che attraversa alcune montagne nella direzione di N. ¼ N. E., ed alle
sei ore si passò in mezzo ad un gruppo di case dette _Kalaat-el-Bridj_.
Due ore dopo arrivammo in una gola creduta pericolosa, onde tutti gli
uomini armati della carovana salirono sulle alture che fiancheggiano la
strada, e vi rimasero finchè la carovana si trovò tutta in sicuro. Poco
dopo essere usciti da questa gola trovammo un _khan_ quasi affatto
ruinato, ed a breve distanza il villaggio di _Hassia_, ove entrammo alle
nove ore e tre quarti del mattino.
Tutto il paese da Damasco fino ad Hassia è affatto deserto, e questa
miserabile borgata non ha che alcuni piccoli orti.
_Giovedì 3._
Partiti da Hassia avanti la mezza notte, giugnemmo ad _Homs_ alle otto e
mezzo del mattino. Attraversammo una montagna quasi perfettamente
rotonda, dalla cui sommità circoscritta a mezzo giorno dalla catena
delle alte montagne del Libano, scopersi un estesissimo orizzonte. Tutto
il paese è deserto, ma cominciavamo a vedere un terreno rossiccio,
fangoso, diverso da quello de' precedenti giorni, e coperto di arbusti
in questa stagione disseccati. Questo terreno potrebb'essere ridotto a
coltura. Allo spuntar del sole ci trovammo avviluppati improvvisamente
da una densa nebbia, che dopo dieci minuti si dissipò colla medesima
celerità.
In queste contrade le donne, in sull'esempio degli uomini, sono
provvedute d'una pipa lunga circa quattro piedi. Questo giorno ne vidi
una fumare con tutta gravità sul suo cavallo. Aveva il volto affatto
scoperto, e mostrava l'età di diciotto in vent'anni: benchè bella come
un angelo, l'uso della pipa la rendeva ai miei occhi deforme.
_Homs_ è una ragguardevole città popolata da venticinque in trentamila
musulmani, e da trecento cristiani. Contiene molte moschee con altissime
torri sottili all'usanza turca, due chiese cristiane di greci
scismatici, ed una siriaca, diversi _bazar_, o mercati ben provveduti di
mercanzie, ed assai frequentati, alcuni caffè molto frequentati, un
_alcaïsseria_ considerabile di stoffe di seta, un gran khan, e varj
altri più piccoli. Le strade sono regolarmente lastricate; ma le case
quantunque fatte di sassi hanno un aspetto lugubre pel loro color nero.
Infine Homs ha tutti i requisiti di una gran città.
Gli abitanti fanno un commercio attivissimo. Il paese produce molto
frumento, ma importa l'olio dalle coste, ed il riso dall'Egitto. In
distanza di mezza lega della città scorre il fiume _Wad-al-Aassi_ che è
l'antico _Oronte_, dal quale derivansi le acque che servono
all'innaffiamento dei giardini della città.
Il governatore, il kadì, e gli altri impiegati del governo sono tutti
arabi del paese, e ne sono esclusi i turchi. Questa città dipende dal
pascià di Damasco, che nomina il _scheih el-bedel_, ossia governatore,
tra i naturali del paese, in conformità delle sue costituzioni.
Le mura sono circondate da un giro d'innumerabili cimiterj, che
attestano la grande popolazione della città. Vedesi al mezzodì sopra una
montagna isolata, che rassomiglia a quelle delle ruine d'Alessandria,
una vasta antichissima fortezza con molte torri ma in gran parte
ruinate.
Felice è la posizione della città, alquanto elevata, ariosa, e perciò
salubre: onde meno degli altri paesi esposta ai danni della peste.
Conservansi ancora ad Homs una porta, alcuni tratti di muraglia, e due
torri, rispettabili avanzi degli antichi Greci che l'abitavano.
_Venerdì 4._
La carovana riprese il cammino alle due ore e mezzo del mattino,
dirigendosi al nord, e lasciato da una banda il villaggio di _Deàa et
Teille_ entrò in _Rastan_ alle sette ore.
