disfanno le più solide torri, ed ogni più arduo impedimento rendono
piano agli arditi assalitori...»
«Sì; ma ora, come allora, dietro le mura diroccate stanno altri muri —
più gagliardi, — i petti dei cittadini...»
«Dio vi protegga, messere Luigi; così vi conceda le sorti favorevoli
com'io ve le temo contrarie.»
«Ad ogni modo, i padri hanno creduto migliore partito essere tirannide
intera che non mezza servitù: imperciocchè a questa a mano a mano
si adattino le anime degli uomini; ed essendo della nostra natura
abituarci a tutto quanto non riesce insopportabile, la mezza libertà
converte in libertà intera, la vera libertà in desiderio, poi in
languida speranza, finalmente, ogni vigore spento, la patria si
addormenta al suono delle catene; nella tirannide per lo contrario
intera v'ha fremito implacabile, guerra a morte tra l'oppressore e
l'oppresso, — tra il tiranno e lo schiavo patto unico la morte; il
tradimento, virtù; studio, la strage; il popolo incatenato può con le
lacrime dell'ira, con i ruggiti della rabbia consumare le catene, —
comunque di ferro; — il popolo assennato non romperà i suoi ceppi mai,
— comunque di seta si fossero...»
«La tirannide, Luigi, può far piangere ai popoli un tal pianto che gli
anni non valgano ad asciugarlo; può di tal piaga ferirli che gli anni
si consumino invano a sanarla. La tirannide semina il deserto e la
morte. Sentiste voi mai muovere rumore nei campi santi?»
«Sì, io ho udito fremere l'ossa negli avelli; — e i Greci a Maratona...»
«Voi siete poeta, voi; io poi, educato nella esperienza delle armi
e dei governi, conosco a prova gli stati non reggersi con siffatti
entusiasmi; — alle armi conviene opporre le armi; le parole, quando
inferociscono i soldati, buone; senza i soldati, siccome sempre
infelici, le più volte ancora contennende. Io quando dal ponte della
mia galera, il guardo teso sul mare, scorgo da lontano le vele nemiche,
già non conforto i miei compagni rammentando la virtù latina, le glorie
liguri: e' non m'intenderebbero; addito loro le galere e dico: — Prodi
uomini, voi lo vedete, il nemico ci stringe; il vento ha in filo di
rota, e a noi riesce impossibile la fuga; nè voi d'altronde avete
fuggito fin qui. L'armata avversa supera di un terzo la nostra, ma la
nostra è munita senza pari, governata da voi, capitanata da me Andrea
Doria soprannominato Buona fortuna. Su via, apparecchiate le armi: —
vincendo, nostre diventeranno le ricche spoglie, nostri i riscatti dei
prigioni, la gloria nostra; perdendo, diventeremo poveri e infami per
aggiunta. — Ella è più agevole cosa rizzarsi in piedi all'uomo che se
ne sta a sedere che non all'altro il quale giace lungo e disteso sulla
terra. Male fece la vostra città ad avventurare così grossa posta; io
per me penso che ne vada della morte o della vita...»
«Ormai, messere Andrea, cosa fatta capo ha, come disse Mosca Lamberti:
e voi in ogni modo potreste provvedere...»
«E come, Luigi, come?»
«Francia è vuota di sangue e di danari. L'imperatore stringono la
Riforma e il Turco. Il papa si assomiglia agli antichi cadaveri
conservati nei sotterranei, i quali si sciolgono in polvere tostochè
gli abbia tocchi la luce. — Italia! Italia! La regina dei popoli, — la
donna coronata un giorno di torri, ora di spine... deh! non vi dolga
che anco una volta io dica: — Ardisci... ti stanno presso i due seggi
vuoti; — un passo e basta.»
