Io cercava nelle botteghe de' libraj la storia dell'impero Ottomano in

lingua turca; e me ne fu offerto un esemplare, diviso in due volumi, uno

de' quali era affatto nuovo, e l'altro vecchio, pel valore di ottanta

piastre: ne volli dare sessanta, ma non si volle rilasciarmelo a questo

prezzo, avrei potuto acquistarlo con poche piastre di più, ma per essere

un volume vecchio, ed in un paese così frequentemente esposto alla

peste, prendeva con ripugnanza oggetti ch'erano stati adoperati da altre

persone: e per tale motivo rinunciai di buon grado a tale acquisto.

Il Quartiere della città abitato dai Cristiani greci chiamasi il

_Fanale_. In questo quartiere trovansi le case del Patriarca e delle

principali famiglie di questa nazione. Nell'attraversarle osservai

alcune case d'un buon aspetto, ma senza lusso esterno. Quella del

_principe Suzzo_, nominato allora ospodaro di Valachia non distinguesi

dalle altre. È vietato ai Greci il dipingere esteriormente le loro case

con vivaci colori, dovendo farlo con colori cupi; lo che dà loro una

cotal aria di tristezza e di monotonia che dispiace.

Durante il mio soggiorno a Costantinopoli m'imbarcai tre volte per

visitare le rive del circondario.

La prima volta noleggiai una scialuppa per andare al terrazzo del

Sultano posto in sulla riva presso al porto, fuori del ricinto del

serraglio.

Questo belvedere, detto _Alàï Kiesk_, consiste in una piccola casa

quadrata, tutt'intorno alla quale gira una galleria sostenuta da colonne

di marmo, chiusa soltanto da cortine di grossa tela. Entrai senza

trovare veruna persona: il suolo era coperto di tappeti, il palco ornato

di pitture, di dorature, ed il soffà montato in argento massiccio, ma

senz'altri ornamenti, e senza mondanature; è largo quanto un letto, ed

aveva un materasso grossolano coperto con una tela turchina; innanzi al

soffà vedesi una fontana di marmo, ma senz'acqua.

[Illustrazione: MONUMENTO ANTICO NEL SERRAGLIO DEL GRAN

SIGNORE A COSTANTINOPOLI]

Continuai ad osservare dalla scialuppa la punta del serraglio, ove sono

molti belvederi coperti quasi tutti di fitte gelosie, ch'io supposi

essere gli appartamenti estivi delle sultane. Questi terrazzi sono di

diverse altezze, e senza apparente simmetria; e vidi presso uno di tali

edificj delle colonne di una breccia preziosa. Entro al serraglio ed a

poca distanza dalla punta trovasi un'antica magnifica colonna, che può

avere circa sessantadue piedi d'altezza; ma è posta in luogo tanto

rimoto che non può vedersi dagli occhi profani, onde non potè prima

d'ora essere descritta da veruno viaggiatore: e soltanto in occasione

dell'ultimo attacco degl'Inglesi, essendo stati ammessi gli Europei

nell'interno del serraglio per regolarvi il servigio della batteria

spagnuola, fu disegnato questo monumento, che il rispettabile marchese

d'Almanara ebbe la gentilezza di comunicarmi[4].

[4] _Vedi il Viaggio del sig. _Pouqueville_ e circa questo, e

circa altre particolarità del serraglio._

La seconda volta ch'io m'imbarcai fu per esaminare la fronte della città

dalla banda del mare di Marmara, che presenta un prospetto veramente

magnifico e straordinario di una sorprendente quantità di case e di

edificj d'ogni sorte, che stendonsi a perdita d'occhio lungo le rive di

questo mare.

Ho già fatto osservare che la punta che mette capo alla bocca del porto

viene formata dal serraglio circondato da una semplice muraglia merlata

con loggie, terrazzi e giardini posti in diverse distanze.

Al di fuori il piede di questa muraglia vien difeso da una linea di

batterie da campagna costrutte nell'indicata epoca sotto la direzione

degli ambasciatori di Francia e di Spagna, il generale _Sebastiani_, ed

il marchese d'Almanara. Queste batterie sostenute da quelle delle

opposte rive del porto e del Bosforo, assicurano il serraglio da ogni

insulto dalla parte del mare. Io non vidi sulle mura del serraglio che

una sola batteria; chiamata _batteria degli Spagnuoli_, la quale fu

nell'interno del serraglio servita dagli individui di questa nazione;

ciò che prova l'estrema confidenza del Gran Sultano.

