M'imbarcai sopra una scialuppa alle sette ore della sera, ed un'ora dopo

arrivai alla foce del fiume. Il mare era grosso, le onde rompevansi

furiosamente sulla _barra_ del fiume, ed il cielo era tutto coperto di

nere nuvole. Il bastimento preparatomi aveva dovuto allontanarsi dalla

riva, onde soffersi scosse terribili attraversando le _barre_ colla

scialuppa. Appena montato a bordo, si fece vela quantunque con vento

contrario.

_Giovedì 1 ottobre._

Dopo ventiquattr'ore di navigazione con venti diversi, e sempre

contrarj, la nave attraversò la bocca del golfo di _Scandroun_, e diede

fondo presso terra sulla costa della Caramania alle otto ore della sera;

io però restai quella notte a bordo.

_Venerdì 2._

Appena sbarcati, moltissimi facchini con muli e cavalli sempre in

agguato delle navi che approdano, ond'essere impiegati, s'impadroniscono

delle persone e degli effetti, disputandosi tra di loro a colpi di pugno

l'onore di accompagnarci. Vero è che le loro premure non sono affatto

disinteressate: ma in ogni luogo l'interesse è la molla delle nostre

azioni.

A non molta distanza dal mare trovasi un villaggio chiamato _Cazanlìe_

di una singolare costruzione: è composto di un centinajo di baracche

sospese sopra quattro pertiche all'altezza di nove in dieci piedi; ed

ogni baracca è formata di un semplice pergolato di travicelli, o di

canne, rassomigliando ben più ad un nido di uccelli, che all'abitazione

di uomini inciviliti. Per salirvi si adopera una rozza scala.

Vidi a maggior distanza un altro villaggio fatto assai meglio, ed assai

più interessante. È questo un _dovar_ abitato da pastori della

Turcomania. Le baracche sono piccole, ma gentili, e poste a livello del

terreno. Consistono in tre pergolati di quattro piedi di altezza coperti

da un tetto della stessa qualità in figura di volta cilindrica; la

pergola della parete è formata di canne, di tralci, o di frondi, ed il

tetto è coperto di pelli. In questo villaggio non si vedono che donne e

fanciulli perchè gli uomini conducono le mandre al pascolo; ma le donne

non rimangono oziose, facendo esse il butirro, il formaggio, ed ogni

altra sorte di latticinj con un'estrema pulitezza. Il loro abito

consiste in una camicia bianca, un giustacuore colle maniche ornate,

ordinariamente di cotone trapuntato, una sottana di cotone bianco, con

un fazzoletto che loro fascia il capo ed il collo. Sono tutte bianche,

ed alcune abbastanza avvenenti. Quelle che allattano non lasciano di

lavorare tenendo sospeso al dorso il fanciullo. Tengono il volto

scoperto, e benchè musulmane, pare che non sappiano, che la legge non

accorda loro questa libertà. I ragazzi vanno ben vestiti, con camicie,

casacchini, e turbanti di colore.

Gli abitanti di questo distretto, detti _Turcomani_, sono tanto

terribili colle armi in mano, quanto buoni, dolci, ed onorati in

società.

Dopo tre ore di viaggio lungo il mare entrai in _Targo_ alle dieci ore e

mezzo del mattino. Aveva incontrati lungo la strada molti bufali, ed

alcuni cammelli con basti di differenti colori.

Quasi tutti gli uomini portano camicie e mutande bianche, ed un

giustacuore con maniche trapuntate; ma altri non hanno che una casacca

senza maniche, legata con una cintura, ed una berretta bianca alta ed

acuta da un turbante, sono d'ordinario calzati di grandi stivali neri.

Targo o _Turpis_ (che suole pronunciarsi in un modo e nell'altro), è una

ragguardevole città, le di cui case sono assai brutte e fatte di terra.

È posta in mezzo ad una vasta campagna, circondata di giardini a breve

distanza dal fiume, in cui il grande _Alessandro_ corse rischio di

perire; ed è nella vicina pianura a levante che sconfisse lo sfortunato

_Dario_.

Quand'io vi passai non eravi che un solo Europeo.

Il cotone e la seta sono i principali oggetti del commercio di Targo.

Piovve tutta la notte dirottamente.

_Sabato 3._

Partii a sette ore del mattino, e mezz'ora dopo attraversai il fiume di

Targo sopra un ponte di tre archi, indi piegai a settentrione, tenendo

la medesima direzione tutto il giorno.

Giunto in sulle nove ore all'estremità della pianura, dovetti valicare

più colline, uscendo dalle quali mi trovai circondato alla catena del

_Monte Tauro_, composto nella parte da me veduta di roccia cornea, e di

_trap_ talvolta aggruppato in enormi masse, talvolta a strati ondeggiati

più o meno obliqui, e talvolta finalmente in aguglie altissime formate

dalla unione di prismi perpendicolari, che hanno l'aspetto di una

cristallizzazione.... E che è in fati qualunque montagna primitiva, se

non una cristallizzazione colossale?..... Io non vidi verun indizio di

granito o di porfido.

Questa parte della catena è coperta di magnifiche foreste, i di cui più

comuni alberi sono quercie, cedri, cipressi, e lentischj. Tutto quanto

mi si offriva questo giorno agli occhi, mi faceva presumere che le alte

montagne dell'isola di Cipro fossero in rimotissimi tempi una

continuazione del monte Tauro. Le pittoresche vedute, le magnifiche

cascate d'acqua trasparente quanto il cristallo che da ogni lato

invitavano il mio sguardo, facevanmi nascere rincrescimento di non poter

godere che di passaggio così deliziose contrade.

Giunto alla sommità vidi un antico maestoso argine fatto di grandi sassi

quadrati lungo un piano orizzontale in cima alla montagna dalla banda di

S. E., e terminato con un arco di trionfo semplice, ma nobile, la di cui

più elevata parte cominciava a cadere in rovina.

Quest'arco può essere riguardato come una grande finestra, di dove

signoreggiansi interamente le pianure che furono il teatro della

vittoria di _Alessandro_ sopra _Dario_; lo che potrebbe dar sospetto che

l'arco fosse stato eretto ad onore di questo conquistatore. Anche

l'argine incomincia a guastarsi: vidi all'estremità settentrionale un

sasso tagliato in figura di piedestallo sul quale dovette probabilmente

esservi qualche iscrizione, ma ora affatto cancellata dall'inesorabil

mano del tempo, che si prende giuoco degli sforzi che gli uomini fanno

per rendere eterni i monumenti del loro orgoglio.

Dopo essermi riposato un istante presso ad una bella fonte, giunsi verso

le quattr'ore sulla strada che conduce direttamente da Aleppo a

Costantinopoli, e ch'io dovetti abbandonare per la ribellione di

_Kouhouk-Alì_. Pare che anticamente questa strada fosse assai buona; ma

al presente trovasi in estremo deperimento. Entrai in _Diàïde_ alle

sette ed un quarto della sera, e trovai nella casa della posta cinque

Tartari che successivamente erano sortiti da Aleppo dopo di me.

_Domenica 4._

Io desiderava di partire di buon mattino, ma essendo accostumati a

partir tardi, così non sortii da _Diàïde_ che alle sei ore. La sera si

fece alto alla casa di posta di un miserabile villaggio detto

_Wadicàschli_, chiamato dai Turchi _Ouloukiscla_.

Di mano in mano che avanzavamo verso il N. O., la parte del monte Tauro

che attraversammo andava perdendo la sua bellezza; ed in fine non

presentava che ignude balze, le di cui sommità settentrionali erano

coperte di neve: entrato verso le tre dopo mezzogiorno in un paese

alquanto più aperto e meno aspro, trovai alcuni villaggi circondati di

orti e di vigne; ed essendo il tempo della vendemmia quegli abitanti mi

offrirono uve, e cestelle di saporitissime frutta.

In questo giorno vidi passare alcune truppe di cammelli alquanto

differenti da quelli dell'Arabia e dell'Affrica; hanno le gambe davanti

più corte e più grosse che le deretane, il collo assai più forte, e

tutte le parti anteriori del corpo più coperte di lana.

Aveva pure incontrati molti pastori turcomani: quale diversità da questi

ai pastori Arabi! Gli uomini, le donne, i fanciulli, tutti sono ben

vestiti, i cammelli che portano i loro effetti, sono coperti di bei

tappeti turchi. Pare veramente ch'essi godano di tutta l'agiatezza, e di

tutti i piaceri della vita pastorale, ed è tra costoro che dovrebbonsi

cercare esclusivamente i modelli de' pastori che furono spesso

l'argomento delle più commoventi poesie.

_Lunedì 5._

Erano ormai le otto ore quando mi posi in cammino a traverso di un paese

di sterili colline, indi di una vasta incolta pianura. In sulle undici

ore passai per un casale composto di miserabili casucce di terra; e

finalmente dopo altre quattr'ore di viaggio, avendo passato un fiume

sopra un ponte, entrai nella borgata d'_Erehli_ posta in un gentil paese

pieno di giardini sulla sinistra del fiume, e non sulla destra come

viene indicato nella carta d'_Arrowsmith_. Questa terra è abbastanza

grande, ma le case sono brutte, fatte di terra e di mattoni seccati al

sole, come costumasi da tutti i popoli della Caramania; per lo contrario

i giardini sono belli assai, e danno frutta in copia, e specialmente

grosse ed eccellenti pere. L'entrata d'_Erehli_ dalla parte del N. è un

magnifico viale fiancheggiato da alti pioppi, e da due canali di

limpidissime acque.

_Martedì 6._

Partimmo poco dopo le sette ore, camminando al N. a traverso di

vastissime praterie piene di mandre, e specialmente di bufali, e sparsa

di casucce circolari con tetti piani. Verso le nove ore lasciai a destra

la città di _Hartan_ situata sulla sponda sinistra di un piccolo fiume.

Di là volgendo ad O. N. O., ed in seguito a N. O. in mezzo a campagne

aride come le montagne che le circondano da due lati, passammo alle due

ore dopo mezzodì presso ad una Salina formata da un ampio fossato che

circonda una piccola montagna di terra affatto isolata: l'acqua ch'entra

nel fossato, svaporando pel calore del sole, lascia sul fondo un sale

marino bianchissimo, che viene trasportato coi cammelli ai vicini paesi.

Alle tre ore e mezzo si entrò nel castello di _Carabig-Mar_, ove feci

riposare le mie genti. È questo un ragguardevole paese, ma mal

fabbricato alle falde di un monticello aridissimo, siccome affatto

sterile è l'adjacente pianura; non vi si vede un solo orto, nè alberi,

tranne due pioppi che sono entro il castello. E ciò riesce tanto più

sorprendente, che il piano non è privo di acqua. La moschea di

_Carabig-Mar_ ha un vago esterno con grandi e piccole cupole, e due

sottili altissime torri. Sul monticello vedonsi gli avanzi di un'antica

rocca.

In questo luogo, come in altri della Caramania si osserva un vasto

edificio, che può rassomigliarsi ad un tempio di tre navate, intorno al

quale s'inalzano molti fumajuoli. È una specie di _Khan_ destinato

all'alloggio delle carovane della Mecca.

Dei cinque tartari incontrati a _Diaïde_ uno solo ci aveva lasciati

addietro, gli altri camminavano con noi.

Siccome io mal poteva reggere al trotto franco e disagiato, che è la

loro ordinaria andatura, era costretto di alternare il passo ed il

galoppo disteso quando mi trovava addietro di quattro in cinquecento

passi; lo che mi stancava assai meno che il trotto sostenuto de' cavalli

tartari.

È noto esservi sulle grandi strade della Turchia cavalli di ricambio;

onde mutavamo cavalli ogni giorno, e spesso due volte al giorno.

Per essere affatto sbarazzati dalle molestie del viaggio si pattuisce

con un tartaro, il quale si obbliga a condurre, alloggiare, nutrire il

viaggiatore, e pagare tutte le spese del cammino, contro una convenuta

somma che gli viene sborsata metà all'atto della partenza, ed il

rimanente arrivati al termine del viaggio. Pel mio viaggio da Aleppo a

Costantinopoli aveva convenuto col mio tartaro ottocento piastre, ed

egli somministrava un cavallo per me, uno pel mio schiavo ed un altro

per portare gli effetti, oltre le spese di vitto, e di alloggio, ed

anche le accidentali che tutte restavano a suo carico.

_Mercoledì 7._

Si ripartì alle sei ore e mezzo del mattino, prendendo la direzione d'O.

per una campagna deserta. Ad un'ora ed un quarto si giunse ad _Ismel_,

cattivo villaggio ove dovevamo passare la notte.

Lungo questa strada si trovano molti pozzi, nei quali si scende per una

scala di sasso fino al livello dell'acqua. Discesi in uno che aveva

cinquanta scaglioni, e lo trovai provveduto di eccellente acqua.

Il piano tutto argilloso non ha un solo albero.

_Giovedì 8._

Alle cinque e tre quarti io era già in viaggio lungo lo stesso piano,

verso O. N. O. poi a N. O. Alle otto e mezzo attraversai una specie di

macchia che interseca la pianura, e che non è poi altro che un vasto

spazio coperto di giunchi, e di altre piante de' pantani assai fitte, di

diversa altezza, ed in alcuni luoghi fino di dodici e tredici piedi.

Dopo avere passato questo pantano, continuai a camminare lungo la stessa

campagna, finchè alle due dopo mezzogiorno giunsi a _Konia_ capitale

della Caramania, che è l'antica _Iconium_. Questa città è situata

all'estremità occidentale della deserta pianura che aveva attraversata,

ed alle falde di una catena di basse montagne che chiudono l'orizzonte a

mezzodì; hannovi molti giardini sul fianco meridionale, e qualcuno

ancora dalla banda di settentrione. Ciò che io vidi di questa città me

ne diede una poco vantaggiosa idea, benchè sia la residenza del Pascià

di Caramania. Contiene vasti cimiteri, ne' quali ogni sepolcro viene

indicato da una pietra rozza alta sette in otto piedi, larga un piede,

grossa quattro dita, e situata verticalmente: la quantità di questi

grossolani monumenti, sparsi sopra un vasto piano fa una penosa

sensazione all'occhio dell'osservatore. Le case sono di terra o di

mattoni cotti al sole, come quelle de' più poveri villaggi. Non osservai

che una sola casa che avesse un buon esterno; ma anche questa formata

coi materiali delle altre case. Si vuole che quest'edificio, che per la

sua forma ed ampiezza potrebbe dirsi un palazzo, fosse fabbricato da un

uomo che ne' paesi de' cristiani aveva imparata l'alchimia, ossia l'arte

di far l'oro, col qual mezzo si era fatto ricchissimo. Al presente serve

d'ospizio ai poveri. Ho pur veduto l'esteriore di tre moschee che hanno

un magnifico aspetto con grandi cupole, e campanili alti e sottili.

La più bassa parte della città è chiusa da alte mura fiancheggiate da

torri quadrate, ed incrostate di pietre tagliate; vi si ravvisano alcune

iscrizioni turche; ma il lavoro è fatto dai greci, come lo attestano i

lioni ed altre figure che sonovi scolpite.

Entrando in città osservai molti fanciulli, di diverse età, tutti belli,

con carnagioni di latte e rosa, ben fatti, e decentemente vestiti. Non

potei a meno in vedendoli, di benedire l'attività e le attenzioni delle

donne di questo paese, e di risovvenirmi con pena dell'indolenza delle

Egiziane e delle Arabe.

Il pane che mangiasi a Konia, ed in tutta la Caramania, è una focaccia

d'un piede di diametro all'incirca, grossa una linea od una linea e

mezzo; di modo che queste focaccie rassomigliano esattamente, tranne la

grandezza, alle ostie da suggellare dell'Europa. Si mangiano mentre sono

ancora tenere; e servono pure ad involgere un uccello, o altra carne,

come potrebbe farsi con un foglio di carta.

In tutta la Caramania adoperansi carrette, le di cui ruote sono formate

di tavole, ma assai ben fatte.

Il lettore avrà rilevato dal mio racconto, che tra _Ismil_ e _Konia_,

non trovansi le montagne notate sulla carta d'_Arrowsmith_. Del resto la

sua carta dell'Asia minore parvemi ben fatta, e queste leggieri

inesattezze potranno emendarsi in una seconda edizione.

_Venerdì 9._

Due ore dopo uscito da _Konia_, e dopo aver costeggiate le montagne a N.

E., incominciai a salire alcune colline; e giunsi ad un'ora e mezzo

all'estremità settentrionale delle montagne, ove trovasi sopra un'altura

il villaggio di _Adik_.

Ciò ch'io vidi di queste montagne è formato di schisto argilloso e

corneo a piccoli strati assai sottili disposti orizzontalmente, o

disugualmente inclinati senza veruna traccia di vegetazione, tranne

pochi cespugli ne' contorni del villaggio, ove per altro vi sono alcuni

giardini ed una bella fontana.

Trovandosi indisposto uno de' Tartari che viaggiavano in nostra

compagnia, fummo costretti di rallentare il viaggio. Io aveva per altro

bisogno di arrivare a Costantinopoli il più presto possibile; e perciò

offersi cento piastre di più al mio Tartaro, a condizione di farmi

arrivare la domenica 18 del mese. Malgrado la sua promessa, io era ben

certo che non l'avrebbe mantenuta, a cagione della sua infingardaggine.

Egli era solito di andare a letto alle sette della sera, ed io doveva

ogni mattina risvegliarlo alle sette, se voleva fare un discreto

viaggio. Ma questa negligenza è un vizio comune a tutti i Tartari.

Dietro le mie osservazioni, e calcolata la direzione della strada, si

trova facilmente che _Ladik_ non è all'O. di _Konia_, come viene notato

sulle carte.

Questo villaggio fu anticamente un luogo più importante che non lo è

adesso, siccome lo attesta l'infinito numero de' capitelli, de'

piedestalli, delle cornici ecc., ed alcune iscrizioni greche.

_Sabato 10._

Partii alle sette del mattino nella direzione d'O. N. O., e verso le

nove ore attraversai _Kodenkhan_, villaggio alquanto maggiore di

_Ladik_; alle undici e mezzo si passò un ponte sotto al quale passa un

fiume affatto limpido; e feci alto ad un'ora col mio seguito ad

_Elguinn_, piccolo villaggio alle falde delle montagne, circondato da

giardini.

Vedendo che malgrado le promesse del mio condottiere, non sarei giunto a

Costantinopoli nel giorno fissato, minacciai di farlo castigare, o di

castigarlo io stesso, se non si determinava ad essere più sollecito. Il

timore fu più efficace dell'interesse, ed incominciò ad accelerare il

cammino. Subito dopo pranzo tutti rimontarono a cavallo, sortendo da

_Elguinn_ alle due dopo mezzo giorno. Poi che avemmo varcato un fiume

che sbocca in un lago posto in poca distanza al N. il quale può avere

una lega all'incirca di diametro, si prese la direzione all'O. Alle

cinque e mezzo eravamo giunti nel villaggio d'_Arkitkhan_, al di là del

quale si passa un piccolo fiume. A notte già fatta passavamo in

vicinanza di alcuni villaggi; ed alle otto e un quarto entrammo in

_Akschier_ piccola città posta sul pendìo d'una montagna così abbondante

di acque, che i loro zampilli formano un ruscello, e talvolta un piccolo

fiume in ogni strada della città. Tutte queste acque si scaricano in un

lago distante all'incirca una mezza lega dalla banda di N. E. _Akschier_

contiene alcuni rottami che mi parvero avanzi d'una antica cattedrale.

I miei Tartari sempre pigri volevano fermarsi in questa città il

susseguente giorno; ma io mi vi opposi con fermezza, e malgrado i loro

barbottamenti fu deciso di partire all'indomani di buon'ora.

_Domenica 11._

I Tartari mi si fecero innanzi in sul far del giorno mostrandosi

inquieti; e mi avvidi all'istante che bramavano di dissuadermi a partire

questo giorno, col mettermi a parte dei loro timori veri o simulati di

vicina dirotta pioggia. _Tanto meglio_, risposi loro, _non soffriremo il

caldo._ Vedendo tornar vani i loro pensamenti per trattenermi,

ritiraronsi in silenzio per allestire i cavalli.

Si partì poco prima delle sette prendendo la direzione del nord, al

lungo di una linea di montagne; ed alle dieci ore avendo alquanto

piegato al N. O. entrammo nel piccolo castello di _Aïsa-Klew_.

Questa strada è molto amena: il viaggiatore trovasi continuamente alcune

tese al di sopra del piano che prolungasi a destra, e di là vede il lago

in tutta la sua estensione di circa due miglia di diametro; mentre a

sinistra s'inalzano le montagne dalle quali si precipitano infiniti

ruscelli, e le di cui vette più alte sono coperte di neve. Le valli che

si aprono alle loro falde sono sparse di villaggi, di casali, di

giardini.