Benchè generalmente non coltivato, il terreno scorso questo giorno è
coperto di cespugli, e di pianticelle disseccate. _Restan_ è un povero
villaggio posto sull'orlo di uno spaventoso precipizio a piè del quale
scorre il fiume Aassi, che veduto dall'alto non sembra molto largo. Fu
già un tempo in cui questo villaggio dovette essere assai più
considerabile che non lo è al presente, di che ne fanno prova molti
rottami di colonne di marmo e gli enormi pezzi di granito, ormai ridotti
all'ultimo grado di decomposizione. Fioriva forse all'epoca più gloriosa
di Palmira? era forse una piazza di frontiera, come sembra indicarlo la
sua posizione? Come deciderlo, se manca ogni memoria per appoggiare una
qualunque congettura?
Prima di sera scesi in riva al fiume ov'era accampata la carovana. È
questi tagliato da grandi dighe assai ben fatte, che servono a dar
l'acqua ai mulini, e dalle quali l'acqua si precipita con molto
fracasso.
_Sabato 5._
A mezzanotte lasciando il fiume a destra, e salito il piano superiore,
prendemmo la direzione al N.; indi fatta una dolce scesa, arrivammo alle
cinque e un quarto del mattino nella città di Hama posta alle falde di
una linea di basse colline, ed attraversata dall'Oronte. _Hama_ è una
ragguardevole città la di cui popolazione dovrebb'essere di circa
centomila anime. Scende a guisa di anfiteatro dalla sommità delle
colline che stanno alla destra dell'Oronte fino alla riva del fiume, e
al di là del fiume risale sulla opposta montagna. Piacevolissima ne è la
situazione, e tutto dimostra una città di primo ordine, sicchè rimasi
estremamente sorpreso nel vedere una così bella e vasta città in luogo
di una borgata come stando alle relazioni de' viaggiatori e de' geografi
io credeva di trovare. Molte case sono tutte fatte di pietra, altre non
di pietra che interiormente, e nella parte superiore di mattoni coperti
di marmo bianco: diverse case dei sobborghi sono coronate di cupole come
quelle dei sobborghi di Damasco.
L'irregolarità e l'angustia della maggior parte delle strade viene
compensata dalla bellezza delle principali che formano i _bazar_,
abbondantemente provveduti di mercanzie e di grascie, e sempre affollati
di gente. Sono pure assai frequentati i caffè, tra i quali ne vidi
alcuni bellissimi.
L'Oronte chiuso tra belle case e deliziosi giardini, è attraversato da
frequenti dighe che sostengono l'acqua, onde far muovere una prodigiosa
quantità di ruote idrauliche, alcune delle quali hanno più di trenta
piedi di diametro. L'acqua inalzata dalle ruote viene distribuita per la
città col mezzo di spaziosi condotti sostenuti da solide arcate. Questi
condotti sono belle opere dell'antica età, e fa meraviglia che siansi
così ben conservati a fronte della non curanza musulmana, e del genio
distruttore del paese. Le ruote sono così ben fatte che invece di quella
disgustosa scricchiolata che sogliono d'ordinario produrre cotali
macchine, rendono un suono grave assai dolce: queste ruote, i condotti,
le case, i giardini e le frequenti cascate delle acque dall'una
all'altra diga, formano il più pittoresco punto di vista che immaginar
si possa.
Gli abitanti di Hama mostrano una straordinaria inclinazione al
commercio ed alle manifatture, delle quali è piena la città. Il grosso
della popolazione è formato di arabi. Pochi sono i turchi, i cristiani,
gli ebrei, che vi godono molta libertà. Arrivando in città mi parve di
entrare in un vasto ospitale: uomini, donne, e fanciulli ne' mesi più
caldi dormono nelle strade, sui terrazzi, avanti alle porte delle case.
Siccom'era assai di buona ora, la maggior parte dormiva ancora in piena
sicurezza, altri già risvegliati mi osservavano senza nulla scomporsi,
abbigliandosi tranquillamente uomini e donne come fossero chiusi nei
proprj gabinetti. È ciò una conseguenza della depravazione dei costumi,
o dell'innocenza?.... Il poco tempo che restai in Hama non mi permette
di deciderlo. Nella casa in cui alloggiai vidi molte donne, assai brutte
a dir vero, che liberamente entravano senza velo nel mio appartamento
per farvi quanto occorreva. Una di queste che aveva l'aria di civetta,
portava a traverso la cartilagine destra del naso un anello d'oro del
diametro di tre pollici. L'abito loro consiste in una grande camicia di
cotone turchino o bianco con sopra una stoffa aperta, senza cintura e
poco larga, A queste vesti aggiungono anelli, collane, orecchini,
braccialetti, laminette ai capelli, ec.: infine tante e sì varie sorte
di gioje, che quando una donna galante cammina, fa un rumore eguale a
quello dei muli del mezzodì dell'Europa ornati di sonaglini e di
campanelli.
