arrivai alla foce del fiume. Il mare era grosso, le onde rompevansi
furiosamente sulla _barra_ del fiume, ed il cielo era tutto coperto di
nere nuvole. Il bastimento preparatomi aveva dovuto allontanarsi dalla
riva, onde soffersi scosse terribili attraversando le _barre_ colla
scialuppa. Appena montato a bordo, si fece vela quantunque con vento
contrario.
_Giovedì 1 ottobre._
Dopo ventiquattr'ore di navigazione con venti diversi, e sempre
contrarj, la nave attraversò la bocca del golfo di _Scandroun_, e diede
fondo presso terra sulla costa della Caramania alle otto ore della sera;
io però restai quella notte a bordo.
_Venerdì 2._
Appena sbarcati, moltissimi facchini con muli e cavalli sempre in
agguato delle navi che approdano, ond'essere impiegati, s'impadroniscono
delle persone e degli effetti, disputandosi tra di loro a colpi di pugno
l'onore di accompagnarci. Vero è che le loro premure non sono affatto
disinteressate: ma in ogni luogo l'interesse è la molla delle nostre
azioni.
A non molta distanza dal mare trovasi un villaggio chiamato _Cazanlìe_
di una singolare costruzione: è composto di un centinajo di baracche
sospese sopra quattro pertiche all'altezza di nove in dieci piedi; ed
ogni baracca è formata di un semplice pergolato di travicelli, o di
canne, rassomigliando ben più ad un nido di uccelli, che all'abitazione
di uomini inciviliti. Per salirvi si adopera una rozza scala.
Vidi a maggior distanza un altro villaggio fatto assai meglio, ed assai
più interessante. È questo un _dovar_ abitato da pastori della
Turcomania. Le baracche sono piccole, ma gentili, e poste a livello del
terreno. Consistono in tre pergolati di quattro piedi di altezza coperti
da un tetto della stessa qualità in figura di volta cilindrica; la
pergola della parete è formata di canne, di tralci, o di frondi, ed il
tetto è coperto di pelli. In questo villaggio non si vedono che donne e
fanciulli perchè gli uomini conducono le mandre al pascolo; ma le donne
non rimangono oziose, facendo esse il butirro, il formaggio, ed ogni
altra sorte di latticinj con un'estrema pulitezza. Il loro abito
consiste in una camicia bianca, un giustacuore colle maniche ornate,
ordinariamente di cotone trapuntato, una sottana di cotone bianco, con
un fazzoletto che loro fascia il capo ed il collo. Sono tutte bianche,
ed alcune abbastanza avvenenti. Quelle che allattano non lasciano di
lavorare tenendo sospeso al dorso il fanciullo. Tengono il volto
scoperto, e benchè musulmane, pare che non sappiano, che la legge non
accorda loro questa libertà. I ragazzi vanno ben vestiti, con camicie,
casacchini, e turbanti di colore.
Gli abitanti di questo distretto, detti _Turcomani_, sono tanto
terribili colle armi in mano, quanto buoni, dolci, ed onorati in
società.
Dopo tre ore di viaggio lungo il mare entrai in _Targo_ alle dieci ore e
mezzo del mattino. Aveva incontrati lungo la strada molti bufali, ed
alcuni cammelli con basti di differenti colori.
Quasi tutti gli uomini portano camicie e mutande bianche, ed un
giustacuore con maniche trapuntate; ma altri non hanno che una casacca
senza maniche, legata con una cintura, ed una berretta bianca alta ed
acuta da un turbante, sono d'ordinario calzati di grandi stivali neri.
Targo o _Turpis_ (che suole pronunciarsi in un modo e nell'altro), è una
ragguardevole città, le di cui case sono assai brutte e fatte di terra.
È posta in mezzo ad una vasta campagna, circondata di giardini a breve
distanza dal fiume, in cui il grande _Alessandro_ corse rischio di
perire; ed è nella vicina pianura a levante che sconfisse lo sfortunato
_Dario_.
Quand'io vi passai non eravi che un solo Europeo.
Il cotone e la seta sono i principali oggetti del commercio di Targo.
Piovve tutta la notte dirottamente.
_Sabato 3._
Partii a sette ore del mattino, e mezz'ora dopo attraversai il fiume di
Targo sopra un ponte di tre archi, indi piegai a settentrione, tenendo
la medesima direzione tutto il giorno.
Giunto in sulle nove ore all'estremità della pianura, dovetti valicare
più colline, uscendo dalle quali mi trovai circondato alla catena del
_Monte Tauro_, composto nella parte da me veduta di roccia cornea, e di
_trap_ talvolta aggruppato in enormi masse, talvolta a strati ondeggiati
più o meno obliqui, e talvolta finalmente in aguglie altissime formate
dalla unione di prismi perpendicolari, che hanno l'aspetto di una
cristallizzazione.... E che è in fati qualunque montagna primitiva, se
non una cristallizzazione colossale?..... Io non vidi verun indizio di
granito o di porfido.
Questa parte della catena è coperta di magnifiche foreste, i di cui più
comuni alberi sono quercie, cedri, cipressi, e lentischj. Tutto quanto
mi si offriva questo giorno agli occhi, mi faceva presumere che le alte
montagne dell'isola di Cipro fossero in rimotissimi tempi una
continuazione del monte Tauro. Le pittoresche vedute, le magnifiche
cascate d'acqua trasparente quanto il cristallo che da ogni lato
invitavano il mio sguardo, facevanmi nascere rincrescimento di non poter
godere che di passaggio così deliziose contrade.
Giunto alla sommità vidi un antico maestoso argine fatto di grandi sassi
quadrati lungo un piano orizzontale in cima alla montagna dalla banda di
S. E., e terminato con un arco di trionfo semplice, ma nobile, la di cui
più elevata parte cominciava a cadere in rovina.
Quest'arco può essere riguardato come una grande finestra, di dove
signoreggiansi interamente le pianure che furono il teatro della
vittoria di _Alessandro_ sopra _Dario_; lo che potrebbe dar sospetto che
l'arco fosse stato eretto ad onore di questo conquistatore. Anche
l'argine incomincia a guastarsi: vidi all'estremità settentrionale un
sasso tagliato in figura di piedestallo sul quale dovette probabilmente
esservi qualche iscrizione, ma ora affatto cancellata dall'inesorabil
mano del tempo, che si prende giuoco degli sforzi che gli uomini fanno
per rendere eterni i monumenti del loro orgoglio.
Dopo essermi riposato un istante presso ad una bella fonte, giunsi verso
le quattr'ore sulla strada che conduce direttamente da Aleppo a
Costantinopoli, e ch'io dovetti abbandonare per la ribellione di
_Kouhouk-Alì_. Pare che anticamente questa strada fosse assai buona; ma
al presente trovasi in estremo deperimento. Entrai in _Diàïde_ alle
sette ed un quarto della sera, e trovai nella casa della posta cinque
Tartari che successivamente erano sortiti da Aleppo dopo di me.
_Domenica 4._
Io desiderava di partire di buon mattino, ma essendo accostumati a
partir tardi, così non sortii da _Diàïde_ che alle sei ore. La sera si
fece alto alla casa di posta di un miserabile villaggio detto
_Wadicàschli_, chiamato dai Turchi _Ouloukiscla_.
Di mano in mano che avanzavamo verso il N. O., la parte del monte Tauro
che attraversammo andava perdendo la sua bellezza; ed in fine non
presentava che ignude balze, le di cui sommità settentrionali erano
coperte di neve: entrato verso le tre dopo mezzogiorno in un paese
alquanto più aperto e meno aspro, trovai alcuni villaggi circondati di
orti e di vigne; ed essendo il tempo della vendemmia quegli abitanti mi
offrirono uve, e cestelle di saporitissime frutta.
In questo giorno vidi passare alcune truppe di cammelli alquanto
differenti da quelli dell'Arabia e dell'Affrica; hanno le gambe davanti
più corte e più grosse che le deretane, il collo assai più forte, e
tutte le parti anteriori del corpo più coperte di lana.
Aveva pure incontrati molti pastori turcomani: quale diversità da questi
ai pastori Arabi! Gli uomini, le donne, i fanciulli, tutti sono ben
vestiti, i cammelli che portano i loro effetti, sono coperti di bei
tappeti turchi. Pare veramente ch'essi godano di tutta l'agiatezza, e di
tutti i piaceri della vita pastorale, ed è tra costoro che dovrebbonsi
cercare esclusivamente i modelli de' pastori che furono spesso
l'argomento delle più commoventi poesie.
_Lunedì 5._
Erano ormai le otto ore quando mi posi in cammino a traverso di un paese
di sterili colline, indi di una vasta incolta pianura. In sulle undici
ore passai per un casale composto di miserabili casucce di terra; e
finalmente dopo altre quattr'ore di viaggio, avendo passato un fiume
sopra un ponte, entrai nella borgata d'_Erehli_ posta in un gentil paese
pieno di giardini sulla sinistra del fiume, e non sulla destra come
viene indicato nella carta d'_Arrowsmith_. Questa terra è abbastanza
grande, ma le case sono brutte, fatte di terra e di mattoni seccati al
sole, come costumasi da tutti i popoli della Caramania; per lo contrario
i giardini sono belli assai, e danno frutta in copia, e specialmente
grosse ed eccellenti pere. L'entrata d'_Erehli_ dalla parte del N. è un
magnifico viale fiancheggiato da alti pioppi, e da due canali di
limpidissime acque.
_Martedì 6._
Partimmo poco dopo le sette ore, camminando al N. a traverso di
vastissime praterie piene di mandre, e specialmente di bufali, e sparsa
di casucce circolari con tetti piani. Verso le nove ore lasciai a destra
la città di _Hartan_ situata sulla sponda sinistra di un piccolo fiume.
Di là volgendo ad O. N. O., ed in seguito a N. O. in mezzo a campagne
aride come le montagne che le circondano da due lati, passammo alle due
ore dopo mezzodì presso ad una Salina formata da un ampio fossato che
circonda una piccola montagna di terra affatto isolata: l'acqua ch'entra
nel fossato, svaporando pel calore del sole, lascia sul fondo un sale
marino bianchissimo, che viene trasportato coi cammelli ai vicini paesi.
Alle tre ore e mezzo si entrò nel castello di _Carabig-Mar_, ove feci
riposare le mie genti. È questo un ragguardevole paese, ma mal
fabbricato alle falde di un monticello aridissimo, siccome affatto
sterile è l'adjacente pianura; non vi si vede un solo orto, nè alberi,
tranne due pioppi che sono entro il castello. E ciò riesce tanto più
sorprendente, che il piano non è privo di acqua. La moschea di
_Carabig-Mar_ ha un vago esterno con grandi e piccole cupole, e due
sottili altissime torri. Sul monticello vedonsi gli avanzi di un'antica
rocca.
In questo luogo, come in altri della Caramania si osserva un vasto
edificio, che può rassomigliarsi ad un tempio di tre navate, intorno al
quale s'inalzano molti fumajuoli. È una specie di _Khan_ destinato
all'alloggio delle carovane della Mecca.
Dei cinque tartari incontrati a _Diaïde_ uno solo ci aveva lasciati
addietro, gli altri camminavano con noi.
Siccome io mal poteva reggere al trotto franco e disagiato, che è la
loro ordinaria andatura, era costretto di alternare il passo ed il
galoppo disteso quando mi trovava addietro di quattro in cinquecento
passi; lo che mi stancava assai meno che il trotto sostenuto de' cavalli
tartari.
È noto esservi sulle grandi strade della Turchia cavalli di ricambio;
onde mutavamo cavalli ogni giorno, e spesso due volte al giorno.
Per essere affatto sbarazzati dalle molestie del viaggio si pattuisce
con un tartaro, il quale si obbliga a condurre, alloggiare, nutrire il
viaggiatore, e pagare tutte le spese del cammino, contro una convenuta
somma che gli viene sborsata metà all'atto della partenza, ed il
rimanente arrivati al termine del viaggio. Pel mio viaggio da Aleppo a
Costantinopoli aveva convenuto col mio tartaro ottocento piastre, ed
egli somministrava un cavallo per me, uno pel mio schiavo ed un altro
per portare gli effetti, oltre le spese di vitto, e di alloggio, ed
anche le accidentali che tutte restavano a suo carico.
_Mercoledì 7._
Si ripartì alle sei ore e mezzo del mattino, prendendo la direzione d'O.
per una campagna deserta. Ad un'ora ed un quarto si giunse ad _Ismel_,
cattivo villaggio ove dovevamo passare la notte.
Lungo questa strada si trovano molti pozzi, nei quali si scende per una
scala di sasso fino al livello dell'acqua. Discesi in uno che aveva
cinquanta scaglioni, e lo trovai provveduto di eccellente acqua.
Il piano tutto argilloso non ha un solo albero.
_Giovedì 8._
Alle cinque e tre quarti io era già in viaggio lungo lo stesso piano,
verso O. N. O. poi a N. O. Alle otto e mezzo attraversai una specie di
macchia che interseca la pianura, e che non è poi altro che un vasto
spazio coperto di giunchi, e di altre piante de' pantani assai fitte, di
diversa altezza, ed in alcuni luoghi fino di dodici e tredici piedi.
Dopo avere passato questo pantano, continuai a camminare lungo la stessa
campagna, finchè alle due dopo mezzogiorno giunsi a _Konia_ capitale
della Caramania, che è l'antica _Iconium_. Questa città è situata
all'estremità occidentale della deserta pianura che aveva attraversata,
ed alle falde di una catena di basse montagne che chiudono l'orizzonte a
mezzodì; hannovi molti giardini sul fianco meridionale, e qualcuno
ancora dalla banda di settentrione. Ciò che io vidi di questa città me
ne diede una poco vantaggiosa idea, benchè sia la residenza del Pascià
di Caramania. Contiene vasti cimiteri, ne' quali ogni sepolcro viene
indicato da una pietra rozza alta sette in otto piedi, larga un piede,
grossa quattro dita, e situata verticalmente: la quantità di questi
grossolani monumenti, sparsi sopra un vasto piano fa una penosa
sensazione all'occhio dell'osservatore. Le case sono di terra o di
mattoni cotti al sole, come quelle de' più poveri villaggi. Non osservai
che una sola casa che avesse un buon esterno; ma anche questa formata
coi materiali delle altre case. Si vuole che quest'edificio, che per la
sua forma ed ampiezza potrebbe dirsi un palazzo, fosse fabbricato da un
uomo che ne' paesi de' cristiani aveva imparata l'alchimia, ossia l'arte
di far l'oro, col qual mezzo si era fatto ricchissimo. Al presente serve
d'ospizio ai poveri. Ho pur veduto l'esteriore di tre moschee che hanno
un magnifico aspetto con grandi cupole, e campanili alti e sottili.
La più bassa parte della città è chiusa da alte mura fiancheggiate da
torri quadrate, ed incrostate di pietre tagliate; vi si ravvisano alcune
iscrizioni turche; ma il lavoro è fatto dai greci, come lo attestano i
lioni ed altre figure che sonovi scolpite.
Entrando in città osservai molti fanciulli, di diverse età, tutti belli,
con carnagioni di latte e rosa, ben fatti, e decentemente vestiti. Non
potei a meno in vedendoli, di benedire l'attività e le attenzioni delle
donne di questo paese, e di risovvenirmi con pena dell'indolenza delle
Egiziane e delle Arabe.
Il pane che mangiasi a Konia, ed in tutta la Caramania, è una focaccia
d'un piede di diametro all'incirca, grossa una linea od una linea e
mezzo; di modo che queste focaccie rassomigliano esattamente, tranne la
grandezza, alle ostie da suggellare dell'Europa. Si mangiano mentre sono
ancora tenere; e servono pure ad involgere un uccello, o altra carne,
come potrebbe farsi con un foglio di carta.
In tutta la Caramania adoperansi carrette, le di cui ruote sono formate
di tavole, ma assai ben fatte.
Il lettore avrà rilevato dal mio racconto, che tra _Ismil_ e _Konia_,
non trovansi le montagne notate sulla carta d'_Arrowsmith_. Del resto la
sua carta dell'Asia minore parvemi ben fatta, e queste leggieri
inesattezze potranno emendarsi in una seconda edizione.
_Venerdì 9._
Due ore dopo uscito da _Konia_, e dopo aver costeggiate le montagne a N.
E., incominciai a salire alcune colline; e giunsi ad un'ora e mezzo
all'estremità settentrionale delle montagne, ove trovasi sopra un'altura
il villaggio di _Adik_.
Ciò ch'io vidi di queste montagne è formato di schisto argilloso e
corneo a piccoli strati assai sottili disposti orizzontalmente, o
disugualmente inclinati senza veruna traccia di vegetazione, tranne
pochi cespugli ne' contorni del villaggio, ove per altro vi sono alcuni
giardini ed una bella fontana.
Trovandosi indisposto uno de' Tartari che viaggiavano in nostra
compagnia, fummo costretti di rallentare il viaggio. Io aveva per altro
bisogno di arrivare a Costantinopoli il più presto possibile; e perciò
offersi cento piastre di più al mio Tartaro, a condizione di farmi
arrivare la domenica 18 del mese. Malgrado la sua promessa, io era ben
certo che non l'avrebbe mantenuta, a cagione della sua infingardaggine.
Egli era solito di andare a letto alle sette della sera, ed io doveva
ogni mattina risvegliarlo alle sette, se voleva fare un discreto
viaggio. Ma questa negligenza è un vizio comune a tutti i Tartari.
Dietro le mie osservazioni, e calcolata la direzione della strada, si
trova facilmente che _Ladik_ non è all'O. di _Konia_, come viene notato
sulle carte.
Questo villaggio fu anticamente un luogo più importante che non lo è
adesso, siccome lo attesta l'infinito numero de' capitelli, de'
piedestalli, delle cornici ecc., ed alcune iscrizioni greche.
_Sabato 10._
Partii alle sette del mattino nella direzione d'O. N. O., e verso le
nove ore attraversai _Kodenkhan_, villaggio alquanto maggiore di
_Ladik_; alle undici e mezzo si passò un ponte sotto al quale passa un
fiume affatto limpido; e feci alto ad un'ora col mio seguito ad
_Elguinn_, piccolo villaggio alle falde delle montagne, circondato da
giardini.
Vedendo che malgrado le promesse del mio condottiere, non sarei giunto a
Costantinopoli nel giorno fissato, minacciai di farlo castigare, o di
castigarlo io stesso, se non si determinava ad essere più sollecito. Il
timore fu più efficace dell'interesse, ed incominciò ad accelerare il
cammino. Subito dopo pranzo tutti rimontarono a cavallo, sortendo da
_Elguinn_ alle due dopo mezzo giorno. Poi che avemmo varcato un fiume
che sbocca in un lago posto in poca distanza al N. il quale può avere
una lega all'incirca di diametro, si prese la direzione all'O. Alle
cinque e mezzo eravamo giunti nel villaggio d'_Arkitkhan_, al di là del
quale si passa un piccolo fiume. A notte già fatta passavamo in
vicinanza di alcuni villaggi; ed alle otto e un quarto entrammo in
_Akschier_ piccola città posta sul pendìo d'una montagna così abbondante
di acque, che i loro zampilli formano un ruscello, e talvolta un piccolo
fiume in ogni strada della città. Tutte queste acque si scaricano in un
lago distante all'incirca una mezza lega dalla banda di N. E. _Akschier_
contiene alcuni rottami che mi parvero avanzi d'una antica cattedrale.
I miei Tartari sempre pigri volevano fermarsi in questa città il
susseguente giorno; ma io mi vi opposi con fermezza, e malgrado i loro
barbottamenti fu deciso di partire all'indomani di buon'ora.
_Domenica 11._
I Tartari mi si fecero innanzi in sul far del giorno mostrandosi
inquieti; e mi avvidi all'istante che bramavano di dissuadermi a partire
questo giorno, col mettermi a parte dei loro timori veri o simulati di
vicina dirotta pioggia. _Tanto meglio_, risposi loro, _non soffriremo il
caldo._ Vedendo tornar vani i loro pensamenti per trattenermi,
ritiraronsi in silenzio per allestire i cavalli.
Si partì poco prima delle sette prendendo la direzione del nord, al
lungo di una linea di montagne; ed alle dieci ore avendo alquanto
piegato al N. O. entrammo nel piccolo castello di _Aïsa-Klew_.
Questa strada è molto amena: il viaggiatore trovasi continuamente alcune
tese al di sopra del piano che prolungasi a destra, e di là vede il lago
in tutta la sua estensione di circa due miglia di diametro; mentre a
sinistra s'inalzano le montagne dalle quali si precipitano infiniti
ruscelli, e le di cui vette più alte sono coperte di neve. Le valli che
si aprono alle loro falde sono sparse di villaggi, di casali, di
giardini.
Dopo avere cambiati i cavalli si lasciò questo castello alle undici ore,
e tenendo la strada all'O. N. O. si scese in una pianura che si
attraversò fin quasi al tramontar del sole nella direzione di O. Tutte
le case di _Barafdon_ piccolo villaggio situato in questo piano, ove
dovevamo passare la notte, trovandosi già occupate dal Pascià e dal suo
seguito, fui costretto di coricarmi alla meglio in una scuderia in mezzo
ai cavalli.
_Lunedì 12._
Alle sette ed un quarto del mattino, trovandomi in viaggio, m'accorsi
che i miei tartari erano agitati: si videro talvolta rallentare il
passo, poi fermarsi a discorrere con un certo contegno di tristezza e di
spavento. Fui ben tosto al fatto dei loro timori. Il Pascià che avevamo
lasciato a Barafdon aveva fatto tagliare il capo al maestro di posta
della città cui eravamo diretti; onde temevano di esservi mal accolti, e
qualche cosa di peggio.
Dopo lunghi consigli risolvettero di mandare avanti due di loro con un
postiglione onde scandagliare il terreno. Io tenni loro dietro a qualche
distanza, e mi fermai presso di un pozzo lontano circa trecento tese
dalla città. Allora un tartaro si avanzò fino alle porte, ed essendo il
postiglione venuto a cercarmi, entrai con lui in _Assiom-karaïssar_ alle
undici ore del mattino, prendendo tranquillamente alloggio alla posta.
Il fratello del maestro di posta decapitato aveva già trafugati tutti i
cavalli ed erasi posto in sicuro nelle montagne; fortunatamente i miei
Tartari ebbero modo di far sapere al governatore ch'io era _un inviato_
del sultano _Sceriffo della Mecca presso al Sultano di Costantinopoli_:
onde il governatore ed i suoi subalterni si fecero premura di offrirmi i
loro servigi, e mi assicurarono che all'indomani potrei partire.
La situazione di questa città, stando alla carta di Arrowsmith non
combina colla mia stima geodetica della strada; ma tengo in sospeso il
mio giudizio finchè sia giunto ad un altro punto geografico conosciuto.
Stando a questa carta la città sarebbe volta a S. O., ed il famoso
_Meandro_ che prende origine nelle vicine montagne, scorrerebbe nella
medesima direzione; quando invece la situazione della città è al N. E.,
ed il fiume, che io attraversai sopra un ponte a non molta distanza
dalla città, segue la stessa direzione.
_Assiom-Karaissar_ è una assai vasta città, con molte moschee, una delle
quali sembrommi magnifica. Questa città ha, come quella d'Akschier, le
strade cambiate in piccoli fiumi per le acque che scendono dalle
montagne vicine; e le case sono triste in sul fare di quelle delle
precedenti città. Malgrado il freddo che faceva acutissimo, si trovarono
eccellenti frutta, uve, poponi, e pomi delicatissimi. Il pane fatto a
focaccia è molto buono. I coltivatori vedevansi tutti intenti a battere
i grani.
Al S. O. della città vedesi una rupe isolata in forma di pane di
zucchero, formata dall'unione di prismi irregolari perpendicolari,
talchè sembra tagliato a picco da ogni lato. La sommità è coperta da
un'antica fortezza, che dovette essere in altri tempi una piccola
Gibilterra.
[Illustrazione: VEDUTA DELLO SCOGLIO E DEL CASTELLO D'ASIOM
KARAÏSSAR NELL'ASIA MINORE]
_Martedì 13._
Alle otto e mezzo del mattino mi diressi al N. O. Poichè ebbi
attraversato un ruscello non lontano dalla città, si proseguì il cammino
lungo una pianura fino alle undici ore; quando si cominciò a salire
sopra alcuni poggi, sui quali dopo un'ora di viaggio trovai un casale,
ed un altro alle due e mezzo detto Osmankoï, ove il mio condottiere si
fermò alloggiandomi in un'oscura stalla. Irritato contro di lui pel
breve viaggio fatto in questo giorno, e del pessimo alloggio che mi
aveva procurato, mentre gli altri Tartari erano meglio alloggiati, lo
sgridai aspramente, ed alterato dalla collera, lo minacciai di fargli
saltar il capo colla mia sciabla se continuava a condurmi in tal
maniera. Accorsero gli altri Tartari e mi calmarono, confessando che
avevo ragione; e fui tosto condotto in più decente alloggio.
_Mercoledì 14._