Romani, i quali quasi quanto vollero fecero, più che agli altri dii are
innalzarono e tempii alla Fortuna; e con ciò dimostrarono sapientemente
conoscere una forza superiore alle forze mortali che spesso si compiace
secondare sovente ancora i disegni loro impedire. La fortuna sola
vuolsi molto più accetta tenere della virtù sola: imperciocchè quella
vedemmo tal volta condurre a lieto fine le imprese, la seconda capitare
sempre male. Siccome la vita dei popoli si prolunga nei secoli, così
la prosperità loro non si comprende da una o due imprese avventurose,
sì bene da una serie di fatti prudentemente concepiti e virtuosamente
operati: per la qual cosa giudico la fortuna fuori di misura giovevole
nella vita breve di un uomo poco avvantaggiare il governo degli stati
ed anche riuscirgli nociva, se la virtù non ponga il chiodo alla sua
ruota. La fortuna in molti casi si mostrò favorevole ai Fiorentini:
più volte li preservava dalla servitù, come al tempo di Castruccio e
dei Visconti; più volte gli restituiva a libertà, come nel passo di
Carlo VIII e adesso. Nel 1494 i meglio saputi cittadini tenevano la
patria spacciata; e invece rimase Piero dei Medici sbandito, il cuore
del dominio salvo. Ora nel 27 pareva volesse il Borbone rovesciare
Fiorenza, e invece assaltò Roma, depresse il papa e ne fece abilità
di toglierci giù dalle spalle quello increscioso giogo dei Medici.
Furono questi doni della fortuna; e appunto perchè doni, o poco gli
avemmo cari, o ci curammo poco di custodirli, siccome dovevamo e
meritavamo pur troppo; se ci avessimo speso dintorno sudore e sangue,
gli avremmo per certo più diligentemente mantenuti; gli Ebrei presero
in fastidio la manna, comechè soavissimo cibo si fosse, perchè
gliela mandava il cielo, e senza fatica a sazietà la raccoglievano;
agli uomini poi non riesce mai sgradevole quel pane che con molto
travaglio essi ottengono. Le cose della fortuna si distendono molto,
approfondiscono poco; quelle della virtù diversamente procedono:
onde, tutto ben ponderato, io prepongo alla fortuna la virtù non
infelice. Non ragionerò dei provvedimenti buoni negletti, dei pessimi
seguiti dal 1494 al 1512, spazio nel quale durò la seconda cacciata
dei Medici; già la storia i tempi, gli uomini e le colpe loro incise
sopra le sue tavole di bronzo e le dava in custodia alla memoria. Il
tempo stringe, lunga è la via; nè già si tratta adesso di speculare
sopra le azioni antiche, bensì somministrare consigli per le presenti
e per le future. La fortuna, poichè volse la ruota ora favorevole
ora avversa ai Medici, parve romperla per loro nel 1527; rimasero
uomini a pena eredi del sangue di cotesta famiglia, diseredati affatto
della virtù. Andava e va tuttavia la città divisa con diverse maniere
fazioni: eravi chi teneva pei Medici, e tra questi parte la monarchia
assoluta desiderava, parte voleva i Medici non già signori ma capi di
governo largo; della fazione avversa alcuni più odiavano i Medici di
quello che amassero la repubblica, altri più amici della repubblica
che nemici dei Medici, altri finalmente la tirannide al pari dei
Medici detestavano. Dall'un canto e dallo altro stoltezza, tranne
gli ultimi: imperciocchè nei rivolgimenti degli stati bisogni mirare
a fine preciso, e le sfumature non giovano; sicchè, quando i tempi
grossi incalzano, tu ti trovi senza concetto, sospinto là dove aborrivi
precipitare. Il popolo rimaneva come il cammello giacente sotto il
