Da ciò apparisce chiaramente che questi paesi furono in altri tempi

popolati di vulcani; e scontransi ancora varj piccoli crateri sul piano.

Per un singolare contrapposto questo piano è chiuso a settentrione da

una montagna, la di cui sommità inalzandosi fino alla regione delle nevi

perpetue, offre al di sopra delle reliquie degli spenti vulcani

l'aspetto di un perpetuo inverno.

_Sabato 22._

Dopo due ore di viaggio cominciammo a trovare i segni della prossimità

di una grande capitale, borgate e villaggi e giardini ad ogni passo.

Alle otto e mezzo essendo saliti sulle colline che chiudono l'orizzonte,

scopersi all'est un immenso piano, circondato al nord da alte montagne,

tra le quali ne marcai una isolata dalle altre di gigantesca forma

piramidale, alle di cui falde tra un'infinita quantità di giardini

sorgono le torri delle moschee di Damasco; e tutta la campagna è

seminata di villaggi e di alberi fruttiferi.

Riposatomi un istante nel villaggio di Daria posto entro ai giardini di

Damasco, giunsi poco dopo mezzo giorno alle prime case della città dagli

Arabi detta _Scham_.

Il viaggiatore che si avvicina la prima volta a Damasco crede di vedere

un vasto campo di tende coniche; ma avvicinandovisi davvantaggio trova

che queste tende altro non sono che un'infinità di cupole, che servono

di tetto a quasi tutte le camere delle case nei sobborghi esteriori

della città. Queste cupole e per la forma e per la grandezza loro

rassomigliano perfettamente alle colombaie d'Egitto di cui si è parlato

in addietro.

Le case dell'interno della città formate di più solidi materiali hanno

d'ordinario due piani, ed il tetto piatto come nelle città dell'Affrica,

avendo egualmente poche finestre e piccolissime porte, e la facciata

senza ornati: ciò che unito al silenzio che regna nelle contrade dà alla

città un aspetto tristo e monotono. Le strade sono ben selciate con

marciapiedi assai elevati da ogni banda, di sufficiente larghezza, ma

non livellati.

Credesi in paese, che Damasco abbia quattrocentomila abitanti: ma io

sono di sentimento che, compresi anche i sobborghi, non ecceda di molto

i dugento mila, tra i quali contansi ventimila cristiani cattolici,

cinquemila scismatici, ed altrettanti giudei: al contrario delle altre

città del Levante che per lo più hanno maggior numero di scismatici che

di cattolici.

La maggiore moschea è un estesissimo edificio, in faccia al quale

trovasi un magnifico serbatojo d'acqua, con una fontana di venti piedi

di getto. Il caffè presso alla fontana è sempre pieno di oziosi. Sonovi

molte altre moschee che non meritano d'essere descritte.

Damasco, siccome le altre città musulmane, non ha piazze pubbliche.

L'uso di lasciare grandi spazj vuoti in mezzo alle città per renderle

ariose e belle, è affatto ignoto ai musulmani; forse perchè dovendo

provvedere al più urgente bisogno di temperare gli effetti d'un sole

sempre ardente, pensarono soltanto a non dare troppa ampiezza alle

strade, onde più facilmente poterle coprire colle frascate. Per altro a

Damasco trovansi poche contrade abbastanza larghe, specialmente intorno

al palazzo del Pascià, chiuse in modo dalle altre case, che non se ne

vede che la maggior porta. In faccia al palazzo del Pascià trovasi il

_Kaala_, fortezza che può esser utile a tenere in freno la popolazione;

affatto inutile per la difesa della città.

I commestibili e le mercanzie d'ogni genere si vendono nelle botteghe

poste ai due lati delle strade, che chiamansi _Bazar_, o _Zok_; alcune

delle quali sono riccamente provvedute. Quale diversità fra questi

abbondanti magazzini, e le povere e piccole botteghe del Cairo, di Fez e

di altri luoghi, ove pare che il negoziante esponga suo malgrado gli

oggetti che vuol vendere?

A Damasco le botteghe rigurgitano, per così dire, di mercanzie, e

specialmente di seterie, di belle tele dell'India e della Persia; ma più

di tutto di tele fabbricate in paese. Contansi a Damasco più di

quattromila famiglie di fabbricatori di stoffe di seta e di cotone: ma

non vi si fabbricano tele di lino, che non viene coltivato nella

provincia.

Nel nuovo magnifico _bazar_ che si fabbrica adesso di fronte al

_reraya_, vi ho veduto un orologiaio arabo che faceva degli oriuoli da

tavola.

