la paura al belare della pecora, rispose il sire di Croy, novellamente
promosso al grado di conte; «il banchetto è apprestato; — non manca che
la Sacra Maestà vostra per dare acqua alle mani...»
«Aspettino! io non ho fame.» E poi di nuovo volgendosi all'Agrippa
continuava: «O dunque che cosa è ella?»
«Il sangue acceso, — l'anima esaltata dall'insolito giubilo.»
«Giubilo! Hai tu mai incontrato uomo di plebe più avvilito di me?
Hai tu veduto quali modi ostenti meco — imperatore e re — cotesta
schiatta di mercanti? Avevano tra noi convenuto ch'io facessi l'atto
del prostrarmi, ed egli mi avrebbe rilevato a mezzo... invece egli
finse dimenticarmi ai suoi piedi... ha bevuto un lungo sorso di gioia
del suo trionfo e della mia stupidità. — Ora tutta l'acqua dell'oceano
non varrà a lavarmi dalla fronte macchia siffatta. — Dammi l'elmetto,
Agrippa: — cuopri la mia vergogna sotto il ferro del guerriero: — mi
abbisogna vincere almeno dieci battaglie per diventare soffribile a
me stesso; — io, vedi, mi disprezzo; e dispero ormai questo mio capo
possa contenere il disegno di dominare sul mondo, dacchè ha toccato i
piedi d'un uomo. — E tu, Agrippa, mi hai dunque deluso quando traevi
l'oroscopo? Così si avverano i tuoi presagi? Se' tu l'ingannatore, — o
la tua scienza è bugiarda?...»
«Non proseguite, Sacra Corona, o le stelle si vestiranno a lutto
per l'angoscia dei vostri rimbrotti. Se volete dominare sul mondo,
cominciate a dominare sopra voi stesso, nè consentite che l'ira vi
tragga a maledire la scienza del re Salomone, la scienza divina. — A
dovere era tratto l'oroscopo; — i cieli non mentiscono; — la vostra
carriera luminosa è tutta descritta lassù nel cospetto eterno: — noi
per avventura male lo applicammo, e questo punto, che noi reputavamo
rappresentato dalla congiunzione della vostra stella con Giove, forse
era compreso dal breve scontro col tardo pianeta di Saturno. E poi voi
stesso non contemplaste la vostra stella?»
«Sì, certo: — io la vidi... ma adesso, più dei miei conquisti futuri,
più assai dei miei trionfi passati, forte mi stringe un desiderio
intenso... un'agonia...»
«Di che cosa, Maestà? Non istanno nelle vostre mani il bene e il
male? Non fate voi la pioggia ed il sereno? Ad ogni vostro pensiero
non potete aggiungere il fulmine della vostra potenza per volerlo
eseguito?»
«Potente come sono, in questo non posso nulla, perchè io sono
d'impedimento a me stesso. — Se quando tenni questo papa prigione,
lo avessi fatto rinchiudere in una gabbia ed esporre in ludibrio ai
popoli!... ma ora io l'ho innalzato, alla faccia del mondo, ho sancito
la sua autorità... gli posi in mano le verghe per flagellarmi.»
«Io conosco il mezzo alla vendetta.»
«Ah! io ti darei un ducato», riprese Cesare, e per poco non gli gettava
le braccia al collo; «in qual parte di cielo lo leggevi? Spiegalo... io
ti ascolterò senza curare di fame, nè di sonno.»
«Non l'ho letto nel cielo: — sibbene nello inferno.»
«Nell'inferno, Agrippa?»
«Non vi atterrite, Maestà; — voi sapete che dalle arti diaboliche, come
ogni altro cristiano, meritamente io rifugga; voleva dire nel cuore
dell'uomo. — Sapete voi che Clemente prima di esser papa fu Giulio
figliuolo bastardo di Giuliano dei Medici trucidato nella congiura dei
Pazzi?»
«Pur troppo lo so...»
«Sapete voi come Lione X su i primi mesi del suo pontificato lo
eleggesse cardinale?»
«Anche questo sapevamo.»
«Ma voi non saprete i canoni della Chiesa sotto pena di nullità
impedire che i figli nati da illegittimo connubio sieno promossi
alla dignità dell'episcopato; — voi non saprete come per ovviare a
siffatto impedimento s'inducessero falsi testimoni, i quali, la grazia
umana alla verità preponendo, deposero la madre della quale era stato
generato costui innanzichè ammettesse agli abbracciamenti suoi il padre
Giuliano, averne avuto la fede segreta di diventarle marito[97].»
