Cristo, «perdonò
a coloro che lo sospesero in croce; — a santa Chiesa sua sposa
imitare gli esempi divini è soave: chieda il capitano Prospero col
cuore pentito, il perdono del misfatto al cielo, noi lo abbiamo
perdonato....»
«Si conceda indulto al conte Sforza da Scarpeto pei maleficii commessi,
e gli sieno restituite le possessioni.»
«Abbia l'indulto e i beni.»
«La Santità Vostra conceda pieno assoluto dominio al signor Malatesta
di Nocera sulla Valle Toppina, Bevagna, Tunigiana, Castellabono
col titolo di duca; Rota Castelli e la metà di Chiusi libero; — un
vescovato di diecimila scudi d'entrata l'anno per lo nipote; — la
figlia del duca di Camerino per Ridolfo suo figliuolo; — e finalmente
componga a suo favore le differenze pei castelli con gli Orvietani.»
«Avanti.»
«Per lui non ho a chiedere più nulla. — Se nella vostra larghezza
voleste donare anche a me qualche beneficio... meglio dei vostri
abbati sapremo governare una badia... ed io, vedete, sono stracco dei
travagli del campo, — e sento che il cielo mi chiama proprio alla vita
contemplativa...»
Il Papa, rammentandosi allora di avergli nella prima caldezza del
sangue donato, un anello di troppo grande valore, e se ne pentendo
adesso, punto dall'avarizia, della richiesta di Cencio, immaginava fare
suo pro, e quindi rispondea:
«A questo avevamo pensato noi: — sta per pacificarsi l'Italia; e
ci conviene provvedere allo stato di uomini leali che militarono
in vantaggio della Chiesa: anzi, ora che ci ricorre in mente, e'
ci pare che tu faresti bene a restituirci l'anello. — Egli è troppo
piccolo dono ai meriti tuoi. — Per una volta che renderai adesso, ti
ristoreranno in futuro dieci volte cento. Ancora avverti che te lo
potrebbero trovare indosso e farti capitare male, ben conoscendosi alla
forma come appartenente a vescovo o prelato.»
«Deh! Padre Santo», fingendo devozione favella Cencio, «lasciate che
per la salute dell'anima mia non me ne scompagni: io m'accorgo dovere
contenersi in lui virtù mirifica da salvare da incantagioni e malìe; ed
io ho tanta paura del demonio che mi par di morire al solo sentirmelo
rammentare davanti! — Che mi faccia capitare male non dubitate: io lo
terrò celato, nè me lo terranno vivo; e quando sarò morto, voi sentite
che peggio non mi potrà accadere.»
«Bene, sia. Torna tosto al suo signor Malatesta e raccomandagli si
affretti; — avrà piena la mercede secondo le sue inchieste, e a noi
spetta concedergliela anche maggiore: egli ci parve umile troppo e
rimesso; si affidi alla larghezza medicea. Al nepote potremmo anche
concedere il cappello rosso. — A lui... il gonfaloniere di santa
Chiesa conta circa settant'anni; egli, se giunge, non sorpassa i
quarantacinque...»
«Malatesta vi prega che la Santità Vostra, così per ricordo, si degni
porre il nome qui sotto questa cedola...»
«Di gran cuore.» — E il papa firmò senza pure guardarla.
«Poi mi disse ancora: Cencio, bada, il proverbio spagnuolo insegna:
parola e penne il vento le porta via, — la promessa grave sfonda la
carta dove sta segnata... sicchè procura farti dare tanto in mano che
mi assicuri. — Io, ben me ne accorgo, sono un mal destro negoziatore: e
queste cose non ve le dovrei dire, o dirvele in maniera più soave, ma
per me, quando si può andare per la piana, fuggo l'erta e la scesa. —
Patti chiari, amicizia lunga...»
«Ah! Malatesta pretende sicurezze?»
«Le pretende!... no, le desidera. Siccome egli è bellissimo
novellatore, costui sovente costuma di raccontarmi che male hanno
dipinto i pittori il Tempo in sembianza di vecchio con la falce in
mano; dovevano, egli dice, invece immaginarlo giovane e poderoso con
una granata con la quale dì e notte infaticabilmente spazza stelle,
spazza dii, spazza vite, amori, odii, gratitudine, e tutto spazza, e
fattone mucchio lo getta dentro certa riviera che si chiama l'oblio...»
