Giunto Carlo nella sacra cappella, il cardinale di Tortosa, commesso

a tale ufficio mediante un breve del sommo pontefice, il quale fu

letto dal vescovo di Malta, cominciò a salmeggiare le preci opportune

alla solennità: concluse le orazioni, gl'illustri conti di Nassau

e di Lanoia, custodi del corpo di Cesare, presero a spogliarlo nel

petto e per le spalle di ogni sua veste, sicchè gli nudarono tutto il

braccio destro e gran parte del seno. Allora il cardinale di Tortosa,

non senza aggiugnere altre efficacissime preghiere, gli unse le coste

e tutto il braccio coll'olio sacrosanto dei catecumeni. Il reverendo

padre Guglielmo Vandanesse, vescovo di Leon, le parti unte con candido

bisso gli asciuga. Ciò fatto, tornano a vestirlo con la cappa reale di

teletta d'argento, con un manto velloso di porpora svariata di oro e

finalmente con una stola lunghissima, o vogliamo dire sarrocchino di

bianchi armellini. Condotto a piè dell'altare dai cardinali Salviati

e Ridolfi, il cardinale di Tortosa prima gli cinse la spada, la quale

avendo Cesare tratta, tre volte vibrò nell'aria e tre declinò a terra,

poi riposatala alquanto sul braccio sinistro tornò ad acconciarla nel

fodero. Siffatta cerimonia mandata a fine, Carlo si prostra davanti

l'altare, e il cardinale di Tortosa, sempre recitando orazioni adattate

all'uopo, ora gli consegna lo scettro, ora il globo, ora finalmente

gl'impone sul capo la corona di ferro, ad alta voce proclamandolo re di

Lombardia.

«Re di Lombardia!» gridarono i vicini; — «re di Lombardia!» risposero

i lontani; e tanto e siffatto urlo riempì l'aere che pareva andassero

subissati il cielo e la terra. I popoli alle parole aggiunsero il

batter forte dei piedi, onde si levò un denso nuvolo di polvere, e la

terra prese sembianza di vulcano che fuma: dai terrazzi, dai balconi,

di sopra i tetti si vedevano donne, cavalieri, popolani, gente in somma

di ogni maniera, sventolare pennoncelli di colore, fazzoletti bianchi,

rami d'alloro o di mirto: — lungo i muri dei palazzi, dagli architravi

delle porte e finestre, intorno ai fusti, su per i capitelli delle

colonne si spiccavano figure a guisa di cariatidi viventi, le quali

agitavano le braccia in segno di allegrezza.

Uno spirito gentile, tra tanta congerie di uomini, i desiderii, la

speranza e l'alito della vita aveva posto nell'immaginare la tribolata

sua patria potente e felice; contemplando adesso tanto consenso di

universale esultanza, dubitò di sè; per un momento i suoi terrori ebbe

vani; onde di nuovo sollevò lo sguardo per ben conoscere se straniero

veramente o Italiano fosse l'avventuroso coronato a re di Lombardia; e

lo considerando pur troppo straniero, pensò tra sè: — Ecco, come gli

Abderitani, oggi un popolo intero è diventato pazzo furioso; quando

egli avrà ricuperato il bene dell'intelletto, si troverà schiavo. La

mano che un'ora prima applaudiva al signore straniero, un'ora dopo

sarà grave di catene: quando le vorrà rompere sarà chiamato ribelle:

l'amore della libertà gli appresterà il patibolo in questo mondo e

la dannazione nell'altro, così ordinando principi e preti seduti alla

mensa dove si cibano i popoli; la lima che rode le catene delle nazioni

volontariamente serve è fatta di sangue e di lacrime... Ahimè! quanta

copia di pianto e di sangue per consumare cotesti ferri che esultando

adesso cotesti sciagurati si adattano al collo! —

E gemendo si coperse il volto per piangere lacrime solitarie sopra

i destini della sua patria. O Luigi Alamanni, se tu ai tempi nostri

avessi vissuto, sapresti come egualmente i popoli applaudano alla

morte dei re! La fiera del popolo arrangola, sia che menino in alto

Carlo Magno a coronargli la testa, sia che vi traggano Luigi Capeto per

mozzargliela dal busto!

