In fondo ad una vasta chiesa gotica vedesi una magnifica cup

VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI

IN AFRICA ED IN ASIA

DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807

_TRADOTTI_

DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI

con tavole in rame colorate

TOMO IV

MILANO

Dalla Tipografia SONZOGNO e COMP.

1817.

VIAGGI IN AFFRICA ED IN ASIA

FATTI DAL 1803 AL 1807.

CAPITOLO XLIV.

_Haram, ossia Tempio musulmano nel luogo dell'antico tempio di

Salomone._

_El-Haram_, o il Tempio, detto altresì _Beit-el Mokaddes-el-Scherif_, o

la casa santa principale di Gerusalemme, è una unione di più edificj

fabbricati in varie epoche dell'islamismo, e che portano con loro

l'impronta del gusto dominante de' diversi secoli in cui furono fatti;

formando non pertanto un tutt'insieme abbastanza armonico. Non è

precisamente una moschea, ma un gruppo di moschee. Il suo nome Arabo

_El-Haram_ significa positivamente un tempio, un luogo consacrato dalla

presenza particolare della Divinità, e proibito ai profani,

agl'infedeli. La religione Musulmana non riconosce che due tempj;

questo, e quello della Mecca, il di cui ingresso è dalla legge proibito

a chiunque non sia musulmano, a differenza delle altre moschee non

proibite da alcun precetto canonico; cosicchè in virtù d'un ordine della

pubblica autorità un cristiano può entrare ancora nella moschea di

_Santa Sofia_ di Costantinopoli: ma nessun governatore Musulmano

ardirebbe permettere ad un infedele di penetrare sul territorio della

Mecca, o nel tempio di Gerusalemme; perchè tale licenza sarebbe

riguardata quale orribile sacrilegio, non sarebbe tollerata dal popolo,

e l'infedele, che tentasse di metter piede in questi santi luoghi

sarebbe la vittima della sua imprudenza.

[Illustrazione: PORTA DEL CAIRO NOMINATA BEB EL FATHA.]

Questo monumento forma l'angolo S. E. della città di Gerusalemme, nel

luogo medesimo in cui era altra volta il tempio di _Salomone_.

La storia musulmana attribuisce all'antico tempio de' Giudei 1563 piedi

e 3 pollici di lunghezza, e 958 piedi e tre pollici di larghezza della

misura Parigina. Il nuovo è composto d'una gran corte, o piazza chiusa,

lunga 1369 piedi, e larga 845. Ha nove porte dalla banda occidentale e

settentrionale, ma nessuna a levante e a mezzodì, perchè chiusa dalle

mura della città, che si alzano al di fuori sull'orlo dei precipizj del

torrente Cedron, e sull'orlo del burrone che la divide al S. dal monte

Sion.

La parte principale del tempio è formata di due corpi di magnifici

edificj, che potrebbero riguardarsi come due diversi tempj: ma per la

loro rispettiva situazione formano un insieme simmetrico, che non manca

d'una tal quale unità. Uno chiamasi _Aksa_, e l'altro _el-Sahhera_.

Il primo è composto di sette navi sostenute da pilastri e da colonne; ed

in testa alla nave del centro ha una bella cupola, a destra ed a

sinistra della quale apronsi due altre navi perpendicolari al corpo

principale della chiesa. Questo principal corpo è preceduto da un

portico di sette archi di fronte sopra uno di profondità, sostenuti da

pilastri quadrati; e l'arco centrale che risponde all'asse dell'edificio

ha inoltre colonne incrostate aderenti ai pilastri. La maggior nave può

avere 162 piedi di lunghezza e 32 di larghezza. È sostenuta da sette

archi, leggermente acuti, da ogni lato appoggiati sopra pilastri

cilindrici in forma di colonne, ma senza alcuna proporzione

architettonica, con capitelli a foglie che non appartengono a verun

ordine. I piloni cilindrici hanno più di due piedi e mezzo di diametro,

e sedici piedi d'altezza comprendendo anche le basi ed i capitelli. I

muri si alzano tredici piedi sopra gli archi con due ordini di 21

finestre per ogni rango; e quelle dell'ordine superiore guardano sulla

parte esterna perchè la nave centrale è più alta delle sei laterali, e

le finestre dell'ordine inferiore guardano nella parte interna delle

altre navi. Il tetto è di legno senza volta.

Le navi laterali sono appoggiate sopra archi eguali a quelli della

centrale, sostenuti da pilastri quadrati.

La cupola è sostenuta da quattro grandi archi appoggiati sopra quattro

pilastri quadrati, che hanno belle colonne di marmo bruno balzanti dai

diversi loro lati. Questa cupola è sferica con due ordini di fenestre,

ed ornata di rabeschi dipinti e dorati assai belli.

Il suo diametro è uguale a quello della nave centrale.

Le navi laterali alla cupola sono sostenute da belle colonne di marmo

bruno simili a quelle degli archi di mezzo. Il braccio che si dispiega a

sinistra, perpendicolarmente al fondo della nave centrale, è formato

d'una semplice volta assai bassa, ed ha due navi. La volta del califfo

_Omar_ può avere press'a poco dodici piedi di lunghezza; l'altra sembra

avere la stessa lunghezza, ma è chiusa da una grata di legno; e perciò

io non vi entrai.

Nella parte esterna a sinistra sono addossate all'_Aksa_ molte case mal

fatte ove abitano gli impiegati dell'Haram. Avvi in faccia alla porta

principale un rialto lungo 284 piedi, in mezzo al quale trovasi una

bella vasca di marmo con un lavoro in forma di conchiglia, che

anticamente mesceva acqua. In fondo al rialto una superba scala conduce

all'_El-Sahhara_, che è l'altro ragguardevole edificio dell'Haram, il

quale riceve il nome da una rupe assai rispettata che trovasi nel suo

centro.

Il Sahhara è posto sopra un piano parallelogrammo lungo circa 460 piedi,

e largo 599. È sedici piedi più alto del piano generale dell'Haram, e vi

si sale per otto scale poste due al sud, due al nord, una all'est, e tre

all'ovest. Quasi in mezzo a questo piano superiore lastricato di bei

marmi sollevasi il magnifico edificio del _Sahhara_, tempio ottagono, i

di cui lati nella parte esterna sono lunghi sessantun piedi.

Si entra nel tempio per quattro porte collocate ne' quattro punti

cardinali dette _Beb-el-Kebla_, _el-Garb_, _Djenna_ e _Davoud_. La prima

ha un bellissimo portico sostenuto da otto colonne corintie di marmo. Le

altre sono senza portico.

Dal centro dell'edificio si spinge in alto una cupola sferica con due

ordini di grandi finestre, e sostenuta da quattro grossi piloni e da

dodici magnifiche colonne disposte in cerchio.