Queste mura sono perfettamente simili a quelle che circondano la città

in riva al mare. Nell'ultima batteria del serraglio posta a mezzodì vidi

alcuni antichi cannoni turchi di una colossale grossezza, alcuni de'

quali hanno sette ed otto bocche minori intorno alla grande centrale; e

gli altri un piede di diametro: questi servono a tirare palle di sasso,

preparate ed ammucchiate presso ad ogni pezzo. Questi grandi cannoni

stanno sul suolo senza carro per tirare a fior d'acqua; di modo che

qualsiasi bastimento toccato da uno di questi projetti deve

necessariamente colare a fondo. Ma perchè queste pesantissime macchine

non possono muoversi, difficilmente possono cogliere oggetti mobili. Il

rimanente delle mura al di là del serraglio non si trova già più nel

medesimo stato di difesa.

M'imbarcai l'ultima volta il primo giorno di Pasqua ad oggetto di

osservare il fondo del porto.

Tutti i bastimenti ottomani avevano spiegato il loro paviglione, ma

nessuno era pavesato, ed una perfetta calma rendeva inutili i

paviglioni. Vi contai circa trenta tra vascelli, fregate e corvette, di

cui venti disponibili, e dieci scialuppe cannoniere.

Ammirai il bel frontispizio della caserma de' bombardieri, presso alla

quale facevansi delle salve di allegrezza con una linea di mortaj.

Dopo essere passato in faccia alla moschea al quartiere d'_Eyoub_, ed a

varie case di piacere del Sultano, trovai il canale del porto, ristretto

e diviso in più canali tra le isole a fior d'acqua, e coperto di

giunchi. Di là il battello entrò in un canale d'acqua dolce, che deriva

da un villaggio detto Belgrado, tre ore lontano della strada; indi

essendo passato sotto due ponti di legno poco discosti uno dall'altro,

scesi a terra per vedere una delle case di piacere del Sultano posta a

destra del canale, un'ora circa di cammino distante dal luogo del mio

imbarco. È questa formata di varie casucce, e di un bellissimo terrazzo

con colonne di marmo; i palchi hanno ricche dorature: il centro della

gran sala è ornato da una bella fonte, e da un canto vedesi il soffà del

Sultano consistente in un materasso ed alcuni origlieri rossi ricamati

d'oro posti sopra un rialto, e coperti dal padiglione ottomano in forma

di cortina.

Il terrazzo trovasi di fronte ad una cascata, nella quale l'acqua si

precipita sopra gradini in forme di conchiglia per tutta la larghezza

del canale che può essere di circa settanta piedi: al di sotto vedesi

uno stagno quadrato ove cade l'acqua da un secondo ordine di gradini.

Vedonsi entro allo stagno tre pergolati isolati assai gentili, ed in

faccia al terrazzo una fonte che imita la figura della colonna dei

serpenti dell'Ippodromo, e getta l'acqua per la bocca dei serpenti.

In fondo al canale trovasi una fontana di marmo rozzamente lavorata, ed

alquanto più sotto ancora un'altra in forma di gran vaso.

Dall'alto della caduta il canale si presenta in retta linea fino a

ragguardevole distanza, mantenendo costantemente la stessa larghezza.

Due filari di pioppi ne orlano le due sponde.

Questo luogo altra volta chiuso, resta ora aperto al pubblico, ma in uno

stato di deplorabile deperimento, non essendo frequentato dal Sultano

presente, il quale lo vide una sola volta. Vi sono alcune case ove

alloggia un corpo di bostangì, presso alle quali vedonsi pochi cannoni

che servono per esercitare gli artiglieri. Le guardie mi accolsero

gentilmente, e servirono anche il mio seguito di caffè. Il canale si

scarica in un'angusta valle chiusa tra montagnette incolte. Questo luogo

vien detto _le acque dolci_.

S'impiegò un'ora ed un quarto per tornare allo sbarco di Costantinopoli

quantunque la barca assai leggiera, ed armata di quattro remi facesse

più di una lega per ora.

