Tale fu la madre di Carlo, e tale fu egli stesso quando, dalle

infermità domato e dagli anni, mutò la porpora imperiale in cocolla

da frate, e rotta la corona sopra la soglia di un convento, dei

bricioli se ne fece un rosario per contarvi sopra i _paternostri_

e le _avemarie._ Dopo tanto sorso bevuto alla coppa del potere,

la gettò via lontana da sè, quasi lo avesse inebbriato di fiele.

Miserabile! Chè quando a Laredo in Biscaglia baciò la terra dicendo:

«O madre comune degli uomini, nudo sono uscito dal seno di mia madre,

e nudo ritornerò nel tuo[62]», cotesto grido non mosse mica da anima

fortemente contristata, bensì fu lamento neghittoso di pellegrino

il quale si lascia cadere sull'argine della via e quivi aspetta

piangendo la morte. Nè quando volle innalzarsi il feretro e assistere

vivo alle sue esequie[63], lo vinse ira o disprezzo o fastidio degli

uomini, come Silla e Diocleziano, sibbene la paura dell'inferno.

Prima che lo cancellasse la morte dal libro dei viventi, il demonio

dello scherno aveva spento con un soffio la fiamma di cotesto spirito

superbo, e sopra la fronte nuda di capelli, di corona e di pensiero,

ridendo scriveva: «Qui dentro giace sepolto l'intelletto di Carlo V

imperatore!»

Però da questo tempo a quello in cui si era ristretto a parlamento con

Clemente VII ci correranno trent'anni: adesso egli gode meditando che

ne' suoi regni non tramonta mai il sole: — anela portare il mondo sul

pugno come dal paggio si costuma il falcone; due soli potenti intende

che abbiano a temere i mortali nel creato! lui in terra, Dio nel cielo.

Clemente papa, scuoti la polvere del tuo sepolcro, rompi la lapide e

mòstrati qual eri allora e quali disegni concepivi: mòstrati insomma

quale apparrai nella valle di Giosafatte. Ricusi forse svegliarti

dal tuo sonno di marmo? Dirai che al cospetto dell'Eterno soltanto

vuoi comparire il giorno del giudizio? Esci: la storia apparecchia

il giudizio di Dio e rimuove dalle tombe degl'iniqui la mala erba

dell'oblio, onde vi cada intera la maledizione delle schiatte

succedentisi nei secoli. Vorrai forse minacciare me de' tuoi fulmini?

Ben altri fulmini che non furono i tuoi stanno spenti a Sant'Elena. I

nostri pargoli adesso getterebbero via le tue scomuniche come trastulli

vieti, — i giullari non vorrebbero rammentarle neanche come facezie.

— O san Pietro glorioso, sarebbe il mondo diventato tutto luterano? Mi

pare che strilli dal fondo del suo avello cotesto snaturato figliuolo

di Firenze. — No, no, confórtati, papa Clemente; te, Lutero, Calvino,

quanti vi hanno preceduto, quanti vi hanno seguito, mitre, corone,

porpore, cappucci, Numa, le leggi delle XII tavole, sant'Ignazio da

Loiola, Leopoldo I, san Domenico, e tutto quello che fu, il Destino

ripose dentro immanissima urna, e l'agita, l'agita, finchè la sorte

o la ragione non venga ad estrarne l'arcano della umana felicità. —

Esci dunque, Clemente. Ecco, secondo il costume dei papi e dei re, tu

vesti un manto vermiglio. A quanti oppressori vissero di sangue talentò

mai sempre il colore rosso, — certo perchè non vi si distinguesse

sopra quel sangue! O sciagurati! Dio discerne il sangue del popolo

dal sangue della porpora. La tua barba diventò bianca per gli anni,

il tuo volto rugoso, le pupille ti tremano sotto le ciglia come alla

lepre, il corpo hai irrequieto, ogni rumore ti mette spavento. Nessuno

ti sta alle spalle; chiudesti di tua mano le porte, e non pertanto ti

volgi improvviso dubitando che sopraggiunga Alarcone[64], il quale,

prigioniero fuggitivo, ti riconduca in castello Santo Angiolo; o il più

fiero Giorgio Frandesperg, che adempiendo al suo giuramento ti getti al

collo il capestro d'oro[65]. La fama di prudente, conseguìta in tanti

anni di ministro di Leone X, ti sei divorato in un giorno di papa[66];