Questo cerchio centrale è circondato da due navi ottagone concentriche,

tra loro separate da otto pilastri e da sedici colonne della stessa

specie e grandezza di quelle del centro, del più bel marmo bruno che

vedere si possa. I tetti sono piani, ed ogni cosa è coperta d'ornati del

più squisito gusto e di modanature in marmo ed in oro ec. I capitelli

delle colonne sono d'ordine composito interamente dorati, ed attiche la

basi delle colonne, che formano il cerchio centrale; e quelle che

trovansi tra le navi ottagone, sono tagliate nella parte inferiore e

senza listello, ed invece della base vengono portate da un dado di marmo

bianco. La proporzione delle colonne le avvicina all'ordine corintio: il

loro fusto è di sedici piedi.

La cupola ha quaranta piedi di diametro sopra novantatrè di altezza, ed

il totale diametro dell'edificio è press'a poco di cento cinquantanove

piedi e mezzo. Il piano del cerchio centrale, tre piedi e mezzo più alto

di quello delle navi che lo circondano, vien chiuso da un'alta e

magnifica grata di ferro dorato.

Entro a questo cerchio chiudesi la rupe _el-Sahhàra Allàh_, che è il

principale oggetto di questo ricco edifizio, ed in generale di quello

del tempio di Gerusalemme. _El Hadjerà el Sàhhara_, o rupe Sahhara, esce

di terra sopra un diametro medio di trentatre piedi in forma di segmento

di sfera. La sua superficie è disuguale, scabra, e nella sua forma

naturale. Nel fianco del nord vi si vede una cavità, che la tradizione

dice fatta dai Cristiani, che volevano rubare la porzione del masso che

manca; ma che questa si fece allora invisibile agli occhi degl'infedeli,

che fu poi trovata dai fedeli credenti divisa in due parti, che ora

trovansi in altri luoghi dell'Haram.

Il fedele musulmano crede che il _Sahhàra-Hallàh_ sia il luogo in cui le

preghiere degli uomini riescono più care alla divinità, dopo la casa

della Mecca. Per tale motivo tutti i Profeti dalla creazione del mondo

fino a _Maometto_ ci vennero a pregare, ed anco presentemente i profeti

e gli angioli vengono in schiere invisibili a fare le loro preghiere

sulla pietra, non compresa la guardia ordinaria di settantamil'angeli

che continuamente la circondano, dandosi ogni giorno la muta.

La notte che il profeta _Maometto_ fu rapito nella Mecca dall'angelo

_Gabriele_, e trasportato colla velocità del lampo a Gerusalemme sopra

la giumenta _El-Boràk_, che ha testa e seno di bella donna, lasciata la

giumenta alla porta del tempio, venne a fare la sua preghiera sul

Sahhara cogli altri profeti ed angioli, che avendolo rispettosamente

salutato gli cedettero il luogo d'onore.

Nell'istante in cui il Profeta si fermò sopra il Sahhara, la pietra

sensibile alla felicità di portare questa santa salma si abbassò, e come

una molle cera ricevette nella sua parte superiore verso il nord

l'impronta del suo sacro piede. Questa impronta fu poi coperta da una

specie di gabbia di filo di metallo dorato, fatta in modo che non si

vede l'impronta per causa dell'interna oscurità, ma si può per

un'apertura fatta nella gabbia toccare colla mano; e ci santifichiamo

passando all'istante la stessa mano sul volto e sulla barba: prova

troppo manifesta che dessa è la vera orma del piede del più grande dei

profeti.

L'interno della roccia forma una cavità nella quale si scende per una

scala dal lato di S. O. Vi si trova una camera d'un quadrato irregolare

di diciotto piedi di superficie, alta nel centro otto piedi. Il palco

consiste in una volta naturale irregolare. In fondo alla scala vedesi

alla diritta un piccolo frontispizio di marmo che porta il nome di

_el-Makam-Soulimàn_ossia lungo di _Salomone_; ed un'altra lapide posta a

sinistra chiamasi _el-Makam-Davoud_, luogo di _Davide_. Chiamasi poi

_el-Makam-Ibrahim_, o luogo d'_Abramo_, una nicchia cavata nella roccia

nel lato di S. O.; come un gradino semicircolare concavo si dice

_el-Makam Djibrila_, luogo di _Gabriele_: finalmente viene chiamato

luogo d'_Elia el-Makam el-Hòder_, una specie di tavola di pietra

all'angolo N. E.

In mezzo alla camera la spessezza della volta vedesi forata in forma

d'abbaìno cilindrico di tre piedi di diametro; e questo è il luogo del

Profeta.

La rupe è circondata da uno steccato di legno ad altezza d'appoggio; ed

al di sopra a cinque in sei piedi d'altezza vi è un padiglione di seta a

liste alternative rosse e verdi, sospese su tutta la larghezza della

rupe con pilastri e colonne.

Per quanto ho potuto vedere, sopra tutto l'interno della cantinetta,

questa rupe parmi di marmo fino, di color bianco rossastro.

A poca distanza dalla parte settentrionale vedesi nel pavimento un marmo

quadrato verde marezzato bellissimo, di circa quindici pollici da ogni

parte, assicurato con quattro o cinque chiodi dorati; e si dice essere

la porta del paradiso. Varj altri fori indicano ch'era fermato con più

chiodi che non lo è al presente, i quali chiodi credono che siano stati

rubati dal Diavolo, quando tentò d'introdursi in paradiso, impeditone

dal non aver potuto svellere i chiodi che tuttavia rimangono.

Il Sahhara ha una tribuna di legno pei cantori sostenuta da piccole

colonne. Vi ho veduto un Corano i di cui fogli sono quasi alti quattro

piedi, e più di due e mezzo larghi. Si pretende che appartenesse al

Califfo _Omar_; ma si dice lo stesso di altri affatto somiglianti che mi

furono mostrati al Cairo ed alla Mecca.

L'esterno del Sahhara è incrostato di varie qualità di marmi, fino a

metà della sua altezza; il rimanente è ricoperto di piccoli mattoni di

diversi colori elegantemente disposti. Le cinque finestre per ogni lato

dell'ottagono sono chiuse con bei vetri dipinti a rabeschi.

Il tempio ha quattro torri; una sull'angolo S. O. della gran corte, la

seconda nel mezzo del lato occidentale, un'altra sull'angolo N. O., e

l'ultima sull'angolo N. E. dello stesso cortile.

CAPITOLO XLV.