I principali rami del commercio di Damasco sono le seterie, e i

fornimenti da cavallo, facendosi delle prime un estesissimo consumo

nella Turchia, nell'Egitto, nell'Affrica e nell'Arabia; e de' secondi

dagli arabi de' vicini deserti di Bagdad, e di Medina, che non hanno

altro favorito mercato per tali oggetti che quello di Damasco.

Gli armajuoli formano pure una ragguardevole parte delle manifatture del

paese, quantunque più non esista la famosa fabbrica delle sciable

damaschine, risguardate adesso come cosa rarissima, e vendute a prezzi

enormissimi. Dopo queste antiche sciable, le più riputate sono quelle

della fabbrica persiana del Khorassan.

Anche le fabbriche di sapone, i fabri, i calzolaj, ec. occupano molte

contrade, e vi si trova pure una fabbrica di vetri. Ma per avere

un'adeguata idea del commercio di Damasco, basta fare attenzione alla

quantità dei falegnami esclusivamente addetti alla costruzione delle

casse che servono ogni anno ad imballare i prodotti del suolo e

dell'industria. Più migliaja di persone che occupano un vasto quartiere

della città formano ogni giorno parecchie migliaja di casse; benchè non

tutti gli oggetti che si esportano da Damasco vengano incassati.

L'affollato popolo de' _bazar_ forma un singolare contrasto colla

solitudine delle altre contrade ove non sianvi nè officine, nè botteghe.

In tutti i _bazar_ vi sono forni per cuocere continuamente piccoli pani,

focaccie, e varie altre pasticcerie: e le botteghe dei barbieri nelle

vicinanze dei _bazar_ sono ornate di pitture a rabeschi, di specchi, di

cristalli, d'iscrizioni a caratteri d'oro ec. onde allettare gli

avventori. I caffè dei _bazar_ sono pieni di gente tutto il giorno.

Bianchi, neri, mulatti di qualunque casta, di ogni religione, di

qualsiasi nazione, esclusi gli europei, vi hanno un'intera libertà.

Magnifici sono pure i bagni de' _bazar_, e provveduti di tutto quanto si

conviene al comodo, e dirò anche al lusso, ad al divertimento de'

concorrenti. Non dirò alcuna cosa della quantità e bontà de'

commestibili, non essendovi forse altro paese al mondo che vantar possa

più grasse e delicate carni, erbaggi più teneri, più belli e saporiti

frutti, più variato ed abbondante selvaggiume, mèle e latticinj più

deliziosi, più bianco o miglior pane; in una parola, tutto ciò che può

desiderarsi per la vita animale.

CAPITOLO XLVIII.

_Acque di Damasco. — Cristiani. — Commercio, prodotti, clima. —

Razze dei cavalli. — Abiti. — Donne. — Sanità. — Scuole. —

Governo. — Fortificazioni. — Bedovini di Anaze. — Salakhie._

Damasco è in modo provveduta di acqua che tutte le case hanno più

fontane; non servendo le pubbliche che all'inaffiamento delle strade.

Queste acque formano una quantità di canali: ma derivano da due soli

fiumi, che dopo essersi uniti in un solo, dividonsi poi in sette rami,

dai quali viene distribuita l'acqua in tutta la città.

Trovansi nella città di Damasco più di cinquecento magnifiche case, che

possono dirsi palazzi; che per altro non essendo esternamente ornati di

belle facciate non contribuiscono all'abbellimento della città. Tutte le

comunioni cristiane hanno le particolari loro chiese, Greci, Maroniti,

Siriaci, Armeni, ed inoltre sonovi tre conventi di Francescani, uno di

osservanti Spagnuoli, e due di Cappuccini Italiani.

Il Patriarca greco d'Antiochia risiede a Damasco, ove riceve determinate

tasse pei battesimi, pei matrimonj, pei funerali de' cristiani d'ogni

rito, che sono obbligati di presentarsi innanzi al ministro da lui

delegato a quest'effetto.

Vi sono otto sinagoghe di Ebrei, che allora, per quanto mi fa detto,

erano assai ben trattati. Per altro mi è parso, che il fanatismo del

popolo di Damasco avanzi quello degli Egiziani, perchè un Europeo non

potrebbe senza pericolo mostrarsi ove non sia vestito all'orientale. Un

cristiano, un ebreo non può andare a cavallo per città, e neppure

valersi di un asino.