peso; lo sentiva grave, ma, scarrucolato dagl'inetti novellatori di
consigli mezzani, non sapeva a qual partito appigliarsi per gittarselo
giù dalle spalle. Correva l'aprile del 1527 quando Dio, accecando
i nostri oppressori, consigliò al cardinale Passerini da Cortona di
lasciare Fiorenza e andarsene in compagnia d'Ippolito e di Alessandro
e della Corte a Castello per complire il duca di Urbino, il quale
si era quivi ridotto con l'esercito della lega. Valicate appena le
porte, i giovani, come quelli che nella mente loro concepivano un
disegno assoluto e virile, levarono rumore, uscirono armati dalle
case Salviati e, tratti i gonfalonieri delle compagnie, si recarono
ad assaltare il Palazzo. Nessuno si oppose; però che gli stessi
avversarii, discordando nei pensieri, argomentassero nel tempo in
che faceva bisogno adoperare ferocemente le mani. Il popolo restava
inerte, chè la tirannide lunga lo teneva assopito; ben era aperta al
lione la gabbia, ma non osava lanciarsi; era la sua catena spezzata,
ma non ardiva scuotersi per gittarne lungi i frammenti; guardava, non
sapeva e, gridando libertà, libertà! applaudiva. Baccio Cavalcanti,
salito in Palazzo a nome dei giovani, impose al gonfaloniere e alla
Signoria bandissero i Medici: alcuni dei Signori che, per godere il
benefizio del tempo, s'ingegnavano interporre indugi rimasero feriti;
mandato a voti il partito, nessuno dissenziente, i Medici ebbero il
bando. Consiglio audace, provvidenza infelice. I cardinali Cortona,
Cibo e Ridolfi, avvisati del caso, tornarono spediti a Fiorenza,
il conte Noferi li precedeva con mille fanti: facendo loro spalla i
partigiani dei Medici, senza nessuno impedimento trovare, penetrano
in Fiorenza e procedendo incontrano davanti la chiesa di San Pulinari
Tomaso Ciacchi della repubblica svisceratissimo; toltolo in mezzo,
comandano gridasse: Viva i Medici! rifiutava; percosso, nel rifiuto si
ostinava; ferito mortalmente sul capo, più e più sempre esclamava: Dio
e libertà! Il popolo guardava, non sapeva e gridando: Palle, palle!
applaudiva. Insanguinata la terra di quel nefando omicidio, assaltano
il Palazzo; i giovani, comechè in tutti avessero sette archibusi,
deliberano a difendersi. I Palleschi, i quali poc'anzi paurosi si
nascondevano, adesso prorompono, più infesti, come suole, coloro che
si mostrarono più vili; arde la porta del Palazzo dalla parte degli
Antellesi; all'altra puntate le picche, le spingono di forza, sicchè
le imposte curvandosi meglio di un braccio si scostano dagli stipiti.
Se in quell'ora di turpe baldanza i soldati dei Medici entravano in
palazzo, la patria nostra avrebbe pianto lacrime amare sul fiore della
sua gioventù trucidato. A Dio piacque che quel santissimo e forte
petto d'Iacopo Nardi quivi a sorte si trovasse rinchiuso; in quel
fiero trambusto, punto egli smarrendosi di animo, confortò i compagni
a far testa anche un momento, e dipoi, salito sul ballatoio (come
colui che di ogni particolarità spettante alla patria era indagatore e
conoscitore solenne), scopriva certe pietre colà a disegno raccolte e
in modo disposte che, leggermente intonacate al di fuori, sembravano
un fermo parapetto; allora rotti i lastroni delle buche, uniti
nel proponimento di salvare la patria, precipitarono cotesti sassi
sul capo agli assalitori[14]. Se alla improvvisa rovina fuggissero
coloro, non è da dire; lasciarono le porte, l'incendio fu estinto,
e, peritandosi di accostarsi da capo, presero a sbarrare le strade.
