«Partite, vi comando! Davvero, voi andrete molto oltre nel mestiere

delle armi, se al primo incontro abbandonate così la vostra

bandiera...»

«Mente per la gola chi lo sostiene», rispose Vico vermiglio fino al

bianco degli occhi, traendo mezzo fuori la spada...

Sentì il Ferruccio a quell'atto superbo commuoversi l'anima, e per poco

stette che non lo abbracciasse e baciasse; pur, sempre mantenendo il

sembiante severo, riprese:

«Tornate, Vico, alla vostra ordinanza e quivi con l'esempio mostrate

quello che tanto bene sapete raccomandare con parole.»

Vico, a capo dimesso, traendosi dietro per le briglie il cavallo,

mestamente si allontana e pensando come il capitano, di cortese e

benigno che gli si era fino a quel giorno mostrato, a un tratto avverso

gli si facesse e oltraggioso, sospira nel profondo del cuore, e gli

prorompe il pianto dagli occhi.

Il Ferruccio, accompagnandolo col guardo, non potè impedire che a sua

posta gli si velasse di lacrime, perocchè dentro gli si sporgesse un

pensiero il quale diceva: Crescono i figli nostri migliori di noi, e

forse, ahi! indarno.

«Dove scorgessi in te parte alcuna di uomo, spécchiati, comanderei,

in cotesto giovanotto e vergognati. O casa Albizzi, funesta sempre

a Fiorenza, sia che nascano da lei genti feroci, come Pietro, Maso e

Rinaldo, o codarde, come sei tu...[48]. Or via, scendi da cavallo...»

«Voi mi volete uccidere...»

«Tolgo io forse le sue giustizie al carnefice?»

«Ma perchè devo scendere?»

«Perchè quando i Dieci ti deputarono alla salute della patria furono o

stolti o ebbri o ribaldi; perchè, durante il tempo che nome conservi e

comando di magistrato della Repubblica, ogni turpitudine tua ridonda

in onta di lei; e perchè finalmente devi riparare al mal fatto,

lasciandoti poi, quando sarai tornato Antonfrancesco Albizzi, facoltà

ampia di vivere e di morire infame a tuo senno.»

«I vostri modi, capitano Francesco Ferruccio, passano il segno...»

«Taci, obbedisci, o ti taglio la gola.»

E l'atto col quale accompagnò le parole indusse l'Albizzi a scendere

senza farglielo ripetere due volte. Ferruccio si lanciò giù dal

suo cavallo ed accennò al Commissario che salisse su quello; dipoi,

assicuratosi per questa guisa che Antonfrancesco gli avrebbe tenuto

dietro, balzò in groppa al palafreno donde era sceso costui e,

tormentandolo nella bocca e nei fianchi, lo costringe ai più strani

contorcimenti che mai abbia fatti cavallo nel mondo; — poco dopo lo

abbriva di tutta carriera contro le compagnie disperse, le quali come

prima ebbe incontrato, cominciò ad esclamare in questa maniera:

«Che vi caccia, soldati? Procedete in sembianza di fuggitivi, e nessuno

v'incalza. — Almeno aspettate, per Dio! che vi sopraggiunga il nemico

alle spalle. Il Commissario, ordinandolo i Dieci, comanda la ritirata,

e voi fuggite? Davvero io non avrei mai creduto che le milizie

allevate alla scuola del signor Giovanni, — le reliquie delle Bande

Nere, ignorassero qual corra differenza tra una ritirata e la fuga. I

Dieci deliberarono, presidiate le cittadelle del dominio, raccogliere

quel cumulo d'arme che si potesse maggiore intorno a Fiorenza...

Parvi questo pauroso o improvido consiglio? Su via, ordinatevi, e ben

per voi che il Commissario, trasportato lontano da questo mal domo

animale, — e qui, ferendolo lo costringeva a inferocire, — non si

accorse della vostra vergogna: — presto, — presto, — ordinatavi, che

già sopraggiunge, — ognuno al suo pennone; — i sergenti a capo delle

compagnie; quattro per fronte; — date nei tamburi; — torni a sventolare

la bandiera... Viva la Repubblica! Viva!»

E quivi nasceva una confusione in apparenza maggiore di prima, ma indi

in breve squadronate in bell'ordine comparvero le milizie.

