Malgrado la sua distanza dell'equatore il clima di Costantinopoli è

assai dolce, perchè trovasi al livello del mare, difeso dai venti

settentrionali delle montagne di Belgrado, ed affatto aperto al Sud ov'è

il mare di Marmara; di modo che quantunque sia sensibile la diversità

delle stagioni, non vi si conoscono gli estremi tanto incomodi negli

altri paesi posti nella medesima latitudine di questa città.

Avevo disposto ogni cosa per osservare l'eclissi del sole del 29

novembre; e salii per tale oggetto sopra una torre, ma le nuvole si

opposero al mio desiderio.

CAPITOLO LIII.

_Stato attuale della Turchia. — Barbarie dei Turchi. —

Giannizzeri. — Stravaganze di questo corpo. — Bostangì. —

Cannoniere e bombardieri. — Altre truppe. — Il gran Signore. —

Pascià ribelli. — Tesoro pubblico. — Venalità degl'impiegati. —

Disperazione dei popoli._

L'impero ottomano è un colosso composto d'una bizzarra mescolanza di

parti eterogenee affatto inconciliabili: di Turchi, di Tartari, di

Arabi, di Greci cattolici, di Greci scismatici, di Cofti, di Drusi, di

Mamelucchi, di Giudei, e di altre razze affatto diverse le une dalle

altre di costumanze, di religione, di opinioni, non convenendo in altro

che nel profondo inveterato odio che si portano: tali sono gli elementi

che compongono quest'immensa massa.

I Cristiani perduti in altri tempi dietro le quistioni scolastiche, gli

Arabi divisi dallo stesso motivo, e privi di una costituzione che

assicurasse la successione al trono del Califfato, aprirono, per una

deplorabile apatia le porte a quella irruzione di _Tartari_ quasi

selvaggi, che successivamente distrussero il trono degli Abassidi, e di

Costantino, fondando sulle loro rovine l'impero della Mezza-luna.

Il caso, che gli aveva fatte cominciare le loro conquiste nell'Asia

allora dominata dai successori di Maometto, rese maomettani questi

Tartari idolatri: se avessero invasa prima l'Europa, essi sarebbero

adesso Cristiani; perchè ogni culto appoggiato alla sublime idea di un

essere supremo ed unico deve egualmente convincere, e soggiogare l'uomo

idolatra.

Ecco ciò che ha resi, ed ancora non cessa di rendere i Turchi affatto

stranieri alle costumanze d'Europa; se si fossero convertiti alla fede

cristiana, sarebbero diventati Europei.

Perchè i Califfi Abassidi accolsero le arti e le scienze, che le

irruzioni de' Vandali avevano scacciate dall'Europa, questi Tartari

trovarono colla religione gli elementi della civiltà, di cui ne presero

a bella prima una leggier tinta, ma i di cui progressi furono in pari

tempo contrariati da alcuni dommi, che proscrivendo le belle arti,

stabilendo la dottrina del fanatismo, e proclamando odio ed aversione ad

ogni individuo opposto all'islamismo, li veniva a privare degli elementi

del buon gusto; e facendo loro riguardare come inutili i mezzi, e le

combinazioni dell'umana saggezza, li privava dei vantaggi di un'intima

comunicazione cogli Europei che soli potevano istruirli. Queste cause

aggiunte all'estrema diversità che esiste tra le lingue dell'Occidente e

dell'Oriente, all'effeminatezza che addottarono nell'istante medesimo in

cui si videro possessori di sufficienti capitali per soddisfare alla

propria sensualità, e per ultimo alla mancanza d'educazione dei loro

principi, che passano sempre dalla solitudine di un _Harem_ al trono

ottomano, paralizzarono i loro progressi verso l'incivilimento.

Perciò, quantunque musulmano, sono costretto di confessare, che i Turchi

sono ancora barbari: ne chiedo perdono a coloro che sono di opinione

contraria; ma quando vedo una nazione, che non ha la più piccola idea

del diritto pubblico, e dei diritti dell'uomo; una nazione che appena

conta in mille un solo individuo che sappia leggere o scrivere; una

nazione presso di cui non esiste garanzia delle proprietà individuali, e

nella quale la vita degli uomini è continuamente in balìa dell'arbitrio;

una nazione finalmente, che si ostina di chiudere gli occhi per non

vedere la luce, e che scaccia da sè la fiaccola dell'incivilimento che

gli si mostra in tutto il suo splendore, per me sarà sempre una nazione

di barbari. Che gl'individui ond'è formata abbiano abiti di seta e

ricche pelliccie, che stabiliscano fra di loro un ceremoniale, mangino,

bevano, fumino ogni giorno cento diverse mescolanze, che si lavino e si

purifichino tutte le ore; non lascierò per questo di ripetere; _questi

sono barbari_.