«Va oltre...»
«E non saprete neppure come al pontificato ascendesse con manifesta
simonia, però che suoni universale la fama ch'ei lo comperasse mediante
una cedola segretissimamente firmata di sua mano, con la quale si
obbligava di conferire al cardinale Colonna la vice-cancelleria e il
sontuoso palazzo fabbricato dal cardinale di San Giorgio...[98]»
«Dunque?»
«Ed alla Maestà Vostra importa ancora moltissimo comporre le differenze
dei luterani, le quali come offendono il papato, così un giorno
potrebbero offendere anche voi. — Io penso che non vogliate andare
tanto pel sottile intorno alle tesi di fra Martino: — la bisogna sta di
porre un calcio in gola a Giovanfederigo duca di Sassonia, al langravio
Filippo e a papa Clemente; — tutto ciò conseguirete in un punto.»
«E in qual modo? Spácciati: — come san Lorenzo mi pare di starmi sopra
le brace...»
«Convocando un concilio ecumenico. — Quivi sarà deposto Clemente
come bastardo e simoniaco, esoso all'universale; quivi perderanno la
riputazione Giovanfrancesco e Filippo, alcune pretensioni concedendo,
alcuni pretendenti guadagnando, poco dando ed a pochi, a tutti
moltissimo promettendo; insomma adoperandovi le arti di regno, che io
so per avere sentito dire, e voi per pratica diuturna molto meglio di
me sapete[99]. Che ve ne sembra, Sacra Corona?» Carlo non lo ascoltava
più; — accostandosi alla porta, chiamò Adriano di Croy e gli disse:
«Sire conte, — mandate ad annunziare la presenza della nostra augusta
persona; — voi accompagnateci con le debite cerimonie al convito.»
«Sacra Maestà! Sacra Maestà!» — correndogli dietro gridava Cornelio
Agrippa.
«A che chiamate, cavaliere?»
«E il ducato?»
«Oh! un ducato non si ha mica per le mani come un consiglio. — Abbiamo
promesso conferirvelo, e lo avrete: — però noi non ci siamo prescritto
spazio fisso di tempo... sperate... lo avrete... sarete consolato.»
Cesare incamminandosi al banchetto, queste diverse parole si facevano
a mano a mano più languide e meno distinte, come la gratitudine dei re
all'avvenante che si dilunga dal benefizio.
CAPITOLO QUINTO
PAPA CLEMENTE VII
E' vi fu un tratto una donna lombarda
Che credeva che il papa non foss'uomo,
Ma un drago, una montagna, una bombarda.
E vedendolo andare a vespro in duomo,
Si fece croce per la meraviglia:
Questo scrive uno storico da Como.
BERNI, _Capitolo in lode del Debito_.
E che il gran vecchio onde ti appelli erede,
Tiranneggiando in noi del ciel l'impero,
Vergogna il prenda, ove talor ti vede.
ALAMANNI, _Satira II, parlando di Clemente VII_.
Clemente papa ora se ne sta ridotto nella stanza più riposta del suo
palazzo: ella era di forma ottagona con bellissime colonne di ordine
ionico. Da quattro lati vi fanno capo altrettante porte di rare
modanature come sapeva condurre la eccellenza dell'arte così comune in
quei tempi; gli altri sodi appariscono ornati di quadri rappresentanti
martirii di santi, membra segate, capi fessi, brindelli laceri, che
infondono, piuttosto che riverenza, ribrezzo; — intorno all'architrave
superiore si innalza una parete che gli architetti chiamano tamburo, e
sul tamburo una cupola elegante a imitazione delle forme immaginate dal
divino Brunellesco.
Clemente posa in ampia sedia decorosa di velluto cremesino e per
bollettoni dorati: un pulvinare di velluto sottosta ai suoi piedi;
dinnanzi ha una tavola ricoperta di velluto; — sopra la tavola un
Cristo effigiato con tanta maestria che par che spiri; — e un messale
stupendo per gl'industri lavori di fermagli e cesellature co' quali
maestro Benvenuto l'ornò.
