l'imperatore traendo un sospiro, «e i tempi futuri stanno chiusi
nella mano di Dio[73].» Dipoi, simulando risolversi con gran pena
per quello a cui si era disposto molto tempo avanti, soggiunse: «Si
unisca la mia casa alla vostra, e possa il presente trattato mantenersi
indissolubile, come il sacramento che statuiamo adesso tra i nostri
figli...; — però — mi è corsa una voce intorno a cotesto vostro duca
di Civita di Penna, e me lo hanno detto camuso, — di sembiante osceno,
— rotto ad ogni maniera di libidine... figlio di schiava africana...»
E qui, piegando la persona, susurra l'estreme parole nell'orecchio del
papa.
«Chi ve lo ha detto?» proruppe impetuosamente il pontefice; «non
lo credete! e' v'ingannano: egli è buono, prudente e cortesissimo
giovane, egli vi amerà come padre... dopo Dio primo. Voi lo avrete,
Maestà, ministro pronto dei vostri voleri, figliuolo ossequentissimo
e servitore. Certo egli non si cura acconciarsi i capelli nè si mostra
pieno di smancerie o cascante di vezzi: le fogge aborre e i costumi di
cinedo: per lo contrario, valido di membra, non depone mai il giaco; e
di corpo prestante, non cede a nessuno negli esercizii che si addicono
a perfetto cavaliere...» E continuava tutto acceso nel volto, con gesti
sdegnosi, quando si accôrse che Carlo lo fissava con tale uno sguardo
indagatore e maligno ch'egli temè essersi troppo lasciato scoprire. —
Si rimase in tronco pertanto senz'aggiungere altre parole.
«Io non avrei mai creduto che tanto vi stesse a cuore il vostro nepote
Alessandro, Beatissimo Padre», riprese Carlo con ostentata ingenuità;
«ma dacchè voi volete che sia così, e così sia. A tempo debito
Alessandro condurrà in moglie la nostra figlia Margherita. In questo
modo vi piace? Rimane adesso null'altro da discutere e statuire tra
noi?»
Clemente, guardato prima con molta diligenza un taccuino che si cavò
dal seno di sotto alla mezzetta, rispose:
«Più nulla.»
«A quando l'incoronamento?»
«I vostri ufficiali di cerimonie possono concertarne il tempo e le
forme col maestro del sacro palazzo.»
«Addio, dunque, Beatissimo Padre.»
«Anche un istante, dilettissimo figlio, anche un istante», soggiunse
Clemente accostandosi a Carlo V; e toltasi dal collo una croce d'oro,
ne alzò la lamina superiore, ed esponendo scoperte le reliquie quivi
dentro incastonate, riprese così: «Quando gl'infedeli, che osano
adesso insultando minacciare la vostra Vienna imperiale, avevano tutti
tremanti sgombrato il sepolcro di Cristo, un principe di Gerusalemme,
un Lusignano, presentò alla Santa Sede questo frammento preziosissimo
del vero legno della croce dove moriva il nostro divino Redentore. Se
i giuramenti che vi si fanno sopra non si mantengono, il cielo e la
terra non accolgono più cosa sacra che basti a vincolare gli uomini
tra loro. Carlo, giuriamo su questo legno bagnato del sangue di Gesù di
conservare inalterabile la pace statuita tra noi.»
«Santità», riprese l'imperatore commosso, ed altrove volgendo la
faccia allontanava con la destra la santa reliquia, «non vogliamo, di
grazia, porre la colpa traverso una via ch'ella poi non c'impedirebbe
percorrere quando la necessità ne stringesse o l'utile ne invitasse: e
inoltre noi non saremo a condizione pari; imperciocchè voi teniate le
chiavi di san Pietro e con esse la potestà di legare e di sciogliere,
mentre io non troverei in veruna parte del mondo un altro papa Clemente
che me sciogliesse dal trattato di Bologna, come voi scioglieste
Francesco I di Francia dal trattato di Madrid[74]. Non giuriamo
pertanto; facciamo meglio, industriamoci di mantenere perenne l'utile
che adesso troviamo nella scambievole unione. In ogni caso io sono
fermo di non giurare.»
Il pontefice turbato si tacque.