Sopraggiunsero intanto i signori della lega; Federigo da Bozzolo
intervenne mediatore in nome di Francia, e chiariti i giovani intorno
la vanità delle difese, assicurati di universale perdono dal cardinale
Cortona e da Ippolito concesso, dal duca di Urbino guarentito, dopo
alcune pratiche, ottenne il Palazzo restituissero. Io non incolperò di
siffatto evento veruno; imperciocchè, quantunque non fossero presi i
necessarii provvedimenti a mantenere la libertà, tuttavolta, anco presi
non avrebbero, atteso il tempo breve, giovato; quello di cui riprendo
i cittadini più savi si è questo, che o il moto non impedissero, o
insieme non cospirassero prima, onde o potesse sostenersi meglio, o
venisse con più onore a mancare. La caduta di un popolo deve essere
tale, carissimi miei, che lasci memoria di terrore ai tiranni, legato
di vendetta ai figliuoli degli oppressi; tra il popolo sommosso e un
re bandito, unico patto il sepolcro; sta sulla sua spada il perdono;
affetti, giuramenti, onore e Dio sono onde che rompono nello scoglio
dell'interesse di regno. Questo per lo addietro si è visto, e tolga
Dio che si veda anco in futuro: però torno a ripetervi che, tratto il
ferro una volta, il popolo ha da gettarne via il fodero; dove tanto
si acciechi da riporlo finchè il suo nemico non giaccia cadavere,
invece di cacciarlo nel fodero, se lo caccerà nelle viscere; e di
questo stia certo. Invece il cardinale Cortona, a ciò indotto dal conte
Pietro Noferi, mandava a Roma una nota di gente da uccidere, comechè
perdonata; e se la paura di maggiori disastri non tratteneva Clemente,
avreste veduto un po' voi, come diceva Luca Albizzi, se sapeva ben
egli schiacciare il capo ai colombi rimessi in piccionaia. La fortuna
ad ogni modo ci voleva liberi: il 12 maggio giunse notizia del sacco
di Roma dato dagli imperiali, il papa a stento rifuggito in castello.
Il cardinale Cortona, povero di consiglio, nè voleva fidarsi altrui
nè da sè era bastante a prendere un partito: i soldati chiesero le
paghe; Francesco del Nero cassiere del pubblico nega i danari e ripara
a Lucca; il Cortona, di natura miserissimo, piuttostochè rimetterci del
suo, si sprovvede di quella estrema difesa e dichiara volere lasciare
il governo della città. I giovani, immemori del passato pericolo,
tornano ai tumulti; per questa volta la fazione degli ottimati,
incapace a muoversi, riesce a trattenerli. La Clarice moglie di Filippo
Strozzi va a casa Medici ed aspramente ripresi Ippolito e Alessandro
di aversi voluto fare tiranni, li consiglia a partirsi; s'ella non
era, nessuno ardiva abbattere cotesta tirannide cadente: nè in lei
fu tutta virtù, sibbene o petulanza donnesca, o rancore contro il
sangue illegittimo di casa sua, o sdegno contro papa Clemente che non
volle creare cardinale Piero suo figlio, e mandato il marito Filippo
a Napoli per ostaggio dell'accordo conchiuso con i Colonnesi, non
lo aveva poi atteso, ponendolo così in pericolo presentissimo della
vita, o finalmente speranza, cessato il governo dei Medici, di vedere
la sua famiglia principale in Fiorenza. Mentre la Clarice, accesa nel
volto con voce alta così favellava, si levò rumore tra i soldati della
guardia; un archibuso fu sparato contro di lei, sicchè tra crucciosa
e atterrita quinci si dipartiva, accompagnandola i più notevoli
cittadini. Intanto si raguna in Palazzo la pratica per deliberare
intorno ai casi presenti. Filippo Strozzi, a grande istanza pregato
da Ippolito, si reca alla Signoria per ritirare la dichiarazione del
Cortona intorno all'abbandono del governo di Fiorenza; ma la pratica
aveva già vinto una provvisione per la quale si convocava il consiglio
grande e, creatosi intanto un reggimento che tenesse gli uffici fino
al 20 di giugno, i Medici in condizione privata si restituivano.