Intanto il Ferruccio spronando di nuovo alla volta dell'Albizzi,

piegato il corpo dalla sella, gli susurrava sommesso all'orecchio:

«Commissario, la tua onta è coperta, — giustificata la fuga; n'ebbe

colpa il cavallo; — dacchè non hai virtù, fa di mentirla; — mostrati

in parole valente. Nota bene, contro gl'insegnamenti della milizia

io ordinai la ritirata, ed io l'ho fatto a posta onde tu salvi

la reputazione di magistrato della Repubblica...; però biasima il

comando..., raddoppia di fronte le file..., manda gli archibusieri alla

coda..., ai fianchi due squadroni di cavalli per tentare la campagna.

L'Altoviti tiene fermo nella cittadella finchè gli basti la vita; —

comanda al marchese del Monte, uomo animoso e dabbene, insomma diverso

affatto da te, di prendere mille fanti e affrettarsi in soccorso

dell'Altoviti. Per onestare la tua infamia, basta che tu mentisca, e di

leggieri il farai, imperciocchè i codardi sieno maestri di menzogna. —

Addio. — Ora cesso cittadino e, ridivenuto soldato, ti obbedisco.»

Machiavelli nostro, massimo conoscitore di questa umana natura,

scrisse in alcuna parte delle opere sue, difficilmente occorrere uomo

del tutto buono, come del pari riesce difficile incontrarlo affatto

tristo: però l'Albizzi sentì pungersi il cuore di rimorso profondo più

adesso, che il Ferruccio vedeva studioso di giustificarlo, che quando

con parole acerbe lo rampognava pur dianzi; e poi cominciava per prova

a comprendere quello spirito altissimo; e sè a lui paragonando, lo

agitava un gruppo di passioni così diverse, di ammirazione per esso, di

avvilimento per sè, di rimorso, di vergogna e di terrore, che il sangue

a guisa di marea ora gli si spingeva sul volto, ora, ritraendosi verso

il cuore, glielo tramutava in colore di defunto.

Ma se il suo onore era perduto davanti alla sua coscienza e al

Ferruccio, poteva e doveva sostenerlo in pubblico per reverenza della

patria: — quindi, composto quanto gli riuscì meglio il sembiante,

trasmise con voce sonora gli ordini consigliati e comandò a Francesco

marchese del Monte, tolti seco i mille fanti, accorresse in aiuto

dell'Altoviti, accompagnandolo con sì calde raccomandazioni di

travagliarsi in pro della Repubblica, e parole sì ardenti di sacrifizio

e di zelo che molti, persuasi della sua fuga, si ricrederono, prestando

fede alle parole del Ferruccio.

Cotesta ora fu piena di amarezza per l'Albizzi, un'ora di passione;

mai croce al mondo tanto pesò sugli omeri mortali: sicchè il Ferruccio,

sottilmente investigando quel volto che a mano a mano a fior di pelle

s'increspava per lo interno lacerarsi dell'anima e il fremito fitto

che gli investiva le membra al pensiero terribile che di repente gli

suonasse negli orecchi la parola: — cervo, lascia la pelle del lione;

— insieme a disprezzo prese ad averne pietà, sempre più imprecando

sventura sul capo dei Dieci, i quali, il nome anteponendo alla virtù,

lo avevano scelto a Commissario.

Così senz'altro accidente procederono fin presso a poche miglia da

Firenze: andavano mesti e taciturni, perchè pesava a tutti il dolore

di cotesta fuga, e, al rivedere che facevano adesso le mura dilette

della patria, sentivano più fieramente tormentarsi la coscienza... Che

cosa sarebbe stato di lei, se, come principiarono, avessero continuato

a difenderla? Sopra gli altri dimesso nell'animo s'innoltra l'Albizzi,

col mento abbandonato sul petto, stordito da pensieri senza séguito,

— da dolori senza nome; — chiunque lo avesse incontrato per la via, lo

avrebbe detto un masnadiere condotto a guastarsi.

Giunti che furono in parte dove il sentiero si divide in due diversi

cammini, l'uno dei quali mena a Firenze, l'altro ai borghi e alle

ville circostanti alla città, il Ferruccio, frenando all'improvviso il

cavallo, chiamò:

«Messere Antonfrancesco!»

L'Albizzi, assorto nella sua meditazione, non lo intendeva, sicchè egli

poco dopo più forte replicava:

«Messere Antonfrancesco!»

«Chi mi vuole?»

«Se non vi fosse gravoso, piacerebbevi dirmi qual cosa divisate di

fare?»