«E' pare, un passo, — ma egli è un abisso: — io ho molto bene
considerata la bisogna ed ho meco stesso disaminato se le mie gambe
fossero potenti a sì gran salto; non venne anche il tempo. Adesso vi
perirei, e meco perirebbero le speranze. Per un passo mosso invano
davanti, conviene darne cento all'indietro...»
«Se voi soccombete, nessun nome potrà pareggiarvi nella fama; se
vincete, la terra non contiene creatura da paragonarsi con voi.»
«A me non garbano queste virtù di sacrifizio, nè gli anni miei mi
persuadono mettermi allo sbaraglio dentro fortune dubbiose e difficili;
mia divisa è il trionfo. Altri si contenti uscire dal mondo bello
di fama e di sciagura; — io voglio vincere. Nè mi consolerebbe nella
caduta dovessi pure, precipitando, imporre il mio nome ad un mare.»
«A voi, come ad Icaro, non giungono nuove le vie del firmamento: — i
venti vi hanno trasportato mille volte il nome di Andrea Doria»
«Quindi io di tanto più temo la fortuna avversa quanto fin qui mi si
mostrava favorevole. La fortuna, siccome donna, ama i giovani, dice
Gianiacopo Trivulzio, e dice bene: ed io son vecchio, Luigi. La tarda
età forse può disegnare gli alti concetti, ma il tempo e il vigore le
mancano per condurli a fine...»
«Cominciate, Andrea; — non è poi così povera questa nostra patria di
anime generose da rimanere spassionate ai nobili esempi.»
«Non oso; repugno dal mettere in avventura l'ultima spanna di terra
dove la speranza può gettare la sua àncora: non mi parrà serva affatto
l'Italia, finchè io lasci Genova come una porta aperta alla libertà.
Finchè gli italiani uomini potranno trovare in Italia una spanna di
terra dove tendere l'arco, aggiustarvi il dardo e tôrre la mira al
cuore della tirannide, ogni momento della sua vita potrebbe essere
l'ultimo...»
«Messere Andrea, i poeti hanno nell'anima gran parte di Dio...»
«Lo dicono.»
«Prova ne sia che io adesso leggo i pensieri più riposti del vostro
cuore, nè la carne che lo fascia m'impedisce più di quello che fosse
acqua limpidissima di una fonte o di un lago.»
«E che cosa vi leggete voi?»
«Vi leggo, e apertamente vo' dirlo, che a voi piace parere più
ch'essere grande; che il misero pensiero di ampliare la famiglia di
potestà e scemarla di fama s'insinua tra i concepimenti magnanimi di
cittadino e gl'impedisce di spandersi. La patria, piuttosto che amare,
non odiate; la desiderate grande, ma perchè Giannettino e gli altri
vostri nepoti della sua grandezza partecipino; non ardite avventurare
il bene acquistato perchè ve lo siete fatto vostro...»
«Per Dio! se non fossimo qui dinanzi gli altari...»
«Mi uccidereste, — e non per questo avreste ragione...»
«Luigi, io non voglio sdegnarmi con voi. — Le vostre parole non mi
recano oltraggio; — al vostro cervello perdona il vostro cuore; — mi
conoscerete quando il tempo avrà umiliata o spenta la fronte che adesso
si corona.»
«Pessimo è, a parere mio, quel consiglio che conta con la morte altrui,
non con la vita propria. Questo desiderio di morte è come palla che gli
uomini si rimandano dall'uno all'altro tra loro: — chi le darà l'ultimo
colpo? No, lasciatemi, io vo' dire tutta ed intera la verità...»
«Va' via, importuno; i popoli mi hanno innalzato una statua, come a
liberatore della patria...[88]»
«Quei popoli stessi la ridurranno in mortai per pestarvi il sale;
forse un giorno il popolo la getterà a terra, e la tirannide, che ti
conoscerà anche traverso la caligine dei secoli, la riporrà sulla base,
come simulacro consacrato a remoto congiunto. Tu hai desiderato la
statua piuttostochè desiderato meritarla. Attila ordinò si gettasse
sul fuoco un poema, e per poco stette non vi facesse gettare il
poeta Marullo perchè lo aveva eguagliato ai numi immortali. Tu bevi
l'adulazione a grandi sorsi, come tazze di vino; e, come il vino, ti
ha tolto il senno. Un cittadino che amasse la patria libera davvero,
non avrebbe consentito che i suoi concittadini si deturpassero ad atti
convenienti soltanto fra schiavi e re...»