Gli archibusieri alemanni e spagnuoli in numero di ottomila spararono

gli archibusi; i bombardieri, quanti poterono rinvenire a Bologna

e trasportare di fuori sagri, falconetti, colubrine, smerigli,

serpentini, basilischi, girifalchi e simili altre artiglierie costumate

a quei tempi, così e con altri più terribili nomi appellate dagli

uomini tuttavia sbigottiti dai micidiali effetti di quelle: onde,

secondo che narra Cornelio Agrippa in quel suo stile ridondante

di ampolle, parve che «Giove avesse dato la via a ciò che di più

fragoroso custodiva ne' suoi tesori di fulmini e di tuoni.» Le campane

frementi si lanciavano per l'aria, come cavalli inferociti; da un

punto all'altro temevano di vedere scaturire la fiamma dai legni e

dal ferro confricati in cotesto portentoso dondolio: — ahi! bronzi un

tempo chiamati sacri, dacchè il vostro ufficio dimenticaste di laudare

Dio, convocare il popolo al tempio, raccogliere il clero, piangere i

morti, cacciare la pestilenza, onorare le feste dei Santi[80], dacchè,

dico, il vostro ufficio dimenticaste o spregiaste, la vostra voce si

spande pei piani e per le valli solitaria come la voce di san Giovanni

nel deserto; chiama, ma nessuno risponde, imperciocchè la voce che

ha celebrato l'esaltazione del tiranno e le sue stragi non possa

glorificare il nome del Signore, il Santo dei santi; e nonpertanto

anche voi potreste rigenerarvi; in questa giornata di tenebre e di

servitù abbiamo tutti peccato, — uomini e cose; — compiangiamoci dunque

e pentiamoci tutti: scendete dalle vostre torri, fondetevi in cannoni,

portate nel vostro seno la morte allo straniero; — allora, purificate

da questo battesimo di fuoco, quando tornerete a squillare, i popoli

accorreranno, siccome consapevoli che voi li chiamate per esaltare la

gloria di un Dio che protegge i liberatori della patria.