La città viene governata da un _paschalik_ del paese nominato dal pascià
di Damasco.
Siccome le acque del fiume non possono rimontare sul più alto piano del
paese, l'aridità di questo deserto forma un singolare contrasto col
fresco verde del piano inferiore, ove l'inaffiamento è praticabile.
_Domenica 6._
Alle due e mezzo del mattino presi la direzione di N. N. O.
attraversando varie colline; ed in sullo spuntar del sole mi trovai
presso ad una moschea. Alle otto ore giunsi tra le mine
d'un'antichissima città, cui la tradizione del paese dà il nome di
_letmiun_. Entro un mucchio di rottami osservai un bel frammento di
cornice di un granito rosso, alcuni pezzi di colonne, ed i frammenti di
un grande acquidotto. Finalmente alle undici ore arrivai a
_Khan-Scheikhoun_, villaggio posto sul pendio d'un colle, alle di cui
falde trovasi un vasto _Khan_. Le case di questo villaggio coperte di
cupole coniche gli danno l'apparenza di un gruppo di arnie, e l'acqua
del suo pozzo è assai buona.
_Lunedì 7._
Si partì alle quattr'ore del mattino prendendo una strada al N. che
attraversa alcune colline, dalla di cui sommità vedonsi all'O. le
montagne, dalle quali andavamo allontanandosi. Si trovarono lungo la
strada altre ruine omai ridotte all'ultimo stato di decomposizione, ed
alcuni pozzi, ne' quali si scende al fondo per bellissime scale di
sasso. Quantunque il paese sia incolto, come quello attraversato ne'
precedenti giorni, è per altro formato di una terra rossa vegetale, e di
roccia calcarea. Alle nove ore e mezzo arrivammo a _Màrra_, borgata di
circa duemila abitanti, al cui ingresso vedonsi molti tumuli di pietra
isolati a guisa di catafalchi, circondati da cinque sei gradini. _Marra_
è l'ultimo paese del governo di Damasco, che stendesi ancora tre leghe
al di là verso il N.; di modo che questo Pascialaggio prendendo dal
deserto d'Egitto fino alle porte di Aleppo, può riguardarsi come un
regno.
_Martedì 8._
Si riprese il cammino alle tre e mezzo della sera. Due strade conducono
da _Marra_ ad Aleppo; ma trovandosi la principale occupata dalle truppe
d'un antico pascià d'Aleppo, colle quali i miei Arabi non volevano
incontrarsi, si preferì la strada meno frequentata a traverso di un
deserto.
_Mercoledì 9 settembre._
Oscurissima era la notte; ed il suolo bagnato di rugiada appariva così
nero, che nulla distinguevasi alla distanza di dieci passi. Io mi
trovava in testa alla carovana con otto o dieci Arabi armati a cavallo,
avendo sempre sotto i miei occhi il mulo che portava le mie carte, di
cui mi riservava la custodia in tempo di notte. Camminavamo così
ordinati quando alle due ore e mezzo del mattino scoprimmo innanzi a noi
in distanza di soli venti passi una truppa d'uomini a cavallo. Non
eravamo più in tempo di dare a dietro, o di fermarci. Subito io grido;
_fuor di qui, fuor di qui_. I Bedovini rispondono colle medesime parole,
e noi avanziamo colla sciabla alla mano. Il mulo che portava le mie
carte trovavasi di già in mezzo alla truppa nemica; molti uomini armati
della carovana mi raggiungono; ed uno che trovavasi alquanto addietro di
me, tira una fucilata all'azzardo, ed io sento fischiare la palla a
diritta. Tutto ciò si eseguì in un istante. I Bedovini vedendo la nostra
risolutezza, si ritirarono, salutandoci senza tentar nulla. Erano venti
uomini all'incirca armati soltanto di lancia.
Alle quattro e mezzo del mattino si prese riposo presso la sponda d'un
canale, ov'erano alcune fattorie, nelle quali battevasi il grano.
Ripostici in cammino alle dieci ore, attraversammo alcune colline
calcaree coperte di piantagioni di ulivi, ed alle tre dopo mezzogiorno
si entrò in Aleppo.