Nelle notti classiche del Ramadan le moschee sono illuminate, e

magnifica è l'illuminazione delle moschee imperiali, e sopramodo bella

quella di S. Sofia. In questa circostanza soltanto può aversi una

perfetta idea di questa immensa cupola; perchè la luce che v'entra di

giorno non basta a far rilevare la grandezza dell'edificio. Molte

migliaja di lumicini posti lungo le cornici, sulle mondanature e le

parti saglienti dell'interno, altre migliaja sospesi alle volte, ed una

infinità di lampade di cristallo e di vetro di varia grandezza, fanno

assai meglio comprendere la maestà di questo tempio che la luce del

sole; e confesso che io non ne ebbi una compiuta idea fino all'istante

che lo vidi illuminato.

Mi riuscì pur nuova la maniera di spegnere tanti lumi. Molti uomini con

grandi ventagli di penne agitano l'aria, e ad ogni colpo spengonsene

dieci, dodici, venti, benchè distanti otto o dieci piedi dal ventaglio;

di modo che in pochi istanti tutto il tempio ritorna oscuro.

Mentre consumansi tanti lumi nelle moschee, ed anco sopra le torri ove

non servono a nulla, non se ne trova un solo nelle strade, ingombre di

nero fango, ed in mezzo a case ordinariamente dipinte di oscuri colori,

che rendono ancora più cupa l'atmosfera; la luna non rischiara parecchie

notti del Ramadan, e le profonde tenebre che regnano in tal tempo in

tutte le strade mal selciate, più o meno ripide, e sempre bagnate, le fa

incomodissime, quantunque si abbia seco una o due lucerne; perchè quelle

adoperate comunemente dagli abitanti essendo coperte di tela rendono una

così debole luce, che appena distinguonsi le persone che le portano; e

la quantità di queste pallide luci che si vedono andare da un luogo

all'altro come sospese in così bassa regione dell'aria, le fa

rassomigliare ad una danza di spettri. In tempo di notte non ho mai

incontrato donne per istrada.

Terminato il Ramadan l'ultimo giorno di novembre, si celebrò la Pasqua

il 1.º di decembre. Il Sultano fece la festa alla moschea _Ahmed

Dieamisti_, secondo praticarono i suoi predecessori. Desiderando di

vedere il suo seguito, volli preventivamente prender posto nella

moschea, perchè S. Altezza entra nella tribuna per di fuori; onde

recatomi a quattr'ore del mattino in un'altra moschea vicina per fare la

preghiera pasquale allo spuntar del sole, venni in appresso a quella

d'_Ahmed_, ove trovai nel cortile due o tremila donne, pochi uomini,

alcuni soldati bostangì, i giannizzeri, ed i cavalli del Sultano e del

suo seguito. Prima che terminassero le cerimonie la strada era già

affollata di gente, oltre due file di giannizzeri. Questi avevano

l'ordinario loro abito, ed i bostangì avevano dei caftan rossi con

lunghe berrette dello stesso colore. Una dozzina di giannizzeri avevano

in dosso una specie di pianeta grigia, ricamata d'argento. Io mi posi

nell'angolo interno della porta. Un certo numero di _capigi bascialà_

sfilarono, vestiti di grandi _caftan_ con finte maniche pendenti per di

dietro, foderate di ricche pellicce, ed esternamente tessute d'oro ed

avevano bellissimi cavalli riccamente bardati.

I personaggi d'alto rango avevano in capo doviziosi turbanti di

cerimonia, a guisa di cono troncato e rovesciato, alto circa un piede e

mezzo, tutto guernito di mussolina.

Molti ufficiali, e grandi impiegati del serraglio uscirono in appresso

con magnifici cavalli; indi il _Scheih el-Islam_, o Mouftì circondato

dai suoi _Oulems_ o Dottori.

Gli tennero dietro dieci o dodici cavalli di apparato del gran Sultano,

con bardature coperte di brillanti e di altre pietre preziose; ed in

particolare ricchissime erano la briglia e le staffe di uno di questi

cavalli. Alcuni altri avevano sulla sella a destra uno scudo del

diametro di due piedi, ed a sinistra una sciabla, ricchissima d'oro e di

gemme.