«Alamanni!»
«Silenzio! Tu hai cessato la tua grandezza, e la tua voce non ha
più potenza di ricercarmi il cuore. Addio: — l'estreme parole furono
favellate tra noi; — la medesima plaga del cielo non cuoprirà più le
teste dell'Alamanni e del Doria. L'ultima stella è caduta. — Io gemerò,
finchè abbia vita, sulla perduta tua fama. Dopo Camillo romano, a
nessuno fu dato essere più grande di te. Vorrei lasciarti e non posso.
— Ah! Doria, salva la patria. — Addio: — io ti getto, in pegno di
un'amicizia che spira, la scelta di farti il più grande o il più infame
degl'Italiani. Abbatti la statua e sii contento che la tua memoria viva
nella nostra anima; rendi alla patria le navi con le quali la salvasti
e con le quali, volendo, potresti nuovamente ridurla schiava[89]; —
o se pur vuoi continuare a governarla, dirigine il corso contro ai
barbari: — barbari io chiamo tutti gli stranieri in Italia. — Le Alpi
passate e il mare, tornerò ad appellarli cristiani... fino allora,
barbari e cani.»
«E la fede giurata all'imperatore?»
«La devi prima di tutto al tuo paese. — E al Cristianissimo non
l'avevi per avventura giurata? E non per questo ti trattenevi
dall'abbandonarlo. — Se il re Francesco scambiavi con Carlo, ti
guadagnasti il nome di traditore... se l'uno e l'altra per la patria
tu lasci, o felice o infelice, gli uomini altari t'innalzeranno e
preghiere...»
E fu fatto silenzio.
«Luigi!» dopo un breve spazio di tempo esclamò il Doria, ma non
ottenne risposta, «Luigi! Luigi!» replicò frettoloso, come se forte gli
premesse di comunicargli un arcano.
Luigi si era pianamente di colà rimosso, lasciandogli la tremenda
alternativa di essere grande od infame.
Andrea Doria fu egli grande od infame? Io non posso giudicarlo. Dirò
soltanto che la profezia dell'Alamanni si avverava. Il popolo rovesciò
la sua statua, il tiranno sopra l'antica base la restituiva[90]. Nè si
conobbe l'Alamanni, in questo solo, profeta[91].
«Viva Carlo V imperatore dei Romani, signor del mondo! Viva Augusto!
Viva Cesare!»
Queste grida discordi ed assordanti tolsero il Doria della sua
distrazione: — guardò di nuovo gli scanni pontificio e imperiale,
e vide Carlo e Clemente starvi nell'orgoglio della potenza loro
intronizzati.
L'ufficio della messa continuando, cantano preghiere, con le quali
invece di supplicare Iddio e i suoi santi per tutte le creature, gli
supplicano per un uomo solo, per Carlo di Gand. Agli angioli, ai troni,
agli arcangioli, alle potenze, ai cherubini, alle vergini, ai martiri
ed alla rimanente corte celeste non si dice più: _Orate pro nobis_;
sibbene: _Vos adiuvate illum._ E' sarebbe stata cosa gioconda vedere
come in quel punto, Dio esclusivamente occupato per Carlo, il mondo si
governasse senza di lui. E se, come sembra, il nostro globo continuò
a vivere in pace con gli altri, il sole non rimase di scaldare, la
terra di produrre, il mare di volgere l'eterne sue onde... uno scrupolo
comincia a penetrarmi nello spirito, che mi farò chiarire dal reverendo
mio padre confessore... un sant'uomo in verità. Ma no; tolga Dio, che
per insania altrui la nostra mente vacilli: Carlo V nell'ardua superbia
della sua vanità non richiamò a sè maggiore cura dell'Eterno, nè minore
di quella che se avesse appartenuto alla famiglia delle scolopendre.