Vero è che trovansi in corte alcuni personaggi, i quali avendo imparate

le lingue d'Europa, ne hanno pure addottata in segreto la civiltà,

almeno in parte; ma il numero è infinitamente piccolo, paragonato alla

massa della nazione.

Concorre pure un'altra cagione a tenere i Turchi nell'attuale stato di

barbarie. Gli Arabi avevano il dominio di mezzo il mondo, quando furono

soggiogati dai Turchi; i quali diventati perciò padroni dello stendardo

del Profeta, dovettero credersi invincibili. Le vittorie ottenute in

Europa contribuirono a confermarli in tale opinione, che malgrado le

disfatte avute negli ultimi tempi, si propagò di una in altra

generazione. Questa superiorità che si arrogano sulle altre nazioni, li

move a guardare con sommo disprezzo chiunque non è Turco. Nè gli

ambasciadori esteri si lascino illudere dalle apparenze di deferenza e

di rispetto che potessero ricevere in Turchia: io conosco gli uomini

della mia religione più che tutt'altri, e posso francamente asserire,

che il Turco unisce alla barbarie ed all'orgoglio musulmano l'orgoglio e

la barbarie particolari della propria nazione.

Tale orgoglio gli fa preferire alle altre professioni quella della

milizia: egli è soldato per la sua religione, perchè ogni musulmano deve

esserlo; ma lo è pure per iscelta essendo il mestiere più utile, e

quello che apre la porta all'indipendenza, ed al dispotismo.

Non è perciò da credersi che il soldato Turco sia un uomo vestito ed

armato in un modo uniforme e determinato, un uomo soggetto a certe

leggi, a militar disciplina, nudrito e pagato dal pubblico tesoro, come

in Europa: egli non è altrimenti tale. Ogni individuo qualunque volta ne

lo voglia si arma di una o due pistole, d'un _khandiar_ o grande

coltello, e di qualunque altr'arma a suo capriccio, e dice: _Io sono

soldato._ Si attacca in allora a qualche divisione di Giannizzeri, ad un

Pascià, ad un Agà, o a qualche altro ufficiale che acconsente di

riceverlo al suo servigio: e quando poi è stanco di far il soldato getta

le sue armi, dicendo: _io più non sono soldato_; e niuno lo molesta, o

gli rimprovera la sua diserzione.

I giannizzeri possono riguardarsi come il principal nervo della forza

ottomana. Il celebre _Reis Effendì_ nel suo trattato della milizia

ottomana ne conta nell'impero quattrocentomila, e pargli che verun'altra

nazione possa presentare un'egual forza, ch'egli chiama _uniforme_. Ma

cosa è il giannizzero? È un calzolajo, un artigiano qualunque, un

contadino, un facchino, che dà il suo nome ad una divisione di

giannizzeri, detta _orta_. Alcune di queste orta non contano più d'un

migliajo di uomini, altre venti, o trentamila.

Quando il nome d'un uomo è scritto nella lista, si obbliga a presentarsi

qualunque volta l'orta si dovrà riunire. Ma sarà egli fedele alla

promessa?... Ciò dipende dalle circostanze, o dalle combinazioni

dell'interesse individuale nell'istante in cui viene chiamato. Non nego

che i giannizzeri non abbiano alquanto di ciò che si dice _spirito di

corpo_, pregevole pregiudizio quando non sia troppo esclusivo: ma ciò

non basta per consigliargli ad ubbidire alla chiamata de' loro capi, se

vi si opponga il loro personale interesse, che è sempre la molla

principale delle loro azioni. Quindi allorchè trovano utile il motivo

della chiamata, prendono subito le armi e si presentano; nel contrario

supposto o non si movono, o si presentano soltanto per formalità,

tornando subito tranquillamente a casa loro.