Si contano dugento negozianti molto accreditati, tra i quali i due più

ricchi sono _Sckatti_, _Mehemet Sua_, a cadauno dei quali si

attribuiscono in circolazione quattro o cinquemila borse (cinque milioni

di franchi).

Il commercio si fa d'ordinario colle carovane, di cui le più

considerabili sono tre: 1.º quella della Mecca maggiore d'ogni altra,

che faceva il viaggio una volta all'anno; ed ora da qualche tempo

sospesa per l'invasione de' _Wehhabiti_[1]: 2.º quelle di Bagdad che

vengono a Damasco tre o quattro volte all'anno scortate da oltre duemila

cinquecento persone armate: 3.º Le carovane d'Aleppo che partono

d'ordinario due o tre volte al mese, e rimangono dodici giorni nel

viaggio, quando un corriere montato sopra un dromedario fa questo

viaggio in tre giorni. Contansi ancora varie altre minori carovane che

ogni giorno arrivano o partono per Beruti, Tripoli di Siria, Acri, ed

altri luoghi.

[1] _Dopo che i Turchi hanno ripresa la Mecca e Medina si vanno

ristabilendo le carovane dette del_ pellegrinaggio.

A fronte della eccessiva loro abbondanza i viveri si vendono in Damasco

a più alto prezzo che altrove; e ciò a cagione del moltissimo numerario

che vi condensa la straordinaria attività del suo commercio.

I principali prodotti del suolo sono formento, orzo, canape, uva,

_meschmesch_, specie d'albicocca che si fa seccare, pistacchj ed ogni

qualità di frutti. Poca, ma bellissima è la seta che vi si raccoglie, ed

il rimanente che manca al consumo delle sue fabbriche s'importa dai

vicini paesi, come pure tutto il cotone, che non si coltiva nel

territorio di Damasco. Benchè il raccolto del mèle sia abbondantissimo,

gli abitanti non appresero ancora a lavorare la cera; non sapendo fare

che cattive candele gialle. Riceve lo zucchero dall'Egitto e

dall'Europa, e tutto il riso dall'Egitto.

La fertilità del terreno è tale, che gli abitanti non ricordano veruna

cattiva annata. Perciò gli agricoltori trovansi generalmente

nell'agiatezza, quantunque aggravati da enormi tasse, e dall'arbitrario

mantenimento delle truppe.

Il clima di Damasco è piuttosto dolce, non essendo troppo freddo

d'inverno, e venendo i calori dell'estate temperati dalla freschezza

delle acque, dalle ombre degli alberi, dalla disposizione delle case,

ec. Alcuni anni nevica ancora in Damasco; ogni anno sulle vicine

montagne. I più ordinarj venti sono quelli di levante e di ponente, ma

senza periodo determinato. Da aprile fino al novembre piove rarissime

volte; e regolari e moderate sono le pioggie degli altri mesi, e sempre

portate dai venti occidentali. Lo scioglimento delle nevi sulle montagne

incomincia in aprile e talvolta in marzo; ma la sommità delle più alte

ne rimane sempre coperta; lo che procura a Damasco l'abbondanza del

ghiaccio a moderati prezzi tutto l'anno.

Mi si faceva credere che incomodo riuscisse il soggiorno di Damasco per

la copia delle cimici, delle pulci e delle zanzare; ma io ne vidi

pochissime; e solo mi furono moleste le morsicature assai dolorose dei

tafani indigeni di questo paese.

Pochissimi e poco velenosi sono i serpenti e gli scorpioni.

I muli e gli asini non sono più buoni di quelli dell'Egitto, e rispetto

ai cavalli io mi sono procurate le seguenti notizie. Sei sono le più

conosciute razze; la prima detta _djelfè_ trae la sua origine

dall'Arabia felice, ossia dell'Ieman: cavallo maraviglioso al corso, e

nelle battaglie; agilissimo, pieno di fuoco, instancabile e sofferente

oltre ogni credere della sete e dalla fame; non pertanto docile come un

agnello, senza collera, e che nè spranga, nè morde mai. Conviene però

nudrirlo scarsamente, e tenerlo continuamente esercitato. È alto di

taglio di groppa, ha il collo sottile, e le orecchie piuttosto lunghe.

Non può dirsi questo il più bel cavallo, ma è incontrastabilmente il

migliore. Un cavallo perfezionato di questa razza, vale a dire di due in

tre anni, costa per lo meno duemila piastre turche.