Carlo agita un campanello d'argento. Le porte della sala si aprono
strepitose, e quinci si vedono in due ale lunghissime disposti in
ginocchio da una parte gli ufficiali dell'imperatore, dall'altra del
papa, e in fondo, di faccia, un prelato in piedi con la triplice croce,
insegna della presenza del vicario di Cristo. Carlo medesimo si prostrò
davanti a Clemente e in atto di riverenza divota supplicò:
«Beatissimo Padre, vogliate compartirci la vostra apostolica
benedizione.»
E il papa, sollevata la destra, susurrò la benedizione. Quali pensieri
gli si avvolgessero per la mente, Dio gli sa che li vide, ma anche
noi possiamo dichiarare che certamente non furono di amore. Però dei
circostanti taluno ne rimase intenerito fino alle lagrime; — tal altro
ne sorrise come di scena rappresentata valentemente da attori famosi;
— tutti poi si accordarono nel credere che cotesti due potenti avessero
trovato utile bastevole per diventare amici.
E Carlo disparve; — le porte si chiusero, — Clemente si trovò solo
nella stanza. — Allora, declinato il capo sul camino, meditò, — meditò
per lunghissima ora: all'improvviso si muove e si pone davanti alla
sedia che occupò l'imperatore durante il colloquio:
«Carlo d'Austria!» cominciò a dire alzando il dito e comprimendolo
sopra l'angolo della tempia destra, «le libertà dei comuni di Spagna,
i privilegi delle città dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati
Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con
ogni ingegno per divorarli; bada, Maestà, il tarlo rodendo si scava la
tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti
della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se
pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni
giorno il tuo spirito tramonta. Maestà, tu mi hai supplicato per
ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei
venuto in capo al mondo per offrirtela; — pròstrati, Maestà, umiliati,
perchè mi tarda importi questa corona sul capo; — io la circonderò
di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio
scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io
ti adatterò la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo;
che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa?
Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati
a prostrarti, Maestà: io m'innalzerò tanto, quanto tu l'abbasserai;
e allorchè, Maestà[75], avrai baciato la polvere de' miei calzari, ti
travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua
viltà e in processo di tempo se vorrai abbattere l'idolo che tu stesso
avrai fatto grande, o non vi riuscirai, o rimarrai infranto sotto la
rovina di quello.»
«Chi siete? donde venite e dove andate?»
Con uno strido da uccellaccio notturno gridò certa squallida figura,
lanciandosi a guisa di gatto dal banco dei doganieri in mezzo alla
porta di Santo Stefano a Bologna ed afferrando per la briglia il
cavallo di un uomo che agli atti e alle vesti sembrava un cavallaro.
Dov'egli non avesse profferito coteste parole, non lo avrebbero
reputato mai creatura umana. Siffatti sciagurati, se pure uscirono di
mano, alla natura, ciò avvenne per certo nell'ora del crepuscolo, verso
notte qual mal si discerne quello che si opera, e le membra spossate
non si reggono dalla fatica; colpa od errore del quale ella meriterebbe
riprensione, e lo dovrebbe riparare con un ammenda onorevole.
Una testa, di sotto, di sopra, tutta tonda, colorita con la serie
infinita dei gialli e dei verdi che presentano le mal'erbe cresciute
per la superficie delle acque corrotte, e su le mascelle più verdi a
cagione della barba. La fronte poi, ingombra di capelli neri ed irti;
e quella fronte, larga quanto basta per improntarvi sopra il marco
dei falsarii. I suoi occhi, a vero dire, accennavano una scaltrezza
intensa, ma limitata entro angustissimo cerchio; — scaltrezza da
tagliaborse, da baratore di carte, e nulla più. Una testa da incutere
spavento, se non avesse mosso a riso, — da mandarsi senza processo al
patibolo, — o da presentarla a' fanciulli per giuoco. Le spalle aguzze,
la persona rigida e piegata in avanti, le braccia aperte, quasi per
equilibrare l'osceno edifizio del corpo, e le mani stese, perpetuamente
moventisi a quell'atto che fa lo sparviere o uccello altro di rapina
quando raspa per ghermire; — forse la continua fissazione dell'anima,
— se anima può dirsi lo spirito che dentro cotesti enti rumina
sempre malefizii ed insidie — partecipava quel moto alle sue mani,
imperciocchè egli fosse una di quelle creature le quali in ogni tempo
oscillano tra la catena, il capestro e la lapidazione del popolo
inferocito, — disprezzate a un punto e abborrite, — capaci di vendere
trenta Cristi per un danaro solo; vergogna della specie alla quale
appartengono come un'ulcera al corpo umano; — qualche cosa più di un
carnefice, qualche cosa meno di un giudice; — allora si chiamavano
cancellieri criminali, — oggi _commissarii, delegati, arnesi_ insomma
di _polizia._
Il cavallaro, giovane e di membra validissime, stette alquanto in forse
di rispondergli, o balestrarlo venti passi lontano; pur finalmente tra
sdegnoso e beffardo, disse:
«Messere, siete voi del Cottaio o del paese del prete Gianni, che non
conoscete l'assisa del comune di Fiorenza? — O non vedete il giglio
roseo, insegna della nostra repubblica?»
