un duro morso e di ferro[42].»
«Ed ora che cosa significa quella turba? Sembrano gente del contado...
in abito da festa... Sì, sì, è la festa dei morti.»
«O Lupo mio, in cotesta casa per certo si raccolsero i capi
dell'esercito; — e mentre noi qui ci travagliamo per la libertà della
terra, la gente del contado, sempre nemica alla patria nostra, va
a prestare l'obbedienza allo straniero; — ed ecco come sempre, di
voglie divisi, siamo fatti facile preda dei barbari. Stolti! Andate e
imparerete di che sappia la signoria di Carlo! Quando mai le colombe si
raccomandarono allo sparviere? Almeno Dio, allorchè vi rapiva il cuore
per difendere la libertà vostra, vi avesse tolte le ginocchia con le
quali vi avvilite; — o se con l'anima di Bruto ve ne fosse pure stata
compartita la forma, ora io qui non dovrei vergognarmi di nascere da
una stirpe comune.»
«Possa l'anima di Lupo non andare in luogo di salute, s'io non mando a
costoro la diceria bella e fatta.»
In questo modo favellando, il bombardiere gira a quella volta la
colubrina. I soldati gli si dispongono intorno, sicuri di ammirare un
qualche tiro stupendo.
Lupo imperturbato, aggiusta il bronzo, prende la corda infocata e di
propria mano dà fuoco.
Tra una rovina d'intonaco infranto precipita rotto in ischegge lo
stipite della finestra; vanno in fascio le imposte, la bandiera
imperiale tentenna e cade nella polvere.
Subito dopo furono viste sboccare furiosamente genti di varia maniera,
e confuse, spaventate sbandarsi per la campagna. Invano, fermo sul
limitare, un cavaliere, sprezzando il pericolo, con la voce e co' cenni
le richiama. La paura chiude loro gli orecchi; quei codardi non hanno
vita che nelle gambe.
Il cavaliere era Filiberto di Chalons, principe di Grange, capitano
dell'esercito.
«Bel colpo! Viva Lupo! che tiro, eh? Non ve lo aveva detto ch'egli
era un valentuomo?» si ascoltava suonare in giro a Lupo; e il capitano
Gualterotto Strozzi lo baciava in volto, Mariotto Segni gli stringeva
la destra, Francesco del Monte la sinistra; ed egli esultava, rideva,
non capiva in sè dal contento, e:
«Ve ne farò vedere degli altri, se Dio mi dà vita», ripeteva baldanzoso.
«E sì che io avrei giurato ve ne fosse rimasto uno», mormora il
Ferruccio tra sè, e fruga e rifruga dentro un borsone di velluto
cremisino ricamato in oro, il quale, secondo il costume dei tempi,
teneva appeso alla cintura: — mentre così favella, si accosta a
Giovannantonio.
«O che pensate di fare, capitano? gli domandava quell'ultimo.
«Pensava, e certo non vorrai usarmi la scortesia di rifiutarlo, pensava
donarti un bello scudo d'oro dal sole, che mi pareva esser rimasto qua
dentro.»
La faccia di Lupo diventa vermiglia, biechi torce gli sguardi, si morde
per ira le labbra: il Ferruccio invece pacato continua a cercare lo
scudo, ma non lo rinvenendo comincia ad arrossire egli e a turbarsi.
Lupo, a mano a mano che vede il Ferruccio confuso, compone il suo
sdegno; finalmente si risovenne Ferruccio averlo la sera innanzi donato
a certo povero soldato il quale, infermo pei travagli sofferti, se ne
tornava, ottenuta licenza, a Firenze; onde si pose a guardare fisso
Lupo, Lupo, lui, e proruppero entrambi in uno scoppio di riso.
«Valgami il buon volere, Lupo: per questa volta almeno bisognerà che tu
te ne chiami contento.»
«E sempre il buon volere basterà a Lupo», rispose gravemente il
bombardiere, «e ringrazio la fortuna di avervi impedito cosa nè a
voi nè a me convenevole; perchè, credete, capitano, quantunque io sia
povero e rozzo e di poca levatura, pure sotto questa grossa corazza
batte un Cuore che ama la patria davvero e conosce, capitano, essere ai
buoni figliuoli di lei anche troppa mercede potere operare un fatto che
le ridondi in vantaggio e in onore.»