Se trattasi di adunar l'orta per fare qualche tumulto, o ribellione,

tutti accorrono, perchè tutti sono sicuri della vittoria, o del

saccheggio. Lo stesso non accade quando trattasi di andar contro ad un

nemico straniero; perchè in caso urgente il governo trovasi costretto di

proclamare che il _Sainjaàk Scherif_, ossia lo stendardo del Profeta

sarà portato all'armata, onde riscaldare in tal modo il fanatismo

religioso, che deve tener luogo dei sentimenti d'onore e dell'entusiasmo

patriottico, che non esiste.

Questa risorsa politica non lascia di dare qualche vantaggioso

risultamento, chiamando maggior numero di uomini intorno a questo

_palladio_, che i maomettani sogliono riguardare come un sicuro pegno

della vittoria. Ma perchè lo zelo religioso va di età in età facendosi

minore; quando non sia secondato da un interesse personale diretto ed

immediato, gli effetti di questo stratagemma saranno sempre minori.

L'ultima volta che uscì di Costantinopoli il _Sainjeak Scherif_ si

credeva di vederlo seguito da trenta o quarantamila giannizzeri, ma non

lo accompagnarono che tremila. Questo così famoso corpo non è dunque

paragonabile alle guardie nazionali degli stati Europei, nè ad altro

corpo qualunque organizzato e disciplinato; e non può riguardarsi che

come una _leva in massa del popolo_. Le vittorie de' giannizzeri negli

andati tempi non furono che il risultamento di una grande massa di

uomini armati sopra popolazioni disarmate, o sopra masse più piccole ed

egualmente male organizzate. Oggi che la tattica militare ha combinati i

più piccoli mezzi per calcolare i risultati con una quasi certezza

morale, chiara cosa è che le truppe turche non potranno opporre una

costante resistenza ad un corpo di truppe europee meno numeroso ma

meglio disciplinato. Non farò parola di qualche caso particolare che può

fare eccezione alla regola, perchè ci condurrebbe ad un'analisi, ed a

disamine affatto straniere al mio argomento.

I giannizzeri hanno delle particolari costumanze che meritano di essere

conosciute.

I trofei militari più rispettati da questa truppa sono le pentole di

cuojo nelle quali fanno cuocere la vivanda, che consiste in riso condito

col butirro, detto dai Turchi _pilaw_. Queste pentole, oggetto della più

alta venerazione, allorchè vengono trasportate da un luogo all'altro,

ottengono da tutti coloro che trovansi sulla strada le dimostrazioni di

rispetto che devonsi al principe; e guai a colui che non si affretta di

ossequiarle: egli sarebbe all'istante punito dalla guardia che le

accompagna. Sono queste il punto d'unione di ogni divisione di

giannizzeri; al campo si portano con grande apparato ornate d'orpello e

di altre inezie; e se un'orta ha la disgrazia di perdere le sue

marmitte, viene riguardata come un corpo disonorato.

Quando i giannizzeri vanno con affettata premura a ricevere le razioni,

si può essere sicuri che l'orta è soddisfatta; e per lo contrario è una

prova di malcontento quando vi si recano con aria di non curanza. Se poi

arrivano a non presentarsi alle distribuzioni, allora convien pensare ad

ogni modo a soddisfarli, onde impedire le imminenti violenze.

Quando sono estremamente malcontente le divisioni dei giannizzeri,

portano le loro marmitte innanzi al palazzo del Sultano, e le pongono

sotto sopra la terra. A questo segnale di sedizione i giannizzeri si

armano e si adunano per dettare la legge al governo, chiedendo le teste

dei ministri o capi dello stato, che vengono loro accordate all'istante

senza verun esame, o destituendo lo stesso Sultano come fecero poc'anzi

collo sventurato Selim III. E finchè questa indisciplinata milizia non

abbia riprese le sue marmitte, tutta la città trovasi in disordine e

piena di spavento.