_Viaggio al sepolcro di Davide, e ad altri sepolcri. — Viaggio

al monte Oliveto. — Al sepolcro d'Abramo ad Hébron. — Al

presepio di Cristo a Betlemme. — Al sepolcro della Vergine. —

Al Calvario ed al sepolcro di Cristo. — Sinagoga de' Giudei.

Descrizione di Gerusalemme._

Dopo aver soddisfatto a tutte le cerimonie, ed a tutte le limosine

dovute al tempio lo stesso giorno del mio arrivo a Gerusalemme: nel

susseguente giorno fui condotto al sepolcro di _Davide_.

Sortendo di città per la porta di _Davide_ trovasi in distanza di 150

tese un edificio che ha l'apparenza d'un'antica chiesa greca. Appena

entrati, prendendo la sinistra, si arriva al sepolcro chiuso da molte

porte e grate di ferro. È questo una specie di catafalco coperto di bei

drappi di seta di varj colori ricamati in oro, che può avere tredici

piedi di larghezza.

Terminate le mie preghiere al sepolcro di _Davide_ fui condotto all'est

luogo le mura della città, e scendendo per un pendìo assai ripido giunsi

presso all'unica sorgente che trovasi a Gerusalemme, dai cristiani detta

_fontana di Neemia_. Credono i musulmani che l'acqua di questa sorgente

derivi per un miracolo dell'onnipotente dal pozzo di _Zemzem_ della

Mecca, quantunque l'ultima sia caldissima e salmastra, e quella di

Gerusalemme fresca e dolce. Di là passai il torrente Cedron, di dove a

traverso a varj poggi andai a visitare i sepolcri di molti santi e

profeti del primo e del second'ordine.

Dalla sommità di questi colli scopersi in distanza di tre o quattro

leghe in linea retta una parte del _Bàhar Lout_, detto da' cristiani

_Lago Asfaltide_, o Mar Morto. Col cannocchiale osservai due piccoli

seni, e le montagne che coprono il lago a S. E. Vedeva pure le onde

rompersi contro la riva; e l'agitamento dei flutti mi mostrava che

questo mare non è affatto morto, come lo indica il suo nome. Tutto il

paese che lo circonda è montuoso. Giunto in appresso alla cima del

_Diebel Tor_, detto dai cristiani _Monte Oliveto_; dove assicurasi

essere stati sepolti settantadue mila profeti, trovai la chiesa

cristiana, nella quale si venera sopra un marmo l'impronta del piede di

_Cristo_ lasciatavi quando salì al cielo dopo la risurrezione.

Da questa montagna, posta a levante di Gerusalemme, si scopre la città

sì bene che se ne possono contare le case.

Sceso dalla montagna e giunto in fondo al torrente Cedron, passai a lato

del sepolcro della madre di _Cristo_; e dopo salito un colle rientrai in

città per la porta detta di _Maria_.

All'indomani 25 luglio sortii di Gerusalemme al levare del sole per

visitare il sepolcro d'_Abramo_.

Alle sette ore ed un quarto del mattino giunto presso a Betlemme,

incontrai una truppa di pastori cristiani che venivano a Gerusalemme per

accusare i pastori musulmani di Ebron che loro avevano presi molti

bestiami, per rappresaglia dei quali i cristiani avevano portati via due

cammelli. Il principale pastore raccontò ad uno de' più rispettabili

Sceriffi che m'accompagnava tutto l'accaduto, in così energica maniera,

che la mia immaginazione mi rappresentò all'istante le contese de'

pastori d'_Abramo_ e di _Lot_, la guerra dei cinque re, ec., tanto essi

ne conservano ancora il carattere, le abitudini e perfino le vesti

consistenti in una camicia di lana bianca rossastra attaccata con una

cintura, e in un drappo nero gettato sulla spalla, con una fascia di

tela bianca intorno al capo.

Appena congedati i pastori, avendo Betlemme a sinistra e Beit-Diele

dall'altro lato, mi si presentò lo spettacolo della più singolare

meteora che veder si possa. Il sole alto sopra l'orizzonte circa trenta

gradi brillava alla sinistra di tutta la sua luce a traverso di una

atmosfera purissima; e la luna, vicina al suo ultimo quarto, era sulla

mia diritta quasi nella stessa elevazione del sole, così chiara e così

bella quanto è possibile di vederla in tale circostanza. Tutt'ad un

tratto vidi comparire sotto forma d'una stella due o tre volte più

grande, e molto più luminosa di Giove o di Venere nel loro più grande

splendore, una meteora che svolse dalla banda di levante una coda, la

quale parvemi lunga due gradi. Io non mi potei contenere, e gridai _Kif

hàda! Kìf hàda!_ cioè _che è questo! che è questo!_ Le mie genti

sbalordite gridarono in pari tempo _Minn Allàh! minn Allàh! Dio! Dio!_

Frattanto la meteora s'avanzava verso occidente facendo ondeggiare

dolcemente la sua coda lungo una linea orizzontale, all'altezza di circa

30 gradi, come il sole e la luna. La coda che ben tosto si divise in più

raggi, riuniva tutti i colori dell'iride assai vivaci, ed un mezzo

minuto dopo, avendo la meteora nel suo pacifico movimento scorsi quasi

sei gradi all'O. scomparve senza esplosione, senza tuono, nè alcun'altra

spaventosa circostanza. Io mi buttai a terra prostrato avanti al

Creatore, e lo stesso fecero tutti quelli che mi seguivano.

Continuai il cammino al sud, assorto nella meditazione di ciò che aveva

veduto: la stella dei pastori, la stella de' magi, tutto ricorreva alla

mia memoria; ma io sospetto che i vapori bituminosi salini del Mar Morto

rendano in questi paesi simili meteore assai frequenti. Lasciai a destra

un eremitaggio dedicato ad _Elia_, ed alquanto più avanti giunsi ad un

bell'Alcassaba mezzo ruinato, accanto al quale trovasi una sorgente di

bonissima acqua con un serbatoio lungo cinquanta passi, largo trenta, e

più a basso da altri di quasi eguale grandezza: finalmente dopo aver

superate diverse montagne giunsi in sul mezzo giorno ad _el Hhalil_, che

i cristiani dicono _Ebron_, e presi alloggio all'osteria.

Ebron è una città di circa 400 famiglie Arabe, posta sul pendio di una

montagna con un castello. I viveri sono abbondanti, ed ha molti

fondachi. È governata da un Arabo del paese col titolo di _Hakim_, e di

_Scheih el Bèled_.

