«Il mio cuore non conobbe altro palpito che per la patria: queste

braccia lacerò il carnefice per amore della patria...; che importa?

Non sono ancora sceso nel sepolcro, e gli uomini mi calpestano il cuore

come una pietra; i nervi e l'ossa dei bracci spasimano di cocentissima

angoscia, e gli uomini mi accusano averli adoperati ad ammaestrare

tiranni; questi bracci niegano accostare alla mia bocca una bevanda,

ed essi affermano essersi distesi ad implorare l'elemosina ai miei

persecutori; della fama incontaminata in fuori non lascio ai miei

figli altro retaggio, e non pertanto m'invidiano anche la fama. O

uomini, quanto vi avrei adorato migliori e quanto vi amo anche tristi!

A voi, carissimi, affido il mio nome; difendetelo voi; e se da alcuno

udrete parola che rechi oltraggio alla mia memoria, più generosi di

san Pietro, non vogliate negare il vostro maestro: dove il vitupero

muova da uomo invidioso, tacete, imperocchè all'odio della mia virtù

si aggiungerebbe allora l'odio che nasce dal sentirsi dichiarato

iniquo; ma dove comprendiate lui essere ingannato, ditegli animosi

in mio nome: Nicolò Machiavelli non insegnò di tôrre ai ricchi la

roba, ai poveri l'onore, a tutti la vita[21]: sappiate volersi un

gran cuore per intendere un cuore grande; pochi o nessuno averlo

compreso; e che quando egli potè onorare la patria, eziandio «con

pericolo e carico suo, sempre volentieri lo fece perchè conosceva

come l'uomo non debba avere maggiore obbligo nella vita sua che con

quella, dipendendo prima da lei l'essere e di poi tutto quello che

la fortuna e la natura ci hanno concesso[22];» aggiungete credere io

nella virtù come in una via per la tristizia degli uomini smarrita,

e che essi potevano, anzi dovevano, ritrovare per indirizzarsi di

nuovo al perfezionamento: la politica scevra dalla morale per me

affermarsi impossibile; nè già per morale intendere io la immagine

astratta della cosa, «sibbene la verità effettuale della medesima»[23],

secondo i tempi, i casi e gli uomini diversa; a patto però che se la

presente morale non fosse ottima, dovesse pur sempre dirigersi al

meglio: la politica magnanima convenirsi ad un popolo grande, come

il romano; essere in lui non solo virtù, ma necessità; non potere da

questo concetto deviare senza riuscire agli occhi proprii ed altrui

contennendo con danno inevitabile della maestà e forze sue; ai deboli

invece convenirsi deboli consigli, e, se circondati da tristi, ordinare

i casi l'uso della perfidia e giustificarlo: se non che allora devono

i deboli mettere in opera l'ingegno per uscire da cotesto stremo dove

è necessità la perfidia, e sollevarsi a quello nel quale sia necessità

comportarsi magnanimamente. Amai la repubblica, ma, e molto più, _amai

la indipendenza, perocchè la seconda mi sembrasse necessità di vita,

la prima poi accidente di forma._ Considerai pertanto se stato alcuno

italiano, governato a reggimento popolare, potesse conseguire il

santissimo fine di rassettare le membra a questa misera patria: Venezia

e Genova non mi parvero, come in vero non sono, libere città; volsi

l'ingegno a meditare se con Fiorenza ci venisse fatto di riuscire,

e non rinvenni virtù necessaria. Più che amorevoli del vivere libero

conobbi i cittadini travagliati dal desiderio di dominare, disposti

ancora a servire, purchè servendo potessero opprimere altrui; molti,

odiatori di leggi o buone e triste ch'elleno fossero, siccome vaghi

di licenza, non già del composto vivere civile; alla salute pubblica

preponenti i comodi privati; più agli uomini avversi che alle cose;

da vecchia e vergognosa tirannide liberati, intenti a gettare le basi

di una nuova e molto più vergognosa, creando il Soderini gonfaloniere

perpetuo: allora pensai essere necessaria una servitù e doversi

ordinare una forza «la quale con potenza assoluta ponesse freno alla

materia corrotta, le ambizioni degli individui prostrasse[24]», e la

schiatta umana afferrando pei capelli la costringesse a ritemperarci

nelle battaglie, ad abbandonare i vizii nella corsa faticosa verso

la indipendenza. Chè se abbiosciata libertà, che indarno mentisce

nome di civile, deve approdare a tirannide, meglio tirannide barbara

che mette capo alla libertà. Forse chi sarebbe stato da tanto, sè

troppo estimando superiore agli uomini, i quali spingeva incontro

al bene a colpi di flagello, non avrebbe deposta la sferza, se non

per convertirla in scettro; ciò poco doveva montare, imperciocchè

la difficoltà dell'impresa consiste nell'agitare ferocemente le

generazioni e cacciarle nella via del moto; all'altro provvederanno il

tempo, la fortuna e la necessità delle cose. Però, favellando di coloro

a cui la fortuna prestava occasione di riformare gli stati, diceva:

«Questi essere dopo gli iddii i primi laudabili; e perchè pochi furono

che avessero comodo di farlo e pochissimi gli altri che lo sapessero,

così a piccolo numero ridursi coloro che lo facessero[25].» E fermo nel

mio concetto insegnai: «Il prudente ordinatore di una repubblica che

abbia animo di volere giovare non a sè, ma al bene comune, non alla sua

propria successione, ma alla comune patria, doversi ingegnare di tenere

l'autorità solo; nè mai savio intelletto riprendere alcuno di azione

straordinaria che per ordinare una repubblica usasse: convenir bene

che, accusandolo il fatto, lo scusasse l'effetto; e quando fosse buono

come quello adoperato da Romolo uccidendo Tito Tazio e il fratello

Remo per ordinare Roma, sempre doverlo scusare; perchè colui che è

violento per guastare, non quello che è violento per racconciare, si

deve riprendere; non pertanto corrergli obbligo di essere virtuoso

e prudente da non lasciare ereditaria ad un altro quell'autorità

che si ha presa, perchè, essendo gli uomini più pronti al male che

al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che

da lui fosse stato virtuosamente ordinato[26].» Dipoi, celebrando

coloro che intendono restituire gli uomini alla maestà della propria

origine, non dubitai affermare: «Dovesse un principe innamorato di

gloria desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla,

come Cesare, ma per riordinarla, come Romolo; e veramente i cieli

non potere dare agli uomini maggiore occasione di gloria, nè gli

uomini poterla desiderare maggiore. E in somma considerassero coloro

ai quali compartivano i cieli una tanta occasione come fossero loro

proposte due vie: l'una che gli fa vivere sicuri e dopo morte gli

rende gloriosi; l'altra che gli fa vivere in continue angustie e dopo

morte lasciare di sè una sempiterna infamia[27].» Per le quali cose

tutte mi volsi a favorire Cesare Borgia, come quello che, per essere

figliuolo di papa Alessandro e sovvenuto da Luigi XII, di voglie e di

animo pronto, sembrava sortito a ricomporre le membra sparse d'Italia:

nè già il Valentino, crudelissimo ai baroni della Chiesa, era tiranno

del pari spietato ai popoli venuti in sua potestà; perchè racconciò

la Romagna e la ridusse in pace ed in fede; la qual cosa se bene si

considera, vedremo lui essere stato più pietoso dai Fiorentini, che

per fuggire il nome di crudeli lasciarono distruggere Pistoia[28]:

onde i popoli gli posero amore[29], avendo incominciato a gustare una

vita sicura, laddove prima, per essere retti da signori impotenti,

vôlti piuttosto a spogliare che a correggere i sudditi, intesi a

disunire anzichè a congiungere, gemevano per quotidiane violenze e

latrocinii[30]. E che le mie parole non si possano mettere in dubbio

si fece manifesto quando la fortuna, di prospera che gli era, gli si

volse all'improvviso contraria; imperciocchè la Romagna lo aspettò

più d'un mese, nè Baglioni, Vitelli e Orsini ebbero seguito contro

di lui: e se alla morte del padre non lo avesse condotto il veleno a

termine estremo, non rovinava; «ed egli stesso il dì che fu creato

Giulio II mi disse bene avere pensato a quanto potesse succedere

morendo il padre, e a tutto avere trovato rimedio, eccettochè non pensò

mai in su la sua morte di stare anche lui per morire[31].» Inoltre,

che il Valentino, un tempo felicissimo tra i capitani, non fosse il

più malvagio dei principi, o che alla voglia di superarlo gli emuli

suoi non accoppiassero pari lo ingegno, consideratelo in Oliverotto

da Fermo, spento per suo comando a Sinigaglia[32]; perditissimo uomo

era costui, ladrone più che soldato, carnefice più che principe,

e parricida del Fogliani, il quale con amore veramente paterno lo

aveva allevato[33]. Dei Baglioni sapete i costumi: Orazio ordinò

si uccidesse lo zio Gentile; e quasi dubitasse quel delitto poco a

guadagnargli l'inferno, di sua propria mano trucidava più tardi messer

Galeotto Baglioni, mentre si disponeva a rendersi prigione sotto la

fede del duca d'Urbino[34]. Il Valentino agli occhi miei rappresentava

astrattamente un uomo spaventevole; praticamente, la potenza capace

di rilevare l'Italia sopra l'antica sua base; divenuto privato, forse

le qualità raccolte in lui erano tali da condannarlo alla pena dei

masnadieri: finchè resse da principe, poteva di fronte agli altri

ammirarsi ed anche lodarsi rispetto allo scopo, quantunque la bella

morte da lui incontrata in Navarra combattendo alla espugnazione del

castello di Viana lo mostrasse degno di non essere affatto sbattuto

dalla fortuna[35]. E sempre fisso nel medesimo pensiero, caduto il

Borgia, mi volsi a Lorenzo dei Medici duca d'Urbino e lo ammaestrai

delle condizioni dei tempi e partitamente gli scopersi le vie per

mantenersi e crescere. S'io lo guidassi traverso le male bolge

dell'inferno per quinci trarlo a rivedere le stelle, consideratelo

nella esortazione a liberare l'Italia dai barbari che chiude il libro

del Principe. Esaminate con mente pacata i miei scritti, e nonchè vi

apparisca discrepanza veruna tra loro, comprenderete di leggieri come

tutti insieme cospirino allo scopo proposto. Il _Principe_, a guisa di

punto di partenza; i Ritratti dei popoli stranieri, le _Storie_ e le

_Osservazioni_ intorno gl'Italiani contenute nelle mie _Commissioni_,

siccome mezzi di appianare la via; i libri sopra la _Guerra_, come

precetti a ristorare le milizie proprie, le mercenarie sopprimere,

perpetua cagione di servitù; finalmente i _Discorsi sopra le Deche di

Tito Livio_, come termine estremo. Dalle _Lettere_ per me dettate a

mitigare o fuggire la malignità dei tempi non deve ricavarsi argomento

per giudicarmi meglio che dalle risposte fatte al cancelliere quando

fui posto a esame nella congiura del Boscoli. Nè certo, dopo la casa

Borgia, veruna altra in Italia pareva più acconcia di quella dei Medici

a conseguire l'intento. Leone X, pontefice di singolare giovanezza,

uno stato floridissimo, cresciuto per opera di Alessandro VI e di

Giulio II, reggeva[36]; la repubblica nostra come signore dominava; il

conquisto di Milano e di Napoli disegnava; in lui erano facoltà e mente

capaci; lo circuiva numerosa famiglia. Giulio, adesso papa di meschini

concetti, mostrava da cardinale attitudine maravigliosa in eseguire gli

altrui divisamenti[37]. Viveva Giuliano duca di Nemours, Lorenzo duca

d'Urbino viveva. Non pertanto andarono tutte queste speranze disperse.

Leone morì di morte immatura, Giuliano anch'egli precipitò nel sepolcro

per debolezza del corpo, vi si gettava da sè stesso precocemente

Lorenzo a cagione della immoderata lussuria. Mancò papa Clemente a sè

stesso, la famiglia generosa a lui. Simili eventi dimostrano non già

la fallacia nello argomentare, sibbene la miseria degli umani disegni,

i quali ti si nabissano sotto quando meglio ti paiono fermi. L'uomo

trama, la Fortuna tesse; e se alla seconda non piace corrispondere al

concetto del primo, a questo basti avere ricercato la cagione delle

cose con quella prudenza che per lui si poteva maggiore. Forse così

pensando la mente errava, non però il cuore; ad ogni modo tutte le

cose nostre hanno un destino che l'uomo non può vincere, e il mio

consiste nel contemplare la mia fama avvilita da coloro che ammaestrai

ad essere grandi.... Vi aveva io forse raccomandato che voi prendeste

cura della mia fama? Se pure l'ho detto, adesso mi disdico. Che giova

dar di cozzo nei fati? In quella guisa che voi, Zanobi, avrete veduto

a Roma gli obelischi, una volta decoro della superba città, adesso

giacere infranti, mezzo coperti dalla terra e dall'erba, così deve per

un tempo giacere il mio nome, finchè non appariscano anime forti da

rilevarlo sublime. Intanto uomini che si vanteranno filosofi, travolti

anch'essi dalla mala opinione dei tempi, esulteranno della mia morte

e non dubiteranno raccontare ai posteri «essersene rallegrati i buoni

e i tristi; i buoni per conoscermi tristo, i tristi più tristo di

loro.[38]»; e la verità, la quale ascende tal ora animosa i roghi e

i patiboli, e dalle stesse fiamme scellerate e dal corruscare dalle

mannaje si compone di un aureola di luce divina, tal altra poi fugge

dall'errore suo nemico tutta tremante e si ripara nel seno di Dio;