Il papa, deposta la pompa degli abiti pontificali, veste la cappa
rossa, la mozzetta, o sarrocchino di velluto soppannato di pelli
bianche come neve; — il capo ha coperto di un berretto che i preti
chiamano camauro, di velluto anch'esso e soppannato di pelle. Gli occhi
tiene fissi sopra il messale, ma come gli occhi già non vi teneva
fissa la mente. Quel messale ad ogni pagina aveva una cartapecora
miniata da artefice illustre, rappresentante il passo del Vangelo che
ricorreva quel giorno. La cartapecora in quel punto aperta davanti
al pontefice mostrava Gesù Cristo nell'orto di Getsemani sudante
sangue, rifinito da incomprensibile angoscia, supplicare al Padre che
rimuovesse dalle sue labbra il calice della passione; — se poi non si
potesse altrimenti, avrebbe fatto la sua volontà. Come un Dio offeso
sè a sè stesso sacrificasse per placarsi non si comprende: al nostro
intendimento umano sembra che il meglio senza tanti andirivieni saria
stato perdonare addirittura e risparmiare a sè il dolore, agli uomini
il delitto. Dove per lo contrario cotesto fatto deva spiegarsi nel
senso di un padre il quale per amore dei suoi figliuoli non aborre dai
martirii e dalla morte, allora la storia si volge al cuore piena di
tenerezza.
Ma la mente del papa era le mille miglia lontana da cotesta immagine
di sacrifizio: — egli fu ne' suoi tempi delle cose mondiali speculatore
arguto; nelle bisogne di stato, diligente ed assiduo; — nel deliberare
grave, nel deliberato costante: — più che d'altro si pasceva di
ambizione; la quale non potè mai, per impedimento di fortuna, saziare
a suo talento; e quando pure lo avesse potuto, non sarebbe per questo
rimasta in lui la libidine di desiderare il bene degli altri. — A
tante e siffatte qualità degne d'impero mancò animo pronto, audacia
e costanza nell'eseguire, — e mancò eziandio (ma questo non credo sia
qualità, non che necessaria, utile ai potenti della terra) misericordia
del prossimo: — ebbe viscere di granito.
La umiliazione di Carlo (sebbene contro la sua natura, la quale
consisteva nel simulare e nel dissimulare stupendamente, egli non
avesse potuto trattenere un sorriso di compiacenza nel vederselo così
prostrato dinnanzi) non gli piacque come trionfo, sibbene come mezzo
di aumentare la sua autorità: — pensava adesso a lenire la piaga
di quell'anima superba; del concilio pur troppo, quantunque di cosa
lontana, temeva; — più del concilio egli dubitava cesare non fosse
per rendergli contrario il lodo pel quale aveva compromesso in lui
insieme col duca d'Este intorno alla reversione del ducato di Ferrara
alla Sedia Apostolica; — a queste e a ben altre cose egli pensava, ed
attendeva a ristorare le maglie della rete di san Pietro, logore dagli
anni o dalla incredulità, con un filo di violenza ed un altro di frode.
Dietro la sedia stava in piedi un uomo immobile, cosicchè lo avresti
tolto per una apparizione dell'altro mondo; con la destra stringeva
un pomo della spalliera, la manca abbandonava lungo il fianco; — era
pallido, di capelli nerissimi, vestito di nero; — quella sua fronte
non compariva pacata, ma stanca dai lunghi combattimenti morali: — la
quiete di un gruppo di nuvole raccolte nel cielo durante una notte
di estate, quando non soffia un alito, e il demonio delle tempeste
incatenato non può cacciarsele vertiginose davanti ai danni della
terra.
«Giovanni!» senza mutare attitudine e neppure volgere la pupilla dal
punto dove stava fissa, cominciò il papa, «molto abbiamo fatto per
voi...»
«Beatissimo Padre...»
«Non c'interrompete; — siate con noi più orecchi e meno lingua che
potete: — molto abbiamo fatto per voi; e ciò vi rammentiamo soltanto
perchè possiamo fare cose molto maggiori. Cavalcherete al campo sotto
la nostra pa... sotto Fiorenza.»
Gli occhi del personaggio chiamato Giovanni coruscarono a guisa di
baleno dall'orbita profonda.
«Colà attenderete a notare diligentemente le cose che vedrete,
inviandocene debita relazione o sommario, dove la materia abbondi, per
un cavallaro a posta a Roma, o a Orvieto, o a Bologna, secondo che vi
terremo avvisato.»
Tranne quello dei labbri, il papa non fece altro moto fin qui: — ora
della mano chiusa sopra la tavola stendeva il dito pollice quasi per
annovare le diverse commissioni che conferiva a cotesto suo fidato.
