un'altra, o ne faremo a meno...»
Il doganiere apre, fruga, e:
«Ch'è questo? — Un rocchetto!... due... dieci! — Al frodo! al frodo! Il
messere ha la valigia piena di rocchetti di oro filato e tirato...»
«Davvero!» sclama il Rucellai fregandosi gli occhi: «o chi diacine ce
gli abbia messi!»
Luigi Soderini ambasciatore percosse la spalla a messere Andreuolo
Niccolini altro ambasciatore, e gli disse:
«Questo è il caso della coppa nel sacco di Beniamino.»
E messere Andreuolo a lui di rimando:
«Certo sì, non però con la intenzione di Giuseppe.»
Ma il popolo ingannato, senza por mente che lieve sarebbe stata la
gabella frodata, e che non potevano supporsi capaci personaggi di ogni
bene della fortuna largamente forniti di siffatta bassezza, proruppe:
«Oh! vedi, ve' i dabbeni ambasciatori; — e' vennero a frodare la
gabella al papa! Alla riviera i contrabbandieri! alla riviera!»
E qui seguivano schiamazzi, scherni e voci disoneste.
Il capo, che sembrava, dell'ambasceria fu visto impallidire: subito
gli si accesero le guance, impose con la destra silenzio al popolo,
con la manca si tolse in atto sdegnoso il cappuccio. — E quel suo volto
comparve venerabile alle turbe: — invero malinconico, pieno di dignità,
— forse anche di grandezza. Dove poi si considerasse sottilmente,
piuttosto che manifestazione presente, accennava una memoria di
grandezza; tipo generoso in origine, tralignato quindi per tempo o
per avvicendare di generazioni; — pareva un getto ricavato da forme
sublimi, ma per uso consunto. — La fiamma del genio guizzò intorno
a cotesta fronte, a guisa del fuoco fatuo sull'orlo dei sepolcri, —
non vi posò, come lo Spirito sul capo degli apostoli nel giorno della
Pentecoste. Il popolo, il quale non sa tanto addentro discernere,
rimase percosso dalla nobile sembianza.
Egli, spingendo oltre il palafreno, ad alta voce esclamò:
«Chiunque di voi nacque italiano saprà chi fosse Pietro Capponi! Ora
chi fra voi vorrà credere che io suo legittimo figliuolo, io Nicolò
Capponi venga a frodare la gabella a un papa dei Medici?»
Per avventura il Montauto, tra le bande della Repubblica Fiorentina
militando, non solo aveva conosciuto l'illustre cittadino Pietro
Capponi, ma essendo a campo seco lui sotto il castello di Soiana, lo
sorresse ferito a morte nelle sue braccia; onde a quel suono adesso
sentì commuoversi le viscere, e tocco da reverenza e da stupore si
trasse indietro chinando la persona. I soldati, imitando quel moto, si
scostano anch'essi: e agli ambasciatori fu fatta abilità di procedere
liberamente per la via.
Il popolo, mutando subito affetto e costume, innalza al cielo chi volle
gettare alla riviera poc'anzi, e grida:
«Viva Pietro Capponi! Viva Fiorenza!»
I quali applausi crebbero poi all'infinito quando Nicolò Capponi e suoi
compagni, messa mano alla borsa, gli gettarono dei pugni di fiorini: —
non ebbero finalmente più modo allorchè, scavalcati alla prima chiesa
che loro si offerse davanti, gli ambasciatori molto devotamente si
recarono a ringraziare Dio del trascorso pericolo, e fatto chiamare
a sè il rettore, gli consegnavano certa somma di danari affinchè
provvedesse di convenevole dote due delle più povere fanciulle della
cura.
CAPITOLO QUARTO
LA INCORONAZIONE
Giunta l'aquila al nido ond'ella uscio,
Possiate dir, vinta la terra e l'onde:
Signor, quant'il Sol vede è vostro e mio.