la verità, dico, si rimarrà per lunga stagione di spargere il suo

lume sopra la mia memoria. Quando tenebre di servitù e di obbrobrio

oscureranno l'Italia, la mia fama rimarrà muta, e sarà benefizio

dei cieli, chè la lode di codardi offende amara, come l'ingiuria dei

generosi. Ma se mai l'alba della libertà fie che torni a diffondere

raggi vitali sul fiore appassito dalla speranza, allora come la statua

di Mennone soneranno le mia ossa un fremito di gloria; i posteri

verranno alla mia tomba per trarne responsi di virtù, insegnamenti di

civile prudenza. Intanto fatevi qui presso me, Francesco Ferruccio;

il vostro cuore è un tempio della Divinità: accostatevi, e finchè

Dio soffre che di voi rimanga vedovo il cielo, vi stringa amore di

questo capo diletto; a voi lo confido; lo raccomando a voi: di lui mi

renderete conto nelle dimore dei giusti; egli è mio sangue: stendete

la mano, ecco io vi depongo sopra la facultà che mi concesse la natura

di benedirlo quando mi salutarono padre; voi non avete figliuoli....

ed egli è figlio infelice di padre infelicissimo; amatelo dopo la

patria primo; ed accettando voi il sacro deposito, Nicolò Machiavelli

vi scongiura che operiate in maniera che egli possa al vostro fianco

salvare la patria o morire gloriosamente per lei.»

[Illustrazione: Lupo, imperturbato, aggiusta il bronzo, prende

la corda infocata e di propria mano dà fuoco. _Cap. II, pag.

41._]

Francesco Ferruccio, rimosse le mani dal pomo della spada, toltesi le

manopole di ferro, scoperta la fronte, levati gli occhi al cielo, come

se volesse invocare Dio testimonio della promessa, stringe con ambe

le sue la mano destra al moribondo, e quindi imponendole sul capo al

giovanotto Ludovico solennemente profferisce queste parole:

«Egli morrà con me!»

E Ludovico solleva dolentissimo la faccia, guarda il Ferruccio in soave

atto d'amore e torna a declinarla sulla mano del padre, rompendo il

freno a pianto disperato.

Piangevano tutti.

Dopo uno spazio lungo di tempo Nicolò con languida voce riprende:

«I pensieri, gli affetti, la terra cominciano a volgermisi tenebrosi

intorno alla mente: il passato si oscura, il futuro mi accieca dentro

un mare di luce, sento la eternità: partite. Se in cosa alcuna meritai

di voi, compiacetemi, di grazia, in questa ultima preghiera; partite: a

morire basto solo. Dai letti dove si addolorano i destinati a morire,

male s'innalzano con riconoscenza gli occhi al firmamento. Ornai gli

umani soccorsi non possono giovarmi più in nulla: io sto nelle braccia

di Dio. Voi consacraste alla patria la vita: ogni istante perduto è

un tradimento... un tradimento, intendete? Or via dunque andate...

partite... A voi la patria... e Ludovico..., ai posteri raccomando la

fama... Addio.»

I circostanti, il voto del moribondo adempiendo, si allontanarono

dalla stanza; se non che ora l'uno, ora l'altro senza mostrarglisi,

gli resero gli uffici estremi, finchè, aggravandosi il male, il

giorno appresso 22 giugno 1527, quando pare che la campana pianga la

luce scomparsa dal nostro emisfero, spirò la sua grand'anima Nicolò

Machiavelli.

Con poca accompagnatura di amici, ma confortato con molte lacrime e

sincere, lasciando inestimabile desiderio di sè in quanti conobbero il

cuore ch'egli ebbe, scese nell'avello de' suoi padri nella chiesa di

Santa Croce.

E una tenebra fitta di vituperio si condensò sopra questa misera

Italia. Le ceneri del Machiavelli stettero per quasi tre secoli

ignorate; e fu pietoso consiglio della provvidenza, imperciocchè

altrimenti i nipoti le avrebbero date ai venti della terra. Una torma

di vermi nati dalla putredine della servitù prese a contaminarne la

memoria, una crociata d'infamia bandirono al suo nome, con i terrori

della religione lo circondarono, lo conficcarono sopra i patiboli!...

Compreso di compassione per la imbecillità della stirpe dalla quale

io pure nasco, tacerò, o piuttosto ferocemente animoso le strapperò

la fascia dalle piaghe, mostrandole, comunque turpi, alle generazioni

future?