La seconda razza detta _seclàoui_ è indigena della più orientale regione

del deserto. È in tutto somigliante alla precedente; tranne pel luogo

della nascita; imperciochè i più esperti conoscitori li distinguono a

stento, ed uguale ne è il valore, quantunque si preferiscano i cavalli

della prima razza.

Ma soprammodo belli sono i cavalli della terza razza detti _ooel mefki_,

inferiori per altro ai precedenti nella velocità del corso. Vengono a

Damasco dai vicini deserti, e costano d'ordinario dalle mille alle mille

cinquecento piastre. Hanno le belle proporzioni dei cavalli

dell'Andalusia, e sono in Damasco assai comuni.

I cavalli della quarta razza, detti _ooel sabi_, rassomigliano affatto a

quelli della terza, da cui non li distinguono che i più sperimentati

veterinarj; e costano dalle mille alle mille dugento piastre quando non

abbiano difetti, e non più di quattr'anni, nè meno di tre.

La quinta razza a cui si dà il nome d'_ooel treidi_, è la più comune,

siccome quella dei contorni di Damasco, e somministra cavalli abbastanza

belli e buoni: ma tra questi ve n'hanno assai di viziosi. Si vendono

ordinariamente dalle seicento alle ottocento piastre.

L'ultima razza, indigena della provincia di Bassora, chiamasi _ooel

nagdi_, e pareggia, se non avanza in eccellenza le razze _djelfè_, e

_seclaoui_; ma rarissimi sono in Damasco, ed il prezzo affatto

arbitrario. La maggior parte dei cavalli arabi sono bigi-leardi, o

bajo-scuri; pochissimi sono i neri.

L'abito de' Damaschini è un misto d'arabo e di turco; ma più comunemente

si fa uso del cappotto arabo a grandi liste, e l'alta berretta turca è

più comunemente usata dai Turchi che dagli Arabi. Questi si coprono con

una berretta di smisurata grandezza, che loro pende in sul di dietro; e

si cingono il capo con un fazzoletto di cotone o di seta screziata;

acconciatura non priva di grazia.

Le donne copronsi dal capo ai piedi con grandi veli di cotone bianco, e

con enormi mutande. Le donne di condizione tengonsi riservate e

modestissime, le volgari sono assai libere, ed anche dissolute. Portano

le une e le altre un fazzoletto di seta trasparente, d'ordinario di

color giallo che loro nasconde il volto, lo che le fa parere spettri

ambulanti: ma molte sogliono gettarsi il fazzoletto sul capo, e portare

il volto scoperto. Questa costumanza mi procurò il vantaggio di vedere

in Damasco molte donne assai belle, e per la maggior parte di pelle

bianca e finissima. Non si vedono in Damasco tante donne isteriche come

in Gerusalemme e nell'Arabia, nè meno quelle pelli abbronzate dei paesi

dell'Affrica, nè quei fanciulli sudici cisposi e ributtanti

d'Alessandria e di altri paesi musulmani, nè finalmente quegli uomini

secchi abbronzati o neri dell'Affrica e dell'Arabia. Vedonsi donne e

fanciulli di bellissimo e grazioso aspetto, mentre gli uomini hanno

maschili lineamenti, tinte robuste, e regolari proporzioni. E per dirlo

in una parola la popolazione di Damasco è affatto diversa da quella

dell'Affrica e dell'Arabia, tranne Fez, i di cui abitanti sono i più

belli di tutta l'Affrica.

Eccellente è il clima di Damasco, ma forse più che al clima devesi alla

comune agiatezza, al moderato esercizio, ed all'uso dei bagni caldi, la

rarità delle malattie. La durata ordinaria della vita si calcola dai

settanta agli ottant'anni; e vi si contano pure alcuni centenarj.

Difficilmente vi s'introduce anche la peste, e le ultime volte fu pure

assai debole. Si osserva essere assai mite quando viene dal mare, più

feroce quando proviene da Aleppo. Pure gli abitanti non pensano a

cautelarsi contro tanta calamità, e mentre in Aleppo faceva orribili

stragi, in Damasco ricevevansi e si spedivano ogni giorno le carovane

senza prendersi alcun pensiero: eppure con mia sorpresa Damasco ne andò

esente. Ciò prova, che la comunicazione della peste non dipende

solamente dal contatto, ma ancora dalla combinazione di certe

disposizioni locali e personali.

In un paese abitato da persone laboriose, gli oziosi non sono fortunati;

e perciò rarissimi sono gli stregoni e gl'indovini, e tutti coloro che

altrove trovano di che vivere ingannando i loro simili.