«Digli che rimarrà a Fiorenza con la sua gente finchè non abbia
adempito ai trattati. Accostati! guarda quest'uomo in faccia.»
«L'ho guardato.»
«Bada non dimenticarne il sembiante.»
«State sicuro; — non potrei dimenticarlo volendo: ha qualche cosa in
volto che mi rammenta il mio signore Malatesta.»
La fronte di Giovanni Bandini diventò livida; le sue labbra tremarono.
«Questi verrà in campo, nostro commissario segreto; — il tuo signore
e tu stesso manterrete le pratiche con lui: — secondo che l'occasione
vi si offra, corrisponderete insieme intorno alle cose a sapersi
necessarie. — Or va'... va' con Dio.»
«Messer lo Pontefice, statemi sano», riprende Cencio e fa atto di
stringergli la destra. Clemente la tira a sè con disdegno; e l'altro,
senza pure accorgersene, continua: «A rivederci, e non in Pellicceria,
come disse la volpe al suo cugino lupo: a rivederci per darci tempone
e bere un gotto alla memoria della libertà di Fiorenza.»
Il Pontefice tendendo il braccio comanda:
«Giovanni, date commiato a questo capitano.»
«Mi paiono mille anni di farmi frate; — la barbuta comincia a pesarmi
sulle tempie: oh la bella vita ch'è la vita da abbate...!»
«Soldato!» esclama Clemente richiamando indietro Cencio, «vorresti
mutare l'anello che noi ti donammo con mille ducati d'oro del sole? —
tu ci miglioreresti di un terzo.»
«Che è, che fa a me il terzo? Forse io conservo per intendimento
mondano l'anello che toccò il dito della Vostra Beatitudine? Io me
lo tengo caro, perchè mi preservi dalle tentazioni del demonio e
dal peccare più oltre; — i miei peccati mortali, vedete, sono più di
sette...»
«Or dunque vattene.»
Giovanni Bandini, posto ch'ebbe fuori della stanza costui e chiuso
diligentemente le porte, tornò indietro e disse:
«Incomportabili cose a cotesti ribaldi concedeste, Santità.»
«Non rammentate voi il consiglio di Guido da Montefeltro a papa
Bonifazio VIII?
Lunga promessa coll'attender corto
Ti farà trionfar nell'alto seggio[103].»
«I benefizii dunque?»
«Lui ordinerò diacono, e Malatesta suddiacono, quando il demonio
celebrerà la messa.»
Ed ambedue tornarono nell'attitudine prima. Dopo un silenzio non breve,
fu inteso pienamente percuotere ad una delle quattro porte. Il Papa
visibilmente trasalì e comandò al Bandino andasse ad aprire, dicendo:
«Ecco gli oratori fiorentini.»
Mentre andava il Bandino, egli curvò più del solito le spalle, —
il messale si trasse davanti, — accomodò il Cristo; — poi stette in
sembianza impassibile ad aspettare.
Si apersero le porte, e comparvero Nicolò Capponi, Luigi Soderini,
Jacopo Guicciardini e Andreuolo di messer Otto Nicolini, oratori
del comune di Fiorenza. — Giunti appena che furono al cospetto del
Pontefice, e si prostrarono al bacio dei santi piedi: ma Clemente,
rilevandoli con la voce e co' gesti favellava:
«Alzatevi, messere Nicolò e voi messere Andreuolo; su via, messeri
Luigi e Iacopo, sedetevi. L'imperatore ha da curvarsi al cospetto
nostro e baciarci i piedi: — voi poi siete parenti, amici, tutti
figliuoli della medesima madre. — Messere Nicolò, che cosa fanno Piero
e Filippo vostri? Venite, parliamo di Fiorenza nostra in famiglia. A
quale stato la povera città si trova adesso condotta?»
«Dentro», rispose severo messere Nicolò, «non si patisce difetto di
animo nè di vettovaglia nè d'armi: — i barbari fuori, raccolti ai
nostri danni, tagliano le viti, ardono gli ulivi, le case distruggono,
i popoli uccidono o sperdono. — Tanta e sì grande ingiuria appena
potrebbe cagionare il terremoto; più poca ne farà il giorno finale; —
dappertutto seminano il deserto...»[104]
«O Fiorenza mia, dove ti meneranno questi sconsigliati? Vediamo,
fratelli, di rinvenire fra noi modo che valga a salvarla dalla rovina.