Io strapperò cotesta fascia e narrerò come i Gesuiti ardissero

effigiare il simulacro del grande e, appostavi la seguente iscrizione:

«perchè fu uomo scaltrito e subdolo, di pensieri diabolici maestro,

aiutatore del demonio eccellentissimo», lo abbruciassero sopra la

pubblica piazza d'Ingolstad in Baviera. E tanto crebbe cotesto osceno

baccanale d'ignoranza ribalda e svergognata che fino un principe

ne sentì pudore. Così è: a Dio piacque tra i prodigi della sua

potenza creare un principe di cui il volto non fosse sconosciuto

alla verecondia. Leopoldo austriaco, primo di nome, consentiva gli

si ponesse una lapide, e nel sepolcro di lui innalzava un monumento

durevole alla propria memoria.

Poichè questo principe s'inchinava a quel grande, egli avrà fama anche

dopo che saranno disperse le monete effigiate con la sua immagine:

monumento unico al quale il più delle volte è raccomandata la rinomanza

dei principi[39].

CAPITOLO SECONDO

LA RITIRATA D'AREZZO

Ne' suoi tempi è stato uomo memorabile

e degno di essere celebrato da

tutti quelli che hanno in odio la

tirannide e sono amici della libertà

della patria loro.

GIANNOTTI, _Vita di Francesco Ferruccio._

Puro è il giorno e sereno: — dalla parte di oriente un color d'oro,

diafano, a mano a mano più limpido: — all'improvviso il sole sgorga

dai monti con un raggio, due raggi, — un oceano di raggi, su questa

terra ch'è sua delizia e suo amore: immagine di Dio, senza curarsi se

nello spazio che inonda viva chi lo abborre o chi l'ama, egli veste il

creato di splendore benigno; e, tutte belle diventate le cose in quel

battesimo di luce, mal puoi discernere tra loro quali sieno le superbe,

quali le abbiette.

In quella prima allegrezza della natura ogni ente si commuove, le

anime si aprono alla pietà, come i fiori alla rugiada; diventa il buono

migliore, meno tristo il malvagio.

Il sole, quanto il pensiero dell'uomo, rapidissimo si sprofonda per

la immensità dello spazio e gode balenare lo sguardo infiammato per

le acque della Chiana e dell'Arno. Le acque si scuotono e fremono

in un continuo agitarsi d'oro e di azzurro, e direi quasi, sembrano

palpitare di luce. Gli alberi al vento mattutino mormorando confondono

le frasche, come giovani innamorati sussurrantisi nell'orecchio un

misterioso favellio: dove te ne prendesse vaghezza, tu potresti ad una

ad una annoverarne le foglie, tanto le contorna lucidissimo l'emisfero.

L'iride cinge ogni erba; suona ogni pianta una voce d'armonia. Odi

trasvolare per l'aria infiniti accordi divini, altri sottentrarne più

rapidi e più melodiosi, nè ti è concesso distinguere donde si muovano

o come ti arrivino; sicchè tu credi, ora sì, ora no, l'aura ti porti

all'orecchio l'inno degli angioli, col quale al tornare della luce

esaltano nelle sfere la gloria del Creatore. È un cielo puro e sereno:

— un bel giorno d'Italia.

Ma e perchè a tanta esultanza della natura non si mesce la voce

dell'uomo? Chi trattiene nelle sue case il colono? Perchè non esce

ai quotidiani lavori? L'eco non rimanda il muggito dei bovi; non si

ascolta per le valli il tintinnio degli armenti; dai focolari non

sorge nuvola alcuna di fumo la quale, paurosa di deturpare la maestà

dei cieli, si tinga dei colori della conchiglia marina e rammenti lo

schiavo costretto a mutare sembiante all'apparire del suo signore.

Sarebbero forse venuti i tempi vaticinati nei quali il sole deve

splendere invano? La morte ha inaridite la fonte delle lagrime umane?

Il mondo alfine si è fatto cimiterio della universa stirpe d'Adamo?

La città d'Arezzo, vuota anch'essa di gente come la campagna, — sembra

la Gerusalemme di Geremia, o piuttosto Pompeia tolta dalla sua antica

sepoltura di lava. Ma nella cittadella varie centinaja di uomini d'arme

stanno disposte intorno alle artiglierie; silenziosi però ed immobili,

come impietriti. Così la canzone moresca immagina stanziare nelle

caverne dei monti di Granata per virtù d'incantesimi esercito infinito

di Saracini, che sciolto un giorno da un guerriero fatale irromperà,

distrutti gli infedeli, a restituire il sangue degli Abenceraggi nelle

torri paterne dell'Alhambra[40]. Alzati i ponti levatoi; le sentinelle

non mutano passo; non soffia alito che valga a muovere leggiermente le

pieghe del gonfalone del comune di Firenze, inerte giù lungo la stacca;

quivi sola par viva la corda apparecchiata a dar fuoco alle artiglierie

per la colonna sottile e perpendicolare di fumo che tramanda verso del

cielo.