I sepolcri d'_Abramo_ e della sua famiglia trovansi in un tempio che fu

già una chiesa greca. Si sale per recarvisi una bella e vasta scala che

guida ad una lunga loggia, di dove si entra in un piccolo cortile. Dalla

banda sinistra vedesi un portico sostenuto da pilastri quadrati, presso

al quale sorge il vestibolo del tempio composto di due camere, una delle

quali posta a destra contiene il sepolcro di _Abramo_, e l'altra

dall'opposto lato quello di Sara. Nel corpo della chiesa che è gotica,

tra due grossi pilastri a destra vedesi una casuccia isolata contenente

il sepolcro d'_Isacco_, ed in simile casuccia a sinistra quello di sua

moglie. Questa chiesa ridotta a moschea ha il suo _Mereb_, la tribuna

per il sermone del venerdì, ed un'altra pei cantori. Nell'opposto lato

della corte avvi un altro vestibolo con due camere laterali destinate ai

sepolcri di _Giacobbe_ e di sua moglie.

All'estremità del portico per una specie di loggia si passa in altra

camera contenente il sepolcro di _Giuseppe_, le cui ceneri furono

trasportate dall'Egitto dal popolo d'Israele.

I sepolcri di questi patriarchi sono tutti coperti di ricchi tappeti di

seta verde, magnificamente ricamati in oro: rossi egualmente ricamati

sono quelli delle loro consorti, che il sultano di Costantinopoli manda

di quando in quando. Io ne contai nove, uno sopra l'altro sul sepolcro

di _Abramo_. Anche le pareti delle camere sono coperte di bei tappeti.

Le grate delle finestre sono di ferro dorato, e le porte di legno

coperte di piastre d'argento con serrature e catenacci dello stesso

metallo. Si contano pel servigio del tempio più di cento tra impiegati e

domestici; onde può agevolmente calcolarsi il numero delle elemosine che

vi si debbono lasciare.

Terminata la visita ai sepolcri all'indomani 26 luglio allo spuntar del

giorno ripigliai la Strada di Gerusalemme. A breve distanza da _Ebron_

lasciai da un canto un eremitaggio sacro al profeta _Jona_; e mi fermai

per fare colezione presso ad una bella sorgente; indi presi la strada di

Betlemme, ove giunto alle dieci ore e mezzo del mattino, mi recai a

dirittura al convento de' Cristiani ove si venera il luogo in cui nacque

_Gesù Cristo_.

È questo convento fatto a guisa di rocca, e la sola porta che serve

d'ingresso è tanto bassa, che convien piegare il corpo per entrarvi. Vi

stanno circa venti monaci, europei, cattolici, greci, ed armeni; e quasi

tutti gli abitanti di Betlemme sono cristiani. Scordava di dire che

questa città posta sopra un monte conta circa cinquecento famiglie.

Gli abitanti che vivono in continuo sospetto de' musulmani, vedendoci

arrivare a cavallo ed armati, si adombrarono, e molti erano già corsi

alla porta del convento che trovarono chiusa; ma rassicurati del nostro

contegno, picchiarono essi medesimi alla porta, che dopo molti discorsi

ad alta ed a bassa voce con quelli che stavano al di dentro, ci fu alla

fine aperta.

Introdotto in un angusto vestibolo oscuro, vi trovai molti uomini armati

che avevano l'aria di corpo di guardia. Da questo vestibolo entrai in

una vasta sala, il di cui palco è sostenuto da circa quaranta colonne di

marmo alte quindici piedi, con basi e capitelli d'ordine corintio,

comecchè il fusto abbia le proporzioni del dorico: sala comune dalla

quale per diverse porte si passa ne' separati appartamenti de' monaci

romani, greci, ed armeni.

Dopo esserci trattenuti alcun tempo in questo luogo, un monaco greco

aprì la porta del suo appartamento, e ci fece entrare in una sala, alla

di cui estremità scendesi per una scala in una specie di grotta, che è

il luogo sacro della nascita di _Cristo_. Giunto nella grotta vidi una

nicchia quasi semisferica nel vivo della rupe, nella quale, secondo mi

assicurò il monaco che mi accompagnava, nacque _Cristo_; e fu deposto

dalla Vergine nella mangiatoja, che è una specie di bacino di marmo; di

fronte al quale fu innalzato un altare che ha un bel quadro

rappresentante l'adorazione dei Magi. Ed il presepio, ed il luogo della

nascita sono arricchiti di superbi addobbi, e di molte lampade di

cristallo e d'argento; tra le quali ne vidi una in figura di cuore,

contenente il cuore del divoto _Antonio Camillo de Lellis_, il di cui

nome con bella iscrizione latina e l'anno 1700 è scolpito nella stessa

lampada.

Sortendo dalla grotta il monaco greco mi condusse nella chiesa posta

sopra alla grotta, che non ha cosa alcuna di molta importanza. Tutti i

luoghi santi furono ampiamente descritti in tanti libri, che avrei

potuto dispensarmi dal darne una nuova descrizione; ma ho creduto di

farne un cenno in grazia di coloro che non ne avessero verun'altra alla

mano.

Dopo aver ringraziato il buon monaco, e lasciategli prove della mia

gratitudine, ripresi la strada di Gerusalemme ove arrivai poco dopo il

mezzo giorno.

All'indomani, lunedì 27, scesi in fondo al torrente Cedron per una bella

scala, alla metà della quale trovansi alla diritta i sepolcri di

_Gioachino_ e di _Anna_, ed in un'altra cavità a sinistra quello di

_Giuseppe_ sposo di _Maria_. In fondo alla scala entrasi in una chiesa

greca, il di cui _Sancta Sanctorum_ contiene il sepolcro della

_Vergine_. Ascoltai in chiesa un armonioso coro di monaci, mentre il

celebrante vestito de' sacri abiti restava nel santuario.

Dopo mezzo giorno mi recai al sepolcro di _Cristo_; ma non aprendosi la

porta del convento che in certi determinati giorni, trovavasi allora

chiusa secondo il praticato, al di fuori dai turchi, dai monaci al di

dentro.

A traverso alla grata della porta mi trattenni con un monaco spagnuolo

nativo di Ocanna, detto _Ramirez_ d'_Arellano_, che mi diresse al

procuratore generale pure spagnuolo, onde avere il permesso d'aprire la

porta. Il procuratore era ammalato, e fu il suo vicario, che ci accolse

con estrema cortesia; ma sopraggiungendo il governatore ed il kadì della

città, mi ritirai, dopo avere ottenuto di entrare all'indomani nel

sepolcro di _Cristo_.