Recitato l'Evangelo, cantato il Simbolo Niceno della fede cristiana,
pervennero all'offertorio. L'imperatore le vesti imperiali depositando,
rimasto con la tonacella dalmatica, si accostò all'altare e depositò
la sua offerta ai piedi del pontefice: — trenta monete d'oro del valore
di scudi dieci l'una; — trecento ducati! Veramente questa donazione non
giunse alla dovizia di quelle di Costantino e di Carlomagno! — Il papa
la guardò sorridendo. I ricchi prelati della corte romana torsero la
bocca in segno di disprezzo; — a Carlo, avarissimo siccome rapacissimo,
sembrò avere dato anche troppo. I suoi cortegiani, per onestare la
miseria dell'atto, inventarono avere egli il costume di offrire ogni
anno tante monete di dieci ducati l'una, quanti si fossero gli anni
della sua vita, ed in quel giorno appunto annoverarne trenta.
All'Agnus Dei, e' fu mestieri che egli si accostasse al pontefice e di
nuovo lo baciasse sopra la destra guancia e sul petto. Almeno Giuda,
— con tutto che Giuda, — baciò una volta sola e poi si appiccò per
disperazione; — ora anche la sua fama si oscura.
[Illustrazione: — Ardisci... ti stanno presso i due seggi
vuoti; — un passo e basta.» _Cap. IV, pag. 105._]
Carlo e Clemente adesso genuflessi aspettano il sacramento della
Eucaristia. Il cardinal Cibo (quel desso a cui Filippo Strozzi fece il
legato del suo sangue perchè se ne saziasse[92]), sollevando la patena,
mostra al popolo il santo corpo di Cristo: — il cardinal De Cesi,
presolo dalle mani di lui, lo porta al pontefice, e questi si ciba
in copia del pane sacramentato; l'anima e più le viscere conforta col
vino generoso che il sangue gli rappresenta del suo Redentore, il quale
nessuna vita sacrificò, tranne la sua. Tra pochi mesi il vicario di
questo Dio, egli medesimo Clemente, comanderà che ogni giorno il pane
si estremi e l'acqua a frate Benedetto da Foiano, e a lui agonizzante
contenderà la breve particola del mistico pane, per paura che valga
anche di un minuto a prolungargli la vita[93]. Oh! come è degno tempio
della Divinità il seno di cosiffatto papa.
E poi si accinse a comunicare l'imperatore; — il conte di Nassau e il
sire di Croy, tenendo i lembi di un pannolino magnificamente ricamato,
lo stendono davanti il suo volto. Il pontefice sorge e aspetta che
gli porgano l'ostia. Carlo solleva inquieto gli sguardi e accenna al
vescovo di Caria del regno di Leone; — questi pure gli rispose col
guardo, ed egli allora apre la bocca per cibare il corpo di Cristo. —
Qual cosa mai significava quel cenno? Significava che Cesare stesse
sicuro; avere il vescovo, suo fidato, assistito alla composizione
dell'ostia per conoscere che nessuna altra materia vi si mescolasse
dalla farina in fuori; imperciocchè Carlo sapesse Roberto re di
Sicilia essere stato avvelenato nell'ostia, e di pari morte rimasto
spento l'imperatore Enrico VII per le mani del reverendo Bernardo da
Montepulciano, frate di san Domenico Guzman, di cui Dio riposi le ossa
secondo i suoi meriti!