Fra i molti quivi raccolti per vesti o per sembianze notabili si

distinguono due personaggi, quantunque di forme affatto diversi tra

loro; — s'impadronirono entrambi di due colubrine lunghe, spigliate,

che a bocca aperta paiono anelanti di balestrare contro i nemici la

disperazione e la morte. Il primo appoggia il gomito destro sopra

la parte anteriore della colubrina, e vôlto il cubito al capo, vi

abbandona sopra la faccia; — la mano manca sta aperta sul pomo della

spada; il corpo affida al femore sporgente e sul piede sinistro forte

piantato sopra la terra, mentre la tocca appena con la punta del destro

posto a traverso; grande era e bello, del tutto chiuso dentro modesta,

ma forbita armatura; — il capo scoperto, e quindi appariva il volto,

che un arcano pensiero e una cura insistente atteggiando a malinconia

lo rendeva più gentile; le palpebre socchiuse velavano il suo sguardo;

— certamente, l'anima commettendo all'onda delle sensazioni, egli gusta

nel suo segreto la voluttà che muove all'aspetto delle maraviglie della

natura.

Tu lo incontrerai mai sempre dove si offre acquisto di gloria o

pericolo d'avventura, imperciocchè egli sia Francesco Ferruccio. Udendo

i Dieci della guerra come Malatesta avesse perduto Spelle e si fosse

accordato di lasciare Perugia, gli mandarono Giovambattista Tanagli

col protesto di seco lui condolersi per quella prima sconfitta, ma in

sostanza poi per ordinare al Ferruccio e al Verazzano i duemila fanti

delle milizie fiorentine ritirassero, ed in Arezzo sotto il comando

di Antonfrancesco Albizzi, commissario della Repubblica nelle terre

della Val di Chiana, riunissero. La qual cosa avendo il Ferruccio con

molta prudenza operata, era rimasto in Arezzo con quella autorità

che la virtù non manca di partecipare agli uomini superiori nei

casi difficili. — L'altro, di membra maravigliosamente robuste, si

assomigliava ai crepuscoli scolpiti da Michelangelo sopra le sepolture

di Giuliano e di Lorenzo dei Medici, — curvo su la colubrina ne stringe

i lati nelle ginocchia tenaci, ne afferra con le mani venose i manichi

estremi, — il sommo del capo egli ha calvo, coperto di una pelle

giallastra, se non che intorno intorno sopra le orecchie e dietro la

nuca lo ricinge una corona di cappelli in parte neri, in parte bianchi,

alcuni torti, tali altri irti, che ben parevano venuti in lite tra

loro: le guance squadrate, la mascella e il labbro inferiore sporto in

fuori, il superiore mezzo nascosto fra i denti, a cagione degli spessi

morsi sanguinoso: le pupille infiammate gli balenavano tra mezzo i peli

ruvidi del sopracciglio, a guisa di fuoco pei rovi d'una siepe: inoltre

tutto crispato di rughe e abbronzito dal sole e cincischiato da non

poche margini... davvero egli era un volto cotesto da fare nascondere

spaventato un fanciullo nel seno della madre, da fare stringere sotto

le vesti il pugnale al pellegrino che lo avesse incontrato per via: —

e nonpertanto Giovannantonio da Firenze, bombardiere, soprannominato

il Lupo, annoveravano come uno tra i pochi soldati che militando

rispettasse la canizie dei prigionieri, perchè si rammentava la madre

lasciata a casa, vecchia ed inferma; e ad ogni immagine della Madonna

addolorata occorsa per la via si faceva devotamente il segno della

croce e sospirava, perchè sentiva l'affanno della vecchia madre, sola

nel mondo e priva del conforto di saperlo vivo: — uno dei pochi ai

quali il nome santo di patria rabbrividisse le carni, spremesse dal

ciglio dolcissime lacrime. In qual modo al cielo piacque poi balestrare

quella testa sopra le spalle di Lupo bombardiere, — fosse caso o

intenzione, — io per me non lo posso significare.

Lontano lontano svoltando da un colle ecco apparisce una nuvola di

polvere che pare dorata ai raggi del sole. Lupo volta subito la faccia

al Ferruccio e lo vede immobile. La nuvola crescendo si dilata, sempre

e più sempre si avvicina. Lupo guarda il Ferruccio, nè questi ancora fa

sembianza di muoversi. Davanti la polvere adesso si scorge a correre un

cavaliero di splendida armatura; ha la visiera alzata e mostra un volto

di adolescente; — sprona un cavallo nero di sangue generoso; — nella

destra stringe un'asta con pennoncello giallo, dove stanno ricamate le

armi imperiali, — l'aquila dalla doppia testa.

A giusta distanza pervenuto, egli scende dal corsiero, al braccio

sinistro avvolge le briglie, con l'altro spinge di forza il calcio

dell'asta e lo pianta nel terreno in segno di conquista.

Lupo, stillando sangue dagli angoli della bocca, vibra uno sguardo

feroce al Ferruccio.

Chi per una notte di procella nell'onda travolta dagli dêi infernali

ravviserà lo specchio del lago Trasimeno? — Certo, un dì le sue acque

fremendo (e pareva che piangessero) tornarono indietro dal margine

tranquillo tutte contaminate di sangue: atterrite esse videro sul

campo dei Geti le reliquie misere della battaglia, dove travagliandosi

ferocemente le belve umane non si addiedero del terremoto che sobissò

centinaia di città italiche; e per le canne e il limo il genio del

luogo sottrasse il cadavere del console Flaminio all'ultimo oltraggio

per un Romano, — la pietà di Annibale; — ma per ordinario mite le

blandisce il raggio della luna, e su la cheta superficie mestamente

si spandono i rintocchi della campana del convento, posta nella isola

maggiore del lago, che chiama i rivieraschi alla preghiera.

Chi potrà adesso ravvisare il Ferruccio? Negli occhi dilatati

scintillano trucemente le pupille: il volto per l'impeto del sangue gli

si fece nero, le vene tra turgide e tese: con mani potenti stretta la

colubrina, la volge a seconda de' suoi desiderii, quasi fosse una spada

od altro più maneggevole arnese di guerra: con tutta l'anima nello

sguardo mira attentissimo, — punta la colubrina, — la ferma e con voce

terribile grida «Fuoco!»

Non bene anche spirava su le labbra il comando, nè ancora i piedi

tornavano a posarsi sopra la terra, donde schivandosi aveva spiccato

un salto, che il bronzo balenò; — precipitando rimbombante contro

del parapetto lo percosse, rimbalzò, stette; la palla mortale si era

partita tra una vampa di fuoco.

Vico Machiavelli, senzachè pure se ne accorgesse il capitano, con la

miccia tesa da gran tempo aspettava impazientissimo il cenno.

Il fragore del bronzo si diffuse lontano pei campi: d'eco in eco se lo

rimandarono i monti circostanti, e, come se fosse stato il segno magico

capace di levare l'incanto, le milizie fiorentine, d'inerti a un tratto

divenute irrequiete, con sembianti diversi d'ira, di curiosità e di

anelito accorsero alla spalletta per vedere; — e sopra gli altri Lupo e

il Ferruccio con tutto il busto spenzolati dal muro, facendosi di ambe

le mani solecchio allo sguardo contro la luce, spiavano bramosamente

l'esito del colpo.

Il cavaliero nemico, compito l'atto oltraggioso, sta in forse

se debba aggiungere all'atto un grido di scherno: — in questa la

palla percotendolo nel ventre un poco sopra l'inguine gli dirompe

gl'intestini e, via trapassando dai reni, stritola le vertebre e

fiacca la spina dorsale; — allora fu vista la parte del corpo inferiore

alla ferita, piegati i ginocchi, cadere per lo innanzi, la superiore

indietro, sicchè la nuca venne a battere di forza su le calcagna. Il

cavallo tratto da impeto irresistibile seguita il moto dell'ucciso;

ma quando teso il collo fiutò dalle aperte narici l'odore del sangue,

— quando con lo sguardo esterrefatto in quella massa informe di carne

lacerata non riconobbe più il suo signore aombrò pauroso e si dette

imperversato a fuggire pei campi, trascinando il tronco avvolto dentro

la medesima nuvola di polvere nella quale vivo e baldanzoso era apparso

pur dianzi.

«E tale mai sempre abbia saluto», esclamava il Ferruccio, «l'empio

ladrone che vende l'anima ai nemici della libertà di un paese

innocente!»

O giovanetto! la fortuna ti concedeva singolare vaghezza di forme;

forte tu eri e animoso: non pativi difetto di beni terreni; scendevi

raro germoglio dal sangue degli Chalons[41]: Filiberto, principe di

Orange, capitano dell'esercito imperiale, in te abbracciava il suo

nepote e il suo erede... Perchè dunque lasciasti i tuoi dolci castelli?

perchè i tuoi genitori canuti? Tu avresti lieti fatti e soavi gli anni

loro, che adesso strascineranno fra la disperazione alla morte: — te

avrebbe amato una donna, a te sorriso i cari figliuoletti. O se nella

tua anima ruggiva lo spirito delle battaglie, perchè muovere ai danni

d'un popolo innocente? Largo campo di onore forse non ti si apriva

in Palestina, dove gl'infedeli contristano il sepolcro di Cristo?

Allora il tuo sangue avrebbe bagnato il sacro terreno che bevve prima

il sangue del tuo Salvatore; ti avrebbero i cieli largito la palma

del martirio, dato la terra lagrime e voti. Adesso il trovatore nella

sua mesta ballata ti saluterebbe campione della fede, la tua prodezza

esalterebbe, ti piangerebbe come una pleiade scomparsa dal coro

degli astri; — per te gemerebbe la vergine ascoltante, e la tua fama

rinverdirebbe nei secoli per la rugiada delle lacrime pietose. Ora,

morendo, tuo ultimo desiderio fu precipitare intero nell'oblio, perchè

nel cuore consapevole sentisti come per cotesta unica via ti fosse dato

scampare a infamia. Te misero! che, a tanta distanza di tempo e mentre

dovrebbero dormire spenti gli sdegni, la carità patria contende non

solo di sciogliere un sospiro sul tuo fato infelice, ma anzi comanda

di calpestare il suo teschio ed imprecarvi sopra queste parole: «Bene

si ebbe innanzi tempo la sua stanza il serpente in questo vôto cranio;

bene fecero i vermi della terra pasto delle tue membra giovanili; bene

ti sta la morte immatura; se tu più avessi vissuto, avresti ordito

maggiore trama di colpe; ti fu l'obbrobrio lenzuolo sepolcrale, ti

pose lo avvilimento la lapide, il maledire dei popoli v'incise sopra

la iscrizione, e la giustizia divina ve la mantiene immortale, onde

facciano senno i maligni che non abborrono vendere il proprio sangue

contro la libertà delle genti.»

Intanto dalle radici estreme del monte si dilatò sul piano una

moltitudine meravigliosa di fanti e cavalieri levando dense nuvole

di polvere, — e tra mezzo coteste nuvole sventolano bandiere con

l'aquila, bandiere con le chiavi di s. Pietro; gli elmi, le corazze,

le partigiane e gli altri arnesi guerreschi mandavano lampi; — l'aere

d'intorno intronava un suono discorde e terribile di trombe, di pifferi

e di tamburi, commovendo i petti, secondo la natura degli uomini, a

rabbia o a terrore; procedevano senza osservare le ordinanze, come se

poco curassero il nemico, o fossero sicuri di avere a patti il paese; —

s'inoltrano spensierati; — privi di qualunque riparo si accostano alle

batterie fiorentine.

Dio certamente gli accieca.

All'improvviso con immenso fragore prorompe dalla fortezza un turbine

di fuoco, di ferro e di fumo: — il cielo si oscura; la faccia del sole

si cuopre come un velo funerario per non contemplare la strage nefanda,

— ma il vento rinforzando si porta altrove il fumo e la polvere, sicchè

si fanno manifesto allo sguardo cavalli inferociti erranti senza

cavaliere di su di giù per la campagna, un cumulo di morti giacenti

in atti diversi, i vivi in rotta, i feriti implorare soccorso e non

ottenerlo, tentare carponi con miserabili conati sottrarsi da quel

luogo micidiale e non poterlo; — armi sparse e spezzate; — di membra il

terreno fatto infame e di sangue.

Come vennero, sparvero; togliendo riparo dietro certi argini alzati

traverso i campi, sicchè, senza quella testimonianza di strage, quanto

avvenne sarebbe apparso un sogno d'infermo.

«Tal sia di loro!» dopo alcuni momenti di silenzio interruppe il

Ferruccio.

«Così piacesse a Dio e a san Giovanni glorioso,», rispose Lupo; «ma,

per quanto e' mi sembra, il diavolo vuol tenere in conto di caparra

questa prima mandata di scomunicati... Vedete, capitano! guardate

laggiù quella casa...»

«Dove?»

«Costà, costà, a piè del colle, ov'è la torre rovinata... diritto alla

mia mano... la vedete voi? Diavolo! e che siete diventato cieco?

«La vedo, sì, adesso la vedo... E quando ci sono entrati? e che cosa

fanno?...»

«Mettono fuori dalla finestra una bandiera... due... un'altra ancora;

la prima parmi imperiale... la seconda del papa... la terza! no...

sì... oh! diavolo! come c'entra cotesta?... È il cavallo sfrenato... la

insegna d'Arezzo.»

L'assedio di Firenze · 第 4 / 81 段