«Senti, Lupo: sull'anima mia, io non pensava pagarti la tua virtù; no,
Lupo. Se avessi qui avuto due spade, te ne avrei offerta una, intendeva
darti una memoria la quale valesse a rammentarti sovente questo nostro
incontro, e, morto me, tu potessi, mostrandola ai tuoi compagni,
raccontare: Il capitano Ferruccio me la donò in Arezzo quando con un
colpo di colubrina gettai nella polvere la bandiera tedesca.»
«E chi ve lo ha detto che morirete prima di me? Avreste per avventura
imparato negromanzia? Io non spero sopravvivere a voi nè lo desidero,
capitano..., e neanco lo voglio. Oh! io ho camminato più passi di voi
sulla strada della fossa.»
«Me lo ha detto il cuore: ad ogni modo, prendi questa borsa vuota e
conservala per amor mio; onde tu l'abbi cara, sappi ch'io vi riponeva
le paghe delle Bande Nere quando, in compagnia di messer Giovambattista
Soderini commessario della Repubblica, seguitai il campo di monsignor
di Lautrec all'impresa di Napoli[43].
«Ma che ho da farmi io di cotesto borsone? Sono forse diventato il doge
di Venezia o il soldano di Babilonia? Se io non l'empio con le ghiaje
del Mugnone, già non pensate voi ch'io possa empirlo mai d'altra roba
in questo mondo!»
«E perchè no? Co' tuoi peccati...»
«Tradimento! Tradimento!»
Questa voce terribile interruppe all'improvviso quei loro discorsi,
e voltandosi, videro comparire Iacobo Altoviti, capitano della
cittadella, il quale, ansante, disfatto, come percosso da subita
pazzia, non poteva proferire altra parola.
«Tradimento! Dove? — Come? — Di chi? — Tu' se' il traditore!» grida
inferocito il Ferruccio; e senza altro aspettare, gettagli addosso le
mani poderose, forte lo stringe nei fianchi e, digrignando i denti, lo
porta levato da terra a precipitarlo dai muri della fortezza.
«Per Dio! Ferruccio, non mi ravvisate voi? sono Iacopo... Io vi dico
che la patria è tradita; il commessario ha dato volta; fugge quel
codardo... maledizione sopra di lui...»
«Qual commessario? — Chi fugge» e lo lasciava il Ferruccio, ma gli
occhi stravolgeva pur sempre, nè aveva membro che gli stesse fermo, e
fremeva e ruggiva in modo spaventevole.
«Non io, Ferruccio... e lo vedrete. — Mentre altri abbandona il suo
posto io corro al mio.»
«Chi dunque fugge?»
«Non avete guardato la città?»
«Messere Iacopo, Arezzo mi stà alle spalle, il nemico di faccia...»
Allora l'Altoviti, afferrato pel braccio il Ferruccio, seco lo mena
alla parte opposta della fortezza, e, gli additando la città, diceva:
«Vedete!»
«Cristo!»
Egli vede le milizie fiorentine in rotta; — i fanti, abbandonate
le insegne, sbandarsi dove meglio loro talenta; — per correre più
spediti gittare alcuni l'armatura per terra; — invano trattenerli i
capitani; inutili le preghiere e le minacce: avviluppati nelle spire
della moltitudine, abbandonare anch'essi loro malgrado quella terra
che avevano disposto difendere finchè l'anima gli bastasse: e sì che
molti furono allevati alla scuola del signor Giovanni delle Bande
Nere, la morte da vicino animosi contemplarono, pericoli presentissimi
affrontarono e vinsero. Qual fiero caso adesso sovrasta? Chi dunque li
caccia? Nessuno. La paura è un contagio. Purchè possono più velocemente
sottrarsi, si riputano i cavalieri beati; — spronano, — sferzano i
cavalli, come se il ghiaccio della spada sentissero penetrarsi nei
reni: ah! cotesta è una gara di corsa di cui sarà dato in premio
l'infamia.