Senonchè i giovani, prudentemente pensando, cessato il regno, non
potere il principe più oltre abitare la città, tranne morto, accennano
prorompere. Allora Nicolò Capponi, Filippo Strozzi, Giovanfrancesco
Ridolfi ed altri maggiorenti, i quali, siccome corse fama, già da buon
tempo innanzi si erano concertati a Legnaia, confortarono i Medici a
dare campo su quella prima caldezza alle ire popolari, ritirandosi al
Poggio. Filippo deputavano a scortarli sotto pretesto della sicurezza
loro, invero poi per farsi restituire le fortezze di Livorno e di
Pisa: fin qui la colpa tutta del popolo; imperciocchè, se egli avesse
sostenuto la fazione dei giovani, nè i Medici sarebbero usciti, nè
gli avrebbe lo Strozzi accompagnati. Consigliava la ragione di stato
i Medici e i cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi si sostenessero per
cambiarli poi con alcuno dei più notabili nella guerra futura, o,
come fecero i Romani della testa di Asdrubale, balestrarne i capi
mozzi tra le genti del papa, quando ei si fosse attentato assediare
Fiorenza, mettendo così tra il popolo e il suo tiranno il sangue e
la disperazione: quello che maggiormente nuoce in simili imprese è
tenere l'animo vôlto agli accordi; perchè i codardi vanno rilenti alle
offese, le difese o poco curano o del tutto abbandonano, e la patria
rovina. Bentosto se ne raccolsero gli amari frutti; Filippo Strozzi,
per tale una causa che la fama bisbigliò sommessa, e la storia tacerà
vergognando, perocchè ella sia vergine e musa, lasciò fuggire Ippolito
a Lucca; e per ricuperare le fortezze, oltre alla perdita del tempo,
tra Piccione contestabile della fortezza di Pisa e Galeotto da Barga
di quella di Livorno vi si spesero meglio di quindicimila scudi.
Francesco Nori e la Signoria depongono l'ufficio; non aspettano il
giugno per convocare il consiglio; determinato il modo di eleggere il
gonfaloniere, l'adunano sul finire di maggio e creano Nicolò Capponi.
Il consiglio eleggeva, il Capponi accettava; fallo grave nel popolo,
nel Capponi gravissimo: errò il popolo, il quale andava immaginando
che, come egli aveva ereditato dal padre Pietro le sostanze, così pure
avesse dovuto redarne quell'impeto che valse a salvare la città dalle
cupidigie francesi e rendere il suo nome immortale; errò ancora, perchè
non conobbe la temperanza e la moderazione di Nicolò, in tempi quieti
lodevoli, avrebbero a mal partito ridotto la città nei casi presenti,
dove si chiedeva consiglio audace ed opera piuttosto avventata che
gagliarda: ma sopratutto il Capponi e sè stesso mancava ed alla
patria: forse Dio, che può leggere nei cuori, e le colpe misura dalla
intenzione, lo perdonerà, non derivando i suoi falli da mal volere; ma
non può perdonarlo la storia: ardua cosa e per avventura impossibile
alla mente umana investigare le cause segrete dell'animo; e poco rileva
conoscere se l'effetto sinistro si parta o da talento pessimo o da
mancanza di cuore; ella giudica dall'utile o dal danno: per la qual
cosa tu puoi sentenziare in coscienza che Nicolò Capponi fu traditore
alla patria. L'uomo che si reca sopra le spalle il carico tremendo di
porsi a capo dei tumulti dei popoli e indirizzarli al risorgimento si
metta una mano sul cuore e senta se col buon volere Dio vi trasfuse la
potenza: tale egli deve accogliere e tanto cumulo di qualità diverse,
discordanti ed anche contrarie, ch'io per me raccapriccio in pensarvi;
un cuore infiammato di carità, poetico quanto quello di Platone nel
contemplare la bellezza del fine, ed una mente severa come un teorema
d'Euclide; egli buono, alle umane miserie soccorrevole, amico e padre
di tutti, quando il bisogno lo stringa, deve con fronte imperturbata
tal dare principio alla sua orazione nel consiglio dei padri: «Anche
ventimila capi recisi, e la repubblica è salva!» — Se gli si parano
nelle vie i figli, Giunio Bruto gli spense; se il padre, Marco Bruto
l'uccise: e i posteri entrambi hanno salutato sublimi. Nelle cose
politiche il delitto comincia soltanto là dove la necessità cessa.