ANNIBAL CARO, _Sonetto a Carlo V._
Voi lo vedete! I potenti della terra si cingono una corona di punte
per avvertire i popoli ch'eglino intendono lacerare e ferire. Alcuni
di loro, non so bene se io mi dica meno perfidi o più cauti, cuoprirono
ipocritamente queste punte: chi con perle, come i conti; chi con gigli,
come i re; chi con fronde di alloro, come gl'imperatori; ed altri con
altro. Però badate, per andare coperte, le punte non cambiano natura;
la tigre ha facoltà di rendere la sua branca gentile quanto la mano
della vergine. Ma se un giorno le punte, volgendosi nella testa di
quale cinge corona, restituissero a costoro il male che fecero altrui,
se condizione di chi anela portarla fosse averne le punte confitte
nel cranio; credete voi che si troverebbe per uno il quale volesse
sostenere la corona appartenergli per diritto divino? E non pertanto,
se a siffatti martirii non fossero serbati dalla eterna giustizia i
tormentatori dei popoli, gli uomini lancerebbero contro il firmamento
tale un grido che farebbe impallidire le stelle, tremare gli angioli
nei loro sogli dorati, sospendere la ineffabile armonia delle sfere...
gli uomini urlerebbero: — Il Creatore è tiranno!
Io per me penso esistere nel mondo enti di così strana natura i quali
invidiano il trono a Lucifero, quantunque di fuoco, i quali con animo
lieto stringerebbero a scettro anche uno stinco della propria madre; e
perchè no? Fu ambito il regno dove i principi si cingevano le tempie
con la corona di spine, e i discendenti di Goffredo Buglione non
abbandonarono Gerusalemme se prima non vennero cacciati dalla lancia
ottomana.
Corona di ferro! poichè, a guisa di Olla ed Oliba, le infami meretrici
vedute dal profeta Ezechiello[76], ti lasciasti stuprare da contatto
straniero, possi un giorno, priva di gemme sozza di fango, essere
adattata per collare al collo di uno schiavo! — Tu sei stata infedele
ai capi italiani, tu hai volato di capo in capo, come femmina rotta
alla libidine insanisce negli abbracciamenti vituperosi; tu ti sei
data a chi ti ha voluto prendere... Però, quando i popoli italiani
risorgeranno alla vita di gloria, nessuno vorrà del tuo ferro per
fabbricarsene un pugnale, tutti rifiuteranno il tuo oro per comporsene
l'elsa della spada.
Ah sacerdoti! — E voi che la prometteste allo straniero, e voi che
faceste innanzi all'occhio di lui coruscare il lume delle sue gemme
come un sorriso di donna lusinghiera, e voi che gliela poneste sul
capo nel modo che altri spingerebbe la femmina comprata nel talamo
lascivo... come vi chiamerete voi? La mia favella ha un nome per voi,
ma le labbra non osano profferire l'oltraggio che avete le mille volte
meritato.
Da Desiderio perduta, voi la donaste a Carlomagno francese, poi agli
Ottoni alemanni, poi a Bavari, poi a casa Lucemburgo, poi a casa
Hohenstauffen; quindi la profferiste agl'Inglesi, di nuovo a Francesi,
poi a casa di Habsburg; poco prima se la contesero Francesco di Francia
e Carlo di Spagna: — Federico di Sassonia la ricusò[77], e tu adesso
aneli, o Carlo di Gand, un diadema che altri raccolse un momento e
subito dopo gittò via come cosa indegna di occupare il suo pensiero.
Egli ebbe dai posteri il nome di sapiente, — per te quello di stolto è
troppo poco.
E la stella della tua casa ricambiò con le gemme di cotesta corona un
saluto di luce per un tempo assai lungo; poi la fortuna stese la mano
e disse: Basta.
Comparve nel cielo un'altra stella che vinse la tua; venne sulla terra
un Fatale destinato a far l'ultima prova se la tirannide potesse durare
tra gli uomini splendida di gloria e di potenza, con l'ale del genio
incerate alle spalle; — la tirannide di Napoleone: — i popoli hanno
diruta la terra dagli artigli della sua aquila vittoriosa; quale altra
tirannide può adesso aver vita nel mondo? Se il leone non ha potuto
regnare, domineranno i lupi? Egli cacciò le mani nelle chiome agli
antichi tiranni e tolse a un punto il sonno dagli occhi e la corona
dalle teste di loro. — Oh! com'è miserabile cosa un re senza corona!
lo sarebbe meno senza senno: — in questo modo moverebbe la nostra
compassione, — in quell'altro eccita il nostro riso: egli tolse loro le
corone e le gettò dai balconi della sua reggia ai parenti, ai compagni
della sua fortuna, in quella guisa che un cavaliere novello sparge
pugni di monete alla plebe in segno di larghezza.