Precorre a tutti il commessario Antonfrancesco Albizzi, come quello
che migliore destriero cavalca, e cui stringe più forte la paura. Se
lo sapesse il nemico, rimarrebbero oppressi tutti, senza potersene
salvare uno solo! Di quanto scherno non darebbe cotesta fuga argomento,
se la sapesse, al nemico! Il Ferruccio declinando per vergogna la
faccia, gli viene fatto di posare lo sguardo sopra la città. Una
testa si affaccia alla finestra, — poi due, — poi cento, come le
rane in palude, passato il rumore di che hanno avuto paura, si levano
sulle acque contaminate e ritornano al gracidare increscioso. Di lì a
breve le porte delle case si schiudono, e vedi uscirne uomini ratti
ratti che traversando le strade si recano ora da quel cittadino, or
da quell'altro, nel modo stesso che il serpe vibra la lingua, o i
ramarri, nei giorni canicolari, si lanciano rapidissimi di cespuglio in
cespuglio: — cominciano a radunarsi i capannelli; ci ascolta una sorda
agitazione; la plebe prorompe; lontano si diffonde un trambusto, uno
schiamazzo, un battere di tamburi, un urlare: Viva san Donato! Viva
l'imperatore! Morte a Marzocco[44] morte a Marzocco! O popolo, quante
volte hai gridato e dovrai ancora gridare — Viva la morte, e morte alla
vita! Dalla tua ignoranza acciecato, e dalle lusinghe altrui sedotto,
per quanto tempo ancora il tuo destino sarà quello del bove — vita di
bastone, morte di macello!
S'innalza una bandiera imperiale col verso di Zaccheria scritto
all'intorno: _ut de manu inimicorum nostrorum liberati serviamus tibi_;
cresce il tumulto; le armi della repubblica Fiorentina atterrate:
l'onda del popolo bramosa di mettere le mani nel sangue allaga le
strade: ogni cosa in confuso; amici tremano e nemici; la fiera ha rotta
la sua catena; guai a chi la incontrerà!
Un tanto evento non sembrava partorito dalla occasione, e veramente non
era. Di lunga mano i cittadini cospiravano: le occulte trame adesso si
discoprivano.
Arezzo, un tempo dai marchesi e dai conti governata, dopo il secolo
undecimo, a guisa delle altre città di Toscana e la più parte d'Italia,
in repubblica si costituiva. Nei padri nostri la virtù difettasse o
la sapienza, non seppero legarsi in vincolo federativo, il quale come
la quiete interna assicurasse, così potenti di fuori gli rendesse e
temuti. Della libertà civile praticarono un solo argomento, quello
della partecipazione di qualsivoglia cittadino agli uffici supremi
dello stato; la sicurezza individuale, nè statuirono nè per avventura
conobbero. Eternamente con miserabile guerre si lacerarono; e quando
lo straniero venne a ridurre in servitù le belle contrade, invano
chiamarono i figli generosi; giacevano spenti, — nè i sepolcri
restituirono i morti. In coteste scellerate contese, sopra tutti
insanirono i popoli aretini; oltre misura rissosi, il nome ebbero di
cani botoli, e l'Alighieri vi aggiunse:
Ringhiosi più che non chiede lor possa[45].
Poichè nei casi dei governi la libertà disordinata mena sempre alla
licenza, e la licenza genera tirannide, tosto comparvero i signori.
Guglielmo Ubertini, vescovo, conquistò Chiusi, vinse i Sanesi alla
Pieve al Toppo: abbandonato dalla fortuna, rimase vinto a sua posta
e morto nella giornata di Campaldino, dove il nostro maggior poeta si
trovò a combattere tra le prime schiere. Meglio per lui, se non avesse
mai il pastorale mutato con la spada; o se, avendo cinta la spada,
l'adoperava in impresa più santa, perocchè egli fosse uomo prode di
guerra e di virtù antica.