Quindi consideri con profondo consiglio le condizioni del popolo:
dove la morte della parte corrotta valga a fruttare libertà, lui
celebreranno gli uomini salvatore e Dio se ci adoprerà la scure: dove
poi i partiti sanguinosi rimangano inerti se le genti prima di morire,
renunziato l'alito divino, si convertirono in creta, se la speranza,
rivolta a terra la fiaccola, la spenge piangendo su quella città come
sopra un sepolcro, allora, la fama di crudele evitando, lasci arbitro
della morte chi creava la vita; ad esempio delle vergini di Sion,
l'arpa appenda al salice e pianga, o del tutto si taccia, perocchè
nei regni della disperazione ogni suono rincresca, anche quello del
pianto. Nicolò Capponi non ebbe la mano forte da cacciarla nei capelli
di un popolo assopito e squassarlo ferocemente affinchè si svegliasse;
i Medici non aborriva; un governo di ottimati desiderava; però i
Palleschi non ispengendo, lasciavali vivere a macchinare danni alla
patria: offendere gli uomini per volontà o per necessità è trista cosa,
pessima poi offenderli e lasciarli in condizione da vendicarsi; avesse
almeno tolta loro la roba! Chè con minore efficacia si sarebbero allora
travagliati contro la repubblica, ed egli provveduto di pecunia, la
quale come avvantaggiava le cose nostre, così quelle degli avversarii
riduceva a mal termine. Onde in processo di tempo convenne aggravarsi
sui cittadini amorevoli della repubblica, balzello aggiungere a
balzello, vuotare in somma le borse di pochi privati senza potere a
gran pezza rispondere alle pubbliche spese. Correva pertanto a Nicolò
Capponi strettissimo l'obbligo di togliere la vita ai nemici dello
stato; se non voleva la vita, le sostanze; se non le sostanze e la
vita, almeno la reputazione: nulla fece di questo, che anzi i Palleschi
si onorano e tengono in pregio per modo che con esempio pessimo
sembra, a volere ottenere favore dalla repubblica, bisogni dichiararsi
amorevole al principato[15]. La Signoria, procedendo nei primi decreti
cieca e codarda, ai popoli concesse armarsi: il gonfaloniere non solo
concederlo, sibbene doveva con severissime pene ordinarlo e a tutti dai
quindici ai sessant'anni; la patria dichiarare in pericolo, egli primo
donando ogni suo avere, promuovere i sacrificii privati, nella salute
della repubblica riporre la speranza estrema dei cittadini; siccome
narra la storia di Alessandro Magno, il quale, le munizioni ardendo e
i bagagli, costrinse i suoi soldati alla necessità del vincere o del
morire. Sovente dall'amore più e meglio conseguiamo che dalla paura;
ma se l'amore non basta, vi si adoperi il ferro; abbia il popolo a
forza il proprio bene: a forza il tiranno gli mette la mannaia sul
collo; sarà misfatto dunque mettergli a forza la corona della libertà
sul capo? Il Capponi invece esitò, come uomo che diffida e già disegna
l'accordo, e non si accorse che quello sarebbe stato la sua sentenza di
morte; non che largheggiare alla patria del suo, tra i concetti atti
di reggimento accogliendo la bassa cura di minuti interessi, egli non
vergognò avvolgersi per gli opificii della seta e invigilare il compito
de' suoi operai; bandiva gli Ebrei dal dominio, raccoglitori acerrimi
di danaro e all'occasione o volontarii o costretti sovventori; leggi
emanava su le femmine, le taverne e le bestemmie, inutili o perniciose,
imperciocchè i costumi non si migliorino in virtù di una legge penale,
e perchè chi tutto intende riformare spesso nulla riforma; dipoi,
convertito in frate, predicando in Palazzo le orazioni del Savonarola,
gridava misericordia e faceva sì che fosse eletto Gesù Cristo re
di Fiorenza. L'aiuto divino ottimo: buono non pure, ma necessario
invocarlo; però non devono gli stati tanto fidare nel cielo da porre
in disparte i provvedimenti terreni. Mentre ogni dì ardevano ceri e
cantavano salmi, nè armi raccoglievano nè vettovaglie. Aiutati, che
Dio ti aiuta[16]. Certo, ben può il Signore rinnovare il miracolo di
Gedeone; ma ella è prudenza questa, commettere alla salute della patria
a' soprannaturali sussidii? Quando i cieli mente per concepire e mani
per operare compartirono all'uomo, non intesero forse ch'egli di per
sè provvedesse alla propria tutela? Nè vuolsi biasimare meco, e sia
con pace di voi, fra Benedetto da Foiano, che l'ordinaste (continuava
Nicolò piegando alquanto la faccia verso il frate di austere sembianze,
il quale stava al diritto lato del giacente), la processione della
Madonna della Impruneta per la ricuperata libertà, avvegnachè le
diligenze messe in opera nei reggimenti nuovi ad allontanare i tumulti
non saprebbero mai essere troppe; ed anche perchè, non essendo cessata
la peste, la vedemmo aggravare per quello insolito mescolarsi del
popolo. Ma di ben altra riprensione era degno il Capponi quando non
pure trascurò afforzare la città, ma ben anche suscitò impedimenti
di ogni maniera al divino nostro Michelangelo, il quale intendeva
circondare il monte di bastioni: o sia che lasciasse svolgersi dalla
opinione universale, essere i monti le mura di Fiorenza, e i pochi
non potere assediarla perchè pochi, nè gli assai per mancamento di
vettovaglie; o sia che più tristo consiglio lo movesse[17], tolta ogni
fidanza nelle armi cittadine, si volse a procurare le mercenarie.