Sonovi in Damasco venti grandi scuole, e molte altre minori pei

fanciulli: cinque per gli studj delle scienze, che come nel rimanente

della Turchia riduconsi alla scienza della religione, che comprende pure

la giurisprudenza.

Benchè questo popolo sussista in gran parte dei prodotti delle fabbriche

e del commercio delle tele, e sia più incivilito de' suoi vicini, aveva

un numeroso partito nel suo seno che desiderava i _Wehhabiti_, che pei

loro principj religiosi oppongono tanti ostacoli al commercio ed alle

manifatture[2].

[2] _Ciò sarà stato vero all'epoca in cui vi soggiornava

_Ali-Bey_; ma in appresso i Damaschini si difesero bravamente

dai_ Wehhabiti.

Il governo della città di Damasco, e di un vasto tratto di paese al S.

fino ad Ebron al di là di Gerusalemme, ed al N. fin quasi ad Aleppo,

viene affidato ad un Pascià del Gran Signore. Quest'uomo, e per

l'estensione del suo governo, e pel nobile incarico di condurre ogni

anno la carovana della Mecca col titolo d'_Emir-el-Hadj_, o principe del

pellegrinaggio, è tenuto in altissima considerazione alla corte,

riguardandosi come uno de' più grandi dignitarj dell'impero.

Le entrate del pascialaggio si fanno ascendere a quattromila borse,

corrispondenti a cinque milioni di franchi, ma le avarie, i regali, le

estorsioni sono un altro importantissimo ramo d'entrata. Il Sultano,

mentre io soggiornava in Damasco, dava a questo Pascià il governo di

_Taraboulous_, ossia Tripoli di Siria, non meno importante di quello di

Damasco.

Questo Pascià può avere nel circondario del suo governo cinque in

seimila soldati, turchi, mogrebini, ed altri, e forse attualmente

ammontavano ai diecimila, e ciò a cagione delle turbolenze di

Gerusalemme.

Damasco è circondato di mura con torri e fosse, ma rovinate in modo da

non poter resistere ad un regolare assalto. La sua maggior difesa

consiste piuttosto ne' giardini, che formano una foresta d'alberi, ed un

laberinto di siepi, di muraglie, di fosse di più di sette leghe di

circonferenza; lo che non sarebbe un leggiero ostacolo per un nemico

musulmano che volesse attaccarlo.

Tra le tribù Bedovine che abitano ne' deserti vicini a Damasco, la più

ragguardevole è quella d'_Anaze_, il di cui capo chiamasi _Fadde_. Abita

questa tribù il deserto posto a levante della città, e stendesi fin

presso a Bagdad.

Io visitai il villaggio di _Salokhi_, che è la principale villeggiatura

degli abitanti di Damasco. È questa una borgata vastissima con due

pubblici mercati, e con una infinità di case e di giardini. Trovasi alle

falde delle montagne al nord della città, ed è propriamente un delizioso

soggiorno.

CAPITOLO XLIX.

_Viaggio ad Aleppo. — Descrizione dei Khan. — Carovana. —

Tadmor o Palmira. — Città di Homs. — Fiume Oronte. — Città di

Hama. — Libertà de' costumi. — Incontro notturno. — Arrivo ad

Aleppo. — Osservazioni intorno a questa città._

Partii da Damasco il sabato 29 agosto alle quattr'ore dopo mezzogiorno,

con una carovana destinata per Aleppo. Dopo un'ora di viaggio in mezzo

ai giardini, si attraversò una campagna posta a N. E. provveduta di

alcuni villaggi, ed arrivammo a sette ore e tre quarti ad un _Khan_

detto _Khosseir_.

_Domenica 30._

Alle tre ore ed un quarto del mattino, mi diressi all'E. N. E. lungo la

vasta pianura di Damasco, e dopo due ore di viaggio entrai in una gola

che mi fu rappresentata come pericolosa, in fondo alla quale vedonsi le

ruine di un antico edificio, ed una cisterna di acqua. Di là salii

alcune montagne, dopo le quali, attraversata una pianura, giunsi al

villaggio di _Cataïfa_, ove alloggiai nella sua bella moschea fino alle

dieci ore della sera.