Te poi, o corona di ferro, non volle donare il Fatale, e chiamò il
sacerdote a imporgliela sul capo. Il sacerdote si mosse a dargliela,
imperciocchè egli potesse prendersela: ma quando si accostò all'altare,
e il sacerdote incominciò le sue preghiere, egli impaziente vi stese
le mani poderose e da sè stesso se ne cinse le tempie; allora il
sacerdozio ebbe uno sfregio nella faccia il quale ormai non varranno
a coprire nè benda di tiara, nè lembo di manto pontificio, sfregio che
sembra una sentenza di morte incisa con ferro rovente sopra la carne:
e tu saresti già morto, o sacerdozio, se alzando un grido di terrore
altri non veniva a soccorrerti. Qual soccorso però! Per impedire la tua
caduta, essi ti hanno posto ai fianchi due lancie per puntelli. — Ora
che cosa hai tu fatto? Ti sei procurato una lunga e dolorosa agonia;
tu hai voluto funestare le genti con lo spettacolo schifoso della tua
decrepitezza.
Ma se il sacerdote, quando il Guerriero fatale oltraggiò l'altare,
avesse avuto il convincimento del sublime suo ufficio; dove bene avesse
sentito sè essere vicario di Dio in questa terra, gli avrebbe rivolta
la corona rapita e, la rompendo sopra i gradini dell'altare, avrebbe
detto: — ecco io la spezzo, perchè tu la cingi alla tirannide dei
popoli; — umiliati, pugno di polvere, davanti al Dio che cancella le
intere generazioni col cenno del sopracciglio che solleva alitando un
turbine di mondi; — e dov'egli ti avesse resistito, tu avresti levata
al cielo la destra, e Dio l'avrebbe armata de' suoi fulmini.
Adesso il cielo la ridonò alla tua casa, Carlo di Gand, — ma per
quanto? — Poichè nel libro del destino non è concesso penetrare come
nel libro della speranza, io abbandono il presente e il futuro, e
ritorno nel tempo passato.
Già ve l'ho detto: un giorno si apparecchia negli anni che Carlo
vorrà liberarsi il capo da cotesto dolore di corona; — ora l'anelito
dell'amante che per la prima volta aspetta la faccia desiata della sua
donna è troppo poca passione per paragonarla a quella che agita Carlo.
Contemplatelo nella sala del suo palazzo: corre più che non cammina da
un lato all'altro, facendo sibilare per l'aria violentemente commossa
la veste grave di oro tessuto e di gemme; talvolta si ferma davanti
uno specchio di argento, e la mano ponendo sopra le chiome sospira:
«Oh! quanto mi tarda averle coronate... Ferdinando mi aspetta; Lutero
e Maometto minacciano la mia stella...» E all'improvviso volgendosi
verso un cavaliere il quale presso al balcone con un telescopio alla
mano pareva speculasse il firmamento, gridava: «Or dunque, Cornelio, il
tempo buono viene o non viene?»
«Divo Cesare, non è venuto.»
E Carlo riprendeva a passeggiare agitato e mormorava: «Che questo
sia il giorno più fausto della mia vita non può revocarsi in dubbio:
in questo nacqui... in questo vinsi a Pavia... in questo prenderò la
corona reale e imperiale[78]. Apostolo san Matteo, tra tutti i santi
del paradiso un buon consiglio concepisti davvero quando prendesti
a proteggere l'augusta mia vita... Tosto ch'io abbia danari, ti farò
cesellare un altare e sei candelabri d'oro...» E così continuava.
Cornelio Enrico Agrippa esercitava presso di Carlo l'ufficio di
astrologo ed era anco medico e giureconsulto _in utroque iure_,
facoltà le quali possono, anzi dovrebbero, andare unite insieme; ed
egli ora lo aveva caro, ora lo rampognava e scherniva: ma l'astrologo,
il quale troppo bene sapeva prendere il destro, nei giorni di favore
gli estorceva in sì gran copia dignità e danari da consolarsi negli
altri dell'oblio; e i modi di lui verso il suo reale padrone sentivano
a un punto dello schiavo e del tiranno: se ruggiva il leone, ed egli
blando, di parole carezzevoli, curvo col dorso; se invece esitava, ed
egli superbo, rigido di persona, con la voce tonante. Non vestiva già
zimarra bruna, nè intorno ai fianchi stringeva una cintura rabescata
con i segni dello zodiaco, squallida la barba, in capelli scomposti,
come gli altri suoi fratelli: al contrario, abbigliate le membra di
bei drappi di seta alla foggia di Spagna, col collarino bianchissimo,
arme e croce da cavaliere; a vedersi leggiadro. L'età sua o giungeva
appena ai quarant'anni, o di poco li passava; di sembianze argute,
di colore ulivigno, i capelli lucidi e neri, gli occhi più neri e
del continuo agitati, le labbra tumide e accese, tremanti in perpetuo
sorriso, il quale di leggieri si convertiva in sghignazzio, ed allora
gli si scoprivano i denti e gran parte delle gengive, — siccome avviene
a tutti gli animali che appartengono alla specie delle scimmie, quando
loro accada di schiudere la bocca.