su la cima delle umane grandezze la vertigine ti ha preso; la tua mente

è sabbia dove il pensiero fabbrica, la paura rovina. Tu giaci sull'orlo

dell'avello, ma i tuoi concetti non appartengono alla pace eterna;

se innalzi un braccio, lo fai per percuotere; se stendi una mano, lo

fai per rapire. Nel naufragio del tuo pensiero rimase a galla solo

un'idea, e tu la vieni afferrata come la tavola di salute. — Tu ami il

tuo bastardo, e tu pure, Clemente, sei tale[67]: papa Lione ti concesse

la dispensa, sicchè tu potesti arrampicarti per tutta la scala della

gerarchia ecclesiastica; però in faccia al mondo non v'ha cosa che

valga a salvarti dall'onta degl'illegittimi natali; — il tuo bastardo

è camuso, ha i capelli crespi, le labbra tumide, brutto di corpo,

di anima più brutto.... Beatissimo Padre, ti saresti per avventura

mescolato in amore con una schiava africana[68]? Ah! quantunque

illegittimo figlio di Giuliano dei Medici, io mi aspettava da te gusto

migliore pel bello; — pure sei padre e lo ami. Dura condizione dei

potenti, che, buoni sieno o tristi i loro affetti, tornino del pari

perversi ai propri simili! Stravolto adesso da cotesto amore, che cosa

gl'importa il giusto e l'onesto? Ad ogni costo egli vuole deporre una

corona su quel capo di moro. Se lo poteva, avrebbe lui convertito la

tiara di pontefice in diadema da re; non riuscendogli, si volse altrove

a lacerare il manto d'Italia per girargliene un brano sopra la spalle;

gli si offerse la patria libera, bella e innocente, o se pure delitto

alcuno era in lei, colpevole di avergli dato la vita. — Non importa:

quand'anche del metallo della croce che soprasta la cupola del duomo

di Firenze, quando anche dei merli del Palazzo Vecchio, — quando delle

ossa de' suoi concittadini dovesse formargli la corona, basta ch'ei

sia coronato! Fra brevi anni di lui rimarrà un pugno di polvere; — i

presenti lo malediranno e i futuri; — che importa? Lo esecrino, purchè

lo temano; diventi polvere, perchè coronata.

«_Gloria in excelsis Deo, et in terra pax_!» riprese Carlo V, come

continuando un discorso interrotto, e si alzò accostandosi al fuoco.

«La pace è fatta. Vi pare egli che quanto promisi all'arcivescovo

di Capua in Barcellona vi confermi adesso, Beatissimo Padre? Sebbene

nella impresa di vostra casa occorrano i gigli di Francia[69], i Medici

domineranno Fiorenza.»

«Ma fin qui io non veggo....», interruppe il pontefice, e poi si

rimase esitante a librare se il concetto che stava per esprimere

potesse riuscire di troppo sgradito all'imperatore; — pure essendogli

forza aprire manifestamente l'animo suo, con voce un poco più dimessa

soggiunse: «Ma fin qui io non veggo che promesse di promesse, mentre

per me si devono di presente adempiere le condizioni del trattato.»