Dopo avere cambiati i cavalli si lasciò questo castello alle undici ore,

e tenendo la strada all'O. N. O. si scese in una pianura che si

attraversò fin quasi al tramontar del sole nella direzione di O. Tutte

le case di _Barafdon_ piccolo villaggio situato in questo piano, ove

dovevamo passare la notte, trovandosi già occupate dal Pascià e dal suo

seguito, fui costretto di coricarmi alla meglio in una scuderia in mezzo

ai cavalli.

_Lunedì 12._

Alle sette ed un quarto del mattino, trovandomi in viaggio, m'accorsi

che i miei tartari erano agitati: si videro talvolta rallentare il

passo, poi fermarsi a discorrere con un certo contegno di tristezza e di

spavento. Fui ben tosto al fatto dei loro timori. Il Pascià che avevamo

lasciato a Barafdon aveva fatto tagliare il capo al maestro di posta

della città cui eravamo diretti; onde temevano di esservi mal accolti, e

qualche cosa di peggio.

Dopo lunghi consigli risolvettero di mandare avanti due di loro con un

postiglione onde scandagliare il terreno. Io tenni loro dietro a qualche

distanza, e mi fermai presso di un pozzo lontano circa trecento tese

dalla città. Allora un tartaro si avanzò fino alle porte, ed essendo il

postiglione venuto a cercarmi, entrai con lui in _Assiom-karaïssar_ alle

undici ore del mattino, prendendo tranquillamente alloggio alla posta.

Il fratello del maestro di posta decapitato aveva già trafugati tutti i

cavalli ed erasi posto in sicuro nelle montagne; fortunatamente i miei

Tartari ebbero modo di far sapere al governatore ch'io era _un inviato_

del sultano _Sceriffo della Mecca presso al Sultano di Costantinopoli_:

onde il governatore ed i suoi subalterni si fecero premura di offrirmi i

loro servigi, e mi assicurarono che all'indomani potrei partire.

La situazione di questa città, stando alla carta di Arrowsmith non

combina colla mia stima geodetica della strada; ma tengo in sospeso il

mio giudizio finchè sia giunto ad un altro punto geografico conosciuto.

Stando a questa carta la città sarebbe volta a S. O., ed il famoso

_Meandro_ che prende origine nelle vicine montagne, scorrerebbe nella

medesima direzione; quando invece la situazione della città è al N. E.,

ed il fiume, che io attraversai sopra un ponte a non molta distanza

dalla città, segue la stessa direzione.

_Assiom-Karaissar_ è una assai vasta città, con molte moschee, una delle

quali sembrommi magnifica. Questa città ha, come quella d'Akschier, le

strade cambiate in piccoli fiumi per le acque che scendono dalle

montagne vicine; e le case sono triste in sul fare di quelle delle

precedenti città. Malgrado il freddo che faceva acutissimo, si trovarono

eccellenti frutta, uve, poponi, e pomi delicatissimi. Il pane fatto a

focaccia è molto buono. I coltivatori vedevansi tutti intenti a battere

i grani.

Al S. O. della città vedesi una rupe isolata in forma di pane di

zucchero, formata dall'unione di prismi irregolari perpendicolari,

talchè sembra tagliato a picco da ogni lato. La sommità è coperta da

un'antica fortezza, che dovette essere in altri tempi una piccola

Gibilterra.

[Illustrazione: VEDUTA DELLO SCOGLIO E DEL CASTELLO D'ASIOM

KARAÏSSAR NELL'ASIA MINORE]

_Martedì 13._

Alle otto e mezzo del mattino mi diressi al N. O. Poichè ebbi

attraversato un ruscello non lontano dalla città, si proseguì il cammino

lungo una pianura fino alle undici ore; quando si cominciò a salire

sopra alcuni poggi, sui quali dopo un'ora di viaggio trovai un casale,

ed un altro alle due e mezzo detto Osmankoï, ove il mio condottiere si

fermò alloggiandomi in un'oscura stalla. Irritato contro di lui pel

breve viaggio fatto in questo giorno, e del pessimo alloggio che mi

aveva procurato, mentre gli altri Tartari erano meglio alloggiati, lo

sgridai aspramente, ed alterato dalla collera, lo minacciai di fargli

saltar il capo colla mia sciabla se continuava a condurmi in tal

maniera. Accorsero gli altri Tartari e mi calmarono, confessando che

avevo ragione; e fui tosto condotto in più decente alloggio.

_Mercoledì 14._

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4 · 第 4 / 9 段