«L'ufficio mio, capitano: andarmene ai Dieci ed esporre loro un

ragguaglio fedele della mia commissione.»

«Allora più poca via vi rimane a fare in questo mondo: — dai Dieci al

bargello, dal bargello ai sepolcri della vostra famiglia.»

«E perchè, Ferruccio, perchè? Forse non ebbi consiglio da Malatesta di

abbandonare Arezzo? Forse non è vero, ch'essendo debole, mal si poteva

tenere, e, perdute queste genti, la città nostra diventava affatto

disarmata[49]? Forse la cittadella non si trova adesso convenientemente

presidiata?»

«E vi gioveranno siffatte difese quando là presso ai Dieci troverete

un uomo che prenderà a perseguitare la vostra vita, come veltro la

fiera, e narrerà la fuga, la paura, la viltà vostra, sostenendo la

vostra morte all'onore e alla salute della patria necessaria; senza il

vostro sangue tutta disciplina militare spenta, ogni vincolo sciolto;

a cagione dell'esempio pessimo i valenti diventare deboli, vilissimi i

vili; il vostro capo, in ogni tempo per la colpa commessa giustamente

reciso, doversi adesso mozzare per giustizia e per ragione di stato;

i principii delle repubbliche avere ad essere inesorabili, testimone

Roma? E quando gli esempi e gli argomenti non bastino, cotesto uomo si

squarcerà le vesti, si cuoprirà il capo di cenere; prostrato a terra,

con le mani giunte, piangendo dirotto, nel nome santo di Dio implorerà

che la scure del carnefice vi percuota la testa...»

E siccome l'Albizzi, esterrefatto, si guardava attorno e poi i suoi

occhi negli occhi del Ferruccio fissava, quasi per domandare chi fosse

quel suo implacabile nemico ed in qual modo lo potesse accusare dopo

che egli con tanto sottile accorgimento gli aveva onestata la fuga, il

Ferruccio, forte percotendosi il petto, esclamò:

«Io sono quel desso!»

L'Albizzi, profondamente avvilito, non riusciva a formare parole.

Stettero alquanto in silenzio, e quindi riprese il Ferruccio a

favellare così:

«Io però non vi odio, Antonfrancesco... nè voi... nè altrui...; odio

la colpa... il colpevole non posso...; nè vorrei che voi moriste

disonorato, no... non vorrei; il vostro delitto è certo, certa la

pena...; se il piè ponete in Fiorenza, il palco infame vi aspetta;

ponetevi in salvo pertanto, cercatevi un asilo finchè vi si offra modo

di morire onoratamente combattendo per la patria..., dico morire...

dacchè vivere più non potete; quando pure vi poneste sul capo gli

allori di Alessandro e di Cesare, non basterebbero a gran pezza per

ricoprirvi il brutto segno che l'ultima vostra azione v'impresse nella

fronte; solo può rigenerarvi il battesimo di sangue..., perocchè allora

i cittadini, l'andata vita tacendo, incideranno sopra la vostra lapide

queste parole: Morì per la patria; e i posteri, senz'altro cercare,

l'anima vi conforteranno di suffragi e la memoria con le lodi serbate

ai valorosi...»

E stava per continuare, quando, per la via traversa che mena alle

castella del contado, ecco apparire un uomo di villa accorrente a gran

fretta, levando dietro a sè un lungo polverio. Venuto presso ai nostri

personaggi, il Ferruccio, accennandogli prima con la mano sostasse, lo

interrogò dicendo:

«Donde vieni e dove vai?»

«Io vado, messere, per una trista novella..., trista in verità..., una

novella che nessuno vorrebbe portare, e pure bisogna che qualcheduno

porti, perchè la è cosa che riguarda l'anima; e un figliuolo mal può

dipartirsi contento da questo mondo, se prima non lo abbia benedetto

suo padre. Vengo da Nipozzano.»

«Nipozzano!» esclama Antonfrancesco Albizzi alzando di subito la

faccia, «casa mia!»

«Domine! ho io le traveggiole, o siete ben voi messer lo padrone! Oh

non vi aveva mica riconosciuto! Ma dacchè la è andata così, fatevi

animo e raccomandatevi al Signore, perchè lo hanno spacciato...»

«Chi dunque? chi?»

«Messere Lorenzo, il padrone giovane... il vostro figliuolo si trova

_in extremis._..»