Dove vivono genti disposte a servitù, i padroni si rinuovano; chè,
cessato il tiranno, rimangono le cause della tirannide: agli Ubertini
subentrano i Tarlati. Guido Tarlato di Pietramala, stretta lega col
Castruccio, continua a travagliare Firenze. Non pertanto Arezzo, vuota
di sangue, si piega al dominio fiorentino. Piero Tarlati, più noto
nelle storie col nome di Pier Saccone, tentato invano ogni estremo
rimedio per mantenere indipendente la patria, si accomoda col comune
di Firenze e gliela vendè per trentanovemila fiorini d'oro; mostruoso
accoppiamento di virtù e d'avarizia! Nel 1343, cacciato da Firenze
il duca di Atene, gli Aretini ricuperarono la libertà; ma al buon
volere mancando la potenza per sostenersi, non istette guari che in
sua potestà li ridusse Ludovico duca d'Angiò. Lui morto, i Fiorentini
con quarantamila fiorini di nuovo la comprano dal capitano che in
nome del duca la governava. Il popol vile, venduto a guisa d'armento,
stette nel dominio di Firenze fino al 1502; allora si ribellò, non
per virtù propria, ma instigando Vitellozzo Vitelli generale del papa
Alessandro VI; il quale, sotto colore di vendicare la morte di Paolo
suo fratello, condannato dai Fiorentini ad avere mozza la testa pel
tradimento di Pisa, invero poi per allargare lo stato a Cesare Borgia,
che lo pagò più tardi a Sinigaglia[46], si condusse con l'esercito
su quel di Arezzo. I Fiorentini, d'armi sovvenuti e d'istanze presso
papa Alessandro da Luigi XII di Francia, lo riconquistarono. Nicolò
Machiavelli, nella presente occasione consigliando sul modo di trattare
i popoli della Valdichiana ribellati, scriveva dovesse la Signoria
assicurarsene nel modo prescritto dai Romani[47], i quali pensarono:
«che i popoli ribellati si debbano beneficare o spegnere; essere ogni
altra via pericolosissima; a lui non parere nessuna di queste cose
avessero praticata, perchè non si chiama benefizio far venire gli
Aretini a Firenze, toglier loro gli onori, venderne le possessioni,
sparlarne pubblicamente, tener loro soldati in casa; nè chiamarsi
assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvi abitare i cinque
sesti di loro, non dar loro compagnia di abitatori che li tenessero
sotto, e non si governare in modo con essi che, nelle guerre che
fossero fatte a Firenze, non avesse più a splendere in Arezzo che
contro il nemico:» onde, bene considerato il termine col quale la
Signoria la teneva, egli formava questo giudicio sicuro: «Che come
fosse assaltata Fiorenza, di che Iddio guardi, o Arezzo si ribellerebbe
o darebbe tale impedimento a guardarla che la sarebbe spesa
insopportabile alla città.» I modi praticati dalla Signoria nè amore
rivelavano nè vigore, e il popolo presuntuoso, anzichè attribuirli a
benevolenza d'indole o ad esitanza, gli attribuiva recisamente alla
paura e si faceva più pronto alle offese. Accostandosi i nemici,
ordinarono ai cittadini sospetti sgombrassero le città, a Firenze
si presentassero: tardo e debole provvedimento. Nelle commozioni
dei popoli voglionsi bene esaminare le cause per le quali accennano
muoversi, e secondo la diversità di quelle usare degli opportuni
rimedi. Se il popolo, agitato dalla passione di una famiglia o di un
uomo s'infiamma, cotesto ardore dura poco, e tolta via la famiglia o
l'uomo, può stare sicuro che in breve si quieterà; dove poi il popolo
si muova per passione propria, a nulla giovano i bandi o le morti di
alcuni cittadini; di tutti i semi quello che abbiamo veduto partorire
maggiore copia di messe è il sangue dei martiri della libertà versato
sopra la terra della oppressione, egli troverà sempre un Lando e
un Masaniello; nè al potere riescirà spegnerli tutti, imperciocchè
troppi sieno coloro nel petto dei quali arde un fuoco divino che
aspetta tempo a manifestarsi. Allora bisogna o nei suoi desiderii
compiacere il popolo, o con molte soldatesche frenarlo, o, snaturandone
gradatamente lo spirito, assuefarlo a servitù, come fece Cosimo I a noi
Toscani, o diroccarne le mura, gli abitatori disperderne, seminarne il
terreno di sale, come fece Federico I ai Milanesi, i quali due ultimi
spedienti, oltre all'essere tirannici, talvolta riescono incerti, ed
invero valsero a Cosimo, a Federico no. E poi, alle cause interne
di ribellione si aggiungevano gli stimoli di fuori. Il conte Rosso
da Bevignano, citato come sospetto a comparire davanti Simone Zati
commissario, fuggì di Arezzo e prese soldo nel colonnello di Sciarra.
Divenuto caro al principe di Orange per la sua piacevole natura e
più per l'ingegno maravaglioso col quale sapeva condurre le imprese
avviluppate e difficili, cominciò, secondo il costume dei fuorusciti,
a dargli ad intendere che avrebbe ribellato Arezzo, che stava in sua
mano il destino della città, che la voleva consegnare a lui solo; e a
queste aggiunse altre più cose assai, a cui il principe o credendo o
piuttosto simulando credere, gli diede patente amplissima per vedere
che cosa e' sapesse fare. Il conte si abboccò con i suoi partigiani,
gli adescò con l'antica lusinga della libertà, come se ribellarsi a
Firenze per vivere nel dominio del principe potesse chiamarsi libertà,
apparecchiò armi, raccolse danari, e le bandiere notate da Lupo alle
finestre della villa erano il segno convenuto pel quale i congiurati,
mosso rumore in città, dovevano dare campo a quei di fuori di assalire
le mura senza troppo lor danno. Veramente, se la codardia dell'Albizzi
non fosse stata, cotesta impresa avrebbe avuto il termine a cui vediamo
ogni giorno capitare i tentativi dei fuorusciti; ma in ogni modo adesso
si facevano manifesti i prudenti consigli di Nicolò Machiavelli e la
imprevidenza dei capi.