Tale fu Cornelio Agrippa; e, di natura maligno, si compiaceva adesso
di fare scontare a Carlo con le torture dell'ambizione il disprezzo di
cui lo avviliva sovente. Appena nell'inquieto suo moto l'imperatore gli
volta le spalle, egli staccando l'occhio dal telescopio guarda dietro
il divo Cesare e crollando il capo dice:
«Povera creta!»
«Cornelio, fa che si operi presto la congiunzione dei pianeti»,
proruppe Carlo percotendo dei piedi il pavimento.
«Sacra Maestà, io contemplo, non muovo le sfere. Però l'ora si
avvicina: i miei occhi sono abbagliati dall'osservare lo splendore
della vostra stella; io non ne posso più sull'anima del mio cane
_figliuolo_[79].»
«Non bestemmiare, marrano, o io ti consegno mani e piedi legati al
papa nostro signore.... Perchè deponi il telescopio? Vien' qua, non
temere, mio buon Cornelio; torna a guardare.... esamina bene... nota la
congiunzione, la casa e il sembiante dei pianeti...»
«O Zoroastro glorioso!» rispose l'Agrippa lasciandosi andare sopra una
sedia a braccia aperte, «oh come ho io a fare? Voi mi volete cieco ad
ogni modo.»
«Cavaliere Agrippa, accettate di presente questi cento ducati per
comperarvi del taffetà verde da asciugarvi gli occhi, — fin qui
noi siamo imperatore eletto soltanto; domani, diventati imperatore
consacrato, avrete dono imperiale.»
«Meglio è perdere la luce nel contemplare la vostra stella che
acquistarla nel guardarne alcun'altra... Io mi ripongo all'opera.»
«Cornelio, dimmi, ma dov'è questa stella che tu affermi mia? Io ci
credo senza averla mai veduta...»
«E che importa vedere per aver fede? Dio vedeste voi mai?»
«Non lo vidi, sibbene lo sento.»
«E gl'influssi della stella non sentite voi? Chi vi fece eleggere
imperatore dei Romani a preferenza del Cristianissimo? Chi rese le armi
vostre fortunate? Chi vi mena davanti a un pontefice umiliato?»
«Ma mostrami la stella: io voglio vederla...»
«Accostatevi, Maestà, guardate dietro la direzione del mio indice,
sopra la croce del campanile di San Francesco; alzate gli occhi,
piegateli a destra in quella plaga del cielo...»
«Non vedo... non vedo nulla.»
«Aguzzate lo sguardo.... tendete, stringete forte le ciglia....
colà.... la vedete voi?»
«Ahimè!» esclamò Carlo con ambo le mani cuoprendosi gli occhi, «io
vedo... ho sentito il dolore di mille spade che mi pungessero le
pupille, — un milione di atomi luminosi, una vertigine di fuoco....»
«Or dunque pensate, se io possa o no sostenere il lume della vostra
stella....»
«Non importa... guarda... non istancarti di contemplare; io ti darò una
duchea... un principato... ma guarda.» E tuttavia le mani soprapponendo
agli occhi tornò a camminare di su e di giù per l'aula reale.
«Cornelio Agrippa, fissandolo dietro e con quelle sue labbra aperte
malignamente sorridendo, mormorò: «Vedi, ve' che teste da portar
corona! Un'accensione di sangue cagionata dallo sforzo degli organi
visivi egli scambiava in splendore di stelle.... ah!»
«Agrippa!» esclama Carlo, calmata che fu la doglia delle sue pupille,
«io voglio anche una volta veder la mia stella. — Additamela; io
voglio...»
«Silenzio! Ecco, la mirifica congiunzione succede; — adesso si opera
il portento dei cieli; il cielo della stella austriaca è compito:
dapprima lambiva rasentando Saturno... apportatore, per essere
frigido e uliginoso, d'infermità corporee, come chiragra, podagra ed
idropisia...»