Quando il Sultano accorda pubbliche udienze agli ambasciatori, per dar

loro un'alta idea della sua potenza fondata sulla soddisfazione delle

sue truppe, si fanno prima dell'udienza distribuire le razioni ai

giannizzeri che accorrono tumultuariamente per riceverla in presenza

dell'ambasciatore. Nello stesso modo per dare ai ministri delle corti

straniere una idea della giustizia sovrana, il gran Visir giudica alcune

cause in loro presenza; come per dispiegare innanzi ai loro occhi la

magnificenza imperiale, li ammettono ad un banchetto col gran Visir,

coprendoli di ricche pelliccie, mentre ne vengono date altre meno

preziose alle persone addette all'ambasciata.

È in conseguenza dell'importanza delle marmitte nel corpo de'

giannizzeri, che il nome turco de' capi delle orta equivale a

distributore della zuppa. Tutti i militari di questo corpo portano sopra

la fronte attaccata alla berretta di gala una placca d'ottone, entro la

quale pongono un grossolano cucchiajo di legno di cui si servono per

mangiare il riso, e che viene a formare una parte essenziale del loro

uniforme.

Le persone incaricate in alcune circostanze del castigo de' giannizzeri

sono i _distributori dell'acqua_, i quali camminano armati di un bastone

fornito di lunghe coreggie.

Ogni orta possiede alcune tavolette maggiori di un piede quadrato, che

vengono portate in cima ad un bastone e scarabocchiate di pitture

emblematiche dell'orta. Queste tavolette accompagnano le marmitte.

Quando l'orta marcia in campagna, le marmitte sono accompagnate da

alcuni giovani affatto coperti di grandi haik, cui si dà il titolo di

_el Harem_. Riguardandole come una specie di talismano, e di sacro

pegno, hanno sempre la scorta d'una guardia particolare, che sta in una

tenda vicina a quella delle marmitte; e queste guardie non fanno verun

altro servigio, nè vengono sottoposte ad alcun lavoro; ed i giannizzeri

dell'orta si farebbero uccidere tutti per difenderli e salvarli dalle

mani del nemico; perchè la perdita delle marmitte è ciò che di più

obbrobrioso può accadere ad un'orta.

I giannizzeri passano a capriccio da una all'altra divisione.

Risulta dal fin qui detto, che i giannizzeri lungi dall'essere le truppe

del sovrano, non sono che una inquieta e rivoluzionaria milizia che si

fa giustizia colle proprie mani, anche contro il principe a cui serve.

È vero che alcuni giannizzeri ricevono fino dalla fanciullezza una

specie d'educazione militare: ma tanto è limitato il loro numero che

nulla influisce sulla massa generale del corpo. Altrettanto può dirsi

della loro disciplina, ed organizzazione nelle caserme di

Costantinopoli.

Per contrabilanciare la potenza dei giannizzeri, i Sultani armarono

gl'impiegati dei loro giardini, delle loro case di piacere, e ne fecero

una specie di guardie del corpo col nome di _bostangì_, ossia

giardinieri; cui sono affidate le loro persone. Questo corpo composto di

alcune migliaia d'uomini, ha resi ai loro Sovrani molti importanti

servigi: ma nelle ribellioni d'ordinario si uniscono al giannizzeri, che

sono più forti; e questo contrappeso diventa allora inutile al Sovrano,

come sì è veduto nella rivoluzione che balzò dal trono lo sventurato

Selim III.

Il corpo de' cannonieri e bombardieri è formato di quarantotto compagnie

bene organizzate; ma perchè sulle batterie trovansi ancora varj carri

antichi con ruote di tavole poco atte al maneggio principalmente delle

grosse colubrine, di que' cannoni di mostruoso calibro stesi a terra per

tirar palle di sasso, e di quegli altri cannoni di più bocche; non

possiamo farci una troppo vantaggiosa idea della loro scienza, perchè

s'impiegano nel servigio di pezzi quasi inutili uomini e munizioni, che

più utilmente sarebbero impiegati nel servigio di pezzi ben montati di

un discreto calibro.

Il rimanente delle truppe che compongono le forze ottomane in tempo di

guerra, sono squadroni più o meno numerosi di genti armate mandati dalle

provincie agli eserciti; gli avventurieri volontari che vogliono far

fortuna, i fanatici di buona fede, e quelli che hanno interesse di

parerlo; e per ultimo il contingente di uomini armati che alcuni

possessori di feudi sono obbligati di mandare al campo.