_Lunedì 31._

Alle dieci ore di jeri avendo lasciato Cataïfa, giunsi per un terreno

disuguale verso la mezzanotte al _Khan Aaron_, omai affatto ruinato,

posto ad una lega all'O. del villaggio di _Maloula_; di dove camminando

al N. N. E. entrai a sett'ore ed un quarto del mattino nel borgo di

_Nebka_, che può avere un migliajo di famiglie abbondantemente

provveduto di giardini e di eccellenti acque. Gli abitanti spargevano la

notizia che gli Arabi d'Anaze avevano attaccati i _Wehhabiti_, e prese

loro molte donne e fanciulli, che vendevano come schiavi, riguardandoli

come infedeli indegni d'essere musulmani. Si diceva a Damasco che la

tribù d'Anazis era amica dei _Wehhabiti_, onde supposi che si trattasse

di una diversa popolazione della stessa contrada.

_Martedì 1º settembre._

Dopo tre ore di viaggio giunsi a sette ore ed un quarto a _Kara_, paese

assai ben situato sopra un'altura, e circondato di bei giardini. Al

presente non ha più di trecento famiglie; ma in addietro era assai

popolato, onde la metà delle sue case va ruinando. Tutto il suolo

attraversato questo giorno è affatto deserto.

Le carovane si fermano sempre nei _Khan_ che si trovano in vicinanza dei

villaggi e delle città. Il precedente giorno io aveva preso alloggio in

casa di un bifolco cristiano; e nel presente presso un bifolco

musulmano. Non si può a meno di non ammirare la bontà ed il candore di

questa gente; essi trovansi abbastanza agiati, e tengono le case loro

con estrema politezza, e provvedute di tutti i necessarj arredi.

Osservai in particolare che hanno molti assai gentili materassi e

cuscini alla turca, ne' quali ripongono il principale loro lusso.

Siccome ho più volte parlato dei _Khan_ parmi necessario di doverne dare

una circostanziata descrizione.

Il _Khan_ è un edificio quadrangolare, talvolta fiancheggiato agli

angoli da torrette, e coronato di feritoje che gli danno l'apparenza di

fortezza. Diversa ne è la grandezza, ma la media può ritenersi di cento

trentatrè piedi per ogni lato. Sonovi internamente uno o due cortili

circondati da stalle, con una moschea o semplice cappella per la

preghiera; ed alcuni de' più grandi sono anche provveduti di

appartamenti. Questi stabilimenti, ch'io credo fatti per ordine del

governo, sono sempre aperti, ed i passaggieri e le carovane entrano e

sortono liberamente senza chiedere licenza; rimanendovi finchè ognuno

vuole, senza pagar nulla a chicchessia.

Così bella istituzione nell'impero turco è dovuta al principio di morale

religiosa, che obbliga tutti i musulmani ad esercitare l'ospitalità

verso il passaggiero di qualunque nazione o culto egli sia. In

conseguenza di tale principio sonovi _Khan_ in tutti i luoghi abitati o

deserti, ne' quali i viaggiatori sono costretti a fermarsi. Quelli ch'io

ho visitati sono solidamente fatti di pietra ed alcuni con qualche lusso

architettonico; ma perchè costruiti già da più secoli, molti vanno

ruinando, senza che si pensi a ristaurarli; perchè l'epoca della gloria

musulmana è omai passata.

La carovana con cui io viaggiava era formata di circa trecento bestie da

carico, muli, cavalli, cammelli ed asini, e quasi tutti di Aleppo. I

muli senz'avere una vantaggiosa statura, sono forti e coraggiosi, onde

difficilmente si distinguerebbero senza le grandi orecchie che portano

sempre diritte. I muli e gli asini sono ordinariamente neri, e cercano

sempre di sorpassarsi l'un l'altro nel cammino. Eranvi tra i molti

passaggieri della carovana molte donne, e fanciulli d'ambo i sessi.

Dietro le informazioni ch'io mi procurai, seppi che _Taraboulous_, o

Tripoli, trovasi quasi esattamente all'ouest di Kara; lo che coincide

pure colla mia stima geodetica. Una giornata al di là verso

l'ouest-sud-ouest è situato _Baàlbek_, città grande, ma ruinata. In

distanza di una lega all'ouest trovasi il fiume _Caftara_, che perdesi

in un lago; ed a tre giornate di cammino all'est giace _Tadmor_, o

_Palmira_, un tempo doviziosa e celebre città, che ora conta appena

cinquecento famiglie. Andando a Palmira si arriva il primo giorno al

villaggio di _Haouarìnn_, il secondo a _Karìtèìun_. Gli arabi d'Anaze

due giornate lontani da Kara dalla banda di sud-est, spingono il loro

dominio e le scorrerie fino a Palmira.

_Mercoledì 2._

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4 · 第 2 / 9 段