Qui Carlo trasse un gemito, perocchè una crudele podagra spesso lo
tormentasse e gli facesse risovvenire che apparteneva anch'egli alla
terra.
«Possano i re non avere mai col mondo vincolo meno doloroso di questo»,
diceva in cuor suo l'astrologo maligno; quindi a voce alta continuava:
«e poco dopo si spiccò dal pianeta di Saturno, e a modo di ninfa che
corre co' capelli sparsi lungo la riviera, trapassò gran parte di
cielo spandendo lontano il fulgore de' suoi raggi; si fermò alquanto
nella casa di Marte, il quale l'accolse nella guisa che si ricevono
gli ospiti augusti; quinci si rimosse tendendo alla stella di Giove,
l'aggiunse, si ricambiarono un bacio di luce; ed ecco quella parte del
firmamento ormai apparirà più chiara agli occhi mortali pei due astri
fratelli. — O Cesare augusto, divo, fortunatissimo, concedi ch'io primo
mi prostri ai tuoi piedi. Dopo Dio chi più potente di te? Il mio cuore,
come tazza di soverchio piena, non può contenere la sua gioia; i miei
occhi sono costretti a piangere lagrime dolcissime di tenerezza...» E
prostrato abbracciava le ginocchia di Carlo.
Stava per profferire più parole assai, quando Carlo, vinto dalla
fumosità libera, prese ad esclamare:
«Sento l'influsso della mia stella. — Che in paradiso un apostolo
avesse cura speciale della nostra sacra persona, cel sapevamo; — che
nel cielo girassero pianeti a noi propizii, non ignoravamo; grandi
cose abbiamo fatto, più grandi ne faremo in seguito. Conquistato che
avremo il mondo, chi ci insegnerà la via di arrivare agli astri del
firmamento?»
Cornelio Agrippa steso ai piedi di lui pensava: — Sta lieto, Carlo, con
due dita di lama di Cordova tu potrai fare un assai lungo viaggio. —
«Quale indugio è mai questo? I miei momenti sono secoli per gli
altri: ogni istante della imperiale nostra vita contiene il destino
di cento generazioni. Che fa egli questo neghittoso di papa? s'egli
non istà pronto ai nostri cenni, noi lo rimanderemo come un veterano
invalido...» — E così favellando alzò i piedi per balzare, sicchè forte
percosse con uno nella bocca all'Agrippa, e poi correndo ad afferrare
un campanello lo agitò violentemente a più riprese.
Cornelio, sorgendo e con la mano tentandosi le labbra per vedere se
lo avesse ferito, mormorava rabbioso: «Cane di Fiamingo, tu paghi
le verità da re, — impiccando chi te le dice, — e le menzogne da
sacerdote, con le promesse! Un giorno o l'altro, io faccio conto che
tu abbia a inventare le indulgenze imperiali. Superbo e misero, io ti
avrei lasciato e ti lascerò forse tra poco pel tuo emulo Francesco
di Francia; un imbecille coronato al par di te, ma più prodigo di
quello che rapisce ai suoi popoli: — trattanto io mi compiaccio di
tormentarti... ho qui in tasca sei congiunzioni di stelle tutte funeste
per te... per ora va' lieto a prendere la corona; per oggi il tuo
demonio ti scioglie la catena: — ungiti del crisma; poi, unto o no,
con la corona o senza, tu non sarai meno il trastullo dei miei ozii
fantastici.»
[Illustrazione: Finalmente il santo padre gli cinse le chiome
della corona imperiale. _Cap. IV, pag. 102._]
Comparve alla subita chiamata il signore di Rodi, maggiordomo maggiore;
il quale, semiaperta la porta, sporgeva il capo e parte del petto,
non osando penetrare più oltre. Tosto che Carlo lo vide, lo interrogò
dicendo:
«Sire di Croy, qual'ora è ella?»
«L'ora che piace a Vostra Maestà.»
«No, Adriano», rispose blando Carlo, lusingato da cotesta sconcia
piaggeria; «il sole non tramonta mai nei nostri regni, ma egli
si mantiene pur sempre il re delle ore: se gli illustrissimi
cardinali vennero, come spero, a incontrarci, dite loro che noi gli
aspettiamo...»
I cardinali Ridolfi o Salviati non istettero molto a presentarsi
splendidi di cappe vermiglie; e tolto ambedue Carlo sotto le braccia,
con molta solennità lo condussero all'aula reale del primo piano del
palazzo.