Tutto ciò forma una mescolanza, una così strana confusione, che nel

fondo un'armata turca non è diversa da un ammasso di orde arabe, e

quindi incapace di produrre assai vantaggiosi risultati. Se a tanta

irregolarità s'aggiungano i grossi equipaggi che i Turchi si tiran

dietro, e l'immensa quantità di domestici e d'impiegati non combattenti

che seguono l'armata, potremo formarci un'idea dell'estrema difficoltà

di dare a così pesanti e disordinate masse la precisione richiesta dai

movimenti militari di una campagna.

Il governo di Costantinopoli penetrato della verità di questa

osservazione, volle rimediare al male formando nuove milizie organizzate

e disciplinate all'usanza europea: ma perchè questa novità offendeva

l'amor proprio dei giannizzeri, che avrebbero perduta l'indipendenza;

mentre erano, ed ancora sono al presente i veri despoti dell'impero; si

ribellarono sacrificando alla conservazione della propria potenza forse

le più utili teste dell'impero, e deponendo il sultano _Selim_ III:

deplorabile trionfo dell'anarchia militare, che ritardò due secoli

l'incivilimento dei Turchi. Il Sultano Mustafà successore di _Selim_[5]

è dotato di ottime qualità: ma che può fare il migliore de' Sultani

finchè sarà signoreggiato da una milizia così rivoltosa come i

Giannizzeri? Qual ministro oserà aprire la bocca dopo l'orrenda

catastrofe di cui fu testimonio? Credo dunque di poter conchiudere che i

Turchi non possono da se medesimi incivilirsi.

[5] _Anche questo principe cacciato dal trono più non esiste._

Quando si ode ricordare negli altri paesi il nome del Gran Signore, ci

figuriamo un despota la cui parola è una legge, e che non prende

consiglio che da' suoi capricci. Quanto siamo ingannati! non avvi al

mondo uno schiavo più schiavo del Gran Signore; i suoi passi, i suoi

movimenti, le sue parole in tutto il corso dell'anno, in ogni evento

della vita, sono misurati e determinati dal codice della corte; non può

far più nemmeno di quanto è prescritto; ed è ridotto a far la parte di

vero automa, le di cui azioni sono regolate come risultamenti meccanici,

dal codice, dal Divano dell'Olema, e dai Giannizzeri. Sarà coperto di

brillanti, inebriato d'incensi, circondato da adoratori come il _gran

Lama_, o come una vivente divinità: ma la sua esistenza non sarà punto

diversa da quella di una macchina, e come tale sarà sempre riguardato

con somma indifferenza dai popoli che non possono da lui sperare nè bene

nè male, poichè il potere trovasi in mani subalterne, come lo feci

osservare in parlando della caduta di _Selim_, e della elevazione al

trono di Mustafà, avvenimento riguardato con perfetta indifferenza nelle

provincie turche ch'io scorrevo.

Questa indifferenza dei popoli verso il sovrano è una delle primarie

cagioni che agevolano, e favoreggiano le ribellioni de' Pascià nelle

provincie. Tutti sanno quanti anni sonosi sostenuti _Diezzav_, _Paswan

Oglou_, _Kadi Agà_ ec. ed intanto vediamo _Mehemed Ali_ in Egitto,

_Couchouk Ali_ in Siria, _Moustapha Pascià_ in Bulgaria[6], _Ali Pascià_

in Albania, _Ismail Bey_ in Romelia, e molti altri di minor rango, che

sotto ad un'aria di subordinazione al sovrano sono affatto indipendenti,

non facendo verun caso dei firmani della Porta quando non favoriscono i

loro interessi.

[6] _È questi il celebre Moustafà Baïraktar, che posteriormente

cacciò dal trono il Sultano Mustafà, e che perì nella

sedizione._

Un principe ridotto a tanta subordinazione dovrebbe essere cancellato

dalla lista dei sovrani; poichè l'impero trovasi sempre in mani

subalterne o mercenarie, mentre quello cui si accorda il supremo titolo

è il più insignificante ed inutile personaggio del governo: egli non

vede nè ascolta de' suoi sudditi che il solo gran Visir, e passa i suoi

tristi giorni tra le donne e gli eunuchi; straniero, si può dire a tutti

gli atti d'amministrazione, perchè ogni cosa dev'essere ordinata dal

gran Visir o dal Divano. Il potere del gran Signore si riduce quindi a

zero. Solo a Marocco trovasi il vero modello del dispotismo.