Volgendomi dall'altro lato vidi passare a cavallo _Moussa Pacha

Kaimakan_ del gran Visir in mezzo a quattrocento in cinquecento

ufficiali, impiegati, e soldati tutti a piedi, che quasi lo portavano in

aria. Avendomi conosciuto, mi salutò graziosamente, e continuò la marcia

volgendo il capo per vedermi; ed uscendo dalla porta mi salutò di nuovo

con un leggiero affettuoso sorriso, lo che fece tanta sensazione, che

molti ufficiali dei giannizzeri chiesero alle mie genti notizia di me,

dicendo che non avevano ancor veduto il sorriso sulle labbra di questo

Catone Musulmano. Mi spiacque assaissimo che le circostanze non mi

avessero acconsentito di andare ad abbracciare un così affettuoso amico;

ma perchè questo riconoscimento avrebbe contrariato il mio piano di

condotta, ebbi bastante forza per oppormi alle affezioni del mio cuore,

e soffocare le passioni, che in simile circostanza avrebbero potuto

vincere altri assai da più di me. In fatti potevo io, dopo aver

resistito alle affettuose istanze, ed alle energiche persuasioni del mio

più caro amico Mulley Abdsulem, e di suo fratello Mulley Solimano,

abbandonarmi all'affetto che mi legava a Moussa Pascià, e forse

rimanere oppresso dagli onori onde poteva ricolmarmi in meno di

ventiquattr'ore?.... No: perdonatemi, caro amico: so che in

quest'istante mi aspettate; ma io vi fuggo: domani abbandonerò

Costantinopoli.

Seguiva il Kaimakan un corpo di bostangì a piedi: allora risuonò il

grido di _viva_ e comparve il Sultano a cavallo, ma coperto dai

grandissimi pennacchi di sei in otto ufficiali che lo circondavano. Per

altro potei vederlo in volto, e fargli un saluto, cui egli gentilmente

corrispose: la sua tinta mi parve assai pallida e sparuta: aveva un bel

caftan color rosso, ma la ricchezza, ed il lampeggiare della rosa e del

pennacchio di brillanti che ornavano il suo capo, richiamarono come cosa

affatto straordinaria e di una sorprendente ricchezza, tutta la mia

attenzione.

Seguivano il sovrano tre grandi ufficiali, uno de' quali portava un

altissimo turbante ricco di una rosa e di un pennacchio eguali a quelli

del turbante che il Sultano aveva in capo; gli altri due un turbante

ciascheduno della dimensione e forma ordinaria. Tutti questi turbanti

appartengono a S. Altezza che ne pone in capo ora uno ora l'altro

secondo vuole il rituale delle ceremonie della moschea.

Venivano in seguito a cavallo i grandi personaggi dell'Impero con vesti

e turbanti ordinarj, e senza verun segno distintivo: mi fu detto essere

questi il fiore della nobiltà musulmana, i figli, i nipoti dei principi,

ec. Finalmente chiudeva l'accompagnamento un corpo di soldati a piedi.

I turbanti del Kaimakan, del gran Visir, e del Reis Effendì avevano il

distintivo di un ricamo d'oro nella mussolina. Notai molti grandi

ufficiali negri di orrendo aspetto, vestiti ed equipaggiati così

riccamente come gli altri.

Il capo degli eunuchi neri aveva sul turbante lo stesso distintivo del

gran Visir. Tutti i principali personaggi avevano a lato un domestico o

impiegato che portava avvolto in ricco drappo un turbante di ordinaria

grandezza, che sogliono porsi in capo in tempo della preghiera nella

moschea invece di quello di ceremonia.

I Turchi ne' tempi del Ramadan e della Pasqua hanno costumanze diverse

dagli altri musulmani. Ho di già fatto osservare che nelle notti del

Ramadan non illuminano le strade, e che nelle feste di Pasqua non fanno

corse di cavalli nè finte guerre, nè giuochi pubblici come negli altri

paesi soggetti all'islamismo: tutte le dimostrazioni nelle pubbliche

allegrezze riduconsi a passeggiare gravemente da uno all'altro luogo, a

visitarsi a vicenda, a mangiare il più che si possa, ed a tirare in

determinate ore colpi di cannone nel porto.

Ho veduti i vasti depositi delle acque potabili di Costantinopoli, le

quali tutte derivano, attraversando il quartier nord-ovest della città,

dal distretto di _Belgrado_, villaggio popolato pressochè di soli Greci,

siccome tutte le terre del circondario.

Trovansi in questo distretto, in tre diversi luoghi, tre grandi

muraglie, che chiudendo le valli da una montagna all'altra, formano

vasti serbatoj delle acque piovane. Queste dighe vengono dai Turchi

dette _Bent_.