— Accordiamoci a cacciare via i barbari che la divorano... queste
immani bestie tedesche, che dalla voce e dall'aspetto in fuori nessuna
parte hanno di uomo, come scriveva la buona anima del nostro messere
Nicolò....»[105]
«Padre Santo, fuori di misura piacevole riesce allo spirito nostro
contristato», riprese a dire il Capponi, «l'intendere la buona mente
della Santità Vostra verso la patria comune... vostra madre e mia.
Brevi i patti della pace e consentanei al giusto. La libertà si
conservi, si restituisca il dominio, del presente reggimento nulla
s'innuovi.»
«Libertà!» interruppe il Pontefice a mano a mano infervorandosi nel
dire: «e parvi libertà questa dove senza cagione parte de' cittadini
s'imprigionano, molti più si perseguitano, alcuni si mettono
crudelissimamente a morte? Paionvi modi civili ardere il palazzo
Salviati a Montughi, ardere il nostro a Careggi, proporre di spianare
l'altro in Fiorenza e farvi una piazza in vituperio della casa
Medici chiamata dei Muli? Onesto ed ordinato vivere è quello della
città dove i più tristi e senza pena penetrano nei tempi di Dio, le
immagini votive dei miei maggiori riducono in pezzi, me tamburano e
vogliono dichiarare ribelle, me vicario di Cristo appiccano in casa
Cosimino?[106] Una mano di ribaldi è prevalsa e tirannicamente vi
governa; niuna signoria più grave di quella dello schiavo diventato
padrone. Almeno nei tumulti dei Ciompi sorse un Michele Lando, uomo di
cuore retto, di cui lo spirito camminava nelle vie del Signore. Ora
chi vi regge? Un Francesco Carduccio, un fallito, un uomo che cerca,
pescando nelle acque torbe, fare suo pro dell'altrui, che i beni dei
servi di Dio sacrilegiamente vende per abbandonarvi un giorno, sazio
dell'oro e del sangue di voi! — Sconsigliati! sconsigliati! Ravvedetevi
una volta!»
«Beatitudine, questo modo di vivere piace all'universale. Allora qual
cosa rimane al semplice cittadino? O accomodarsi al volere dei più,
o tôrre bando volontario dalla patria. Chiunque pretende imporre un
reggimento nuovo al suo paese, e sia pure migliore del vecchio, contro
alla volontà dei cittadini, quegli è tiranno...»
«Or bene, messer Nicolò», riprende il Pontefice, «fate piena balìa,
adunate il parlamento, e stiamoci a quanto delibererà il popolo.»
«Popolo sì, non plebe; la plebe vedemmo sempre corriva ai propri danni;
voi conoscete il ricordo posto nella sala della Signoria:
Che chi cerca di fare il parlamento,
Cerca tôrti di mano il reggimento.»
«Non ci aspettavamo da voi udire citati, o messere Nicolò, i barbari
versi dell'apostata Savonarola...»
«Dite piuttosto del martire della libertà.»
«Su questo proposito non favelliamo. Ora dunque proponeteci voi tale
forma di governo per cui i miei parenti tornando in Fiorenza stieno
sicuri che non verranno loro troncati i sonni da un ferro nel cuore;
per la quale non temano che un giorno le proprie ossa e quelle dei loro
padri sieno tolte dalle antiche sepolture e date miserabile pasto alla
fame dei cani.»
«Siffatte abbominazioni noi non abbiamo commesso...»
«No?» sempre incalzando continua il Pontefice, «sarebbe questo il primo
sangue dei Medici che bagna il terreno della patria? La prima volta
questa che una madre di nostra casa piange sopra i figliuoli trucidati?
— Mio padre Giuliano non giacque miseramente trafitto nel santuario?
L'inclito zio Lorenzo non salvò a gran pena la vita dal pugnale
nemico? Quanta mostrarono i Medici benevolenza ed amore ai Fiorentini,
altrettanto questi gli ricambiarono con rabbiosissimo odio. La storia
della nostra famiglia è una serie di benefizii invano prodigati, di
morti, di esilii e di confisce immeritamente sofferte, crudelmente
decretate. E voi stesso, messere Nicolò, diteci: qualcosa guadagnaste
voi _con questo ingrato popolo maligno_ in guiderdone delle vostre
cure, degli uffici penosi, dei travagli durati? Per poco stette non vi
mozzassero il capo.»