Quivi, parte delle pareti atterrando, avevano praticato certa capace
apertura dove metteva capo un ponte magnifico, ornato di alloro, di
mirto e con fronde verdissime di ogni ragione, decoroso per fasciature
d'oro e per le armi alternate dell'imperatore e del pontefice, il quale
percorrendo meglio che duecento braccia di cammino conduceva al tempio
di San Petronio insensibilmente digradando; a mezzo il ponte, parata
di splendidi arazzi, illuminata da mille torchi, sorgeva una cappella
dedicata alla Beata Vergine fra le Torri.
Uscendo dalla reggia per la indicata apertura, primo a toccare il ponte
fu un drappello numerosissimo di giovanetti nobili, i quali e per la
dovizia delle vesti e per la bellezza dei volti mettevano in tutti
maraviglia e contento.
Succedevano ai giovanetti, gentiluomini e cavalieri di varii ordini
equestri, ognuno vestito alla sua foggia e decorato delle varie insegne
dell'ordine a cui apparteneva; poi venivano baroni, conti, marchesi,
duchi, principi del sacro romano impero e i primari ufficiali della
corte di Carlo. Poco dopo, singolare a vedersi, compariva una immensa
caterva di araldi abbigliati con svariatissime assise, spediti per
assistere alla solennità della incoronazione non pure dai regni di
Aragona, Navarra, Napoli, Sicilia, Granata, dalla Borgogna, dalla
Germania e da molte principali provincie e castelli appartenenti
a Carlo, ma ed anche da re e principi stranieri, come di Francia,
Inghilterra, Scozia, Portogallo, Ungheria, Polonia, Boemia, Austria,
Savoia e altri infiniti. Passati questi, sopravvennero i maggiordomi
della corte di Carlo portanti mazza di argento in segno della propria
dignità; ai quali teneva dietro Adriano sire di Croy, signore di Rodi,
maggiordomo maggiore, tenendo alzata la sua mazza di mole assai più
grande delle altre. Immediatamente subentrano, coll'ordine che sarà
per noi riferito, i principi cui incombeva l'ufficio di recare gli
arnesi all'incoronamento necessarii. Primo di tutti l'illustrissimo
principe Bonifacio Paleologo, marchese di Monferrato; egli veste una
cappa di seta di color vermiglio, sovr'essa un manto di porpora;
gran parte delle spalla e del petto gli cuopre una pelliccia di
candidissimi armellini. Lasciamo senza descriverli i molti ornamenti
d'oro e di gemme, che davano bagliore in chiunque li contemplava;
ma non possiamo trattenerci dal rammemorare la corona marchesale,
con ingegno meraviglioso lavorata, insigne per gemme d'inestimabile
valore. Nella mano destra egli porta lo scettro d'oro. Viene secondo
lo strenuissimo e magnificentissimo Francesco Maria della Rovere,
duca di Urbino, non meno di gemme splendido e d'oro del Paleologo, che
porta levato lo stocco imperiale d'infinita ricchezza; seguita terzo
il valoroso principe Filippo dei duchi palatini del Reno e di Baviera,
doviziosamente ornato della corona e della porpora ducali, il quale
sostiene il mondo dorato. Finalmente succede il potentissimo Carlo,
duca di Savoia, anch'egli vestito della porpora ducale e incoronato di
una corona che fu pregiata meglio di cento mila ducati; a lui spettava
portare con ambe le mani le due corone reale e imperiale. — Ecco Carlo:
— la gioia soverchia lo tinge co' colori medesimi della paura; ha il
volto pallido, le labbra pavonazze, gli occhi spenti: e' sembrava un
condannato tratto a guastarsi. I cardinali diaconi, avvolti di ampio
piviale, col capo coperto di mitria, gli stanno a' fianchi; il conte
Enrico di Nassau gli sorregge dietro la coda del reale paludamento.
Secondo l'ordine e prerogative loro seguono gli oratori di Francia,
Inghilterra, Scozia, Portogallo, Ungheria, Boemia, Polonia, del duca
di Ferrara, Veneziani, Genovesi, Sanesi, Lucchesi, Fiorentini, e di
altri non pochi. In ultimo luogo i consiglieri e i secretarii del
consiglio di Cesare, separati dalle altre turbe sorvegnenti da una
mano di cavalieri armati di corazze d'oro, e di mazze d'arme dal manico
d'argento.