«L'esperienza lunga che avete, Beatissimo Padre, degli umani

negozii vi farà di leggieri comprendere non derivare da mala volontà

l'inadempimento momentaneo delle mie promesse; ciò avviene perchè di

natura loro riguardano a tempo successivo. Onde preporre la vostra

famiglia alla suprema autorità di Fiorenza, bisogna adoperarvi le armi;

onde restituire alla Chiesa Ravenna, Ferrara e gli altri Stati perduti,

bisogna ancora adoperarvi le armi; perchè il ducato di Milano prenda il

sale dai vostri dominii, fa di mestieri che il tempo gliene apparecchi

la necessità.»

«Sì, ma finalmente le guarentigie non guastano nulla.... e

l'arcivescovo di Capua ve ne dovrebbe avere toccato a Barcellona....,

e la Maestà Vostra dava il suo imperiale consenso....»

«Non basta forse a papa Clemente la promessa di Carlo imperatore?»

«Promesse! trattati!» replicò il pontefice con maggiore stizza di

quello di cui altri lo avrebbe creduto capace e che non avrebbe voluto

egli stesso, alzandosi in piedi; ed accennando sdegnoso varie carte

spiegate sopra la tavola. «Ecco, nel 1525, prima della battaglia di

Pavia, mi dichiarai neutrale tra la Maestà Vostra e il Cristianissimo;

padre comune dei fedeli, mi parea, ed era il partito da praticarsi

migliore tra due principi cristiani dei quali non mi era riuscito

prevenire le sanguinose contese; la battaglia avvenuta, Lanoia vostro

stipula meco questo trattato di pace, riceve centocinquantamila fiorini

d'oro, — e la Maestà Vostra nè ratifica il trattato nè restituisce il

danaro; nel 27, Lanoia vostro mi sottoscrive quest'altro trattato, col

quale si obbliga allontanare il contestabile di Borbone da Roma quando

io gli paghi ottantamila fiorini; — ritirato il danaro, il Borbone non

pure si accosta a Roma, ma con barbarie inaudita la manda a sacco....

ora lascio giudicare a voi se le promesse e i trattati mi affidino.»

E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il quale imperturbato se

ne sta con le spalle volte al camino e con una mano si liscia il mento,

— forse per nascondere un sorriso sottilissimo che suo malgrado gli

scomponeva i peli dei labbri. Poichè rimasero per uno spazio di tempo

in silenzio, Carlo con lente parole riprese:

«Santità, appunto perchè ricusai ratificare i trattati, mal vi dolete

di fede rotta. Il vicerè di Napoli Lanoia, i limiti del suo mandato

eccedendo, non poteva obbligarmi; — dove per me fossero stati approvati

i patti illegalmente conclusi da lui, ora non vi dorreste voi di averli

veduti inadempiti. Col sacco di Roma io rigetto lontana da me l'accusa.

Borbone il fece, e Borbone certo ne pagò la pena cadendo ucciso sotto

le mura della sacra città. Qual cuore fosse il mio alla notizia,

pensatelo voi, Beatissimo Padre. Per tutti i miei regni ordinai

pubbliche preghiere per ottenere dal cielo la vostra liberazione...»

«Ma poichè stava in potere della Vostra Maestà, meglio delle preghiere,

a mio parere, valeva un ordine a don Ferdinando d'Alarcon mio

carceriere di liberare il vicario di Cristo e...»

«Orsù! riconduciamo la consulta al suo primo punto, dacchè, in modo

diverso procedendo, noi verremmo a smarrire del tutto la dritta via.

Intende la Beatitudine Vostra abbattere la libertà di Fiorenza, me

commette all'impresa e da me chiede sicurezza. Santo Padre, vi sareste

per avventura dimenticato essere io l'imperatore Carlo V? Ad assoluto

signore domandate voi guarentigia per abbattere repubbliche? Già troppo

le nostre contese hanno fatto crescere le petulanze dei popoli; ed io

vi dico in verità che, dove non ci stringiamo in lega salda e potente,

non andranno secoli che noi rimarremo divorati da cotesta idra, di cui,

ponete mente, se cento capi mordono per la libertà, cento altri mordono

per la eresia...»