«Che gigli e che non gigli? Io non so di gigli. — Dello stato di
Fiorenza non conosco nè approvo altra insegna che le palle dei Medici.»
«Sapete voi, messere, come corre il proverbio al mio paese? Se non ti
piace, mi rincara il fitto.»
«Eh! se permettessero di fare a me, non vi lascerei nè anche gli occhi
per piangere, non che la bocca per proverbiare...»
«Fate una cosa, messere: unite le vostre armi con quelle
dell'imperatore e moveteci la guerra...»
«Io vi farei paura...»
«E ve lo credo senza giuramento; paura da sconciare le donne gravide...»
«Ch'è questo?» interruppe sopraggiungendo un secondo cavallaro
assai attempato e di sembianze più mansuete del primo; «ch'è questo,
messere?»
«Non si passa», risponde il cancelliere.
«Manco fatica, più sanità; e ce ne torneremo addietro...
«Non si torna addietro.»
«Saremmo per avventura ritenuti prigionieri?»
«Così fosse!»
«Dunque?»
«Scendete, aprite, le valigie, perchè i gabellieri le visitino.»
«Deh! che mal'ora scegliete a burlare, messere! lasciatene andare per
la nostra via, chè siamo della famiglia dei magnifici ambasciatori
spediti dalla Signoria di Fiorenza al sommo pontefice.»
«Egli è bene per questo ch'io vi debbo frugare.»
«Ma a voi, che mi parete uomo di lettere, non dovrebbe essere
mestieri insegnare come presso tutti i potentati della terra, il Turco
inclusive, gli ambasciatori e le famiglie loro godono franchigia di
dazii e gabelle.»
«Sua Santità in casa sua ha promulgato una legge diversa...»
«Non sono leggi queste che ogni principe promulga a suo senno. Io sono
vecchio del mestiere; ho accompagnato ambasciatori all'imperatore,
al Cristianissimo, ai Viniziani, ai pontefici, a questo stesso papa
Chimenti, e nessuno fin qui mancò di praticare l'antica usanza della
franchigia.»
«Cominceremo ora.»
«Se voi siete ad ogni modo fermo del vostro proposto, a noi, come
fanti, non appartiene conoscere che cosa sia conveniente a farsi. I
magnifici ambasciatori ci stanno dietro il piccolo cammino; noi andremo
per essi, e...»
«Non potete tornare indietro.»
«Aspetteremo.» E la voce del vecchio cominciava a infiochirsi per ira,
il volto a divampargli il fuoco.
«A me tarda adempìre l'obbligo mio; non posso mettere indugi tra mezzo,
bisogna che vi lasciate frugare, e subito, — e per forza.»
«Va, torna dal tuo signore e digli che se l'ordine ti commise e
la insolenza per significarlo, dimenticò poi darti la forza per
eseguirlo.»
Queste parole proferì il giovine cavallaro Bindo di Marco Berardi,
soprannominato il Gorzerino, e al punto stesso forte percosse con la
mano aperta sul petto al cancelliere, ed abbrancatoglielo quanto era
largo, lo sollevò da terra, e con quel vigore che la natura aveva posto
nel suo braccio, e che l'ira accrebbe, lo lanciò impetuosamente lontano
da sè. Descrisse il cancelliere una curva per l'aria volando, e toccata
ch'ebbe con i piè la terra, prese a muoverli celerissimi uno dietro
l'altro correndo all'indietro, finchè, perduto l'equilibrio, a braccia
stese e a gambe levate casca supino nel fango della via. La zimarra
nera ripiegandosi gli si avviluppa sul capo; ond'egli quanto più si
sforza tôrsi d'impaccio, tanto più vi s'intrica e le vesti curiali di
mota e d'immondezza contamina. Amici e nemici prorompono in altissime
risa.
[Illustrazione: Procedendo di alquanto spazio, prima degli
altri, un ambasciatore che sembrava il meglio autorevole,...