Intanto per altra parte il pontefice s'indirizzava con la sua compagnia

al tempio di San Petronio. Precedevano a due a due i camerarii,

gli ostiarii, i segretarii apostolici; seguivano dodici dottori

dell'antica università di Bologna, ora dianzi da Cesare insigniti

con ordine cavalleresco e con la dignità di conti palatini. Quindi

otto patrizi della città in abito senatorio, e poco appresso il

rettore della università decoroso per vesti purpuree. E gli uni dopo

gli altri seguitavano il potestà avviluppato in un lucco di teletta

di oro, i giudici di Rota, e cinquantatrè tra vescovi e arcivescovi

venerabili pei loro manti pontificali. Secondo l'ordine delle

speciali prerogative, venivano i cardinali Medici, Grimaldi, Caddi,

di Mantova, Pisani, Santa Croce, Cornaro, Grimani, di Perugia, di

Ravenna, Campeggio, Anconitano, di Santiquattro, di Siena e Farnese,

ognuno dei quali portava la mitra e procedeva ornato di piviali

doviziosissimi. Subentravano i magnifici conti Ludovico Rangone e il

signor Lorenzo Cibo, entrambi gonfalonieri di Santa Chiesa, armati

di tutte armi. Finalmente, assistito dagli eminentissimi cardinali

Cesarini, Cesi e Cibo, compariva Clemente VII nello splendore della

sua pompa pontificia, avvolte le membra nel famoso piviale, di cui i

lembi si congiungono sul petto mediante il bottone non so se io mi dica

più celebre a cagione del lavoro di Benvenuto Cellini, o del diamante

una volta appartenuto a Carlo il Temerario duca di Borgogna[81]. —

Guardate il vicario di Cristo! Il successore di Colui che andava a

piedi e le più volte scalzo, ora, reputando poca magnificenza cavalcare

mula o palafreno, si fa trasportare sopra un pulpito sulle spalle di

otto servitori a guisa di somieri e dimostra come da gran tempo il

padre dei fedeli tenga gli uomini in concetto di bestie. — Egli non

può sopportare il pallido raggio del sole di febbraio, e con ampio

baldacchino di seta il capo difende e la persona. — I santi, dei quali

egli si dice ministro, non temerono riarsa dal sole di Siria la fronte

per predicare alle turbe ed annunziare vicino il regno dei cieli.

— Dietro alla cattedra pontificia si affolla la torma degli abbati,

protonotari, prelati, gentiluomini, i quali il più delle volte non sono

uomini gentili, e gente altra infinita di siffatta risma. Penetrati nel

tempio, ognuno si dispose, conservando il grado che gli spettava, nel

coro o davanti l'altar maggiore, e diedero salmeggiando immediatamente

principio all'ufficio chiamato Terza; conchiuso il quale, i cardinali,

cominciando dal decano Alessandro Farnese, che poi fu papa col nome

di Paolo III, padre di Pierluigi l'infame stupratore di Cosimo Cheri

vescovo di Fano[82], ossequiarono a Clemente la consueta obbedienza

baciandogli le mani — gli arcivescovi e i vescovi fecero lo stesso; se

non che il papa, invece di porgere al bacio loro la destra, presentava

i piedi. Orgogliosa impudenza da un lato di cui non abbiamo esempio,

tranne nelle oscene cerimonie del sabato, dove la favola narra

convenire le streghe a fare omaggio al demonio in forma di becco;

umiliazione dall'altro della quale pur troppo occorrono ricordanze

nelle storie degli uomini.

Ma torniamo all'altro, dico a Carlo di Gand. — Per tutti i santi del

paradiso, ch'è questo mai? Quale strana fantasia lo ha preso? Ella

è cosa da concitare a riso, non che altri, san Bartolomeo quando lo

scorticavano vivo. Carlo il re della Spagna, delle Indie, di Germania,

d'Italia, Carlo, adesso comparisce vestito da canonico; così è: gli

significarono non potere essere consacrato imperatore dei Romani

dove prima non avesse consentito ad ascriversi tra i canonici di san

Pietro! Egli dubitò un momento non lo togliessero a scherno e fu per

dire a monsignore Ariosto vescovo di Berutti che gliene esponeva la

necessità: — Va' via marrano[83], o ti faccio precipitare dal ponte!

— Ma poichè il vescovo sosteneva senza mutare sembiante quella sua

bieca guardatura, povero di consiglio, stretto dal tempo, si lasciò

vincere, sicchè in un punto, spogliato dei regali abbigliamenti, da una

mano passando nell'altra, fu rivestito della toga, del rocetto e della

mozzetta secondo il costume dei canonici. — Roma, le tue percosse, sia

che il mondo offendessero o il pensiero, erano pur gravi una volta!

In questo stato, non so se io mi dica più compassionevole o ridicolo,

lo condussero nel tempio di San Petronio i due mentovati cardinali,

ai quali se ne aggiunsero altri due, i seniori fra l'ordine dei

vescovi, cioè di Santiquattro, Lorenzo dei Pucci (il quale sosteneva

tutte le cose, comunque iniquissime, non disdire al pontefice[84]), e

l'Anconitano. Appena ebbe posto piede nel tempio, con terribile fragore

precipitò il ponte per la lunghezza di forse venti passi: la gente

ammucchiata forte percosse sul terreno; alcuni ne riportarono sconce

ferite, altri col sangue vi persero la vita.