«Dio eterno, qual castigo mi dài!...»

Francesco Ferruccio, del tutto fisso nella sua idea di onore patrio,

di decoro della milizia italiana, oltre la quale le cose altrui poco

curava, le proprie nulla, quasi lieto diceva:

«Messere Antonfrancesco, nè più onesto nè meglio conveniente motivo di

questo vi potea parare la fortuna davanti per abbandonare la ordinanza

e ritirarvi lontano dalla città.»

L'Albizzi, udite le parole, immaginando irridesse al suo dolore, lo

guardò in atto di rampogna e poi levò disperato gli occhi lagrimosi

verso il cielo. Allora sentì il Ferruccio il detto inconsigliato, e la

sua anima gentile n'ebbe rincrescimento profondo; onde con voce piena

di pietà, toccandolo leggermente sul braccio, soggiunse:

«Nè più doloroso..., messere, nè più per un padre desolante davvero...;

e se Dio ve lo mandava in pena delle vostre colpe..., parmi anche

troppo.»

L'Albizzi, riconciliato, gli strinse la mano, — e senza altre parole

aggiungere, traendo un gemito, si allontanò.

Durante l'assedio egli stette ritirato in campagna. Un po' per paura,

un poco per vergogna, non ardì prendere parte alcuna negli sforzi

gloriosi operati da' suoi concittadini in difesa della patria; la

sovvenne di pecunia, ma poca: scrivono mille scudi[50]. Spenta la

libertà, la tirannide istituita, mal potendo l'animo suo comportare

i nuovi modi, cospirò contro Cosimo I, Tiberio toscano: preso a

Montemurlo cogli altri congiurati, dannato nel capo[51], troppo

tardi imparava dovere gli uomini liberi mettere a repentaglio le

sostanze e la vita a mantenere la libertà quando ha fiore di verde;

l'occasione nelle cose politiche condurre con una mano la buona

fortuna, con l'altra la morte; i provvedimenti intempestivi come non

procurano la gratitudine altrui, così quasi sempre cagionano la rovina

a cui li tenta. Morì per le mani del tiranno, non per la libertà;

lo mosse insofferenza di servitù, non amore del bene del popolo,

sicchè i posteri gli negarono per fino quel sospiro di pietà, — tenue

mercede eppur cara, — di cui tanto si confortano le ombre dei grandi

infelici[52].

Il cavallo di Arezzo[53] insaniva sfrenato, ma non per durare, il conte

Rosso promise la libertà agli Aretini, e non gliela potè mantenere;

promise al principe di Orange il dominio libero della città, e non

gliela potè consegnare.

I superbi disegni di Filiberto di sposare Caterina dei Medici, che i

cieli destinavano alla corona di Francia, farsi signore di Toscana e

forse d'Italia[54], vennero meno. L'imperatore fu per ragione di stato

costretto a mantenersi leale col papa.

Clemente VII, occupando in processo di tempo Arezzo e al governo di

Firenze lo ritornando, considerato come i principi nuovi non devano

sopportare gli uomini capaci di sollevare a piacimento loro i popoli

soggetti, impiccò il conte Rosso. La sua morte insegnava che se

talvolta i principi adoperano l'antica lusinga della libertà a guisa

di leva per conseguire il fine proposto, ottenuto che l'abbiano, se

ne servono per rompere la testa a chi ci ha creduto. Ammaestramento

rinnovato le cento volte dopo e nei tempi recentissimi eziandio,

nondimanco sempre invano per questa nostra stirpe umana, nata a

fidarsi, a pentirsi e a fidarsi di nuovo in chiunque abbia voglia ed

ingegno d'ingannarla.

Abbandonato il contado di Arezzo dalle milizie fiorentine; presa

dai nemici Cortona; Montevarchi perduto e Figline; gli uomini di

Castelfiorentino sopraffatti; — la guerra si riduce sotto le mura di

Firenze.

CAPITOLO TERZO

IL PAPA E L'IMPERATORE

Darà l'Italia in preda a Francia o Spagna

Che, sossopra voltandola, una parte

Al suo bastardo sangue ne rimagna.

ARIOSTO, Satira II,

_alludendo a Clemente VI_.

Adesso dormono polvere; — forse nè anche polvere: — ma allora erano due

fra i più potenti della terra, — un papa ed un imperatore.