In fondo ad una vasta chiesa gotica vedesi una magnifica cupola, o

rotonda, nel di cui centro è posta una casuccia isolata, nella quale i

cristiani venerano il sepolcro di _Gesù Cristo_. Per entrare in questa

casuccia si scende per pochi gradini: il sepolcro è a destra in una

piccola camera, che può avere sei piedi e mezzo di lunghezza, e quattro

di larghezza. È questi un avello che occupa tutta la lunghezza della

camera, e può avere ventisette pollici di larghezza: parvemi di marmo

bianco rossiccio, il di cui coperchio è composto di due pietre. Il

sarcofago è alto in modo da formare una specie d'altare, sopra il quale

i monaci celebrano la messa. In questa angusta camera posta sotto al

piano della chiesa, e priva di finestre, ed inoltre riscaldata dai

moltissimi lumi che vi si accendono qualunque volta si apre, non è

possibile di rimanervi a lungo senza incomodo. Il sarcofago è semplice e

senza ornamenti, ma riccamente decorata la camera.

I musulmani fanno preghiere in tutti i luoghi consacrati alla memoria di

_Gesù Cristo_ e della _Vergine_, fuorchè al sepolcro. Credono essi che

_Cristo_ non morisse, e che salendo al cielo vivente, lasciasse le

apparenze della sua figura a _Giuda_ condannato a morire per lui; che in

conseguenza essendo stato crocifisso _Giuda_, può ben questo sepolcro

aver contenuto il corpo di _Giuda_, ma non quello di _Gesù Cristo_, e

perciò non lo onorano. La chiave della cappella in cui trovasi il

sepolcro viene custodita dai monaci latini, che però non possono aprirla

senza la presenza di un monaco greco, che resta a lato al sepolcro

finchè la cappella è aperta.

La rotonda ove trovasi la cappella del sepolcro è sostenuta da informi

colonne e senza proporzioni architettoniche. Tutti i capitelli sono

d'ordine corintio o composito. La sommità della cupola è vòta, e forma

un'apertura di tredici piedi di diametro per la quale riceve la luce.

Unite alla cupola trovansi le separate chiese de' Cattolici Romani,

degli Armeni, de' Sirj, de' Cofti, degli Abissini; ed il corpo centrale

del tempio forma la chiesa de' Greci.

Presso al _Sancta Sanctorum_ della chiesa greca una scala conduce ad una

cappella. Salendo a sinistra vedesi un altare formato nel vivo sasso, in

mezzo al quale trovasi un foro di tre in quattro pollici di diametro,

ove si dice che fu piantata la croce; in distanza di tre piedi mi fu

mostrata nella rupe una fessura naturale perpendicolare, apertasi

nell'istante della morte di _Gesù Cristo_. Tre o quattro passi più in là

vedesi un altare, ed avanti a questo altare uno spazio quadrato, che si

venera come il luogo in cui _Cristo_ fu crocifisso. II Monte Calvario,

un tempo fuori delle mura dell'antica Gerusalemme, trovasi nel centro

della moderna.

La casa posta accanto al tempio che contiene il sepolcro di _Gesù

Cristo_, è abitata da alcuni monaci Musulmani, i quali dalle finestre

della casa che guardano nell'interno del tempio, diedero più volte

giuste cagioni di lagnanza ai monaci cristiani.

Gerusalemme conosciuta dai Musulmani sotto il nome d'_el-Kods_, ossia la

santa, e per quello d'_el-Kodse-scherif_, è posta al grado 31 46′ 34″ di

latitudine settentrionale, e nel 33º di longitudine orientale

dell'osservatorio di Parigi. La di lei forma, quantunque irregolare, ove

facciasi astrazione dalla cittadella addossata all'angolo occidentale

della città, si avvicina assai al quadrato.

Fabbricata sul lato meridionale della sommità d'una montagna con qualche

inclinazione al S. E. è circondata di precipizj, sul di cui orlo girano

le mura dalla banda di S. E., di E., e di O., non avendo che un breve

piano al S. che conduce al sepolcro di _Davide_, ed un altro più esteso

al N. che forma la parte superiore della montagna attraversata dalla

strada di Jaffa.

Le strade di Gerusalemme sono assai regolari, diritte, ben selciate, e

molte con marciapiedi; ma triste, strette, e quasi tutte poco o molto

inclinate. Le case hanno quasi tutte due o tre piani, e poche finestre

con porte assai basse, e colla facciata semplice di pietra senza verun

ornamento, di modo che quando si passeggia per la città, sembra che si

cammini ne' corridoj di una vasta prigione. In una parola vi si ravvisa

la verità della pittura fattane da Geremia: _facta est quasi vidua

domina gentium_.

Alcune case hanno piccoli giardini, ma in generale non vi si trova alcun

vòto considerabile; onde sopra un'estensione assai minore di quella

della Mecca, contiene, per quanto mi fu detto, circa 30,000 anime, senza

contare la popolazione dei sobborghi della città.

Non ho veduto in Gerusalemme alcuna piazza propriamente tale, ed i

pubblici mercati e le botteghe sono lungo le strade. Abbondanti vi si

trovano i viveri ed a buon prezzo: una mezza dozzina di polli, per

esempio, pagasi una piastra spagnuola. Il pan comune è una specie di

cattiva focaccia, ma trovasene ancora di assai buono; come pure ottimi

legumi, erbaggi, frutta, e squisite carni.

Essendo quasi centrale fra l'Arabia, l'Egitto e la Siria, è assai

frequentata dagli Arabi di questi paesi, che vi fanno il loro commercio

di cambio. Il principale ramo di commercio attivo della Palestina è

quello dell'olio; ma l'importazione del riso, che tirasi dall'Egitto

bilancia l'esportazione dell'olio.

I pesi, misure e monete sono le medesime degli altri paesi Turchi; e la

piastra spagnuola vale quattro pezze turche e mezzo, ossia cento ottanta

parà.

Pochi e di cattiva qualità sono i cavalli della Palestina; molti e

ottimi i muli, benchè alquanto piccoli. Gli asini cedono in bontà a

quelli dell'Arabia e dell'Egitto, e non si fa frequente uso dei

cammelli.

Benchè assai lontane dalla perfezione, le arti vi fioriscono più che

alla Mecca; ma le scienze vi sono affatto sconosciute, e le più

ragguardevoli persone, che pur vogliono parer costumate, versano nella

più profonda ignoranza. La lingua Araba è la più comune, ma vi si

pronuncia alquanto diversamente che nell'Arabia, accostandosi

all'accento turco.

Contansi in questa città settemila musulmani, de' quali duemila abili

alle armi; più di ventimila cristiani di diversi riti: maroniti, greci

uniti, greci scismatici, cattolici latini, armeni ec. Pochissimi sono i

Giudei nell'antica loro patria.

Quantunque gli abitanti di Gerusalemme, appartenendo a diverse nazioni,

e seguendo culti diversi si disprezzino internamente gli uni gli altri;

pure perchè i cristiani sono assai più numerosi, vi regna una certa

eguaglianza tanto nelle relazioni commerciali, quanto negli affari

domestici, e ne' divertimenti. I seguaci di _Gesù Cristo_ vedonsi uniti

coi settatori di _Maometto_, e questa mescolanza è cagione d'una più

estesa libertà che in tutt'altra città musulmana.