«Santità, quando mi elessero gonfaloniere, mi proibirono espressamente
mantenere corrispondenze particolari coi signori stranieri: mandando
lettere a Vostra Beatitudine e da lei ricevendone, con tutto che io
lo facessi per bene, non disobbedivo meno all'ordine del popolo; egli
poteva punirmi; non volle; — mi rimandò dall'ufficio, e in questo operò
generosamente, non iniquamente.»
«Or via, nobili uomini, datemi ascolto: io voglio abbia un reggimento
Fiorenza che, senza offendere la libertà, una della mia famiglia, o
Ippolito o Alessandro, sia considerato come principale cittadino, voi
altri ottimati della città gli componiate un senato il quale insieme
con lui attenda alle pubbliche bisogne. Poichè le fortune e la virtù di
per sè stesse distinguono l'uomo e il cittadino della povertà e dalla
ignoranza, sanzioniamo con legge quanto apparisce necessità di natura.»
«I padri nostri si legarono una volta, combatterono i _grandi_ e li
vinsero: adesso noi, degeneri dalla virtù paterna, vorremo a nostra
posta istituirci _grandi_ e porre nella nostra terra il mal germe di
prossima discordia?...»
Clemente soprastette alquanto prima di rispondere, imperciocchè vedeva
ogni arte riuscirgli meno; alfine, tenendo la faccia dimessa a terra
favellò:
«Rimettetevi dunque nelle mie braccia: io mi comporterò con voi non
come sudditi ribelli, ma come figliuoli traviati.»
Iacopo Guicciardini, troppo diverso da Francesco l'istorico di triste
memoria, camminava svisceratissimo della libertà; — di animo audace,
pronto di lingua; — lo avevano aggiunto quarto all'ambasceria per opera
dei Piagnoni o Arrabbiati, onde con la sua avventatezza temperasse
la pacata natura degli altri. Fino a quel punto, di ciò caldamente
supplicato dai compagni, taceva; adesso poi, sentendosi divampare il
sangue, l'ira prorompergli dai precordii, gridò:
«Sudditi ribelli! Alla croce di Dio, da quando in qua siete voi re
di Fiorenza, Giulio dei Medici? Cristo solo governa come principe la
nostra città....»
«Noi siamo vicario di Cristo.»
«Per proteggere», replica il Guicciardino, «non già per distruggere;
per beneficare, non per uccidere. Cristo abita nei cieli: in terra
quella signoria che noi gli concediamo egli prende. Sua legge è
l'Evangelo, legge che predica gli uomini liberi ed eguali. E voi
osate chiamarvi vicario di Cristo — mostrateci il mandato; — se stiamo
all'opere, voi mi parete il vicario del...»
«Messere Iacopo!» esclamarono i suoi compagni facendoglisi attorno, — e
lo tiravano per le vesti e con cento modi diversi s'ingegnavano a farlo
tacere — «acchetatevi, per Dio! voi rovinerete la patria e noi...»
«Se a voi importa la vostra quanto a me la mia vita, lasciatemi
favellare. Alla patria non può avvenire peggio di quello che adesso le
avviene. Le mie parole rimarranno come testimonianza tra i posseri; e
non sia detto che, mentre tanti liberi petti cimentano la vita in pro
della patria, nessuno tra noi sia stato valente ad esprimere generose
parole. — Giulio dei Medici, molti avete dedotto gravami contro la
vostra terra, molte vi lasciai discorrere menzognere lodi in vantaggio
della vostra famiglia. Ora sappiate la vostra casa essere stata tra
noi come l'insetto della nuova Spagna, il quale penetra nella pelle
sottile quanto una corona d'ago e poi s'ingrossa sì che t'uccide[107].
Tre volte in novantaquattro anni noi lo cacciammo, perchè volle i suoi
concittadini ridurre in servitù, la patria convertire in mensa dove
noi, i nostri figli, le facoltà nostre potesse divorare a bell'agio.