_Cap. III, pag. 81._]
Pur finalmente si sbrogliò costui; scomposti i capelli, livido,
tremante di rabbia, lanciò attorno uno sguardo, donde parve scaturire
un getto di veleno.
«Ridete eh?» prese a balbettare fissando i gabellieri. «Si tolga il
demonio l'anima mia, se io non vi faccio gli uomini più dolenti del
mondo. Vedremo un po' se riderete quando mastro Spedito vi acconcerà la
corda attorno al collo.»
Quindi la persona volge per parte, mentre tuttavia mantiene il volto
di faccia; guarda in un lato, mentre co' piè s'indirizza in un altro,
siccome fanno le nottole allorchè volano per le tenebre dei cieli, e
con voce baldanzosa continua a gridare:
«Fuori, sergente Montauto, arrestateli, — legateli, — menateli in
prigione...»
E in meno che non si dice un _amen_ una torma di uomini armati
comparve, come se fosse piovuta dai nuvoli o scaturita dalla terra.
Bindo di Marco, staccatasi prestamente la daga dal fianco, la trasse
fuori e, il fodero gettato per terra, esclama:
«Fo voto a Dio che chiunque di tanto è ardito da muovere un passo oltre
quel fodero, lo stendo morto ai miei piedi.»
E fieramente turbato si pone in atto da eseguire la minaccia.
«Ah! per questa volta monna Lessandra non rivedrà più la faccia del suo
marito, nè la Dianora bella la faccia di suo padre», susurrò sommesso
il vecchio cavallaro passandosi una mano sopra la fronte.
Intanto il sergente Montauto, senza punto badare alle parole di Bindo,
calatasi giù dalle spalle una partigiana, la spinse contra il fianco
destro del giovane; e già stava per ferirlo, e lo avrebbe ucciso di
certo, se il compagno, lo soccorrendo in buon punto, non avesse con un
colpo di daga tagliato meglio che un palmo dell'asta della partigiana;
e subito dopo con quanta aveva di voce nella gola gridava:
«Che modi sono eglino questi, messere sergente? Dove avete appreso la
milizia? Da quando in qua si è inteso dire che venti uomini armati di
partigiane non adontino assalire due uomini armati soltanto di daga?»
E Bindo inferocito nel medesimo tempo anche più forte gridava:
«Marrani! poltroni! venite oltre, che Dio vi mandi il mal giorno e
il mal anno; — vi mostrerò ben io che le vostre partigiane sono di
paglia.»
«O Bindo, per la testa di san Giovanni Battista! manda cotesta lingua
al beccaio, se ami riportare le tue ossa a casa...»
«Berrovieri del papa! Scherani usciti da bastonare i pesci...»
«Deh! Bindo, ci ammazzeranno qui come cani, nè tu potrai difendere la
diletta tua patria...»
E Bindo, fatto senno, alle ultime parole si tacque...
Il cancelliere, salito di nuovo sul banco dei doganieri, non cessava un
istante dal replicare:
«Ammazza, ammazza!»
Il sergente Montauto, un poco atterrito dal colpo del vecchio, un poco
trattenuto per la vergogna, non ardiva di stringere da più vicino i
cavallari.
In questo, il popolo si spingeva, si urtava, si affollava, a mano a
mano spazio maggiore di terreno occupava, come il serpente tocco dal
calore del sole distende le terribili spire e striscia maestoso pei
campi; — curioso, anelante domandava chi fossero — a che venissero —
perchè gli molestassero.
Fra mezzo al popolo si erano intanto insinuati gli oscuri agenti del
governo sospettoso, spie, sbirri ed uomini altri siffatti, pessimi
vermi di società putrefatta; e ad ogni domanda rispondevano un inganno,
ad ogni fatto apparecchiavano una insidia, i più clamorosi notavano ed
attendevano il destro di legarli e condurli al bargello.
Il popolo deluso gridava: «Dalli! dalli! che sono contrabbandieri;
— vennero ad appiccare i cedoloni in vituperio di Sua Beatitudine
e di Sua Maestà cesarea; — hanno portato veleno per attossicare il
papa, l'imperatore e i baroni; dentro le costoro valigie c'è il fuoco
infernale, c'è la scomunica;» e infamie altre cotali.
Ma la ragione all'improvviso balenando sull'anima del popolo, gli
dimostra apertamente la frode: — I contrabbandieri non si accostano di
bel giorno alle dogane; il veleno non è cosa da portarsi in valigie:
— il fuoco nemmeno; nè si scomunica il papa; — e allora vergognando
taceva.