[Illustrazione: ... tutto affannato in suono di pianto
supplicava il Commissario... _Cap. II, pag. 50._]
Il capitano Ferruccio, a cotesto spettacolo doloroso, diventò pallido
come la morte: grondava sudore; all'improvviso traendo l'Altoviti
davanti una immagine riposta in certo tabernacolo sopra le mura dei
quartieri, parlò:
«Iacopo, giuratemi per questa immagine benedetta che voi non renderete
la cittadella, se prima non ne venga l'ordine dai Dieci. Dal tenere
questa fortezza forse dipende la salute della patria...; della vergogna
non parlo...»
L'Altoviti levò gli occhi e conobbe rappresentare la immagine san
Donato, protettore degli Aretini.
«Qui nel mio petto, Francesco, io serbo miglior santo che non è
costui», e si accennava il cuore. «I due ultimi bariloni di polvere
saranno adoperati a mandar all'aria la fortezza e me...»
«Sta bene, addio!»
E profferite le parole, il Ferruccio si caccia giù per le scale; alcuni
gii tengono dietro senza ch'ei se ne accorga: scende in città e se ne
corre rapidissimo all'albergo. Siccome in quel punto ei non teneva
ufficio pubblico, non si era ridotto ad abitare i quartieri. Certo
ospite antico della sua famiglia lo aveva accolto in casa; se ciò non
fosse stato, nella fuga dei Fiorentini d'Arezzo gli avrebbero condotto
via la cavalcatura. Irrompe nella scuderia; il buon destriero turco,
nel sentire appressarsi il suo signore, si commove tutto e nitrisce;
egli, dato di piglio agli arnesi, comincia ad adattarglieli intorno
al corpo con incredibile ardore; siccome accade in quella furia,
ora gli cascano di mano, ora l'uno scambia con l'altro e, invece di
affrettarsi, ritarda; il cavallo freme irrequieto, squassa la testa,
percuote il terreno, impaziente di lanciarsi.
«Sta, sta, Zizim; non è un giorno di esultanza questo; se tu potessi
vedere il cuore del tuo padrone come geme contristato, ne avresti
pietà; tra poco ti converrà far prova di quanto sei veloce; ingegnati
di correre, di volare, ma comunque tu voli, non ti risparmierò i
fianchi; te li sentirai pungere; il tuo bel candore sarà contaminato
di sangue... Per Dio! non ti addestrava a tal prova; nè tu vi ti
aspettavi... ed io nemmeno. Avevamo disposto a morire insieme in un
giorno di battaglia...; ora..., prima che venga la stagione dell'onore,
il vituperio ci affoga. Corri non per acquisto di gloria... ma per
fuggire vergogna...; nonpertanto, sia per procurarle decoro, sia per
salvarla dall'obbrobrio..., sempre ben muore il cittadino per la sua
patria... or sei sellato... va'!
Gli balza in groppa, tira la spada e con la voce e con gli sproni
lo spinge: il buon corsiero, compresa la voglia del suo signore,
corre, vola, divora la via; par che non tocchi la terra, e par saetta
scoccata dall'arco. Il cavaliere trascorre rapido tanto che gli oggetti
gli fuggono vertiginosi, sformati; dinanzi gli occhi; l'aria rotta
violentemente su i labbri non gli concede articolare parola... eppure
urla in maniera spaventevole: giunge dove una turba di popolo adunata
dintorno alla bandiera imperiale esultava baccante di allegrezza;
il buon cavallo la fende come fiumana; l'onda della plebe si frange
clamorosa e volta le spalle sopraffatta dal terrore; giace la bandiera
deserta, e già tra i gridi discordi si ode mormorare; «Viva Marzocco!»