Spesso mi avvenne considerare come in siffatte solennità che i principi

danno ai popoli vi si mescoli dentro un mal genio e la faccia pagare

a questi ultimi a prezzo di sangue, sia per ammonirli che non dovevano

ridere, sia piuttosto, come credo, che la gioia la quale muove dai re

non possa comparire vermiglia, se non si tinga col rosso del sangue.

I cardinali tenendo in mezzo Carlo, come fiera in guinzaglio, lo

menarono a piè dei gradini della cattedra del pontefice e quivi

stettero. Clemente gli abbassò uno sguardo dall'alto, e non potè

reprimere un moto dei labbri in contemplando l'augusto Cesare in

veste da canonico; il quale sguardo e il quale moto di labbri avendo

troppo bene compreso Carlo V, sentì ribollirsi dentro l'orgoglio del

sangue spagnuolo, gli occhi mandarono faville, e una idea gli traversò

trucissima l'intelletto, di afferrare cioè per le gambe il pontefice,

rovesciarlo dal trono, dalle chiome strappargli il triregno, ed

imponendolo sopra il suo capo gridare: — Io sono il re dei re!

Ma sollevando di nuovo la faccia vide, o gli parve vedere, il sembiante

del papa pieno così della divinità da lui rappresentata che sentiva

sconfortarsi dentro dal rimorso quasi avesse meditato il parricidio.

Di subito lo trassero nella cappella dedicata a San Gregorio, dove lo

avvolsero nell'amitto, nel camice e nella dalmatica, e sopra gli posero

il manto imperiale di ricami e di gemme gravissimo; sicchè non avrebbe

potuto di leggeri sostenerlo, se il conte di Nassau da tergo, i vescovi

di Bari, del Palatinato, di Brescia e di Caria nel regno di Leone dai

lati, non ne avessero sorretto i lembi: in questo modo abbigliato,

lo fecero andare fino a mezzo del tempio, dov'è la ruota di porfido;

quivi tre volte benedetto si accostò all'altare maggiore, costrutto

ad immagine dell'altare di San Pietro in Roma. Genuflesso sopra aureo

pulvinare, colà rimase finchè non ebbero cantate le litanie dei Santi;

allora due nuovi cardinali, cioè Campeggio, primo dei preti, e Cibo,

primo dei diaconi, lo condussero in un'altra cappella consacrata a San

Maurizio.

Qui dal cardinale Alessandro Farnese, primo dei cardinali vescovi e

decano del sacro collegio, furono rinnovate le unzioni per le coste,

per le spalle e pel braccio destro coll'olio del crisma, e il vescovo

di Caria lo asciugò. La quale cerimonia essendo condotta a fine, i

cardinali Salviati e Ridolfi lo tolsero di nuovo e lo menarono a fare

riverenza al pontefice. Questi allora scendendo dalla cattedra sublime,

si accostò agli altari e diede cominciamento alla messa solenne: poichè

egli ebbe ad alta voce intuonato per Cesare l'introito, Carlo si fece

presso agli altari, dove abbracciò e baciò Clemente su la guancia e sul

petto. Gli tennero dietro i principi commessi all'ufficio di portare

le insegne dell'impero, e con varie cerimonie le depositarono sopra la

santa mensa. Ciò eseguito, Cesare e i principi tornano ai seggi loro

apparecchiati nel coro; imperciocchè il trono imperiale, in cui doveva

egli sedersi dopo la incoronazione, sorgeva a destra della cattedra

pontificia _in cornu epistolæ_ dell'altare maggiore. Avanzata che fu

la messa fino alla lettura della epistola canonica, la quale Giovanni

Alberini suddiacono apostolico cantò in latino, e Braccio Martelli

camerario di Sua Santità in greco, i cardinali Ridolfi e Salviati

addussero per la terza volta Carlo al cospetto del papa. Qui si

rinnovarono, presso a poco le medesime solennità di sopra descritte. Il

vescovo di Pistoia prese dall'altare la spada e la porse al cardinale

diacono; questi al pontefice: il quale, trattala fuori del fodero, la

benedisse prima e poi la depose nelle mani di Cesare, trasferendogli

i diritti della guerra con queste parole da lui latinamente proferite:

«Prendi la spada santa, dono di Dio, adoprala a disperdere i nemici del

popolo del Dio d'Israele!»