Questa città detta dagli Arabi _Hàleb_ è stata tante volte descritta,
che tutto quanto io ne dicessi non potrebb'essere che una ripetizione di
ciò che tutti sanno; perciocchè trovandosi assai frequentata da tutte le
nazioni commercianti, viene ad essere conosciuta come una città
d'Europa: mi limiterò dunque a dire che racchiude molti belli edificj, e
quantità di marmi d'ogni specie; che bella è la grande moschea senza
essere magnifica; che le strade sono assai ben lastricate; ed i _bazar_
coperti di portici a vòlto, illuminati da frequenti abbaìni: che però i
_bazar_ di Damasco sono più ricchi, e meglio provveduti; che in
settembre il caldo fu insoffribile fino all'equinozio; e finalmente che
allora sulle montagne all'O. vi fu una gagliarda burrasca, dopo la quale
l'atmosfera si rese temperata. In Aleppo vedesi la bizzarra mescolanza
dei cappelli appuntati colle lunghe vesti orientali.
In tutto il tempo che rimasi in Aleppo mi trovai talmente ammalato, che
non potei quasi occuparmi dei più piccoli affari
CAPITOLO L.
_Viaggio a Costantinopoli. — Antiochia. — Targo. — Monte Tauro.
— Arco trionfale. — Orde di pastori della Turcomania. — Maniera
di viaggiare in Turchia. — Città di Konia. — Assiom Karaïssar.
— Kutaïeh. — Catena del monte Olimpo. — Scutari. — Ingresso in
Costantinopoli._
Il Sabato 26 settembre sortii d'Aleppo allo cinque ore del mattino,
seguìto soltanto da uno schiavo, da un _tataro_, da alcuni mulattieri, e
da cinque fucilieri di scorta.
Camminando all'O. con una dolce inclinazione al N. entrai in un paese
alto e deserto, tutto composto di roccia calcarea. Giunto alle otto ore
presso ad un piccolo casale, congedai i cinque soldati, perchè ad una
certa distanza da Aleppo non si corre più pericolo di essere spogliati
dai Bedovini, o da altri ladri che sogliono aggirarsi ne' contorni della
città.
In questo luogo vedesi accanto alla strada uno scavamento perpendicolare
di forma quasi ellittica di un diametro maggiore di trenta piedi, e di
quaranta di profondità. A metà circa della sua profondità trovasi una
galleria che gira tutto all'intorno, lungo la quale sonovi le aperture
di varie caverne. Credono i musulmani essere questi i resti di una città
sommersa; ed i cristiani d'Aleppo dicono invece, e con maggiore
probabilità che fu già un anfiteatro pei combattimenti delle bestie
feroci. Non è pure inverosimile che servisse di prigione o di catacomba;
oppure che fosse una vastissima cisterna. Io non oso niente asserire di
positivo su quest'oggetto.
Di qui la strada piega a S. O. attraversando aspre rupi che dovetti
salire e scendere alternando fino a dieci ore e tre quarti; quando feci
alto per fare colezione in un casale detto _Tadil_.
Dopo un'ora di riposo continuando il cammino attraversai il casale di
_Tèreb_, indi una vastissima campagna tutta sparsa di villaggi, fra i
quali considerabilissimo è quello d'_Azèni_, dove entrai in sul
tramontare del sole; poi fui ad alloggiare nel vicino casale di
_Mortahoua_.
Questa pianura assai fertile è popolatissima, e lo sarebbe assai più se
non fossa ridotta alle sole acque dei pozzi e delle cisterne. I suoi
villaggi presentano frequenti vestigia, e rottami di antichi edificj; ed
io penso che ad una lontanissima epoca appartengano ancora le cisterne.
S'incontrano ad ogni passo frammenti di cornici, e di altri ornamenti
architettonici, ammucchiati con rozze pietre intorno agli orti; come
vedonsi molti pezzi di colonne destinati a coprire i pozzi. In tal modo
la mano del tempo, sempre più possente dei vani sforzi dell'uomo,
restituisce alla natura tutto quanto le era stato tolto dall'arte.
_Domenica 27._
Riprendendo il cammino alle cinque ore e mezzo del mattino, uscii poco
dopo dalla pianura, che mette capo in una valle assai ben coltivata, e
circondata da belle colline coperte d'ulivi.
Alle sette ore dovetti attraversare una difficile gola; dopo la quale,
ora salendo ora scendendo alcuni poggi, sboccai alle nove ore nella
valle che prende il nome dalla borgata d'_Armana_. Alle dieci feci alto
accanto ad una fonte di eccellente acqua che scorre presso ad un
giardino.