Poichè fu la paura un poca quieta, si domandarono le genti chi le
avesse sbarattate, chi fosse, come si chiamasse; non seppero dirlo:
alcuni affermarono con giuramento essere comparso uno spirito infernale
che non aveva forma di cosa conosciuta; per furia, per rumore e per
luce terribile; solo una chioma tesa per ventilargli dietro per l'aria
a guisa di cometa, di augurio funesto: altri invece sostennero avere
veduto un volto di angiolo, un cavaliere celeste, certamente san
Giorgio.
Il cavallo, dell'impeto rovinoso punto rallentando, arriva alla porta;
In cotesto istante una mano di cittadini, recati sassi e travi, tentava
sbarrarla. Ferruccio, rinforzando la voce, tale manda fuori un urlo
che anch'essi atterriti si danno alla fuga; irrompe pei campi; tende lo
sguardo e, lontano lontano, riconosce il codardo Commissario.
Dai fianchi del cavallo sgorga un nuovo spruzzo di sangue; di più
non può correre, nondimeno sente più e più sempre trafiggersi. Ecco
raggiunge le milizie disperse, le passa, le ha passate.
Dietro al cavaliere si leva un rumore: «È il Ferruccio! Anche il
Ferruccio si salva!» Ei non lo intende, o non lo bada... continua
a precipitare dietro le tracce del Commissario. La strada svolta
e rasentando una macchia si curva, sicchè all'improvviso costui
gli scomparisce dagli occhi. Il Commissario di troppo ha precorso;
difficilmente gli riuscirà raggiungerlo: tutto è perduto!
Antonfrancesco Albizzi, senza cappuccio, con le vesti scomposte,
pallido, lo sguardo fisso, tolto fuori di sè, rabbiosamente spronava,
quando ad un tratto gli balza indietro il cavallo, forte squassato pel
morso, e una voce minacciosa gli grida:
«Fermatevi!»
«Per la Madonna santissima della Impruneta», tutto affannato in
suono di pianto supplicava il Commissario, «non mi ammazzate! Non vi
mettete l'omicidio sull'anima! Sono un povero marraiuolo... un fante
di stalla...; a buona guerra non mi potete toccare un capello...,
vorreste dire ch'io sono un nemico preso con le armi alla mano?...
Frugatemi in nome di Dio...; io non ho armi... Le vesti... le vesti non
mi appartengono. Lasciatemi andare, e ve le darò... mi basta andarmene
in farsetto... con i fiorini che troverete in tasca... un riscatto da
principe in verità..., ma lasciatemi... lasciatemi per tutti i santi
del paradiso...»
Per quanto s'ingegnasse o dicesse, il cavallo non poteva avanzare, una
mano di ferro lo teneva fermo al terreno.
Vico Machiavelli, quantunque avesse sotto peggior cavallo del
Ferruccio, avendo notato più quieto come tirando diritto dentro la
macchia si venisse ad acquistare considerabile spazio di cammino,
vi si era messo alla ventura, e, trovatala sgombra, potè riuscire ad
arrestare il Commissario.
Quando il Ferruccio ansante ebbe trascorsa la curva descritta dalla
macchia ed ormai immaginava il Commissario lontano, con somma sua
maraviglia se lo trovò di subito davanti, e, preoccupato com'era,
dall'Albizzi in fuori, non gli venne fatto di vedere null'altro:
«Commissario!... Commissario!...» prese a favellare il Ferruccio, così
come l'anelito glielo concedeva; «se alla salute e all'onore della
patria non si potesse, come spero, riparare, la tua testa rotolerebbe
adesso per la polvere della strada.»
«O capitano! siete voi! Venite, difendete il nostro Commissario.
Voi siete valentuomo, voi, e l'ho sempre detto. Difendete il vostro
Commissario; mi vi raccomando...»
«Vile uomo! difenderti io? Di' piuttosto, perchè fuggi? Così tieni il
posto alla tua fede commesso? Perchè hai lasciato Arezzo? perchè?...»
«Signore! O che anche voi mi uscite fuora nemico? Voi eravate nella
cittadella e non potete aver veduto il tumulto della città... Io stavo
sopra un vulcano... la terra mi si franava sotto... tutti insorti...
tutti armati e minaccianti la morte...; o che doveva far io?»
«Morire.»
Questa risposta percosse il Ferruccio, il quale, essendosi alquanto
rimesso da quel primo furore, declinò lo sguardo e si accorse della
presenza di Vico; onde, geloso com'era della militare disciplina,
increscendogli che altri avesse ascoltato le acerbe rampogne profferite
contro il Commissario, con mal piglio rivolto al giovane, gli disse:
«Anche voi qui? Partite.»
«Ma io...»