Nè altro adesso mi occorre descrivere di questa messa, tranne la
fine. Carlo, dai suoi cerimonieri ammaestrato doversi in simili
bisogne mostrare, anche non avendola, larghezza, combattuto da un lato
dall'orgoglio spagnuolo, dall'altro dalla miseria tedesca, pensò un
bel tratto, e fu di versare a piene mani titoli e onori tra i suoi
famigliari: — piovvero ad un tratto baroni, conti, marchesi e duchi,
che tante forse non furono le cavallette mandate da Moisè a disertare
l'Egitto. — Oh! la bella cosa sarebbe, se anche noi potessimo pagare
a titoli coloro i quali ci rendono servigio: io per me non dubiterei
di conferire una croce di santo Stefano papa e martire il mese, per
salario al mio servo: — potrei dargli di meno?
Il papa però non volle rimanere vinto, e in quel punto s'istituiva tra
loro una gara di beneficenze; — sicchè, quando asceso sui gradini più
sublimi dell'altare si volse al popolo e lo benedisse, aggiunse le
parole: «Concediamo a tutti intiera remissione di tutti i peccati e
indulgenza plenaria per quattrocento anni!!!»
Se i popoli rimanessero tolti fuori di sè per l'allegrezza, non è
da raccontarsi; ed io, che dopo tanta distanza di tempo m'immagino
quanto gaudio nei cuori loro dovesse scendere dall'aspetto imperiale
e dalla indulgenza di quattrocento anni, non posso trattenere
dolcissime lacrime di tenerezza. Potessi almeno rendere partecipi i
miei nobili lettori, in benemerenza dell'avermi seguitato fin qui, dei
tesori inestimabili profusi dal sommo pontefice e dallo imperatore
augustissimo a chi sa quanti paltonieri e plebei! Perle veramente
sciupate contro il testo espresso dello Evangelo!
Fuori del tempio il popolo urlava, insaniva, fremeva a guisa di
baccante scapigliata; perchè nessuna scintilla d'intelletto gli
balenasse su l'anima, qui è pane, qui copia di vino, camangiari e
giullari. Sopra una colonna di marmo stava l'aquila imperiale. «Che
per più divorar due becchi porta», come un giorno cantò l'Alamanni;
la quale da uno de' suoi becchi versava vino rosso, dall'altro
vino bianco, e giù intorno alla base della colonna vedevi prostesi
uomini deturpati da oscena ubbriachezza. Sicchè l'Alamanni a cotesto
spettacolo ebbe a dire: — Ecco l'aquila imperiale rende oggi a
spiluzzico alla gente italica il sangue che loro bevve a lunghi sorsi
in tanti anni e le lacrime che le fece in copia versare; ma gliele
rende stemperate nel veleno della stupidità[94]. —
Ahi! popolo, io che ho viscere di umanità e sono parte di te, conosco
le tue miserie e le compiango. Bevi, procurati un sonno uguale alla
morte; le tue gioie consistono nel non sentire i tuoi dolori. Ora
tu sei condotto in piazza, come l'orso ammansito, per sollazzare
i tuoi sovrani padroni. Dalle finestre, dai terrazzi egli ordina
ti sieno gittati pani e vivande. — Potessi cibarti per un anno e
approvvigionarti lo stomaco, come la cittadella che teme l'assedio,
saresti meno infelice; ma domani l'insolito cibo ti recherà molestia,
forse anche la morte. — Feste, forni e forche; ecco la somma dei
paterni argomenti con i quali ti governano i tuoi signori. Domani
tornerai a logorarti nelle consuete officine, a bagnare di sudore i
solchi dei campi; quivi travágliati da mattina a sera, e l'opera delle
tue mani, il sudore della tua fronte devotamente consegna ai re e ai
sacerdoti tuoi. Questi ti lasceranno la vita, ti lasceranno un pane,
il cielo che ti cuopre e il sole che ti scalda... o che non basta?