Per somma infelicità di questa nostra umana natura, la ragione,
illuminando l'anima del popolo a modo di baleno, dura poco, sicchè
presto ricade nel buio della ignoranza e nel furore, miserabili
malattie, e non le sole nè le più turpi, le quali con dolcezza infinita
de' suoi oppressori lo tengono del continuo travagliato; onde di nuovo
più fieramente che mai il popolo prorompeva: «Giù le valigie! Aprite
le valigie! Vogliamo vedere quello che sta chiuso nelle valigie! Le
valigie! le valigie!»
E negl'intervalli la voce del cancelliere, come lo strido dell'uccello
dal sinistro augurio, ripeteva: «Ammazza! ammazza!»
I cavallari, fermi nel proposito di non si lasciare manomettere, se ne
stavano apparecchiati a morire non senza vendetta.
Il Montauto, dall'universale consenso del popolo imbaldanzito, usciva
dalla sua prima esitanza e comandava ai soldati abbassassero le
partigiane e quei due ostinati investissero.
Sangue italiano sta per versarsi e da mani italiane sopra terra
italiana.
«Gli ambasciatori!»
Udita appena questa voce, il popolo, secondo il suo costume, si volge
ai nuovi venuti, come a personaggi sopraggiunti in buon tempo a rendere
più complicato il dramma. I soldati sospendono l'assalto; rimangono
tutti ansiosamente aspettando ciò che stava per nascere.
Ed in vero onorevoli di fanti e palafreni i magnifici ambasciatori
della Repubblica Fiorentina si accostano; — vestiti di lucchi di
panno vermiglio, co' cappucci di colore più cupo e i lunghi becchetti
avviluppati intorno al collo in molto maestosa maniera; — uomini di
grave sembianze, contegnosi e severi, siccome conveniva a cittadini
di città libera, usi a obbedire alla legge soltanto e da loro stessi
proposta ed approvata.
E poi gli seguitava una bellissima accompagnatura di giovani, i quali
per vaghezza di vedere la incoronazione dell'imperatore quivi erano
tratti e per godersi delle feste; imperciocchè le pubbliche calamità,
invece di trattenere gli uomini da simili passatempi, gli rendano
anzi molto più vogliosi di prima, al naturale talento aggiungendosi il
bisogno di sollevare l'animo dai presenti fastidii.
Si aperse spontanea l'onda del popolo, accolse dentro di sè i
sopravvenuti, e loro si richiuse fragorosa di dietro.
Procedendo di alquanto spazio, prima degli altri, un ambasciatore, che
sembrava il meglio autorevole, fissò di uno sguardo bieco i cavallari
e, senza nessuna cosa domandare, senza nessuna risposta attendere,
comandò:
«Riponete le daghe.»
E poi rivolgendosi al Montauto riprese:
«Soldato, perchè assalite la nostra famiglia?»
«Magnifico ed onorando signore, io non lo so...»
«E senza saperne la cagione voi eravate sul punto di spengere due
uomini... due cristiani!...»
«In verità, magnifico messere, noi altri soldati facciamo sempre
così. Per ammazzare gente non fa punto al caso saperne le ragioni e le
cagioni. Se a voi piace conoscere più oltre, domandatene qui al mastro
doganiere...»
«Che mastro o che non mastro!» interruppe il cancelliere, il quale, nel
considerare come verun conto si facesse di lui, tutto si scontorceva
di rabbia. «Io ho dato l'ordine, ed io intendo ch'e' venga eseguito
subito. — Subito frugateli, vi comando...»
Ma il popolo, che aveva preso un tal quale diletto alle parole del
personaggio, percosso ancora da certo ribrezzo per cotesto suo strido
increscioso, rammentò le sevizie del cancelliere uso a infierire contro
di lui; e prevalendosi della occasione di spaventare chi tanto spesso
lo empiva di terrore, voltò l'immenso suo capo, terribile per mille
occhi, — per mille bocche, — e lo interruppe a sua posta urlando:
«Sta cheto, ribaldo!»
E il cancelliere, umiliato, dimise lo sguardo, si morse lo labbra,
sospirò: — ma quando rialzando gli occhi gli venne fatto vedere da
lontano disegnarsi nell'orizzonte la cima delle forche, si fregò le
mani e susurrò commosso, come il devoto che recita il responsorio al
suo santo avvocato: «Là ti aspetto!» — e si tacque.