Il più gran Bent è lontano tre leghe all'incirca da Costantinopoli, e

può avere cento sessanta piedi di lunghezza sopra, e quindici di

grossezza nel piano superiore con una grande scarpa, che ne accresce

considerabilmente la grossezza inferiore: è formato di pietre tagliate

ed ottimamente conservato; ma perchè non era peranco cominciata la

stagione delle pioggie non aveva che le acque d'un piccolo ruscello.

A non molta distanza di questo Bent trovasi il secondo fabbricato dalla

sultana Validè, madre di Selim III. La muraglia che abbraccia quasi

tanto spazio come il precedente, è più solidamente costrutta, perchè

appoggia le due estremità a due solide roccie: sgraziatamente però fu

data poca base alla scarpa, per cui a lungo andare potrebbe cedere al

peso delle acque.

Negli acquedotti che conducono l'acqua dei bent a Costantinopoli si

cercherebbe invano la grandiosità e la magnificenza delle opere romane

dello stesso genere, ma non lasciano di essere generalmente fatti con

bastante solidità. L'acquedotto di _Giustiniano_ posto nel greco

villaggio di _Pirgos_ ha fino tre ordini di archi gli uni sopra gli

altri di marmo di nicchi; ma la sua costruzione mostra il decadimento

delle arti all'epoca in cui fu fatto: i piloni sono troppo pesanti, gli

archi strettissimi, e di diversa luce in larghezza ed in lunghezza come

se fatti fossero senza preventivo disegno, e senza calcolare le spinte

degli uni sugli altri.

Non molto lontano da questo è l'altro inalzato dal Sultano _Solimano

Canouni_, che io non vidi abbastanza vicino per poterne dare sicura

notizia.

Alquanto più sopra di _Pirgos_ trovasi un antico acquedotto fabbricato

dai Greci: l'arditezza degli archi, e la bellezza della sua costruzione

provano per conto delle arti la superiorità della prima sulla seconda

epoca: ma questo bel monumento, da molti secoli affatto trascurato, è

già sensibilmente danneggiato nella parte più alta.

Per ultimo andai a visitare un quarto acquedotto fatto recentemente dai

Turchi in faccia al Bosforo, presso a _Bouyoukdere_; i di cui archi

fatti sull'andamento di quelli di Giustiniano, sono però alquanto più

regolari.

Questi acquedotti formano colle loro projezioni degli angoli colle

sinuosità delle montagne, ove i condotti sono posti a terra.

Il distretto di Belgrado è tutto sparso di basse montagne coronate di

belle foreste, che stendonsi a ragguardevole distanza, e per quanto mi

fu detto, abbondano di selvaggiume.

Il carattere dei Turchi è grave; e direi anzi melanconico.

Confrontandolo con quello degli Arabi, credo di poter asserire, che se

gli uni e gli altri giugnessero all'incivilimento europeo, gli Arabi

avrebbero il carattere dei Francesi, ed i Turchi quello degl'Inglesi.

Le belle arti sono talmente proscritte dai paesi musulmani, che un Turco

si crederebbe avvilito se suonasse un istromento, se, fuorchè nelle

preghiere, cantasse o danzasse. Essi quasi non conoscono la costumanza

di adunarsi in grandi conversazioni per ingannare il tempo. Le donne

affatto escluse dal commercio degli uomini, non possono colla naturale

dolcezza del loro sesso correggerne i feroci costumi, e spargere la

piacevolezza nella società. L'ignoranza quasi assoluta in cui versano i

Turchi delle lingue d'Europa, e le limitatissime loro corrispondenze

all'estero, li privano delle notizie di quanto accade su questo vario e

grande teatro; onde riguardano con occhio d'indifferenza le vicende

politiche di questa bella parte del globo. Finalmente la mancanza di

libri, e di maestri per imparare le scienze fisiche, e le innumerabili

scoperte degli ultimi secoli, li privano di quelle interessanti

cognizioni, che sole potrebbero operare il loro incivilimento.