Il governo di Gerusalemme viene affidato ad una persona del paese, che

porta il nome di _Scheih el Rele_, o di _Hhakim_; ed il giudice civile è

sempre un Turco mandato da Costantinopoli che cambiasi ogni anno. Vi è

inoltre un governatore del castello, il capo del tempio, il Muftì o capo

della legge, i quali tutti hanno le particolari loro attribuzioni.

In aggiunta di pochi soldati, Gerusalemme può contare sopra duemila

musulmani in istato di portare le armi. È circondata di mura merlate

assai alte, fiancheggiate di torri; ma incapaci di resistere al cannone.

Ho già fatto osservare, che questa città è circondata in più lati da

precipizj: negli altri luoghi si supplì a tale difesa naturale con fossi

artificiali.

Quando si considera da prima Gerusalemme, circondata da precipizj e da

alte mura di pietre tagliate ben conservate, e ricoperte da numerosa

artiglieria, con una fortezza di bella e solida costruzione, e ben

provveduta di mezzi di difesa; se si fa attenzione al ragguardevole

numero di difensori che può dare la sua popolazione, si è tentati di

crederla quasi inespugnabile: ma esaminandola più posatamente, svanisce

la prima illusione, e si trova incapace di lunga resistenza, perchè per

la topografia del suolo non è possibile d'impedire l'avvicinamento del

nemico, ed è signoreggiata quasi a vista d'uccello in distanza del tiro

di fucile dal monte Oliveto.

La montagna su cui è fabbricata Gerusalemme è affatto sterile, ed è

composta d'una roccia cornea o basaltica, facente transizione al trappo,

come quasi tutte le montagne del vicinato.

La sua ragguardevole elevazione sopra il livello del mare è cagione

della freddezza del clima quantunque vicinissima al tropico. Nel mese di

luglio il termometro esposto a mezzo giorno non segnò più di 23° 5′ di

_Reaumur_, e la mattina scese fino a 17° 3′. Il vento fu sempre

occidentale, e l'atmosfera variabile. Mi fu detto che nell'inverno cade

molta neve, e molta pioggia.

Vi trovai pochi vecchi, ma per altro più che alla Mecca. Le persone del

paese osservarono che gli anni più abbondanti d'olive sono quelli ne'

quali cade molta neve.

Io ho osservato che il vento vi acquista una straordinaria rapidità.

CAPITOLO XLVI.

_Ritorno a Giaffa. — Tragitto ad Aeri, e descrizione di questa

città. — Il monte Carmelo. — Viaggio a Nazaret. — Notizie

intorno ai monaci di terra Santa._

Partii da Gerusalemme ad otto ore e trequarti del mattino il 29 luglio

1807, per ritornare a Giaffa, strada che aveva fatta venendo in tempo di

notte. Dopo la scesa di lunghissima fila di colli, giunsi alle dieci ore

in fondo alla valle, ove trovai un ruscello ed un ponte di due archi; a

poca distanza in su la diritta il villaggio _Alioune_, e presso alla

strada le ruine di un antico tempio.

Di là salito sulla sommità di altre montagne, passai alquanto prima

delle undeci ore presso alle case di Kaskali, poi sceso un poggio, e

salitone un altro, mi trovai in sul fare del mezzogiorno a

_Kariet-el-Aaneb_, villaggio meritevole di essere veduto per una bella

antica chiesa a tre navi, ora abbandonata, e ridotta ad uso di stalla.

Da _Kariet_ montando ancora tre quarti d'ora, si giugne sulla sommità

della montagna detta _Saariz_, appunto nel luogo ov'ebbi l'incontro dei

due vecchi gabellieri. Era stato loro detto essere io figlio

dell'Imperatore di Marocco; onde, pentiti dall'accaduto, mi aspettavano

per iscusarsene, e vedutomi, mi vennero incontro baciandomi le mani, i

piedi e la testa. Mi pregarono a scendere da cavallo, e ad aggradire un

magnifico pranzo preparatomi presso ad una bella fonte, di dove vedesi

il mare.

Poi ch'ebbi mangiato, presi congedo da questi buoni vecchi, e continuai

questa penosa strada a traverso di aspre montagne fino ad Abougos, posto

in miglior paese, ed alle sei ore arrivai a Ramlè. Le montagne di

Gerusalemme fino ad Kariet sono quasi affatto sterili; a Kariet

incominciano le vigne, poi piantagioni d'ulivi, e belle foreste di

alberi fino ad Abougos La soggetta pianura era tutta coperta di frumento

già mietuto, di tabacco, e di frumento della Guinea.

All'indomani 30, partii alle cinque ore e tre quarti, e prendendo la

strada di Far e Nazour, arrivai verso le nove a _Giaffa_, piccola città

regolarmente fortificata, capace di buona difesa, e provveduta

d'artiglieria, con guarnigione turca e mogrebina.

Il porto non ammette che i piccoli bastimenti che fanno il cabotaggio

della Siria, ed i grandi restano in rada sopra una sola ancora per

prendere il largo al primo vento essendo la costa troppo aperta.

M'imbarcai la stessa sera sopra un battello che fece vela alle nove

della sera, e scesi a terra nel porto di S. Giovan d'Acri il giorno

susseguente.

Questa piccola città, dai musulmani detta _Akka_, assai celebre in tempo

delle Crociate per la comodità del suo porto, si distinse ultimamente

per la bella difesa fatta contro i Francesi; dopo la quale epoca le sue

fortificazioni vennero notabilmente migliorate. Il suo porto è molto

angusto, ma la rada può contenere numerose flotte. La sua moschea

fabbricata dal Pascià _Diezzar_ è tanto gentile, che si assomiglia più

ad una casa di delizie, che ad un tempio.

Altra volta era provveduta di eccellente acqua che derivava da lontana

sorgente; ma il governo turco non ha fin ora pensato a rimettere

l'acquedotto rovinato dai Francesi in tempo della spedizione d'Egitto:

onde gli abitanti sono ridotti a bere l'acqua de' pozzi carica di

salenite, e pesante come il piombo.

_Diezzar_ Pascià, per quanto mi fu detto, diede prove in tempo

dell'assedio de' Francesi, di valore e di fermezza; ma egli era

mamelucco, ed educato soltanto nel mestiere delle armi, onde fu estremo

nel male e nel bene, non conoscendo la via di mezzo.