Caso fosse o piuttosto astutezza, Carlo con siffatta sentenza veniva

a porre il dito proprio sopra la piaga aperta nel cuore del papa;

conciossiachè questi, messo subito da parte il pensiero del danaro,

del quale come colui che grandemente misero e taccagno era, intendeva

domandargli conto per industriarsi a rattrapparlo, se non tutto, almeno

in parte, uscì nelle considerazioni gravissime che seguono:

«Carlo imperatore, ora io dalla vostre parole comprendo come vi abbiano

finalmente toccato lo spirito i consigli della Santa Sede. Le cose

medesime che adesso vi sfuggono dai labbri non vi diceva Leone X? non

vostro maestro Adriano VI? non io medesimo ve le ripeteva le mille

volte? È tempo che il trono e l'altare si abbraccino per sostenersi;

tempo che noi ci diamo un bacio diverso da quello di Giuda, — da

quello che ci diemmo troppe volte, da quello che ci siamo dati fin

qui. Finchè i popoli guelfi si mantennero o ghibellini, nè crederono

potere altrimenti vivere che parteggiando per lo impero o per Roma,

allora la nostra lite fu contesa tra i pastori pel gregge; — ora

pur cotesto gregge incomincia a conoscere che può fare a meno della

vostra aquila e delle mie chiavi si tramuta in torma di lupi, la quale

non pure brama divorare, ma intende divorare sola. — Quando Lamagna

tolse a difendere quel figlio di perdizione, Martino Lutero, io bene

conobbi, ed altri uomini pratichi delle faccende umane conobbero

meco, la querela non già, come sembrava, consistere nelle indulgenze

compartite, nella comunione dell'ostia e del calice e negli altri punti

di dissidenza contenuti nelle tesi di cotesto maledetto; no, i cervelli

tedeschi, ansiosi di libertà, vaghi di mostrare la energia da lungo

tempo compressa, intesero scuotere il dolce freno di Roma, come primo

anello di una soggezione, qualunque fosse per loro insopportabile;

rotto questo, vorranno romperne un altro... E della catena, Carlo

pensate che voi ed io teniamo i capi. La riforma religiosa è palestra

dove disegnano esercitare le forze loro per quindi volgersi alla

riforma della potenza imperiale. Il giorno della morte dei papi

sarà la vigilia dell'agonia pei re. Ben previde la gloriosa memoria

dell'imperatore Massimiliano la importanza dei casi presenti; se la

morte non lo rapiva, vi avrebbe provveduto di certo. — Voi, Carlo, le

ammonizioni del Vaticano dal vostro spirito rigettaste come si scuote

dai sandali la polvere di terra maledetta, voi la Chiesa santissima

affliggeste, voi la sposa di Cristo ne' suoi vicarii avviliste; —

ma più della sua Roma saccheggiata, più del suo pontefice ridotto in

ceppi, ella piange a cagione del decreto della Maestà Vostra promesso

alla dieta di Spira nel 1526, il quale sanzionò la tolleranza della

setta diabolica dell'empio Lutero sino alla convocazione del concilio

generale: nè per sè sola ella piange, ma ed anche per voi, Carlo; e

dì e notte addolora e nel santuario si raccomanda al divino suo sposo

Gesù che illumini l'intelletto vostro e sensi v'ispiri di pietà e di

prudenza per scambievole nostra conservazione. I perversi settatori,

nella ignoranza del cuor loro, fidenti che la Chiesa stia per esalare

l'ultimo fiato, continuano nel cammino preveduto e minacciano il vostro

trono imperiale. Ditemi, Carlo, la lega di Smalkalda testè stretta tra

loro[70] vi ha guasto mai il sonno? I principi luterani si uniscono in

un sol corpo ed implorano contro voi l'aiuto di Francesco di Francia.