«Osservate sopra tutti Baccio Valori nostro commessario al campo: egli
ama sè prima; con immensa distanza dopo la libertà, poi i Medici: —
noi l'adoperiamo, giovandoci il credito e l'autorità di lui; egli si
pose ai nostri stipendii perchè non si affida nello stato presente
di Fiorenza, e non potendo guadagnare nulla col popolo, s'industria
avvantaggiarsi con cui intende dominarlo: — forse, chi sa? un giorno
renderà alla nostra stirpe il danaro che ci cava di sotto con la sua
testa per cambio della moneta, e non sarà troppo, ma basterà[100]. Per
ora temiamo non voglia navigare con ogni vento e tenere il piede in
due staffe... Spiatelo... se vedete ch'ei ponga più corde al suo arco,
avvertiteci in tempo, onde anche noi possiamo mettergliene al collo una
sola.»
E qui spiegato l'indice, continuava: «Vi raccomandiamo in seguito il
principe di Orange: se costui avesse ingegno quanta possiede mala fede
e valore, noi saremmo spacciati. Ma cotesta è stoffa di cui la trama
sente di ribaldo, l'ordito del pecorone. Egli intende a grandi cose; —
al conte Rosso di Bevignano ha dato ordine non consegni Arezzo ad anima
viva, inoltre gli confidò in segretezza volersi instituire re d'Italia,
o almeno di Toscana, sposare la duchessina Caterina e comporsi in
qualche modo, dopo aver messo il becco all'oca, con lo imperatore e con
noi: — il conte in segretezza lo ha confidato a quanti lo vollero e non
lo vollero sapere: se noi temessimo troppo di lui, a quest'ora avrebbe
un altro generale l'esercito, gli avelli della sua famiglia un altro
morto... Non pertanto badatelo. — Noi confidiamo meglio sul capitano
dei nostri nemici che non su quello del nostro proprio esercito...»
«Il signor Malatesta Baglioni!»
«Egli stesso, Giovanni. Vivi col tuo nemico oggi come se dovesse
diventarti amico domani; vivi oggi con l'amico come se domani dovesse
riuscirti nemico. Ma di lui in seguito: — ora, per procedere con
ordine, udite e riponete in mente.» A questo punto stendeva il medio
e poi proseguiva: «Importa moltissimo che veggiate di rinvenire modo
ad appiccare qualche pratica con i cittadini: — eccovi il filo onde
svolgiate agevolmente la matassa; prendete questo segno e a chiunque
vi porterà il compagno date piena fede. Monsignore da Carpi già e
Giovambattista Negrini vi appianavano il sentiero; voi avete ingegno
quanto basta per dispensarmi da troppe parole. In Fiorenza troverete
di tre sorte fazioni: Palleschi, Ottimati e Arrabbiati. Ai primi voi
prometterete poco, e noi manterremo meno: primo, perchè e' presumono
farci ricuperare la città quando non hanno potuto impedire che noi la
perdiamo; e siccome intendono vendercela, pagandoli secondo quelle
ingorde loro voglie, a noi non basterebbe, non che Fiorenza, Roma;
poi, guardati molti, moltissimi sostenuti come sospetti, non possono
affaticarsi senza danno manifesto della cosa in pro nostro; terzo
finalmente, tutto quello potranno fare faranno senza incitamento,
costretti dalla condizione in che e' si trovano: — dal governo
popolesco nulla hanno a sperare; — di mutare parte ormai non è più
tempo; mutando, dall'infamia in fuori, non possono guadagnare altro:
— quindi ci si manterranno fedeli... — Con gli Arrabbiati perderete
l'opera e il consiglio; — costoro a suo tempo convertiremo con le
mannaie. Perchè quali parole ha detto Gesù Cristo nostro divino
Redentore? Ogni albero che non fa buon frutto va reciso e buttato al
fuoco. — Rimane la parte del Capponi, o vogliamo dire Ottimati: questi
il tiranno odiavano, non la tirannide, e la mia famiglia cacciarono per
ampliare la propria; — ma più del principato detestano la repubblica:
ed ora che esperimentano sotto il governo democratico essere divenuti
incresciosi all'universale e confusi con l'onda del popolo, non dubito
che sieno per porgervi ascolto; imperciocchè l'uomo più volentieri
si accomodi a servire un solo e dominare su cento che a non servire a
molti e a non dominare veruno...» — Ora stende l'anulare e continua:
«Nè meno vi raccomandiamo Zanobi Bartolini, uomo superbo, amante della
libertà, ma di sè più assai: guadagnarlo è impossibile, ingannarlo
difficile; qui conviene adoperare l'estremo dell'arte. Questi uomini
di acuto intelletto presentano quasi sempre un lato da potere essere
offesi, e consiste nello stimare sè troppo, — troppo poco altrui: —
fingerete che noi ci abbandoniamo nelle sue braccia, che vogliamo in
tutto e per tutto rimetterci in lui, che la libertà intendiamo aver
ad essere salva, arbitro egli a dettarne i regolamenti, padrone di
provvedere alle sicurezze e d'imporle; null'altro desiderare noi oltre
quello che si concede a qualunque cittadino non omicida, non ladro, di
vivere cioè e di morire nel dolce luogo ove sortimmo la vita.» — Spiegò
tutta la mano e riprese: «Fuori di modo gioverà accontare la parte col
signor Malatesta. Quantunque cotesti scapestrati giovani gentiluomini
abbiano ridotto in pezzi la nostra statua, noi perdoneremo loro per
averci ammazzato di cera, purchè si curvino ad adorarci di carne.»