E fino a quel punto di odio mortalissimo si aborrirono. Il più lieto

pensiero in cui si assopissero la notte, — la immagine più cara che

alla dimane sul guanciale del riposo ritrovassero, porgeva loro la

speranza di potere un giorno l'un l'altro incontrare giacente sui

gradini del proprio palazzo, — nudo, — assiderato dal freddo, —

supplicante una elemosina, — che l'imperatore nella mente superba

esultava concedere larga ed amara, — e il papa invece si compiaceva

negare, via procedendo in sembianza di non accorgersi di quel caduto.

Imperciocchè, quantunque il cardinale di Richelieu non avesse ancora

insegnato la regola, il cuore di Clemente VII aveva per istinto

sentito, le donne e i sacerdoti non dovere perdonare giammai[55].

E non pertanto adesso stavano intesi a comporre gli antichi rancori, a

discutere che cosa avrebbero guadagnato a mutare l'odio in amicizia,

a stringersi le mani per quindi insieme aggravarle più peso sopra il

collo dei popoli.

Gli accoglieva magnifica sala, di seta splendida e d'oro, con la

vôlta dipinta da uno dei più valenti artefici che resero quel secolo

singolare nella storia dell'arte.

E il dipinto della vôlta rappresentava il concilio dei numi, il convito

degl'immortali che pure erano morti, Giove l'antico onnipotente, che

adesso non poteva più nulla, e le altre divinità bandite dalle dimore

dei cieli. Eppure cotesta religione ebbe una volta adoratori, martiri,

voti, preghiere, superstiziosi, dileggiatori, olocausti di bestie,

olocausti di uomini e sacerdoti crudeli; ora poi non se ne rinviene

memoria in nessun cuore, ed è forza cercarla sui libri: religione da

eruditi, religione da pittori per decorarne le vôlte o le pareti delle

sale.

Cotesta religione doveva dileguarsi davanti un'altra religione di

amore e di pace che gli uomini predicò fratelli e maledì l'uomo il

quale tormentando faceva piangere la creatura di Dio. Ma il tristo

seme d'Adamo, sfidata la maledizione celeste, contaminò l'opera

dell'Eterno; la nuova religione circondò di terrori, di superstizioni,

di scherni, di vittime umane, di sacerdoti crudeli e, per aggiunta, dei

papi — re e sacerdoti, — i quali si cingono con tre corone la testa,

come per simbolo che pesano funesti alla terra tre volte più dei re,

somiglievoli in tutto all'antica chimera, congerie mostruosa di drago,

di capra e di lione, però non come la chimera favolosi, ma vivi pur

troppo e palpitanti e laceranti nelle sedi del Vaticano.

Clemente VII e Carlo V insieme ristretti s'ingegnano a ordire un

patto che valga a costringere le generazioni per sempre dentro un

cerchio fatato, dentro una rete di diamante; si affaticano a rinnovare

l'esempio di Prometeo, apparecchiando all'umano intendimento catene

eterne e l'avoltoio divoratore. — Stolti! Se gli occhi declinavano

al fuoco che ardendo loro davanti nel marmoreo camino aveva ridotto

in cenere copia di legna, se verso la vôlta gli rialzavano dove erano

effigiate le immagini degli dêi come caratteri d'una lingua che più non

s'intende, avrebbero compreso: «le cose nostre tutte hanno lor morte,

— siccome noi[56],» e l'opra infaticabile del tempo rompere le trame

orgogliose degli uomini non altrimenti che fossero veli di ragno.

Seduti entrambi, Clemente da un lato, Carlo dall'altro di una lunga

tavola coperta di velluto cremesino a frangie d'oro, con le insegne

della Chiesa ricamate in oro; e sovr'essa carte e pergamene di ogni

maniera, — brevi, diplomi e capitoli quivi spiegati, quasi museo e

satira delle scambievoli loro insidie, quali col suggello di Spagna,

quali colle armi dell'impero, parte con le palle dei Medici, parte

ancora con la immagine di san Pietro che pesca[57] e invano rammenta al

superbo pontefice la povertà della chiesa primitiva di Cristo.

[Illustrazione: E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il

quale imperturbato se ne sta con le spalle volte al camino...