Queste cause unite alla precaria esistenza di un governo dispotico: a

quello stato di diffidenza, e dirò meglio, a quello stato di guerra, in

cui deve trovarsi ogni paese ove il culto de' governanti è diverso da

quello di quasi tutti i governati; a quelle false idee di felicità che

ogni turco riceve nella sua prima fanciullezza; fanno sì che quantunque

incapace di aprire il suo cuore ad una libera innocente allegrezza, si

creda non pertanto felice, ed inoltre più valent'uomo allorquando più si

avvicina allo stato de' bruti. Passare l'intero giorno seduto nella più

assoluta inazione fisica o morale, fumando la pipa, e prendendo caffè ed

altre droghe; ubbriacarsi coi liquori, o con pillole d'oppio; esaurire

le forze fisiche e morali con replicati eccessi di godimenti naturali, o

contro natura: questi sono i piaceri che formano la felicità dei

Musulmani; i quali se degnansi talvolta di porgere attenzione ad uno

qualsiasi spettacolo, non è se non quando loro presenti l'immagine degli

oggetti de' loro unici piaceri.

Di fatti i Turchi non sono privi di spettacoli; ma quali spettacoli!

Quantunque la loro musica non abbia armonia, offre alcune dolci

modulazioni; ma trovasi mescolata con tante dispiacevoli discordanze,

che non può a lungo andare soffrirsi: e per tal motivo appunto sogliono

d'ordinario avere un buffone che di tratto in tratto eseguisce una danza

o una ridicola indecente pantomima, terminando sempre col rappresentare

un uomo ubbriaco.

Hanno pure de' ballerini la di cui abilità si ristringe al camminare con

misura, a fare una semplice contradanza, rapide giravolte, movimenti e

pantomime della più sfacciata indecenza, camminando in giro l'uno dietro

l'altro col capo imbacuccato in una parrucca a lunghissimi capelli,

avendo in mano i crotali o castagnette di metallo; e tutto ciò

eseguendosi nel più sgraziato modo che immaginar si possa. Ho veduto

alcuni di questi danzatori fare delle pantomime nelle quali

rappresentavano le più schifose e lascive attitudini. Hanno ancora le

ombre chinesi colle quali rappresentano orrende lubricità.

Tali sono gli spettacoli dei Turchi, cui i grandi, i dotti e lo stesso

gran Visir non vergognansi di essere spettatori.

Io sono stato testimonio d'un giuoco di forza assai curioso: un uomo

girando rapidissimamente a suono di musica, si attaccava alla cintura un

gonnellino, che la velocità del giro faceva spiegare in figura di

campana o di ombrello; levavasi in appresso la camicia senza sbottonarsi

il farsetto che la copriva, divideva in più treccie la ciocca de'

capelli del suo capo, e prendendo a volo una dopo l'altra molte sciable

nude che gli presentava un suo compagno, attaccava ogni impugnatura ad

una delle sue treccie, e lo vidi in tal modo attaccarne dodici o

quattordici, che per la rapidità de' giri, venivano a formare un cerchio

o disco orizzontale intorno al suo capo: in appresso prendeva un'altra

sciabla ignuda coi denti, ne collocava alcune altre in altre parti del

suo corpo, non saprei in qual modo, finchè trovavasi tutto coperto di

sciable nude. Continuando a girare colla medesima rapidità senza

interrompimento, sguainò una sciabla, e la mise nella guaina colla

stessa facilità, e con una sorprendente destrezza. Allora si levò le

sciable ad una ad una per darle al suo compagno, si levò il gonnellino,

si rimise la camicia senza sbottonarsi il farsetto, e dopo più di un'ora

e mezzo di rapidissimi giri, il compagno terminò questo bizzarro

spettacolo coprendolo con una gran pelliccia: precauzione necessaria per

impedire che non soffrisse passando da così violento moto allo stato di

quiete.

A Costantinopoli vengono strettamente custodite le donne di alto rango:

ma le plebee sortono sole a loro piacere: nelle strade, nei _bazar_,

nelle cappelle, ai cimiterj, e sulla spiaggia del mare, in qualunque ora

del giorno s'incontrano tante femmine che uomini. Tale libertà in così

popolata capitale, circondata di giardini, di colli e di boschi, deve

singolarmente favorire il libertinaggio; che infatti è in questa città

grandissimo. Malgrado il denso velo che le dovrebbe coprire le donne

hanno quasi sempre il volto scoperto, perchè ne dilatano in modo i fori

destinati al solo uso della vista, che a traverso di tali aperture si

vede quasi interamente la loro fisonomia.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4 · 第 7 / 9 段