Indiscreto! Via, ti lasceranno tanto spazio di terra da riporvi dentro
le tue ossa, perchè non le rodano i cani, ed anco perchè morto tu
col fetore non gli offenda dopo che vivo tanta recasti loro gravezza
e molestia. Bada, non ti esca di mente che ora ingombri la piazza
meno per solazzarti che per divertire i tuoi principi. Rallégrati,
ma bada di non ispaventarli; però che, vedi, nella tua esultanza empi
talora l'aere con tale un grido di frenesia che agghiaccia il cuore al
tiranno, ond'egli battendosi la fronte accorre tutto pallido al balcone
per vedere se tu balli o se meni strage delle sue lance spezzate.
Anche le menadi con in pugno le fiaccole accese, trascorrendo pei
boschi sacri, mettevano spavento; però furono distrutte, i misteri
loro aboliti. Non obliare uomini armati, delatori ed armi recingere i
luoghi dove i tuoi principi ti chiamano a festa; nella medesima guisa
che la fama racconta, ai capi delle mense dei re di Babilonia stessero
sagittarii con archi tesi a trafiggere chiunque osasse di levare la
faccia. Infatti Antonio da Leva, di tutt'arme vestito, siede in luogo
sublime per farti al bisogno fulminare da venti bombarde e da ottomila
archibusieri pronti ad un moto della sua mano. Ahi! popolo, quel tuo
riso in verità mi angustia il cuore; e' mi ha l'aria dello sghignazzare
convulso dell'uomo il quale, posata la testa sul ceppo, aspetta la
mannaia che cada.
In ristoro di ciò il re dell'armi chiamato Borgogna getta pugni di
monete con l'effigie dell'imperatore da un lato e le colonne col motto
_plus ultra dall'altro._ — Prendi cotesta moneta; — domani, o popolo,
quando il tuo padrone te ne chiederà due, tu potrai in questa maniera,
per un giorno almeno, allenire il tuo danno[95].
Intanto Carlo, si affretta con presti passi alle porte del tempio; la
mal'aria ch'esce dai sacerdoti gli aveva cacciata addosso la quartana
della superstizione; sperava dissiperebbe il cielo aperto quel fascino:
il papa temeva ed aborriva; gli avrebbe in cuor suo fatto mozzare la
testa e non osava sostenerne lo sguardo; le prime idee di venerazione
al capo della Chiesa, al padre dei fedeli, al vicario di Cristo gli
ritornavano alla mente angustiandolo: così gli sorgevano nell'anima
altissimi concetti, i quali poi, non sapendo egli svilupparsi dalla
caligine dell'antica ignoranza, gl'impedirono di riuscire, come
altramente sarebbe stato l'uomo più grande del suo secolo.
Il subdolo sacerdote presentì le ire di quello spirito orgoglioso
e gli aveva posto opportuna avvertenza. Finchè ambedue stavano agli
altari, poteva dubitarsi l'imperatore avesse reso omaggio al vicario di
Cristo, non già a Clemente dei Medici. Fuori degli altari gli ossequii
sarebbero stati, più che al vicario di Cristo, resi a Clemente. Però
ell'era cosa disagevole ottenerli; si provvide all'inganno. Varcate di
pochi passi le porte del tempio di San Petronio, uno scudiere armato
raffrena per le redini un bianco cavallo, inquieto, ardente, dovizioso
di gualdrappa, di frontale e di ogni altro arnese consueto; cotesta
non pareva cavalcatura del pontefice, solito a procedere in lettiga,
o montato sopra mula o palafreni. Carlo, di aria impaziente e di
luce, desideroso di rinfrescarsi il sangue nel bello aspetto del cielo
sereno, perocchè un cielo sereno d'Italia in qualunque stagione sia di
per sè stesso una festa e infonda tale conforto nel cuore che indarno
speri da gioie artificiali. Carlo stese pronte le mani per acconciare
alquanto, siccome avviene ai cavalieri, la gualdrappa e le staffe, — e
quindi balzare in arcione.
Ma lo fermava pel braccio il pontefice e in suono di umiltà gli diceva:
«Non farlo, figliuolo mio e imperatore invitto; mi basta la umanità che
fin qui mi hai dimostrato...»