[Illustrazione: ... O papa Clemente, trema che cotesta effigie
del Redentore non si animi... _Cap. V, pag. 138._]
«Beatissimo Padre, il mondo conosce la saviezza vostra; e certo quello
mi dite del signor Malatesta muove da profondo consiglio. Pure se la
mia audacia non vi offende, Santità, avete quanto basta pensato alla
scelleraggine di costui?»
«Ella è una cosa questa di cui egli farà i conti col diavolo a suo
tempo. A noi anche giova la sua nequizia. E poi imparate gli uomini
non essere nè del tutto buoni nè cattivi affatto; — basta sapere
adoperarli: — e qui sta l'arte. E così come voi e noi lo riputiamo
scellerato e sia, credereste, Giovanni, che un giorno una intera
popolazione supplicasse la Regina del cielo per la salute di lui
e, conseguita la grazia, consacrasse una tavola votiva a Maria
consolatrice?»[101]
«Il popolo di Dio, per quello che lamentano i profeti, non edificò
altari negli alti luoghi e vi adorò Moloc? Ma se la fama è vera, il
glorioso pontefice Leone X vostro cugino, ora corrono dieci anni, non
fece strangolare in castello Giampagolo padre del Malatesta? Non ha
egli da vendicare il sangue di suo padre sopra la vostra famiglia?»
«Certi beneficii nuovi non tolgono di mezzo ingiurie vecchie; —
ora però a tale è condotto Malatesta che, mantenendocisi avverso,
la vendetta perderebbe e gli stati; delle due cose, siccome savio,
accomodandosi ai tempi, renunzierà ad una, — sarà la vendetta della
morte paterna: noi faremo in modo che il giorno per questa non arrivi
mai. E poi Nicolò Machiavelli osserva in qualche parte delle sue
scritture che gli uomini la morte del padre ti perdonano, la perdita
della roba no; e la esperienza ce lo fa toccare con mano.»
«Renunzierà alla vendetta!... — Ella parmi cosa indegna cotesta del
nome italiano; l'inferno aspetta colui che si tura le orecchie per non
sentire il grido del sangue de' suoi.»
«Voi volete dire, il cielo aprirà alla sua anima i tesori delle sue
beatitudini.»
«A Malatesta?»
«Certo che sì. — Rinunziare alla vendetta è opera meritoria, —
rinunziarvi a causa della maggiore esaltazione della Chiesa poi
diventa opera anche più meritoria; — non bastando questo, noi gli
concederemo l'indulgenza plenaria per le colpe commesse e per quelle
che commetterà. — Andate ad aprire la porta...»
Si era fatto sentire un battere lieve ad una delle quattro porte della
stanza: ma così sul subito non riusciva, tranne a coloro che erano
pratici, conoscere a quale avessero bussato; sicchè Giovanni Bandini
non sapeva come eseguire il comando del Papa. — Questi, accortosi
dell'esitanza di lui, alzò la mano e gli additò la destra porta avanti
di sè. Il Bandino apriva.
Dalla porta uscì un nuovo personaggio, e le imposte gli si chiusero,
come per moto proprio, senza rumore alle spalle.