Se un membro del popolo miserabile d'Israele, — un Ebreo — si fosse

adesso presentato all'imperatore e gli avesse detto: — Difendimi,

perchè questo pontefice mi ha ridotto in condizione peggiore dei cani,

e tra me e lui non corre altro vincolo tranne quello del porre ch'ei

fa una volta l'anno il piede sul collo[85] ai miei rabbini, certo il

figlio del Dio d'Israele sarebbe stato strizzato così che nissuno poi

avrebbe potuto rinvenirne i frammenti. Il Dio d'Israele non è più Dio

di Palestina, — neppure il Dio degli apostoli; il Dio d'Israele ha

ripiegato le tende dalle antiche dimore e le piantò in Roma presso il

palazzo del Vaticano; egli è il Dio dei preti. — I Fiorentini, da cui

nacque Michelangiolo, che dopo tanto spazio di tempo sentì ed effigiò

quel terribile legislatore degli Ebrei — Moisè, — i Fiorentini, che

per pubblico partito si elessero Cristo principe della Repubblica,

erano i nemici del popolo d'Israele, gli avversarii, i ribelli a Dio, i

maledetti da lui, per l'esterminio dei quali il padre dei fedeli dava

la spada santa all'imperatore. O sacerdoti, quanto fareste ridere, se

non aveste fatto piangere cotanto!

E Cesare nudò il ferro e tre volte ne percosse l'aria ed altrettante

ne declinò la punta verso il suolo, — forse per dimostrare ch'egli

intendeva sulla terra dominare, e nel cielo. Strinse lo scettro, pegno

di fede e di virtù che non aveva, colla mano destra; nella manca il

papa gli pose il mondo in simbolo della facoltà ch'e' gli dava per

governarlo.

Queste consegne di tutto o parte del mondo operate dai sommi pontefici,

siccome efficacissime nel diritto, non furono sempre, o quasi mai,

praticabili in fatto. Chi può contenderne loro la facoltà? Dio esiste

signore del creato, il papa vive in Roma vicario di Dio nel mondo;

dunque il papa può disporre di quanto in esso si comprende. Questo

sillogismo ha la sua promessa, la sua minore, la sua conseguenza;

a me pare tutto e in ogni sua parte perfetto. La luna, il sole, le

stelle, le comete, poichè non sono contenute in questa terra, rimangono

escluse, quantunque non sia chiarito bene: le altre cose tutte senza

eccezione di sorta stanno sottoposte al papa; tanto il Lappone come

l'Ascolano, l'abitante del Kamciatka come quello delle paludi pontine:

— ma questi non udirono mai favellare di lui, nessuno annunziava

loro il regno dei cieli, non conoscono il Dio del papa di Roma. — E

che importa se non lo conoscono? Peggio per loro; andranno dannati

nell'inferno, ma non per questo rimarranno meno fermi i diritti della

Santa Sede Romana. Se così non fosse, si chiamerebbe ella cattolica,

che significa universale? Dove la cosa non istesse per l'appunto come

io la diceva, avrebbe potuto Martino V concedere al re di Portogallo

tutte le terre che loro riuscisse scoprire dal capo Baiador alle

Indie? Ed Alessandro VI, il papa di santa memoria, avrebbe potuto con

la famosa sua bolla tirare la linea da un polo all'altro e largire

ogni paese scoperto dalla parte di occidente agli Spagnuoli, l'altro

da oriente ai Portoghesi? Uno scrittore eretico osserva come non

occorresse alla mente del santo pontefice il pensiero, che, ciascuno

seguitando dal suo lato la continuazione delle scoperte, potevano un

giorno ritrovarsi a contatto e rinnovare agli antipodi la questione

di proprietà[86]. L'eretico ha torto, perchè non sa essere li sommi

pontefici, siccome ispirati dallo Spirito Santo, infallibili.