Notate la fede! Giovanni da Sassatello, condotto dalla Signoria con
ottanta cavalli leggeri, ruba le paghe e se ne fugge al papa; peggio
lo strazio per avventura del danno. Don Ercole di Ferrara ebbe onore e
soldo di capitano generale della repubblica; ma la repubblica pensate
voi che sarà mai per avvantaggiarsi del consiglio e del sangue di
un duca nelle battaglie? Ben a ragione la fama ci chiama orbi: da
quando in qua vedemmo principi mettere a repentaglio lo stato e la
vita a difendere repubbliche? E quasi tanti falli fossero pochi per la
rovina della patria, a colmo della misura crearono Malatesta Baglioni
governatore generale delle milizie fiorentine. E chi è Malatesta? Un
fuoruscito della Chiesa. E donde nasce? Da una famiglia che vince in
tradimenti il paragone con quella di Atreo. Or come questi, il quale
non seppe mantenersi nelle sue case, vorrà insegnarci a difendere le
nostre? Forse imparava egli fuggendo il modo di tener fermo? Colui
che potè abbandonare ai nemici le sepolture de' suoi padri, male darà
schermo alle dimore dei nostri figliuoli. Già a Dio non piaccia che le
mie triste parole si avverino, com'io temo pur troppo vedere rinnovato
nel nostro paese Cristo venduto, in lui Giuda venditore. Sconsigliati!
Sconsigliati! prezzo del sangue è Perugia; nè sempre sarete in tempo
con i traditori come lo foste con Baldaccio dell'Anguillara e con
Pagolo Vitelli. Pur troppo le funeste guerre fraterne hanno spento tra
noi la militare virtù come in Roma l'accrebbero: perocchè in Roma le
contese cittadine terminassero con una legge, in Fiorenza poi con le
uccisioni e gli esilii conchiudessero; in Roma il popolo godere dei
supremi onori insieme con i grandi desiderava, in Fiorenza per esser
solo nel reggimento combatteva: prevalso in popolo tra noi, i grandi
disparvero e con essi i sensi generosi, la ferocia nelle armi; attesero
i cittadini ai guadagni, diventarono ricchi, la roba acquistata
disegnando godere, di fare coi petti riparo alla patria abborrirono,
le sorti loro commisero ad anime e a braccia vendute; quindi milizie
mercenarie vilissime, turpitudini di condottieri venali, il vituperio
e la rovina d'Italia[18].