Mentre facevamo colezione sei giovanette presentaronsi entro il chiuso
del giardino, che potevano supporsi il fiore delle fanciulle del paese,
tanto eran vaghe e gentili. La siepe di spine che le separava da noi,
rendevale più ardite, onde coprivansi a loro voglia o si scoprivano,
facendo pompa di una bianca delicatissima carnagione resa più bella dai
grandi e neri loro occhi. Osservai che non avevano il volto imbrattato
come le donne d'Affrica, ma soltanto un poco di nero intorno agli occhi.
Mandai loro un cartoccio di dolci, che contraccambiarono con un
mazzolino di fiori (ecco un gentil cominciamento di romanzo); ma non mi
fu possibile di vedere interamente, come ne aveva vaghezza, le loro
vesti. Ci separammo alle undici ore, ed io continuai il mio viaggio
montando un colle assai aspro e circondato da precipizi; ed alle tre ore
e mezzo giunsi sulla riva destra dell'Oronte, detto _Wad-el-Aassi_ nel
villaggio _Hamzi_.
Si passò il fiume, che in questo luogo non può avere più di cento piedi
di larghezza, sopra una barca non calafattata, che faceva acqua in ogni
lato. Un uomo la governava con una lunga pertica, mentre un altro stava
occupato a vuotare la barca colla gotazza: e perchè tutti gli sforzi
dell'ultimo non supplivano al bisogno, ad ogni tragitto i due navicellai
tiravano la barca a terra, e la liberavano dall'acqua rovesciandola. A
quale epoca devesi riferire la perizia nautica di queste buone genti?...
Avendo rimproverato a questo moderno _Caronte_ (la di cui veneranda
bianchissima barba in nulla cedeva a quella del nocchiero della livida
palude) il pessimo stato della sua barca, mi rispose che ne aspettava
un'altra nuova da Antiochia. Gli soggiunsi che dovrebbe far buona
provvigione di catrame e di stoppa per tenere la barca in buono stato,
altrimenti anche la nuova sarebbe in breve ridotta alla condizione della
vecchia. Parve sorpreso da questo avviso, come di cosa di cui non avesse
mai udito parlare; e dopo essere rimasto alquanto pensieroso, mi disse
che _approfitterebbe de' miei ricordi, che trovava ragionevoli_.
Si fece alto sulla sinistra del fiume. L'acqua in questo luogo è tanto
tranquilla, che non se ne può conoscere la direzione senza gettarvi
qualche corpo galleggiante. La sua maggiore profondità è di quattro
piedi e mezzo; le rive argillose e coperte della melma del fiume sono
tagliate quasi a picco, ed alte circa sedici piedi. Il pesce è
abbondantissimo.
_Lunedì 28._
Si partì alle quattr'ore del mattino viaggiando lungo le falde di alcune
montagne. Alle sette passai sopra un ponte di un solo arco sotto al
quale scorre un piccol fiume che sbocca nell'Oronte. Appena giunto
sull'opposta riva, mi fu presentato un pesce lungo più d'un piede, in
quell'istante saltato sulla sabbia, ed era ancora vivo.
Alle otto ore feci colezione al di là di un altro torrente che mette pur
foce nell'Oronte, lontano poco più di quattro miglia dal lago
d'Antiochia detto _Bahar Caramort_, formato da più fiumi, le di cui
acque si scaricano nell'Oronte.
Dopo tre ore di riposo feci il giro di una montagna, indi ne attraversai
alcune altre più basse, che seguono la direzione dell'Oronte. Piegando
poi quasi al S., entrai alle undici ore per la porta della vecchia in
Antiochia, e dopo il cammino di una mezz'ora in mezzo ai giardini posti
entro il circondario delle antiche mura, giunsi nella nuova città, il
cui governatore di nazione turco, mi alloggiò in sua casa.
Questo governatore detto _Hadj-Bekir-Agà_, assai ragguardevole
personaggio, per mostrarmi il suo affetto non mi lasciava mai, di modo
che non aveva un istante di libertà. Appena arrivato mandò ordine a
_Souaïdia_, che è il porto più vicino, di approntare un bastimento per
condurmi a Tarso; trovandosi la strada di terra esposta alle scorrerie
della gente di _Kouchouk-Ali_.
Antiochia, che i Turchi chiamane _Antakia_ contiene quindicimila
musulmani, 5000 cristiani di tutti i riti j e 150 ebrei. Il Patriarca
greco trovavasi allora a Damasco, ed il cattolico nelle montagne.