Gli Europei hanno in Acri molta libertà, e vi sono rispettati assai,

tanto dal governo che dagli abitanti turchi ed arabi. La città è situata

nel lato settentrionale d'una vasta baja in faccia al mezzogiorno: e nel

tempo della mia dimora il caldo era insopportabile. All'estremità

meridionale della baja vedesi il monte Carmelo che prolungasi nella

direzione di E. O. fino al mare, ed ha sulla cima un monastero greco

dedicato a _S. Elia_, ed un altro più basso dei cattolici sotto lo

stesso titolo, e tra l'uno e l'altro una moschea turca parimenti sacra

al Profeta _Elia_.

Il 6 agosto decisomi di andare a Nazaret, mentre in compagnia di alcuni

amici usciva di città, fui attaccato da una vomica spasmodica, dalla

quale mi liberai in poche ore con una dose d'emetico, che fortunamente

conservava ancora nella mia piccola spezieria. Fu questo il terzo

attacco di bile ch'io soffersi in trentotto giorni, il primo al Cairo,

ed il secondo a Gerusalemme.

Mi posi in viaggio il giorno 7 alle sei ore del mattino, prendendo la

strada all'est per un terreno prima piano, poi montuoso, di tratto in

tratto coperto di alti alberi, e sparso di casali circondati da campi e

da prati. Trovandomi ancora assai debole camminava lentamente temperando

la noja della strada coll'osservare le numerose greggie che pascolavano

su quelle pendici.

[Illustrazione: VEDUTA DEL MONTE CARMELO DALLA PARTE DI S.

GIOVANNI D'ACRI.]

Non arrivai a Nazaret prima delle quattro della sera, quantunque non sia

distante che sei ore da S. Giovanni d'Acri; ma io era forzato di andare

lentamente, e di prendere riposo ogni due ore. Andai ad alloggiare nel

convento de' Francescani posto nel sito in cui la Vergine fu visitata

dall'Angelo _Gabriele_.

_Nazaret_ di Galilea è città aperta, fabbricata sul pendio d'una

montagna volta a levante, popolata da circa mille Turchi, e da

altrettanti Cristiani. Gli abitanti approfittano del pendio del suolo

per cavare delle camere nella roccia di modo che ogni casa ne ha una

parte sotterranea. Tra i Cristiani i cattolici romani sono di lunga mano

più numerosi di quelli degli altri riti, che pure vivono in buona

armonia. Le donne musulmane sortono col volto scoperto, e le feste e le

allegrie sono comuni ai due sessi, ed agli individui di tutte le

religioni.

La carne, i legumi, o frutta, l'acqua, il pane, tutto è bonissimo

specialmente nel convento. I monaci vi godono piena libertà come in

Europa: portano pubblicamente i sacramenti agli ammalati, e sono

sommamente rispettati dalle persone di ogni culto, perchè la loro

condotta è veramente esemplare e meritevole della riputazione di cui

godono.

Il convento è un grande e bello edificio solidamente fabbricato, e

capace di una buona difesa militare. In mezzo alla chiesa assai gentile,

vedesi una grande scala di marmo che conduce alla grotta ove si effettuò

il grande mistero dell'incarnazione. Per due anguste scale si monta

all'altar maggiore posto sopra la rupe che forma la volta della grotta,

e dietro all'altare trovasi il coro de' monaci; cosicchè questa chiesa è

formata di due piani, quello della grotta nel fondo, l'altro del corpo

principale della chiesa in mezzo, e l'ultimo dell'altare maggiore e del

coro nella parte più elevata. Al di là del coro vedesi pure un altro

piano in forma di tribuna, occupato da un eccellente organo.

Un'angustissima scala fa capo ad un'altra grotta, che si suppone essere

stata la cucina della Vergine, per esservi in un angolo una specie di

focolajo. Altra scala, egualmente stretta, comunica coll'interno del

convento. Questo convento è composto di tredici religiosi, nove de'

quali, compreso il prelato, sono spagnuoli.

I Musulmani credono anch'essi la verginità di _Maria_, e la miracolosa

incarnazione di _Gesù_, spirito di Dio, per l'intromissione dell'Angelo

_Gabriele_; e venerano il luogo santificato da questo grande mistero,

ove vengono frequentemente a fare le loro preghiere. Un giorno vidi una

numerosa processione di montanari maomettani venire accompagnati dalla

loro musica per presentare un fanciullo alla _Vergine_, tagliandoli la

prima volta i capelli in chiesa.

Mezza lega al S. O. della città avvi un luogo detto _precipizio_, che è

propriamente una gola delle montagne di Nazaret sopra la valle

d'_Estrelon_; accanto alla quale la montagna è tagliata a picco dalla

cima al fondo. La tradizione del paese vuole, che i Giudei conducessero

_Gesù Cristo_ in questo luogo per precipitarlo, e ch'egli si salvasse

rendendosi invisibile. Non molto al di sotto della sommità fu cavato un

altare nella rupe, al quale una volta all'anno vi si reca il popolo per

celebrarvi una messa; al quale oggetto fu fatta una strada che

attraversa il precipizio.

Nella valle d'Estrelon avvi un vasto e popolato villaggio dello stesso

nome, ove fu data la celebre battaglia di Nazaret.

Dietro le più autentiche notizie ch'io mi sono procurato in sul luogo,

guarentisco il seguente stato de' monaci cattolici romani in Terra Santa

{ 40 a S. Salvatore,

{ de' quali 25 Spagnuoli

A Gerusalemme { 11 a S. Sepolcro, 8 Spagnuoli

{ 10 a S. Giovanni, tutti Spagnuoli

A Ramlè, o Rama 3 tutti Spagnuoli

A Betlemme 10, 7 Spagnuoli

A Taffa 4 tutti Spagnuoli

Ad Acri 4, 1 Spagnuolo

A Nazaret 15, 9 Spagnuoli

Ad Aleppo 9 tutti Italiani

A Tripoli, Arizza e Latakia 3 Italiani

A Larnica in Cipro 5 Italiani

A Nicosia _ibidem_ 3 Spagnuoli

——————————————————————————————

Totale N.º 124 monaci dei quali

79 Spagnuoli

A Seida avvi un convento pei monaci Francesi ora disabitato. Inoltre

trovansi in Levante quattro altri conventi separati dal corpo di Terra

santa: cioè

Quello di Costantinopoli N.º 4 monaci Spagnuoli

Del Cairo di 8 monaci Italiani

D'Alessandria di 2 _idem_

Di Rosetta di 1 _idem_

——————————————————————————————

Totale N.º 15 di cui 4 Spagnuoli

Le contribuzioni ordinarie che i monaci pagano ogni anno al governo

turco, sono così regolate

Al Pascià di Damasco piastre lir. 7,000.