_Cap. II, pag. 67._]

Con benigne sembianze si contemplano: ma l'anima di Clemente nel

suo segreto si strugge d'invidia per Gregorio VII, a cui fu tanto

la fortuna cortese che gli trasse davanti nella rôcca di Canossa

l'imperatore Arrigo IV con i piè nudi e il capestro al collo, ad

implorare tutto umiliato misericordia per Dio: Carlo poi forte gemeva

di desiderio nel cuore rammentando la felicità di Filippo il Bello, il

quale non pure potè mettere le mani addosso a Bonifazio VIII in Alagna,

ma fare anche in modo che, siccome era vissuto da volpe e regnò da

lione, così morisse da cane[58].

Egli era potente di giovanezza e di forza, sicchè le imprese delle

varie sue armi potevano denotare in quel tempo gli attribuiti diversi

dell'animo e del corpo di lui; in esso la vigoria del lione di

Borgogna, in esso la tenace immobilità delle torri di Spagna, in esso

finalmente lo sguardo dell'aquila austriaca, — sguardo di preda, —

sguardo di cupidigia insaziabile. Quanto gli acutissimi suoi occhi

sopra le carte geografiche del mondo potevano contemplare, tanto

bramando il suo pensiero abbracciava. Se il Creatore aveva dato alla

terra una cintura di mari, egli, la corona del suo capo dilatando,

intendeva racchiudervi dentro la terra e l'oceano; — a guisa di

cancelli eterni disegnava porre le punte del suo imperiale diadema là

dove il creato termina, e l'abisso incomincia.

Fronte ampia, dove i pensieri incalzavano del continuo altri pensieri,

come fanno le onde del mare. All'improvviso però cotesta fronte di

rugosa diventa piana, i concetti vi si aggirano sconnessi nel modo

appunto ch'è fama volassero con sùbita vertigine per l'antro della

sibilla le foglie ove stavano scritti gli oracoli del dio. — Cotesta

vicenda istantanea rammentava il metallo, il quale, prorompendo

infiammato dalla fornace per fondere la statua di un eroe, spezza

talora la forma e si disperde nelle viscere della terra. Aveva con i

regni eredato i vizii del sangue de' suoi maggiori. Il padre, Filippo,

gli trasfuse nelle vene l'anelito perpetuo di dominio dei principi

austriaci e l'ardimento dei duchi di Borgogna[59]. La madre, Giovanna,

gli dava la cupa penetrazione dei sovrani di Spagna e il germe della

infelicità che oppresse la vita di cotesta infelice regina.

Esultino i popoli! il dolore si posa anche sulla corona dei re; — anzi

più sovente sopra le sublimi che non sopra le teste dimesse, in quella

guisa che l'uccello di sinistro augurio presceglie a sua dimora la

torre del barone in preferenza dal tetto della capanna del povero; —

il dolore si spande sopra le gemme dei diademi e fa parere anch'esse

lacrime o gocce di sudore affannoso; il dolore corrode internamente

il cerchio d'oro e stringe inosservato le tempie, come la striscia di

ferro della corona lombarda[60].

Esultino i popoli! perchè i potenti gemono, ed eglino possono rifiutare

l'elemosina della compassione, — o rispondervi con un eco di scherno.

Giovanna, figlia di Ferdinando e d'Isabella, moglie dell'erede di

Massimiliano imperatore, signora delle Spagne, dell'Indie, dei Paesi

Bassi, forse di mezza Europa, non ha chi la uguagli in miseria. Almeno

Niobe fu convertita in pietra e cessò a un punto le lacrime e la

vita: ella poi deve durare lungamente in tale uno stato che non può

dirsi vita e non è morte, — a piangere la sua ultima lacrima, a bevere

l'ultima stilla di un calice senza fine amaro. Costei delirava d'amore

per Filippo, e Filippo la fuggiva, ed in breve consunto da amplessi che

non erano suoi, sul primo fiore di giovinezza le morì tra le braccia.

Le tolse la mente l'angoscia: stette muta, ordinò prima si seppellisse

il cadavere; poi, cambiato consiglio, volle si imbalsamasse; lo vestì

di abiti magnifici, lo stese sopra un letto di broccato, e quindi si

pose ad aspettare che si svegliasse, imperciocchè aveva sentito dire di

un re il quale era resuscitato dopo quattordici anni dalla sua morte;

preso da geloso furore, non consentiva che donna alcuna si accostasse a

quel letto; se ministro o consigliero andava per consultarla, il dito

gli ponendo sui labbri, bisbigliava sommessa: «Aspettate che il mio

signore si svegli.[61]»

L'assedio di Firenze · 第 6 / 81 段