Le mani mercenarie che governano l'impero turco vengono ricompensate

delle loro cure con ricchezze proporzionate alla loro ambizione: ma le

rendite dell'impero vanno ogni anno diminuendo per cagione delle

ribellioni che stendonsi d'una in altra provincia: Pascià

precedentemente nominati poco o nulla mandavano al tesoro pubblico: i

tributi della Siria vengono assorbiti dal Pascià di Damasco sotto

pretesto delle spese occorrenti per la carovana della Mecca, e nel

presente anno (1807) il governo gli aveva inoltre mandate, sulle sue

istanze, alcune migliaja di borse per le spese della guerra difensiva

contro i _Wehhabiti_, i quali andavano di mano in mano sempre più

restringendo i limiti del dominio ottomano, togliendogli ogni giorno

qualche parte di provincia. Le rivoluzioni dalla Servia, della Moldavia

e della Valacchia occupate dai Russi[7], la separazione delle reggenze

barbaresche, finalmente le scandalose dilapidazioni del Pascià e degli

altri impiegati turchi, hanno terminato di esaurire il tesoro. In tale

stato di cose i grandi impiegati di corte non percepiscono gli

appuntamenti annessi alle loro cariche, onde si procurano coll'intrigo

il danaro che non ricevono dal tesoro.

[7] _Una parte di questo prospetto politico si è cambiato dopo

l'epoca indicata da Ali-Bey._

In Turchia è permessa la vendita degl'impieghi, ma in ragione che

l'impero si ristringe, diminuiscono anche gl'impieghi: è però vero

d'altra banda, che se diminuisce il numero degl'impiegati, cresce in

proporzione quello degli aspiranti; e la concorrenza ne accresce il

prezzo; lo che torna press'a poco lo stesso per i cortigiani ma non per

gli sgraziati popoli, perchè coloro che pagarono il doppio ed il triplo

l'acquisto dell'impiego, si credono egualmente autorizzati a duplicare e

triplicare le avanie. I popoli reclamano e si lagnano altamente, ma i

loro pianti non si ascoltano, perchè il frutto di queste subalterne

esazioni entrano nel prossimo anno in mano degl'impiegati di corte. Lo

sdegno e la disperazione armano i popoli, che vengono poi chiamati

assassini e ribelli: se lo stato ha bastanti forze per farli rientrare

in dovere, come spesso accade, si sparge il sangue di molti infelici, e

le cose rimangono nello stato di prima; ma l'impero perde sudditi e

ricchezze; onde poi crescono i bisogni della corte, e per conseguenza le

avanie. Questi mali diventano ogni giorno maggiori.

CONCLUSIONE.

_Partenza per Bucarest in Valacchia. — Itinerario. —

Adrianopoli. — Monte Emo. — La Bulgaria. — Rouscouk. — Il

Danubio. — Bucarest._

Il mercoledì 2 decembre del 1807 secondo giorno della Pasqua dei

Musulmani, Ali Bey andò nel sobborgo di Pera, di dove partì alla volta

di Bucarest in Valacchia il 7 decembre, accompagnato da un Tartaro.

Allorchè partì da Costantinopoli desiderava ancora di accrescere le sue

cognizioni con nuovi viaggi; ma non aveva ancora determinato quali paesi

avrebbe visitati. Fidò quindi le sue carte ad un amico, cui permise di

pubblicare dopo alcuni anni, incerto, se arrivato a Bucarest,

prenderebbe la strada d'Oriente, d'Occidente o del Settentrione.

Mandò da Bucarest il suo itinerario di Costantinopoli, che soggiungiamo

compendiato.

Il 7 decembre alloggiò nel villaggio di _Konchouk Charmagi_ in riva ad

un lago formato dal mare di Marmara.

Il giorno 8 passò per _Bonyouk Charmagi_, _Coruhourgas_, _Boadas_,

fermandosi pochi momenti a _Selivria_, terra più grande delle altre

posta sopra un piccolo scalo del mar di Marmara, con alcune moschee.

Tutti questi villaggi sono abitati da pochi Turchi, e dai Greci più

numerosi, che sembrano esservi alquanto meglio trattati che altrove.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4 · 第 8 / 9 段