Allo stesso il solo convento di Damasco 1,000.

Al Pascià d'Acri 10.000.

————————————

Totale lir. 18,000.

Oltre le ordinarie sono inoltre costretti di pagare altre eventuali

contribuzioni, e gratificazioni ai governatori, ec. Il solo Muftì di

Gerusalemme ha esatte nel corso di otto anni 40,000 piastre.

Il panno, di cui vestonsi i monaci vien loro spedito dalla Spagna e

dall'Italia; come pure il cuojo di cui fannosi in paese i loro sandali.

In fine può dirsi, generalmente parlando che i cristiani latini, i quali

in altri tempi sconvolsero il mondo per impadronirsi dei luoghi Santi,

li hanno adesso talmente abbandonati, che senza i soccorsi della Spagna

non sarebbevi alcuno stabilimento del loro rito.

Anche la Francia contribuisce al loro mantenimento colla protezione del

suo ministro a Costantinopoli; ma questa non toglie che i governatori

turchi non vessino di continuo i monaci di Gerusalemme per cavarne

denaro: talchè passano la vita in perpetui travagli, e sono veri martiri

del loro zelo.

Poichè lo stabilimento de' religiosi cattolici romani in terra Santa

arreca grandi vantaggi agli abitanti di questi paesi, io non temo di

raccomandarli alle potenze d'Europa. La diversità dei culti deve

dileguarsi innanzi agli occhi del filosofo che desidera il bene della

umanità: e questo è il sentimento che dirige le mie azioni, e la mia

penna. Senza grandi sacrifici si potrebbe rendere assai migliore la

sorte di queste virtuose vittime dello zelo religioso.

CAPITOLO XLVII.

_Viaggio a Damasco. — Monte Tabor. — Mare di Galilea. — Fiume

Giordano. — Paese vulcanizzato. — Damasco. — Popolazione. —

Grande moschea. — Bazar o mercati, e manifatture._

Partii da Nazaret il giorno 19 agosto in migliore stato di salute, che

riconosceva da quel felice clima, e dopo due ore di cammino fra le

montagne, arrivai a Canaan, celebre pel miracoloso cambiamento

dell'acqua in vino. Da questa piccola città che può contenere al più

cinquecento famiglie, scesi in una valle alla destra del Tabor, montagna

di ragguardevole elevatezza, ove accadde la trasfigurazione di _Gesù

Cristo_, ed alle di cui falde i Francesi diedero la famosa battaglia del

_Monte Tabor_. Dai colli che chiudono la valle a N. E. vidi l'estremità

del mare di Tiberiade, di Galilea; e feci alto presso al villaggio

Stheltinn.

Il giorno 20 dopo aver passata una stretta gola tra le montagne tutte

coperte di boschi, mi trovai quasi sulla spiaggia del mare di Galilea,

che ha sette in otto leghe di lunghezza dal nord al sud, e due leghe di

larghezza. Questo bel catino d'acqua circondato da alte montagne;

l'atmosfera carica di grosse nuvole ammonticchiate che lasciavano appena

sfuggire di quando in quando qualche raggio di sole; la città di

Tiberiade, famosa per le sue acque termali posta sulla riva occidentale;

finalmente il monte Tabor che signoreggia le circostanti montagne,

presentavano ai miei occhi un'interessante veduta animata da numerose

greggie che pascolavano in ogni lato.

La costa settentrionale di questo mare è tutta coperta di basalte, di

lava, e di altri prodotti vulcanici: di modo che se le altre rive da me

non vedute sono composte delle medesime materie, non sarebbe fuor di

luogo il credere che il mare di Galilea fosse altre volte il cratere di

un vulcano.

Salendo il pendio di N. N. E. vedemmo alcuni Bedovini a cavallo, che

osservandomi in atto di difesa non osarono di attaccarmi. Presi riposo

alle nove ore del mattino nel _Khan_, ossia casa del profeta _Giuseppe_,

ove trovai un corpo di soldati mogrebini d'Acri, ed una cisterna

d'eccellente acqua; a quaranta passi dalla quale sono le ruine di una

altra, che la tradizione dice essere quella, in cui i figli di

_Giacobbe_ rinchiusero il fratello _Giuseppe_ avanti di venderlo ai

mercanti Ismaeliti. Ripresi il cammino alle dieci ore, e giunto sulla

sommità d'una collina a N. N. E. mi si aperse innanzi un nuovo orizzonte

di dove vedeva scorrere in profondo letto il fiume Giordano. Ad un'ora

dopo mezzo giorno giunsi al ponte di _Giacobbe_ (_cantara Yacoub_) di

tre archi acuti di pietra sul Giordano, con un'antica fortezza alla

testa occidentale allora occupata da un distaccamento di soldati del

pascià d'Acri: ma circa sessanta passi al di là trovai altro corpo di

soldati del pascià di Damasco. Queste due guarnigioni poste ai confini

dei rispettivi governi, quantunque egualmente composte di turchi, pare

che appartengano a differenti nazioni; tale è lo stato di indipendenza

dei Pascià, e l'anarchia che regna nelle provincie dell'impero ottomano.

In questo luogo il fiume Giordano può avere sessantaquattro piedi di

larghezza, e non è molto profondo, ma scorre rapidamente. L'acqua

quantunque alquanto calda è buona, e le sue rive sono coperte di giunchi

e di altre piante palustri. Siccome noi altri musulmani conserviamo una

particolare riverenza per questo fiume, non mancai di bagnarmi, e di

bere della sua acqua a sazietà. Fui qui raggiunto da una carovana assai

numerosa, colla quale feci alto sulle rive del fiume.

_Venerdì 21._

Partimmo alle quattro e mezzo del mattino, e dopo un lungo e disastroso

viaggio per luoghi alpestri, indi per una sterile campagna, entrammo in

una piccola macchia, in fondo alla quale trovasi sopra un poggio il

villaggio di Sassa, ove si passò la notte.

I campi Flegrei, e tutto quanto può dare un'idea della distruzione

vulcanica, non sono che una languida immagine dell'orribile paese

attraversato questo giorno. Dal ponte di _Giacobbe_ fino a Sassa il

terreno è composto di lava, di basalte, e di altri prodotti vulcanici:

tutto è nero, poroso, tarlato, sicchè ci pare di viaggiare in una

regione infernale: ma particolarmente presso Sassa vedonsi spaccature ed

ammassi così spaventosi di materie vulcaniche, che fanno inorridire,

pensando all'epoca in cui vennero lanciate dal seno della terra

infiammata. Le spaccature, ed i bachi che vedonsi qua e là, contengono

un'acqua nera come l'inchiostro, e per lo più puzzolente.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4 · 第 1 / 9 段