Finalmente il santo padre gli cinse le chiome della corona imperiale.

Carlo allora, giusta le formalità, si prostrava curvandosi al bacio

dei piedi santi. Era però convenuto che il papa non gli lascerebbe

compire l'atto, e rilevatolo a mezzo, lo avrebbe stretto tra le braccia

e baciato nel volto. Ma come resistere alla compiacenza di vedersi

innanzi prostrato un signore di tante provincie? Non tutti i giorni

si trovano imperatori da rinnovare cotesto ossequio; e poi, Clemente

lo aveva già detto, si sarebbe di tanto rialzato il sacerdozio quanto

abbassato l'impero. Si dimenticava pertanto del convenuto: il coronato

stette lunga pezza nell'attitudine dello schiavo: in quel punto

la corona gli pesò sul capo non altrimenti che se fosse stata una

montagna; allora gli parve che il mondo, poc'anzi da lui sorretto nella

mano, adesso di tutto il suo peso gli gravitasse sul corpo: — come il

serpente della Scrittura, egli si nudrì di cenere e la sentì amara, —

senza misura amara; sicchè il suo cervello, compresso dal pentimento,

dalla umiliazione e dalla rabbia, stillò una goccia di sudore, la

quale, come quella dell'anima dannata dello scolare apparsa al suo

maestro di filosofia, secondo che racconta frate Iacopo Passavanti

nello _Specchio della vera penitenza_, avrebbe avuto virtù di traforare

da una parte all'altra con insanabile piaga i piedi del pontefice, se

per avventura vi fosse sopra caduta[87].

Ciò che riferiscono intorno alla proprietà letifera dello sguardo di

alcuni animali e' vuolsi tenere per favola; imperciocchè il basilisco

non abbia guardato mai in maniera più truce di quello che facesse Carlo

il pontefice, quando si fu rialzato; ma non gli concessero tempo di

proferire parola: le reti dei successori di san Pietro avviluppano con

tanto prepotente vigore, quando uomo v'incappa, che nè impeto d'ira o

profondità di consiglio valgono a romperlo: — lo tolsero in mezzo, lo

salutarono imperatore con tanta luce di ceri ardenti, con tanto fumo

d'incenso, con tanto fragore di voci lo confusero che egli, stordito,

immemore di sè, per poco stette che non cadesse svenuto sul pavimento:

egli sentiva suo malgrado strascinarsi; soffriva le angosce dell'uomo

vicino ad annegare, che vede approssimare la morte e non può aiutarsi.

O signore e signori qui convenuti per farmi il piacere di sentire

questa storia che non oso chiamare bella, perchè spesso fa pianger

me che la racconto, o ridere di un riso tristo il quale mi ha guasto

il cuore e la bocca, io non so se v'abbia detto; e se nol dissi, ve

lo dico adesso; la cattedra del pontefice e il trono imperiale, per

velluti cremesini, per frangio d'oro, per pulvinari, per baldacchini

mirabilissimi essere stati eretti alla destra dell'altare _in cornu

epistolæ._ Ora avvenne, mentre queste cose succedevano, che un

personaggio di alto affare del seguito dell'imperatore si accostasse

a certa colonna sostenente l'arco della cappella. Dalla parte interna

rasentavano la colonna i balaustri che racchiudevano il recinto dove

si celebrava la funzione; dalla parte esterna, la colonna scendeva

alquanto verso il pavimento inferiore e si posava sopra la sua base.

Il personaggio, gli usi di corte non sapesse o non curasse, o qualche

forte pensiero gli tenesse occupato la mente, con le braccia sotto le

ascelle, una gamba sopramessa all'altra, toccava con l'omero sinistro

la colonna; — erano le sue membra per robustezza singolari, — quadre le

spalle, — il collo rigido e grosso, — sicchè a vederlo pareva l'Ercole

Farnese appoggiato alla sua clava. Gli anni di lui giungevano forse ai

sessanta; — vestiva abito positivo di velluto nero spartito a strisce

di seta celeste, con manto, calze e scarpe del medesimo colore: nella

sua gioventù la bellezza si era compiaciuta per certo di ornargli il

sembiante; — le cure, gli anni e le fatiche adesso glielo avevano reso

severo. Foltissima la capigliatura gli copriva la testa; delle tempie

però era calvo, e quivi la pelle compariva più pallida per via della

continua pressione dell'elmo. — I suoi capelli non rassomigliavano

all'argento per la bianchezza soltanto, sibbene ancora per una certa

consistenza metallica di cui sembravano dotati: e le masse della barba

eziandio giù per le mascelle e pel mento gli scendevano come scolpite.

I venti delle tempeste, il sole ardente e le pioggie avevano percosso

quel volto; nè avendolo potuto vincere, gli erano ormai diventate

amiche: teneva il labbro inferiore non poco sporgente in fuori, atto

che suole imprimere l'abitudine dell'impero. — Adesso cotesto suo volto

accennava il conato della spirito il quale tenta chiamare una memoria

smarrita o si sforza di rompere il velo del tempo per leggere nei

futuri destini. Aveva in somma l'espressione del poeta che invoca dalla

sua musa un concetto che varrà poi a scuotere le anime di maraviglia o

di terrore o, se vuoi meglio, l'espressione del guerriero che dall'alto

della montagna dardeggia lo sguardo sulla pianura per afferrare il

momento della vittoria. I suoi occhi stavano fissi nei troni imperiale

e pontificio, — e il raggio sfolgorato dagli ori e dalle gemme si

riverberava per modo nelle sue pupille profonde che un fuoco interno,

ardente in mezzo al cervello, pareva che le accendesse.

All'improvviso una voce gli percuote le orecchie:

«Ardisci! — Muovi un passo ed occupa quei seggi vuoti.»

A lui parve il suo genio avergli bisbigliato coteste parole; — e come

se fosse stato il concetto di cui andava in traccia, senza mutare

attitudine, si rimase a considerare se ciò potesse riuscirli e il come

e il quando. Poichè si fu trattenuto alquanto in cosiffatta disamina,

la voce stessa più forte mormorò:

«Ardisci! — Occupa i seggi vuoti: — un passo e basta.»

Si scosse all'avvertimento, — si guardò attorno lento e feroce a guisa

di leone, non vide nessuno; — uno sgomento ineffabile lo travagliava

quando, volgendo la testa dalla parte opposta della colonna, vide di

contro a sè nella medesima posa atteggiato un uomo da lui singolarmente

riverito e avuto in pregio.

«Siete voi, messere Alamanni?»

«Messere Doria, son io...»

«Ditemi, Luigi, come vanno le cose della patria?»

«Il mal la preme e la spaventa il peggio...»

«Ostinati che siete! ma e perchè non accordaste con Cesare quando ve lo

consigliai a Barcellona? Perchè non aderiste ai miei conforti a Genova?

— Avreste allora conservata, parte della libertà, la quale adesso

avrete a piangere interamente perduta...»

«Prima, perchè, se le cose vanno male, non sono mica disperate per

questo; — nè abbiamo deposto tutta speranza di vincere. Un'altra volta

un imperatore vide le mura di Fiorenza; le vide, ma non l'espugnò...»

L'assedio di Firenze · 第 10 / 81 段