«Mastro, vorreste o sapreste voi dirmi la cagione di questo trambusto?»
continua, appena gliene fu dato luogo, l'ambasciatore volgendo la
favella al doganiere.
«Magnifico ed onorando messere, Sua Santità il sommo pontefice ci ha
fatto, non è molto, significare il comando di sostenervi e guardarvi
diligentemente nelle valigie: i vostri cavallari si sono opposti armata
mano, e ser Manetta cancelliere del podestà ha chiamato la milizia per
costringerli a forza.»
«Guardare nelle nostre valigie! Ciò è fuori di ogni consueto e contro
la convenienza. Ci credete voi forse frodatori di gabelle?»
«Io vi ho in pregio di persona onorata e dabbene; ma voi intendete,
messere, che noi siamo servitori, e ci tocca obbedire alle voglie del
padrone.»
«Orsù, vediamo se troverò io il modo di acconciare questa bisogna.
Immaginate pure le nostre valigie piene di mercanzia gravata di gabella
qual volete maggiore; io vi pagherò il dazio a prezzo di tariffa.»
«È giusto!» il popolo interrompeva, «è giusto!»
Allora le spie raddoppiavano gli sforzi e incitavano ora questo ora
quello: «No, vogliam vedere; qui dentro gatta ci cova. — Ve lo aveva
assicurato pur dianzi che portano veleno, e voi non la volevate capire:
— vedete come s'ingegnano a non mostrare le valigie e non _sine quare_,
— ci hanno il veleno, il veleno...»
E il povero popolo traviato urlava di nuovo: «Vogliamo vedere! vogliamo
vedere! Ci hanno dentro il veleno.»
L'ambasciatore fiorentino, turbato da cotesto schiamazzo, sciolse con
atti sdegnosi la sua valigia dalle groppe del palafreno e, la gettando
ai piedi del doganiere, sclamò:
«Guardate!»
Il popolo urtandosi, in punta di piedi, l'uno con le mani su le spalle
dell'altro, tutto occhi, tutto orecchi, a collo teso, a bocca aperta,
stette a vedere che cosa contenesse la valigia dell'ambasciatore.
Il doganiere vi stese sopra le mani, e profferite che ebbe così presto
presto, come per uso, le parole:
«Mi duole recarvi dispiacere», scioglie le fibbie e ne trae fuori:
«Un lucco di panno vermiglio!»
E il popolo:
«Povere vesti sono coteste! I baroni spagnuoli e tedeschi le costumano
d'oro e di seta.»
E un vecchio del popolo:
«Ma e' se le fanno co' nostri danari.»
«Due farsetti di rascia cremesina e un cappuccio.»
E il popolo:
«I baroni li portano di velluto e di broccato, con belle piume e
fermagli o medaglie che costano un tesoro.»
E il vecchio:
«Sì, un tesoro, ma a noi: — ai baroni la violenza per rubarlo.»
«Una borsa piena di fiorini!»
E il popolo:
«Oh!»
E il vecchio Petronio:
«Nei fornimenti dei baroni spagnuoli e tedeschi bene avreste trovato
la borsa, — ma vuota per riempirla de' tuoi ducati, popolo bestia che
sei.»
«Ha ragione Petronio! Viva il vecchio Petronio! Viva!»
Continua la visita del primo ambasciatore: poi vennero con eguale
diligenza frugati gli altri e la famiglia loro e l'accompagnatura,
nella quale si trovò Benedetto Varchi scrittore della storia dei
tempi presenti. Rimaneva di tanti un uomo solo, Guglielmo Rucellai, il
quale anch'esso aveva seguitato gli ambasciatori per godersi le feste
della incoronazione, giovine di piacevolissima natura e compagnevole
se altri fu mai, grande amico del buon vino quando ne trovava,
accomodandosi anche al tristo se non riusciva a scavarlo migliore:
e la sera precedente alla osteria tanto ne aveva bevuto alla salute
della libertà, tanto alla salute della patria, del Marzocco, della
Signora, del Giglio, eccetera, come dicono i notari, che alla fine fu
forza prenderlo in quattro e gettarlo sul letto. — Ora ei se ne stava
intronato dalla ebbrezza non bene svanita, nè aveva potuto comprendere
ancora la cagione di quel rovinio, quando il doganiere lo scosse
dicendogli:
«A voi, messere!»
«Oh che c'è egli?»
«La valigia!»