Se gli movesse amore di setta soltanto, vi pare egli che ricorrebbero a

Francesco, vostro emulo eterno, e della Santa Sede apostolica figliuolo

amantissimo? Già spento nel folle loro pensiero il lione di Giuda, si

avventano all'aquila di Costantino[71]. Ah! Carlo, avete seminato il

vento, badate a non raccogliere la tempesta.»

Carlo ascoltava attentissimo il discorso di Clemente col collo

teso e gli occhi fissi, nella guisa che il mendico guata per vedere

qual moneta e quanta esca dalla mano del suo benefattore; — quindi,

altamente commosso da quei raziocinii, prese a mormorare:

«Egli ha favellato da quel valentuomo che il mondo conosce essere.

Nè Aristotele mai nè san Tomaso d'Aquino potevano argomentare in più

acconcia maniera.»

«Ma se le vostre parole suonano sincere, Carlo, voi siete uno di quelli

che il meglio vedono e approvano, mentre al peggio si appigliano. —

Se quanto ne stringa bisogno d'imporre un freno ai popoli conoscete,

se alle mie sentenze applaudite, se la tolleranza vostra della

setta scellerata condannate, e perchè dunque, non ha guari, al Doria

concedeste facoltà di rendere Genova libera? O tra i principii vostri

ed i fatti manca concordia, o commetteste errore politico. Comunque

sia, non giungo a comprendervi nè, considerate queste cose tutte, io

posso nel solo vostro stato imperiale fidarmi abbastanza per vedere

spenta la libertà di Fiorenza.»

«La barca di san Pietro si governa con poche vele, Beatissimo Padre,

ma ben altra si vuole industria a condurre le faccende del mondo. Se

nella Germania poco mi valse la tolleranza dei Riformati, cotesto fu

consiglio meditato lungamente e molte volte discusso tra i miei più

savi ministri, — e i tempi che correvano ne furono per la massima

parte cagione, e infine il fulmine dell'impero non diventò ancora per

pazienza contennendo quanto il fulmine del Vaticano. Voi biasimate

troppo. — Intorno a Genova, rammentatevi com'ella non si governi a

popolare reggimento; vedete quivi la somma delle cose ristretta in

mano agli ottimati: e credete, Clemente, i popoli preferiranno sempre

la signoria di un solo a quella di pochi. — Fiorenza invece, non

affatto aristocratica mai, ogni dì più pende alla democrazia. In lei

soltanto contemplo e temo lo spirito di conquista; — ella cadrà. —

Che mi parlate voi di messere Andrea Doria? Purchè abbandonasse le

parti di Francia, gli avrei, non che altro, quasi donato la mia parte

di paradiso. L'avventurato Genovese ha reciso l'ale alla vittoria e

se l'è fatta serva. Ma se al Doria concessero i cieli la facoltà di

vincere, non gli compartirono del pari l'arte di governare; egli cede

al mio genio. Sembra a voi ch'io gli abbia posto nelle mani una palma,

e v'ingannate; io ho fatto come gli incantatori, i quali, affascinando,

donano cenere per oro. Deluso dalle mie parole, gli porsi a stringere

una spada per la punta, non già per l'elsa, sicchè egli vi si taglia la

destra nè se ne accorge ancora. Può egli il Doria ritornare privato?

Il cittadino che di tanto prevalse nella sua patria da rivendicarla

in libertà, ond'ella si mantenga libera davvero, deve come Licurgo

salire un rogo e ordinare che la sua cenere sia dato ai quattro venti

della terra: — messere Andrea invece vive e governa nella sua città.