Meglio per noi se i padri nostri avessero avuto più crudeltà nello
spengerla affatto, o meno debolezza per richiamarla. Ogni anno la
famiglia vostra ha svolto una spira per avvilupparci dentro, come
fecero i serpenti di Laocoonte e dei suoi figliuoli. Lorenzo si usurpò
la fama di grande, Lione eziandio: hanno eglino forse creato il proprio
secolo? Nessuno uomo è potente a creare un secolo; — Dio solo lo crea,
e la fortuna. Lorenzo, se ai virtuosi sovvenne, ciò fu per libidine
di fama e con danari non suoi: — a Roma lo avrebbero punito come reo
di peculato, — noi deboli e stolti lo salutammo col nome di ottimo,
liberalissimo. A che parlate di sangue? A che rinnovate la memoria
degli antichi delitti? Interrogate le tombe e, per ogni stilla di
sangue dei Medici versato, sorgeranno spettri a presentarvi tazze colme
del sangue loro sparso dai vostri maggiori. E per venire a noi, perchè
adoperate adesso e lusinghe e ambagi e minacce? Perchè vi sta immobile
nella mente il fiero disegno di fare schiava la vostra patria infelice?
Se alcuni giovani protervi guastarono nell'Annunziata le statue della
vostra famiglia, se la vostra immagine tolsero da San Pietro Morone,
quale colpa è nello stato? Forse un reggimento sta mallevadore per le
azioni dei singoli cittadini? Dove la Sedia vostra Apostolica avesse a
pagare pei delitti di coloro che vi seggono sopra, ora (tacendo degli
altri), pei misfatti di Alessandro VI, dove l'avrebbe condannata la
giustizia di Dio? I signori Otto di Guardia ordinarono si atterrassero
le vostre armi; e bene ordinarono, come quelle che non s'innalzavano
a decoro della famiglia, bensì in segno di principato. — I beni della
Chiesa alienammo, poichè due vostre bolle o brevi ce ne somministravano
facoltà[108]. — E che? — Scrollate il capo? Forse mentisco io? Le
bolle non si ponno negare, a meno che a voi non piaccia interpretarle,
secondo il vostro costume, efficaci ad alienare i beni ecclesiastici
per combattere la patria, non già per difenderla. — Aprite, Giulio,
l'animo vostro intero. Ormai non ingannate nessuno, nè uomini nè santi.
Voi intendete assoluto signore dominare su Fiorenza. Voi vorreste le
nostre teste scalini per salire sul trono e quindi le prime ad essere
calpestate. «Or bene, dunque sappiate, poichè la Repubblica non ha
potuto impetrare mercede alcuna da voi per liberarsi da sì gran danni
che le fa attorno l'esercito vostro, averci ella commesso di far
intendere alla Santità Vostra, essere in tutto deliberata a sostenere
la sua libertà fino alla morte. In tanto giusta causa non trovando
pietà appresso voi, come si converrebbe a vicario di Cristo, ricorre
al trono di Dio e lo supplica che, viste le ragioni dell'una parte e
dell'altra, dia di noi quel giudizio che gli parrà giusto. Sappiamo che
nella difesa che fa la città, la quale è pur vostra patria, difende in
prima la libertà, dono largito da Dio ai mortali per lo più bello e più
maraviglioso ch'egli mai conceda dopo la vita; dipoi vi si difende la
religione, i figliuoli, la roba, cose sopra tutte carissime, le quali
dal vostro esercito, composto di barbare nazioni, ci sono disperse,
parte ammazzate, parte messe in pericolo, senza scorgersi in voi non
dico ombra di misericordia, anzi scorgendosi in voi ognora più una
grandissima crudeltà contro di lei nella quale nato, allevato e per
suo mezzo a così alto grado condotto vi siete. Dalla pietà di questa
condotta in tante miserie se non vi muovete, quale altra cosa vi
muoverà a compassione? Non posso, rimettendomi nella memoria i crudi
strazii ch'ella patisce, contenere il pianto e non dirompermi di tal
maniera nelle lagrime che più non possa, non dico parlare, ma sostenere
questa infelicissima vita. E voi, che dite tenere il luogo in terra
del Redentore piissimo dell'universo, non vi commovete e non comandate
che si lasci stare quella patria innocente, che più non si affligga con
tanta rovina...»[109]
A tante e tanto gravi parole il Pontefice si era lasciato andare
genuflesso davanti la immagine di Cristo, e quivi a braccia aperte,
fingendo singhiozzare come preso da immenso dolore, orava;
«O mio divino Redentore, senza mormorare mi sottopongo alla dura prova
con la quale intendi cimentare gli ultimi anni della mia vita. Ella
è superiore però alla mia natura, sicchè vi soccombo sotto. A me la
taccia di crudele? Non amo la mia patria io? Tiranno io, o coloro che,
ridotta in pochi Arrabbiati la pubblica autorità, i meglio autorevoli
cittadini bandirono o imprigionarono?...»