Egli aveva la veste, non la sembianza, di cappuccino; — si gittò
giù sopra le spalle il cappuccio esclamando con ardita voce che
singolarmente contrastava al mistero col quale era stato introdotto:
«In fè di Dio avrei molto meglio tolta sul capo una partigiana che
questo cappuccio di frate. — E' mi pare che mi abbia spento quel po'
d'intelletto che v'era rimasto dentro... Di grazia, il cappuccio di
frate costuma sempre così?»
Il nuovo venuto era un capitano perugino, anima dannata di Malatesta
Baglioni; si chiamava Cencio, per soprannome Guercio: alto della
persona ed aiutante; di volto ignobile, di colore giallastro, intorno
agli occhi un cerchio tra il verde e il violetto, increspato d'infinite
rughe in segno di lascivia, e forse anco cagionate da quel continuo
stringere dei muscoli visuali che l'uomo fa nei climi di mezzogiorno
per le sue costumanze costretto a consumare la vita nei campi aperti
inondati dal sole. Il soprannome accennava un difetto di lui; quando
la pupilla destra fissava in certo punto determinato, deviava la manca
in molto sconcia maniera; quando la manca andava al segno, sbalestrava
la destra. Abietto come uno schiavo, arrogante come un compagno ai
misfatti d'un principe, insopportabile come un plebeo che reputa
l'opera sua necessaria. — Così almeno ce lo descrivono le memorie dei
tempi.
Un raggio di luce piombando dalle finestre superiori circondava la
persona del Pontefice. La gravità del volto, la magnificenza delle
vesti, la solennità dell'attitudine, santificate, per così dire, da
quel raggio solitario, lo rendevano venerabile. — Il petulante soldato
gli si accostò nel modo che si usa fra antichi famigliari e non fece
atto nessuno di riverenza e di ossequio. Clemente allora stese la mano
quasi per vietargli s'inoltrasse più avanti; ma egli gliela prese e,
forte stringendola, esclamò:
«Che Dio vi conceda il buon giorno e il buon'anno, messor lo Pontefice,
Voi mi parete, con buon rispetto vostro, Lazaro resuscitato: state
lieto, che presto riavrete Fiorenza: su, allegro via: se non sollevate
l'animo, davvero, prima di tornare a Roma, ho paura che ve ne andiate
a Scesi...»[102] E così continuava.
Il Papa ritirò la mano, e le guance per vergogna gli diventarono
vermiglie. Poco fa un imperatore prostrato gli baciava i piedi, adesso
un masnadiere gli stringe la mano non altramente che se fosse un
fratello in ribalderia o femmina di partito. Così è: chi si compiace
andare per vie fangose, non deve dolersi se s'imbratta i sandali; — e
fin dalle età rimote Dante insegnava: In chiesa co' santi, in taverna
co' ghiottoni.
«Santità, che vi par egli? Vi ho servito ha dovere? Avrei voluto
riporre i rocchetti d'oro che mi furono consegnati per ordine nostro
nel forziere di qualche magnificenza di ambasciatore, ma e' non mi
riuscì mai di penetrare di notte nella loro stanza; — e poi, vedete,
io non mi sapeva risolvere a perdere que' bei rocchetti d'oro; ho
propriamente violentato la mia natura; in fè di Dio, non vi salti in
capo un'altra volta di comandare a un soldato che si disfaccia di così
ricca roba. Se si tratterà di levargliela... oh! allora la bisogna sarà
diversa; di questo me ne intendo più di voi, Beatissimo Padre; avrei
loro tolto anche il cuore senza che se ne accorgessero. — Comunque sia,
vi ho contentato. — Voi avreste veduto come quel pecorone del Rucellai
cascò dalle nuvole quando gli trovarono i rocchetti d'oro dentro la
valigia; e fu una bella burla... una burla papale in verità. — Io dei
rocchetti non ne ritenni pur uno; — ci potete credere, com'è vero che
noi siamo qui; — ci posso giurare sul Sacramento. — Vostra Santità, che
comprende il sacrifizio, — lo sforzo, — vorrà ricompensare da par suo
la mia virtù.»
Il volto del Papa non dimostrava nessuna delle interne passioni; e
nonpertanto un pensiero di sangue gli traversava l'anima: quel giorno
era l'ultimo pel masnadiere, se la restante sua vita non avesse dovuta
adoperarsi nel tradimento in favore di papa Clemente.