Gli umori dei nobili genovesi non quieteranno mai: io già vi scorgo

invidie, odii e rancori di sangue. I Fieschi le ire apparecchiano e le

armi: lasciamo che il furore di cotesta famiglia si accresca; allora le

fazioni cittadine diventeranno più funeste alla città, si turberanno

gli ordini, andrà sottosopra lo stato e, povero di viveri, vuoto di

sangue, implorerà come elemosina un braccio potente che possa farlo

morire in pace. — Nè il desiderio mi trasporta a immaginare cose vane;

altre volte i Genovesi ne hanno somministrato l'esempio, dandosi in

balìa dei duchi di Milano e dei re di Francia; inoltre Andrea Doria

percorse gran parte del suo cammino vitale; la sua famiglia procede

diversamente da lui: — la sua virtù rimarrà sepolta seco. — Io vedo

tempo nel quale la repubblica di Genova viene come un ruscello a

portare il tributo delle sue acque nel fiume maestoso della mia

potenza. — Ordisco una gran trama col pensiero, ne seguo con costanza

le tracce, ne aspetto con pazienza l'esito avventuroso.»

Clemente papa, col mento sollevato, guardava Carlo V e ad ora ad ora

crollava la testa tra pago e sdegnoso; sdegnoso nel conoscere l'intimo

concetto di lui, contento per averlo preveduto da gran tempo: e poi

offeso da quella serie di pensieri di gloria, come il tristo fanciullo

gode scompigliare con una pietra le limpide e quete onde del lago, vi

lanciò malignamente tra mezzo la domanda:

«E alla morte ha mai pensato Vostra Maestà?»

L'imperatore, quantunque per natura cupissimo, nondimeno a cagione

della stessa intensità de' suoi pensieri lasciava vincersi talvolta

dalla passione, ed esaltato, non sapeva così di leggieri reprimere la

favella; sicchè continuava dicendo:

«La Francia è giglio fragile, eia mia aquila lo ha già sfrondato; —

se non m'ingannava un mal genio, tu a quest'ora saresti, o Francesco,

uno scudiero nella mia corte imperiale; — la mezza luna non tanto

scintilla sublime nei cieli che non valga a raggiungerla il volo della

mia aquila: — leopardo inglese, dacchè lasciasti comprarti le branche,

apparécchiati a darmi la tua corona in cambio de' miei ducati; — e tu,

san Pietro, sappi che la mia testa è capace di portare ancora... la

tiara... perchè no? Massimiliano imperatore voleva farsi papa...»

«La morte! la morte!» gridò più alto il pontefice negli orecchi

all'imperatore.

«La morte! proruppe Carlo V, «che fa a me la morte? I codardi

soccombono a questo pensiero, gli animosi lo portano come una corona

di fiori. È meglio lasciare l'opera interrotta che non incominciata...

— I monumenti più grandi che il mondo conosca si devono al pensiero

della morte; — parlo delle Piramidi. — La morte sta nelle mani di Dio,

l'uso della vita in quelle dell'uomo. — La mia anima abbisogna che la

testa del suo corpo si posi nella vecchia Europa, il tronco in Africa e

in Asia, i piedi in America. Io non anche percorsi la curva ascendente

della mia vita, non giungo ancora a trent'anni; e se in questo punto mi

toccasse la morte, come Cesare Augusto potrei domandare ai miei amici,

— ai miei nemici, — a voi stesso: — Parvi ch'io abbia ben sostenuta la

mia parte nel mondo? Le imprese da me fino a questo punto operate, se

non possono la mia fama a quella di Alessandro Magno anteporre, bastano

ad avvilupparmi in un sudario che mi salvi dal verme dell'oblio. — Se

adesso io morissi, il cuore mi assicura che gli uomini direbbero: —

Meritava vivere di più. — Papa Clemente, se voi moriste adesso, che

cosa pensate il mondo fosse per dire di voi? — Egli è vissuto troppo

poco, od è vissuto anche troppo?»

«Ve lo dirò quando saremo morti», rispose il pontefice, continuando

a muovere le labbra in un cotal riso amaro che ben dava a conoscere

quanto lo avesse penetrato addentro cotesta acerba puntura: «però fino

da ora io mi dispongo a lasciare novellare la gente; dove poi mutassi

pensiero, ordinerò, come Diogene, che mi pongano al fianco una verga.