Carlo lo guardava attonito: — all'improvviso non comprendeva; — poi
si accorse essere cotesto il cavallo del pontefice, ed egli avere per
errore umiliata la dignità imperiale fino a fare mostra di volergli
tenere la staffa; vinto da ineffabile angoscia, aperse le labbra
tremanti e favellò:
«Veramente alla persona vostra...»
«La nostra persona», interruppe il pontefice, «di per sè stessa è
nulla, ma poichè ella rappresenta il Creatore di tutte cose, forza ella
è che le creature ci si curvino dinanzi...» E con giovanile leggerezza
salito sul destriero salutava della mano lo imperatore e da lui con lo
immenso suo seguito si dipartiva.
I partigiani di Roma, i quali videro da lontano quell'atto, esultarono,
immaginando rinnovarsi i bei tempi di papa Gregorio e di papa
Innocenzo. Tanto vero è che spesse volte l'odio e l'amore, più che
d'altro, dipendono dal modo di guardare da lontano o da presso.
Carlo punge il suo nobile corsiero; la corona imperiale sì lo
molesta che talora gli prorompono le lagrime dagli occhi. Una
mano di Bolognesi, Angelo Ranunzio, Giulio Cesarino, il marchese
dell'Anguillara, il Rangone, il Cibo ed altri infiniti portano bandiera
e gonfaloni con le chiavi, con l'aquila, rossi, bianchi, gialli e
neri, e gli sventolano al cospetto dell'imperatore. Alla fantasia
accesa di Carlo sembravano un turbine di spettri de' suoi antenati
che gli s'avvolgesse intorno alla testa, e l'onta fatta alla memoria
loro lamentasse, la viltà sua gli garrisse. Il trambusto delle voci e
dei gridi, il frastuono degli istrumenti ed il suo nome ricorrente tra
mezzo, urlato in tutti i suoni, lo atterrivano, come se l'inferno si
fosse scatenato per dirgli vituperio.
Allora aborrì i campi aperti, il sole, la gloria terrena, e sospirò un
asilo tranquillo, comunque ignorato, — allora desiderò la cocolla di
frate scambiare col suo manto imperiale, e vide di passo in passo farsi
più vicino alla sua imperiale magione, coll'anelito del marinaro il
quale dopo un viaggio pieno di tempeste e di pericoli saluta la riva; —
vi pose appena il piede, che, senza aspettare la solita accompagnatura,
ogni qualunque cerimonia mettendo da parte, salì veloce e, licenziati
gli altri, si chiuse nella sala privata insieme coll'astrologo Agrippa.
Qui, libero da ogni sguardo molesto, spogliò le vesti imperiali e le
sacerdotali di cui lo avevano avviluppato, e tempestando le gittò in
questo e in quel lato, e...
«Al corpo di Dio!» diceva in suono di lamento, «come la camicia di
Nesso, costoro hanno stillato il sangue nelle mie vene.»
Quindi le mani cacciando alla corona, se la tolse impetuosamente e la
scaraventò[96] di contro alla parete; molti capelli essendosi attorti
per le punte e pel cerchio, egli se gli strappò con acuto dolore, e
prorompendo in un urlo disperato, ambe le mani portò di nuovo alla
testa, esclamando:
«Ah! mi ha portato via il cranio e il cervello. — Agrippa, vieni qua,
guarda diligentemente; — per certo avvelenarono la corona...»
Agrippa guardò, e vide che la corona gravissima gli aveva intorno
alla fronte inciso un solco profondo in mezzo, di color di piombo,
digradante ai lati in vermiglio acceso.
«Stia pur lieta la Maestà Vostra; io l'assicuro che non è veleno...»
«Per santo Iacopo di Gallizia!» esclama l'imperatore sentendo forte
bussare alle porte, «chi è che osa sturbarmi?»