La riprensione fatta al mio Tartaro non fu senza effetto: spaventato

dalla maniera con cui gli aveva parlato, mi diede la stessa sera una

squisita cena, ed all'indomani eravamo già in cammino alle sei ore. La

strada andava ad O. N. O. in mezzo alle montagne. Alle sette ed un

quarto lasciavasi a destra _Altonntasch_, villaggio ove potevamo

arrivare il giorno avanti, se i Tartari non fossero così infingardi. Si

ripiegò allora al N. N. O. sempre in mezzo alle montagne, ed

attraversando una foresta: ma avanti mezzogiorno fummo costretti

d'abbandonare i nostri cavalli che perivano. Un'ora dopo scesi un lungo

pendio, al di cui piede scorre un fiume che va da mattina a

settentrione, e che si passa sopra un ponte. Dall'opposta riva s'inalza

subito un altro ripido poggio, ma meno lungo del precedente, di dove

scendesi in una larga valle; ed arrivai verso le tre ore e mezzo a

_Mitaïeh_, bella e ragguardevole città, capitale della provincia di

_Nadoulia_ o Natolia, e residenza di un Pascià. È posta sul pendio d'una

montagna, e le case fatte parte di muro e parte di legno, sono tutte

dipinte, con grandi finestre, terrazze, e generalmente unite a' giardini

che loro danno un bell'aspetto: ma le strade, almeno quelle che io vidi,

sono sudice, mal selciate, e nel mezzo ingombrate da un rigagnolo di

acqua limacciosa. Osservai due mercati abbondantemente provveduti di

frutti e di legumi; e seppi che la carne è buona ed a buon prezzo, come

pure le farine. Sono notabili alcuni belli edificj e molte moschee. La

montagna che signoreggia la città è coronata da un antico castello.

Le carrette che si adoperano in questo paese tirate dai buoi o dai

bufali sono in modo strette, che appena possono ricevere comodamente due

persone. Piccola è la specie de' buoi, con corna tanto corte quanto

quelle de' buoi della costa di Barbaria; ma all'opposto i bufali sono

alti ed armati di grandissime corna. Questi animali servono pure alla

coltivazione; come avevo veduto in Antiochia alcuni buoi servire da

bestie da soma.

_Giovedì 15 e Venerdì 16._

Il mio condottiere mi costrinse a restare a _Kutaïeh_ due giorni,

protestando di non trovare cavalli. Approfittai di questo ritardo per

visitare la grande moschea, antico e vasto edificio di una singolare

costruzione, e di forma quadrata, diviso in due navi eguali da una linea

di colonne che dalla porta va fino al fondo. Si andava riedificando in

tempo del mio passaggio, aggiugnendovisi un ordine di tribune in giro.

Questa singolarità unita alle pitture che abbelliscono l'interno

dell'edificio mi sorprese in maniera, che mi credeva trasportato in un

teatro d'Europa.

I ruscelli che scorrono per le strade sono veri torrenti, sui quali il

bisogno di passare da un lato all'altro, fece fare dei ponti di legno.

Le strade sono sempre piene di oche, di anitre e di cani.

_Sabato 17._

Partii il giorno 17 alle nove ore e mezzo del mattino; e dopo avere

attraversato il piano al N. mi trovai verso le dieci ore in una campagna

sparsa di colline. Fu duopo passare due volte il fiume Poursak, che

scorre all'O. poi a N. E. Sortendo da una bella moschea attraversata

dalla strada, mi diressi al N. O. in mezzo alle montagne, e dopo

tramontato il sole scesi per un ripido pendìo sul piano, ove trovai un

casale quasi tutto costruito di legno, detto _Yea Ouglou_.

_Domenica 18._

Il sole nascente ci vide partire. Sortendo dal casale avevamo in faccia

un'angusta valle coperta di gelicidio, dalla quale ci separava soltanto

un fiume. In mezz'ora eravamo giunti all'estremità della valle tenendo

sempre la direzione di N. N. E., ed omai saliti sulle montagne, quando

ci trovammo quasi senz'avvedercene imbarazzati in così fitta macchia,

che quantunque il cielo fosse affatto sereno, ed il sole splendesse di

tutta la sua luce, ci sembrava talvolta che non fosse ancora giorno.

Nulladimeno di tratto in tratto trovavansi dei sorprendenti colpi

d'occhio, e ridenti situazioni rinfrescate da zampilli e ruscelletti

d'acque freschissime. Molti di questi ruscelli erano abbelliti da

piccoli frontispizj dovuti alla pietà musulmana; ciò che dava

l'apparenza di giardini a questi luoghi selvaggi. Finalmente vidi

_Stuhout_ in una bassa valle, ove arrivammo scendendo un ripido pendìo

ad undici ore del mattino.

Questo villaggio quantunque piccolo, mi parve ricco. È circondato da

ogni banda da giardini e da vigne, i di cui prodotti vengono dagli

abitanti trasportati a considerabili distanze. Trovandosi abbastanza

ricchi si prendono cura di avere case appariscenti, e ben addobbate: le

fisonomie di questa gente non hanno la dolcezza di quelle dei Caramani:

hanno il naso grosso, e sono generalmente tetri, tristi, cupi e

diffidenti, come gli Ebrei tra i Musulmani. Il fiume _Sakaria_ non passa

per _Souhout_ come l'indicano le carte.

L'ostinata pigrizia del mio condottiere mi obbligò a trattenermi fino

all'indomani, malgrado il desiderio che avevo di giugner presto a

Costantinopoli.

_Lunedì 19._

Erano le sei del mattino quando ripresi il cammino col mio seguito. Da

principio si andò verso N. N. O. a traverso le montagne; indi seguendo

per qualche tratto la direzione della cresta d'una montagna; si discese

poi in una valle angusta e profonda divisa da un fiume, passato il quale

entrammo ad undici ore in _Verzirkhan_, villaggio situato sulla sinistra

del fiume, e non sulla destra come viene segnato nelle carte, e abitato

solamente da cristiani greci.

Riposatomi pochi istanti, ripresi a mezzo giorno la direzione al N.,

poscia al N. N. O. in mezzo a giardini e piantagioni di gelsi bianchi

che cuoprono la valle: si dovette in appresso salire e scendere un'alta

montagna, alle di cui falde la strada piega all'O. Arrivammo alle due

ore ed un quarto a _Lefkie_, che trovasi in fondo ad una valle lungo la

quale scorre un piccolo fiume.

In sul far della sera soppraggiunse un ufficiale di Mehemed Ali pascià

d'Egitto, apportatore al governo della notizia della ritirata

degl'Inglesi. Essendo venuto a trovarmi, sgridai in sua presenza i miei

Tartari, i quali contavano d'impiegare ancora quattro giorni per

condurmi a Costantinopoli, ed ottenni la promessa di arrivarvi in due.

_Martedì 20._

Per non mancare di parola si posero in viaggio a tre ore del mattino

verso O. N. O. Si passò il fiume sopra un ponte lontano mezz'ora dal

villaggio, ed in breve eravamo alle falde delle montagne che dovevamo

sormontare per andare a Nicèa. Malgrado l'asprezza della strada,

camminavamo speditamente, attraversando rupi e burroni, e spesse volte

sull'orlo di spaventosi precipizj; fortunatamente la luna vicina al

meridiano rischiarava perfettamente la strada. Entravamo in Nicèa al

levare del sole.

Questa città, celebre tra i cristiani pel concilio tenutovi l'anno 324

di Gesù Cristo, è come Antiochia, un piccol luogo chiuso da vaste

antiche mura, tagliate da magnifiche porte. È situata sull'estremità

occidentale d'un lago, in mezzo ad infiniti giardini.

Appena ricambiati i cavalli si proseguì il viaggio lungo la riva del

lago accompagnato ancora dai domestici dell'ufficiale di Mehemed-Alì.

L'acqua del lago è dolce e bevibile. Questo lago di forma irregolare

prolungasi da levante a ponente, e può avere cinque in sei leghe di

lunghezza sopra mezza lega di larghezza. È circondato di montagne da

ogni banda, tranne un piccolo piano al N. E. lungo il quale si camminò

circa un'ora e mezzo.

Alle undici ore si ripigliò la direzione del N. e del N. O.

attraversando montagne coperte di arbuscelli, e dalla cui sommità

scoprivasi il lago in tutta la sua estensione. Eravamo intenti a così

bella veduta quando il sole si coperse improvvisamente di nubi, e

nell'istante medesimo incominciò a piovere dirottamente. Scendevamo

allora per un ripido pendìo, che il terreno argilloso, e la pioggia

facevano sdrucciolevole: il mio cavallo cadde, e mi prese sotto una

coscia, malgrado gli sforzi da me fatti per sostenerlo; ma perchè la

caduta si fece in due tempi, ed abbastanza lentamente, non mi cagionò

verun male: questa è la sola caduta ch'io facessi in tutti i miei viaggi

dell'Affrica e dell'Asia.

Poco dopo il mezzo giorno si attraversò un casale, indi un magnifico

ponte, di dove essendo scesi in una valle si andò a seconda di due fiumi

che si dovettero attraversare più volte. Ma appena usciti dalle

sinuosità dei fiumi ci trovammo sopra un argine antico fatto in mezzo ad

una palude, a poca distanza del quale trovasi il villaggio d'_Herseck_

vicino al mare. Colà c'imbarcammo coi nostri cavalli per tragittare il

golfo d'Isnikmid, che si profonda alcune leghe entro terra, e che in

questo luogo può esser largo quattro in cinque miglia.

Siccome avevamo il vento contrario, il battello, o _kaick_, come vien

detto in paese, dovette correre una bordata di mezz'ora all'E. ed una

seconda di tre quarti d'ora a N. O. per giugnere sull'opposta riva. Si

sbarcò nel porto di un piccolo villaggio, ove danno fondo quasi tutti i

battelli che fanno questo tragitto.

Di qui continuando il cammino tra le montagne, giugnemmo alle otto della

sera ad un altro villaggio. I miei Tartari calcolavano di fare in tre

giorni il viaggio fatto in questo solo giorno.

_Mercoledì 21 ottobre._

Allo spuntar del sole la nostra gente si pose in cammino coi più cattivi

cavalli ch'io vedessi mai; e perciò facevasi poco viaggio. Da principio

si seguì la riva del mar di _Marmara_ nella direzione dell'O. N. O.; e

riconobbi subito le isole _de' Principi_ poste a piccola distanza dalla

spiaggia. Essendo in seguito passati per molti villaggi, ed attraversata

una specie di _necropoli_, ossia un vasta campagna di sepolcri, si

arrivò finalmente a Scutari, o _Scondar_, ad un'ora e mezzo dopo mezzo

giorno, ov'io smontai ad un caffè.

In tempo della mia dimora in Europa aveva contratta amicizia col

Marchese d'Almenara, che adesso era ministro della corte di Spagna a

Costantinopoli. Gli diedi avviso del mio arrivo, ed all'istante questo

ragguardevole amico mi mandò il suo dragomano, domestici e battelli per

attraversare il Bosforo; e spinse la gentilezza fino a darmi un

appartamento in propria casa, ch'egli mi aveva fatto preparare alla

turca, onde non contrariare le mie abitudini.

CAPITOLO LI.

_Descrizione di Costantinopoli. — Il Bosforo. — Il Porto. —

L'Arsenale. — Pera. — Top-Hana. — Galata. — Strade di

Costantinopoli. — S. Sofia. — Uscita del Sultano ogni venerdì.

— Le Moschee. — Eyoub. — Reliquie del Profeta. — Serraglio, o

palazzo del Sultano. — Vetture. — Hippodromo. — Castello delle

Sette Torri. — Mura._

Costantinopoli fu visitata da tanti curiosi, che io non prenderò a

descriverla. Pure perchè sarebbe fuor di luogo il non parlare di così

grande metropoli dopo avervi dimorato alcun tempo, e perchè altronde a

molti dei miei lettori non sarà discaro il trovar qui uno schizzo di

questa città, descriverò brevemente quello che ho veduto. Io

rappresenterò gli oggetti quali si presentarono a' miei occhi, senza

farmi carico di quanto hanno potuto dirne gli altri viaggiatori; e

siccome avanti d'entrare in questa città, sono rimasto alcuni giorni a

Pera presso il signor Ambasciatore, incomincerò a parlare delle cose

vedute in questo luogo.

_Il Bosforo di Tracia_, detto _el-Bogaz_ dai turchi, ed il _Canale_ dai

cristiani, perchè unisce il Mar Nero o _Ponto Eusino_, al Mar di

Marmara, ossia _Propontide_, chiamato dai turchi _Mar Bianco_, è posto

quasi nella direzione N. E., con molte sinuosità, che rendono varia la

sua larghezza da un miglio fino a quattro.

Il canale ha una corrente rapida quanto quella d'un fiume che va dal Mar

Nero al Mar di Marmara. Questo fenomeno è prodotto dai molti fiumi che

sboccano nel Mar Nero, e dalla limitata superficie che presenta alla

evaporazione in una così elevata latitudine; di modo che se il Mar Nero

non avesse una uscita per il Bosforo, dovrebbe necessariamente dilatarsi

finchè acquistasse una bastante superficie per istabilire l'equilibrio

tra la quantità d'acqua che gli portano i fiumi, e la massa assorbita

dall'evaporazione.

Tanta è la rapidità della corrente, che rende necessario il tenere

alcuni uomini sopra varj punti della costa per tirare a riva i battelli

e le scialuppe; non bastando la forza dei remi per superare la corrente

quando si vuol rimontare il canale: sonovi ancora alcuni luoghi in cui

le acque formano gorghi così rapidi, che la superficie si cuopre tutta

di schiuma.

D'altra parte s'io considero che le acque del Mar Nero e quelle del

Canale sono salse come quelle degli altri mari, io non posso non credere

che esista in fondo al canale una contraria corrente che riporta l'acqua

del Mar di Marmara verso il Mar Nero; imperciocchè non ammettendo tale

supposizione non sarebbe possibile di spiegare in qual modo, dopo tanti

secoli, siansi le acque del Mar Nero conservate salse, malgrado l'enorme

quantità d'acqua dolce che ogni giorno riceve dai fiumi, e la massa

d'acqua salsa ch'esce pel canale del Bosforo.

Il disequilibrio che deve produrre la diversa gravità specifica delle

due masse d'acqua diversamente cariche di sale, e che sono in contatto,

concorre altresì a provare la necessità dell'esistenza di questa

corrente inferiore del Mar di Marmara verso il Mar Nero; poichè se

suppongansi due masse d'acqua perpendicolari della medesima altezza ne'

due mari, che siano in comunicazione per mezzo del Canale, è cosa

indubitata che quella del Mar Nero composta d'acqua salsa e d'acqua

dolce dei fiumi, sarà più leggiera di quella del Mar di Marmara, quasi

affatto composta d'acqua salsa; ed in conseguenza il Mar di Marmara per

livellare il suo peso a quello del Mar Nero deve versare in questo una

parte della sua acqua, finchè l'abbassamento del suo livello, e

l'elevazione di quello del Mar Nero compensino la differenza della

gravità specifica delle due acque. D'altra parte la colonna allungata

del Mar Nero non potendo sostenersi al di sopra del livello della

colonna corrispondente, verserà sopra di questa una parte della sua

acqua superiore per equilibrare il livello delle due colonne; ed ecco

stabilita la corrente superiore dal Mar Nero a quello di Marmara, e

mantenuto dalla continua affluenza dei fiumi che si gettano nel primo.

La necessaria esistenza di una corrente inferiore in senso contrario

viene egualmente dimostrata dallo stesso principio, il quale indica

altresì che l'acqua del Mar Nero dev'essere meno salsa che quella del

Mar di Marmara.

Le due rive del Canale sono notabili pe' molti sobborghi che quasi si

toccano l'un l'altro, e vengono a formare una continua strada lunga più

di una lega e mezzo. Spetta al pittore delle grandi epoche della natura,

all'autore del Maometto e della Zaira, il descrivere come si conviene lo

spettacolo imponente che presenta quest'immensa strada acquatica, in

mezzo alla quale io vidi navigare tutta la squadra con una infinità di

altri bastimenti, e migliaja di scialuppe e di battelli: i palagi e i

terrazzi superbi, le ville del Sultano, delle Sultane, e dei grandi

dell'Impero, che fatte col più squisito gusto orientale gareggiano fra

loro in beltà e lusso; i colli pittoreschi che circondano il canale

coperti del più bel verde e di eleganti casucce isolate; il corpo

colossale della città di Costantinopoli che si presenta coperto da una

foresta di campanili, di cupole, di terrazzi, il tutto dipinto di

variatissimi colori, e solo interrotto dal verde di grandi alberi; e

finalmente il _mare di Marmara_ che chiude l'orizzonte al sud: questo

magnifico aggregato forma un quadro che non può descriversi, ma la di

cui impressione non può cancellarsi dalla memoria.

Una lega e mezzo al di là di questo spazio, i villaggi posti sulla riva

del Bosforo sono alquanto più separati gli uni dagli altri: la foce del

Mar Nero viene difesa da un forte sopra ogni lato del canale, e da due

antichi castelli situati a mezzo la costa a diritta ed a sinistra; la

torre di _Leandro_ guarnita d'artiglieria è posta sopra un'isoletta in

mezzo; sonovi inoltre molte batterie di campagna sopra le due rive alla

foce del canale nel mare di Marmara.

Il porto di Costantinopoli è il migliore del mondo. Formato da un

braccio di mare che si avanza sinuosamente nelle terre tra la città ed

il sobborgo di Galata, di Pera, ec. è tutto circondato da colli, e

perciò al coperto da tutti i venti. Il fondo è tale, che le navi a tre

ponti possono accostarsi alla riva, e prender terra colla loro prora

senza toccare colla chiglia.

Sulla costa del porto opposta a Costantinopoli vedesi l'arsenale, nel

quale io contai quattordici o quindici navi da guerra, le une

interamente corredate ed armate, le altre preparate a metà, tutte ben

fatte ed in ottimo stato. Vi trovai pure molti vascelli o carcassi

inutili, alcune scialuppe cannoniere, e sul cantiere una fregata che si

andava formando da operai europei. L'arsenale è vasto, e provveduto di

materiali. Contiene un infinito numero di cannoni la maggior parte di

bronzo, una eccellente macchina per alberare, ed un bacino da

costruzione, il cui solo difetto è quello di avere un fondo che perde

l'acqua: trovavasi allora occupato da un vascello di settantaquattro

cannoni che veniva racconciato. Presso al bacino sonovi due belle

macchine per tirare le navi in secco. La casa del capitano Pascià, o

grande Ammiraglio della marina Ottomana, è situata vicino all'arsenale:

è un magnifico edificio con un bellissimo sbarco sul mare. Dietro a

quella del Pascià viene la casa del capo dell'arsenale, innanzi alla cui

porta un'urna sepolcrale serve di fontana.

Quando si viene dall'Asia per recarsi a Pera, che è il sobborgo ove

risiedono gli ambasciatori ed i negozianti europei, si sbarca di

ordinario a Top-hana, altro sobborgo in riva al canale. Colà trovansi le

caserme de' cannonieri, come pure una batteria di ventiquattro cannoni

montati sopra carrette di forme diverse per difendere l'ingresso del

porto. Rimarcai un'antica colombrina di quasi un piede di calibro, ossia

diametro interno, e lunga diciannove piedi, destinata a tirare palle di

sasso, delle quali se ne vedono molte presso. Le caserme sono belle, e

contengono molti carri e cassoni.

Il sobborgo di Galata, che si unisce a quelli di Top-hana, e di Pera, è

grande, popolato assai, e chiuso da una muraglia che tocca le case degli

adjacenti sobborghi. Lo attraversa dall'una all'altra estremità una

strada lunga più d'un quarto di lega, ma sucida, mal selciata, e quasi

tutta fiancheggiata da botteghe di commestibili. Le case quasi tutte di

legno inspirano tristezza. Si andavano rifabbricando le case consumate

da un incendio nel precedente anno.

La chiesa greca di _S. Dimitri_ è composta di tre piccole navate ben

proporzionate, e sostenuta da colonne di legno coperte di stucco

imitante il marmo. Il santuario non ha ornamenti, ed il tempio è oscuro.

Mi fu detto essere questa una delle più belle chiese greche della

capitale.

Il passeggio degli abitanti di Costantinopoli è il Cimiterio, che i

cristiani dicono _Campo dei morti_. Non può quindi essere molto allegro,

ma signoreggia parte della Città e del Bosforo, e vi si gode una

maravigliosa veduta. Da questo lato trovasi pure una bella caserma,

altra volta abitata dalle truppe regolari e disciplinate all'europea,

che chiamavansi _Nizàm Djidid_; ma queste truppe più non esistono.

Per andare da uno di questi sobborghi a Costantinopoli si attraversa il

porto con una piccola scialuppa con uno o due rematori, e si sbarca in

luoghi coperti, dove vedonsi ammucchiate le une sulle altre molte

scialuppe. Questi magazzini sono di legno, e vi si entra senza sbarcare.

Sulla porta di questi edificj dalla banda di terra trovansi sempre

cavalli da nolo sellati per portare subito i viaggiatori ove vogliono,

per istrade sporche, scoscese, e fiancheggiate da ambo i lati da

officine e case di legno coperte di vivi colori, ma senza essere a filo,

e formanti le une colle altre angoli entranti e salienti senza veruna

uniformità: vi si vendono commestibili, confetture, tabacco, droghe, ec.

Io fui alloggiato in un bellissimo _Khan_ fatto con pietre tagliate;

senz'altra compagnia che quella del mio dragomano turco, dello schiavo,

e di un giannizzero. Il dragomano era un uomo singolare; nato cristiano

nell'Albania erasi portato in Europa per istudiare la medicina. Dopo

avere viaggiato cinque anni per questo motivo in Italia, in Francia, in

Germania, soggiornò due anni a Vienna col primo medico dell'imperatore

Giuseppe II nel palazzo di questo Principe, col quale ebbe più volte

l'onore di parlare. Era in allora vestito all'europea: giunto a

Costantinopoli erasi fatto musulmano, ed a quest'epoca non aveva di che

vivere. La sua conversazione aveva qualche cosa di straordinario.

Siccome io non parlo il linguaggio turco, ed egli non sapeva l'arabo,

adoperava un latino maccaronico misto d'italiano. Quantunque nelle

scuole de' cristiani non imparassi l'alchimia, studiai per altro non so

perchè, il latino; imperciocchè, non avendo mai fatto uso di questa

lingua, non la parlo meglio del dottore albanese: il suo era un latino

italianizzato, il mio un latino arabo. Dietro queste nozioni figurisi il

lettore quali potevano essere i miei discorsi con un uomo che univa ad

una istruzione confusa una mescolanza di stravaganti chimere

dell'immaginazione. Egli credeva per modo d'esempio, che l'aria sia

popolata di spiriti o di uomini invisibili, che hanno una diretta azione

sugli uomini, e che formano una specie di fratellanza con alcuni

mortali, ec. Del rimanente era un buon uomo e senza rigiri.

La grande moschea di _Aya Sophia_, antica cattedrale di S. Sofia, è un

magnifico edificio; la vasta sua cupola ad arco stiacciato, circondata

da mezze cupole produce un maraviglioso effetto. Non prenderò a farne la

descrizione, perchè già fatta da molti viaggiatori. I cristiani vi

possono avere accesso, come in tutte le altre moschee di Costantinopoli,

col permesso del governo, che facilmente si ottiene. I muri sono

incrostati di marmo, e le colonne bastantemente conservate, ma il tetto

incomincia a guastarsi. La tribuna del Sultano è tutt'altro che bella: è

una specie di gabbia sostenuta da quattro colonnette, e circondata da

griglie dorate.

Ciò che reca maraviglia è il vedere questo tempio ingombrato da una

quantità di bastoncelli, e di canne posti lungo le muraglie ed intorno

ai piloni; pezzi di tela, come lenzuoli, tovagliuoli, ec. sospesi, onde

formare una specie di separata tribuna, ove non possono entrare che i

proprietarj per fare la preghiera o per leggere: la qual cosa forma in

chiesa una ridicola specie d'accampamento. Nell'angolo di N. O. della

navata principale si vede una magnifica giara di marmo elegantemente

lavorata, che tien luogo di fonte. È pure notabile un tramezzo di marmo

in forma di paravento, assai ben fatto, ed imitante il legno che trovasi

in una delle loggie superiori.

Un venerdì vidi andare alla preghiera il sultano Mustafà nella moschea

_Sultan Djèámi_, o moschea del Sultano, posta in faccia ad una delle

porte del serraglio. La strada che per recarvisi doveva il Sultano

attraversare, era fiancheggiata da due linee di giannizzeri dalla porta

del serraglio fino a quella della moschea. Il mio dragomano ed il mio

giannizzero non volevansi avvicinare perchè al solo nome del Sultano

tutti tremano; io invece attraversai le linee e passai nel cortile della

moschea, ove mi posi nella più vantaggiosa situazione per vedere S.

Altezza.

Arrivarono prima a varie riprese molti personaggi della corte circondati

da domestici a piedi, e montati sopra bellissimi cavalli riccamente

bardati, scendevano alla porta della moschea, ed i domestici prendevansi

cura dei cavalli.

I giannizzeri, come gli altri turchi, portano una lunga veste ma di

color diverso, come ognun vuole, col solo segno distintivo di una

ridicola berretta di feltro bianco-grigia, che pende per di dietro; e

copre loro la schiena; e sul davanti una piastra di metallo che viene

come a cadere sopra la fronte, e chiude come in un astuccio un

grossolano cucchiajo di legno che ogni giannizzero è obbligato ad aver

sempre presso di sè. Marciano senz'armi non avendo che una mazzetta in

mano.

Vidi poi arrivare dieci cavalli del Sultano tutti assai alti, e di

diverso pelo, coperti di grandi gualdrappe riccamente lavorate in oro ed

argento, e di selle con sopra magnifiche stoffe.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4 · 第 5 / 9 段