Adesso vediamo di concludere, Carlo; — quando pure io possa confidare

in voi intorno al sopprimere la libertà di Fiorenza, non devo del pari

fidarmi in voi per ciò che spetta lo ingrandimento della mia famiglia.

Di ciò pertanto domando guarentigia. Nicolò della Magna dovrebbe pure

avervi fatto motto di sponsali da contrarsi in _facie Ecclesiæ_ tra

madama Margherita vostra figlia ed Alessandro duca di Civita di Penna:

— ve ne sareste per avventura dimenticato?...»

«Io non dimentico nulla, ma non li reputava condizione necessaria per

la pace: e se le mie preghiere trovano grazia al vostro cospetto, vi

supplico umilmente, Padre santo....»

«No, no, Maestà, avete mal creduto: ella è una condizione _sine

qua non_; — condizione senza la quale andrebbe scomposta ogni cosa,

andrebbe tutto in peggiore stato di prima....»

«Ma perchè a cimentare la pace tra noi vogliamo imporre un destino

ad un cuore che palpita appena di vita? Le labbra di nostra figlia

non anche per elezione proferiscono il nome di padre, e noi vorremo

costringerla a pronunziare quello di marito come una necessità? —

Perchè le opere nostre, di qualunque natura elle sieno, dovranno

riuscire sempre a qualcheduno dolenti?»

«Se la fanciulla non intende amore, più di leggeri potrà inspirarglielo

Alessandro mio: il cuore vergine, quando prima si chiude al raggio

della passione, ama il cielo, ama le acque, le piante, e tutto ama....

Pensate or voi, Maestà, se la vostra figlia si volgerà con affetto a

giovane di cortese sembiante il quale le starà attorno studiosamente

con ogni ossequioso ufficio dovuto al sesso, alla età, al grado di

lei! — E poi, Carlo, il mio sole tramonta, il vostro ascende nella

pienezza della sua luce; — la morte mi ha chiamato e la sua voce mi ha

commosso le viscere. Quando io tra poco giacerò cadavere, chi prenderà

cura della mia famiglia? Chi sosterrà la sua causa? Se, vivo, appena

potei difendere me stesso, non dirò già da' vostri eserciti invitti,

ma da un solo principe romano, da un Pompeo Colonna, pensate se il mio

nome, me morto, potrà difendere altrui! Voi, Carlo, disegnate dominare

sul mondo; la vostra aquila intende, voltando, far il giro del globo;

il cielo ha una stella per voi, e, da quanto apparisce, sembra questo

universale dominio decretato dall'alto, dacchè non valse fino ad ora

argomento umano a deviarlo o impedirlo. Unite dunque la vostra famiglia

alla mia, ond'ella abbia riparo sotto le grandi ale della gloriosa

aquila vostra.

«Santo Padre, in che mai vi affidate? La ragione di stato non conosce

figliuoli. Il re non ha cuore; per ciò che riguarda l'affetto, tanto

è ch'ei palpiti vivo nella sua reggia, o giacia scolpito di marmo

sopra la sua tomba. Più fabbricate in alto, e più correte pericolo di

precipitosa rovina; — più accostate il fragile edificio della potenza

della vostra famiglia alla mia aquila, e più vi sovrasta il caso che

un suo batter d'ala la cancelli dalla memoria degli uomini. Forse la

rondine, per costruire che fa il nido alle vôlte del Colosseo, gliene

partecipa la immobilità? Si leva la bufera, e il nido va disperso nei

turbini, mentre rimane immobile quell'eterno edifizio.

«No, Carlo, non favellate così: io conosco il vostro cuore meglio di

voi stesso. Se la vostra figlia ha freddo, voi le getterete addosso

per coprirla un lembo del vostro manto imperiale; s'ella avrà fame,

dal vostro convito di popoli le manderete una provincia per saziarla.

Nessun padre della vostra famiglia fin qui pose le mani nel sangue de'

suoi figliuoli.»

L'assedio di Firenze · 第 7 / 81 段