La moderna Antiochia non occupa che un piccolo spazio dell'antica; di
cui rimangono ancora le mura per attestarne l'ampiezza. Questa nuova
città comprende un'area di oltre mezza lega di diametro, con alcune
colline coperte di antiche rocche che scendono fino al piano: sono di
pietra, fiancheggiate a disuguali distanze da torri quadrate, ma ora
tutta va in ruina. Magnifica è l'antica porta per cui era entrato, ma
minaccia di cadere da un momento all'altro.
Prima d'entrare per questa porta io aveva veduto a sinistra una
montagna, la cui più bassa parte tagliata a picco presenta la forma di
una facciata d'edificio, con una porta quadrata ben tagliata nel mezzo e
varie finestre tagliate nella viva roccia con eguale perfezione; lo che
sembra indicare de' sotterranei troppo interessanti per un antiquario.
Le colline poste entro le mura hanno al loro piede alcuni strati
perpendicolari da cui zampillano molte acque.
Le strade d'Antiochia sono strette, ma hanno de' marciapiedi alti da
ogni banda e ben lastricati. Le case fatte di pietra senza cemento hanno
un aspetto tristo e monotono: sono le prime ch'io abbia vedute coperte
di tegole dopo essere uscito dalla Mecca. Tutto indica essere questo il
paese delle pioggie, ed il clima è più freddo assai di quello d'Aleppo,
ove non suole mai nevicare. Pare che il principal prodotto del paese sia
quello della seta. Abbonda di buoni cibi e di acque; ma non si fa uso di
altro pane che di focaccie arabe. Giungendo in città incontrai molte
donne, quasi tutte assai belle.
Il Governatore, dipendente dal pascià d'Aleppo vive splendidamente, e
parvemi che il paese fosse ben amministrato.
_Martedì 29._
Ebbi a mezzo giorno avviso che il bastimento era pronto; voleva partire
all'istante, ma dovetti trattenermi fino all'indomani. La sera dopo cena
un ufficiale Francese vestito da Tartaro, che veniva da Costantinopoli,
chiese di parlare al Governatore, e prendendomi in iscambio, si lagnò di
un Tartaro che non si affrettava a provvederlo di cavalli per continuare
il viaggio alla volta di Aleppo. Dopo averlo calmato, ed indicatogli il
Governatore, accomodai la faccenda: gli chiesi se poteva essergli utile
in qualche cosa, e partì soddisfatto del mio accoglimento[3].
[3] _Questo ufficiale era il signor _Truilhier_, comandante
d'artiglieria all'armata del mezzodì di Spagna._ (Nota
dell'Editore Franc.)
_Mercoledì 30._
Essendomi congedato dal cortese governatore, partii alle otto del
mattino, e poi che ebbi attraversato l'Oronte, mi avanzai a qualche
distanza lungo la riva destra, tenendomi generalmente nella direzione di
O. S. O. Alle dieci ore mi trattenni alcun tempo per prendere riposo in
mezzo ad alcuni bei giardini; ed alle due ore dopo mezzo giorno giunsi
allo sbarco di _Soauïdia_ a piccola distanza dalle fóci dell'Oronte.
Nulla può vedersi di più dilettevole del paese tra Antiochia e
_Soauïdia_, tutto intersecato da pozzi e da valli coperte di campi ben
coltivati, da prati e da boschetti. Il cammino, sebbene alquanto aspro,
rassomiglia piuttosto a quello di delizioso giardino reso dall'arte
disuguale e tortuoso, che ad una pubblica strada. Ad ogni passo
s'incontrano ruscelli e piccoli fiumi d'acqua limpidissima che irrigano
i giardini e le piantagioni delle valli, ove frequentissimi sono i gelsi
bianchi, che formano piccole macchie sparse di viti, di granati, e di
altri alberi fruttiferi. Numerose greggie di armenti, coprono le colline
e parte delle valli. Il maestoso Oronte, ricco delle acque del lago
_Caramorto_, e di quelle d'infiniti torrenti, scorre maestosamente in
traverso di questo gentil paese: e per dirlo in una parola, tutto in
questi ameni luoghi annuncia la vicinanza del recesso delizioso un tempo
abitato dalla bella _Dafni_.
Allo sbarco di _Soauïdia_ non vedonsi che cinque o sei baracche, ed una
casuccia abitata dai gabellieri.