«Pure gli antichi ordinamenti di giustizia tanto non valsero ad
abbattere la virtù militare tra noi che a ora ad ora alcuna scintilla
limpidissima non prorompesse; e per tacere di più antichi capitani,
non furono fiorentini quel maraviglioso Giacomo Tebalduccio e l'altro
fulmine di guerra Giovanni dalle Bande Nere, e tuttavia nol sono il
Bichi, l'Arsoli e una schiera che aspetta il destro per sorgere più
grandi di loro? Qual è lo sciagurato che dubita non accogliere nel
suo grembo Fiorenza figli che sappiano morire per lei? Questo fallo,
se non ci si rimedia in buon tempo, partorirà amarissimi frutti;
avvegnachè, amici miei, chiunque, e ponete mente alle mie parole
novissime, chiunque commette la cura della sua libertà a mani straniere
merita diventare schiavo. Nè le condizioni nostre di fuori a termine
migliore ridotte che quelle dentro; la esitanza nostra ci ha fatti
contennendi e sospetti; nemici molti e potenti, amici nessuno. Il
papa all'antica libidine di regno aggiunge la nuova ira delle offese
ricevute allorquando i giovani le armi, i simulacri della sua famiglia
e la statua di lui misero in pezzi nell'Annunziata. L'imperatore, che
or dianzi intendeva privare Clemente del potere temporale e convertirlo
in vescovo di Roma, minacciato adesso dal Turco, prosperando Lautrec
con le armi di Francia nel regno, disperato di stringere lega con
qualunque governo italiano, accorto la riforma della libertà delle
coscienze in Lamagna essere scala a conseguire le libertà civili, muta
all'improvviso consiglio, lo libera di castello, gli spedisce fra
Angelio suo confessore a tenerlo bene edificato, gli fa presentare
dal Mussettola la chinea bianca e i settemila ducati pel censo del
regno di Napoli, se lo rende amico, nè di presente v'ha cosa ch'ei
non si mostri presto a operare per confermarlo nella nuova amicizia:
noi non volemmo stringere lega con Carlo quando il tempo ci correva
propizio, e i più pratici cittadini la persuadevano, ed egli per messer
Andrea Doria quasi ce ne richiedeva; ora poi non osiamo dichiararglisi
manifesti nemici. Abbiamo i Veneziani alienati da noi allorchè non gli
sovvenimmo nel caso del Brunsvicco, il quale, tempestando si calò dalle
alpi di Trento con dodicimila fanti e diecimila cavalli; onde presi
da sdegno notificarono al nostro ambasciatore Gualterotti sarebbero
in pari caso per fare lo stesso a noi: i Vineziani però, come sono
prudenti, non vorranno trarre dagli altrui falli argomento per fallire;
non pertanto l'ira vince talvolta la ragione, sicchè desideriamo
vedere anche con danno proprio patire colui che stette indifferente
ai nostri mali. In chi dunque fidiamo? La fede di Francia, incerta
sempre, incertissima adesso. Meco medesimo considerando sovente come in
ogni tempo gl'Italiani si mostrassero e tuttavia si mostrino corrivi a
commettere ogni loro speranza nei Francesi e dall'altra parte quanti
eglino abbiano peccati da scontare verso di noi fino dal regno di
Pipino, con espresse parole scrissi: «I Francesi, quando non ti possano
far bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con
difficoltà o non mai[19].» Francesco I s'intende di stato anche meno di
Luigi XII, al ministro del quale io ebbi ardimento significarlo alla
recisa in faccia[20]; di rado lo muove la religione; più presto che a
re non conviene, il talento; però battuto dalla fortuna adesso va più
cauto alle offese e molto si lascia governare da madama sua madre, nè
intelletto da concepire un disegno nè costanza gli compartirono i cieli
da metterlo in esecuzione, e sopratutto stanno i suoi figliuoli in
potestà di Carlo V: ora pensate s'egli possa amare o voglia la libertà
vostra più di quella dell'erede del suo regno. Noi siamo soli. E che
perciò? Dobbiamo noi forse piangere come perduta la nostra città? Non è
mai lecito disperare della salute della patria, insegnava Focione, nè
l'hanno per anche ridotta a tale da rendere ogni provvedimento tardo.
Il Capponi mal si regge nel posto che non avrebbe mai dovuto tenere;
forse ne scenderà per salire al patibolo; e gli starebbe bene, come
colui che all'ambizione smodata accoppia ingegno per esitanza imbecille
e codardia manifesta, la quale lo induce ad adombrare la natía virtù
con partiti paurosi, che egli e i suoi chiamano temperati e prudenti,
riprendendo quasi esorbitanze i consigli capaci di mettere con molta
gloria a pericolo la vita e la sostanza dei cittadini, e perciò anche
le sue; astiosamente avverso a chiunque si conosce superiore per
intelletto e per animo; insomma della libertà di un popolo che voglia
risorgere davvero, vergogna ad un punto flagello. Voi, giovani, nei
quali tutta speranza di salute riposa, restringetevi insieme; voi,
Zanobi e Luigi, consigliate i nobili; voi, Dante da Castiglione (e
il membruto della lunga barba rossa, sentendosi rammentare, si scosse
come destriero al suono della battaglia), adoperatevi fra i popolani;
badate a non lasciarvi sedurre dalle antiche rinomanze; a' casi nuovi
convengono uomini nuovi: se anima vive che valga a salvare Fiorenza,
ella è certamente quella di Francesco Carducci; a me giova indicarvelo
come il nostro palladio: molto mi conforta il pensiero che al nostro
scampo basta non perdere, mentre ai nemici bisogna vincere; e poi noi
combattiamo in casa e per noi, il nemico sopra terra dove ogni cosa
gli si volgerà infesta, e con armi infedeli, mercenarie tutte e con
intendimenti diversi, dacchè i capitani del papa non possono accogliere
il concetto istesso dei capitani di Carlo: confido non poco nella
fortuna, nella provvidenza di Dio moltissimo, il quale non soffrirà la
rovina della innocente mia patria. E se preghiera alcuna trova grazia
al tuo cospetto Signore, ti raccomando questo suolo, che mi raccolse
infante e già mi apre il seno pietoso alla quiete eterna, con tutta
l'anima prossima a comparirti davanti; te lo raccomando anche prima dei
figli, anche prima della medesima anima mia!»
Dalla interna commozione agitato, qui si rimase il Machiavello; ma in
quel modo medesimo che, cessati i remiganti, la navicella continua
nell'incominciato cammino, così, perchè tacessero i labbri, dalla
fronte, dagli occhi, da tutta la faccia non ispirava meno amore di
patria e di libertà.
Come dimentico della malattia che lo aggrava, si solleva alquanto sul
fianco e stende la destra verso una tazza colma di tisana a capo del
letto.
Quando la morte si apparecchia a vincere con la infermità la vita,
raccoglie penosamente nel corpo del moribondo la somma di ogni male
sofferto, e le carni, i nervi e l'ossa corrode con infiniti dolori
diversi: la morte giunge amara all'uomo; e se fosse stato un bene, come
Saffo cantava, Dio l'avrebbe creata per sè; però il Machiavello appena
ebbe mosso la destra, la ritornava nella prima positura, chè intorno
alla scapula e giù nei muscoli gli corse uno spasimo acuto come quando
fu posto alla prova della corda; la guancia sinistra si contrasse di
forza verso l'occhio, seco traendo le labbra in atto di angoscia; ma
si ricompose all'improvviso e sorridendo riprese: «Dante, porgetemi,
prego, cotesta tazza.»
Fra' Benedetto da Foiano, sottoposto un braccio ai guanciali, solleva
amorevolmente il corpo del giacente. Dante gli appressa alle labbra la
tazza; e mentre egli beve, suo malgrado una lagrima gli prorompe dagli
occhi e giù scendendo si mesce alla bevanda, sicchè Nicolò lo guarda
fisso e dopo alcuni istanti favella:
«Nella estremità a cui mi trovo condotto, nissun liquore può meglio
confortarmi le viscere, Dante, della vostra pietà: ve ne renda
Iddio quel rimerito che a me non è dato; ben aveva mestiero di
questa consolazione l'anima mia, prima di volgersi a considerare
la ingratitudine umana. Gran mercè, Dante, gran mercè; voi mi avete
apportato un bene maggiore di quello che potete immaginare: che voi mi
teneste in pregio, sperava; che mi portaste affetto, forte temeva: ora
poi saluterò la morte come amica, dacchè sopra la soglia del sepolcro
mi accorga non avere perduto la speranza e trovato l'amore.»
Tacque, e seguì un silenzio tanto profondo che ben si udiva lo zufolio
sottilissimo dell'insetto aleggiante intorno ai moribondi; dopo lunga
pausa, il Machiavello, crollando il capo, continua: