CAPITOLO XXIII.

Ja! Ja! Ja!

Miss Edith capitò in casa di donna Bàrbera preceduta appena da un

telegramma.

*

Noi udimmo dire una volta da bella donna che le belle donne hanno ogni

due anni certe loro naturali fasi di mutamento della loro bellezza. Ma

fino a quale anno dùrino queste fasi della bellezza, noi non udimmo

dire.

Ora miss Edith apparve mutata in minor tempo; e benchè vestisse con

quella consueta compostezza, appariva sconvolta; e benchè parlasse

tranquilla, appariva agitata.

«Da dove venite, miss Edith, che gli occhi vostri non sono più quelli di

un tempo, e quali cose paurose avete veduto?»

Nella casa di donna Bàrbera la pace posava su le suppellettili delle

stanze adorne; e nel giardino sorridea melanconicamente la pace del sole

che baciava le bianche rose arrampicanti.

Miss Edith si stava seduta in quel salotto dove Aquilino, entrando per

la prima volta, aveva avuto paura di commettere qualche malestro (ed ora

non temeva più niente): si stava ancora col lungo velo del viaggio

attorno alla fronte, e pareva guardare attonita quella pace.

Attorno a lei affettuosamente, la marchesa, Bobby e Aquilino.

Miss Edith parlava e si arrestava ogni tanto nel suo parlare. La

marchesa era in lutto; Bobby si era allungato, come un ragno; Aquilino

aveva un aspetto nuovo: pareva il signor Aquilino. Queste erano le cose

nuove nelle consuete stanze.

Lei era tornata in Italia perchè aveva ottenuto quel posto di scuola per

intercessione del senatore. Sì, era contenta. Avrebbe ammobigliato un

piccolo appartamentino. E queste pure erano cose nuove. Ma vi erano

anche fantasmi davanti alle sue strane pupille.

Navi, navi, navi, aveva ella veduto approdare dai lontani domini

d'Inghilterra; navi cariche di maori, di indù, di guerrieri barbari con

bianche pupille, con lame strane orrende da affondar nelle carni:

bastimenti con profili di mostruose macchine di morte: un'umanità da

ogni parte del mondo, lentamente, si metteva in moto verso la guerra....

-- Quando finirà la guerra? -- aveva, così per dire, domandato la marchesa

a miss Edith.

-- Mai più, mai più....

E la voce della fanciulla suonò con tragico disperato suono, sì che la

marchesa non replicò.

Ma ad Aquilino l'aspetto nuovo e la voce strana di miss Edith produceva

sensazione di dolore e di piacere. E quella parola così insistentemente

da lei ripetuta, _navi, navi, navi,_ gli fece nascere nella memoria

quella filastrocca che fanno i bimbi:

_È arrivato un bastimento carico di_....

Era bello vedere miss Edith soffrire.

Ma quando ella come di colpo disse che un suo fratello era morto

combattendo in battaglia a Charleroi, allora il gioco si fermò

d'incanto, e una pietà gli germogliò per la pietà di lei.

Ella, ciò detto, si arrestò.

-- Io vi ho scritto, donna Bàrbera -- disse vedendo la dolorosa sorpresa

dei suoi amici. -- Anche a voi, maestro, ho scritto. Voi non avete

ricevuto mie lettere? Oh!

-- Mia povera fanciulla -- disse la marchesa accarezzandola

affettuosamente; nè altro sapeva dire.

Aquilino attese per un momento lo spettàcolo delle lagrime, tante almeno

per velare le pupille; ma non fu così: le pupille di lei si fissarono

come sbarrate, rigide, cieche, verso una visione lontana: un lampo di

odio vi oltrepassò.

Se non ci fosse stato Bobby e la marchesa lì presenti, Aquilino avrebbe

ceduto a quella interna tenerezza che lo portava verso miss Edith ed

avrebbe con le sue mani sollevata la bella mano abbandonata di lei, e

gliela avrebbe baciata. Ebbe come per descritta la sensazione

dell'enorme refrigerio che il contatto del bacio arreca sull'umano

dolore. Non amore soltanto, ma fratellanza di umanità nel dolore.

*

La marchesa, in lutto, non riceveva che gli amici più intimi; all'ora

del the, e, qualche volta, la sera.

Era cosa elegante non parlar di guerra. Ma era più facile dirne

paradossali graziose facezie che non parlarne: -- _Vi sognate voi di far

la guerra alla Germania? Ma se siamo tutti germanici! La tecnica è

germanica, il socialismo è germanico, le mollette per gli abiti delle

signore sono germaniche. A proposito, la mia sarta non ne ha più! Un

disastro. Come sarà il mondo dopo la guerra? Ah, vedo la Pace che si

affaccia al limitare e dice a quei monelli dei popoli; me la avete

fatta, birichini, eh? Tu poi, Ermanno, che parevi il più serio!

Vergogna! Starai senza frutta. La Pace? che dite mai? Il mondo, invece,

vestirà alla prussiana, io vi dico. Non vedete voi questo baco che è

l'uomo, il quale sta chiudendosi oramai nel suo bozzolo di filo

d'acciaio? Se la Germania vince.... Anzi! Specialmente se non vince. Vi

spaventa? Mio egregio nazionalista, non dicevate anche voi, sino a ieri,

che la conquista è l'etica e la guerra è l'estetica? Da quando siete

diventato francescano? Voi rinnegate la vostra fede? Ma il gallo ha

cantato. Ma l'umanità sta diventando un carnaio.... Si cammina nella

belletta rossa. Crema di sangue._ (Oh, quali parole nel salotto di donna

Barberina!) _Perchè? Perchè è diventata un carnaio l'umanità? È

semplice: perchè esiste la storia. Allora, felice la Spagna che non ha

più storia. Caro Bobby, avevi ragione a non volerne_ _sapere di storia.

No, esiste un altro perchè. Sentiamo. I Tedeschi avevano da mezzo secolo

accumulato un enorme stoc di cannoni, munizioni, veleni. Ne dovevano pur

far qualche cosa. Era un articolo che bisognava esperimentare. Adesso

quando avranno esperimentato, diranno ai popoli: Kamaraden, ça suffit et

embrassons-nous. Comment vous portez-vous? Enchanté de vous revoir. Ah,

bisogna mandare un intimazione per mezzo d'usciere al Kaiser. Scusi, ci

va lei? Io credo un'altra cosa. Dite. I Tedeschi attraversano una tetra

ubbriacatura di birra. Ci va lei a portar via la birra?_

(Povera donna Barberina! dopo tanta guerra contro il vino, ecco la

birra. In tale caso era proprio inutile far morire quel povero

marchese.) _Dicevamo? Ah, che eravamo nella tetra casa dei folli._

_Passerà, passerà tutto. È questione di guardare le cose serenamente. A

due chilometri dalle linee del fuoco, la vita riprende il suo ritmo; le

donne allattano i bimbi, scopano anche le mine fatte dalle bombe; i

contadini zappano, i contabili tengono la contabilità. A venti

chilometri agiscono i cinematografi. E poi c'è il Signore lassù. Sempre

fede in Dio. Ogni mattina il buon Iddio, quando l'umanità si addormenta,

versa su la terra lavacri di oblio. Credete, passerà tutto. Ma è che

passeremo anche noi!_

Così si conversava nel salotto di donna Barberina.

Erano facezie, ma pesanti come palle infuocate e plumbee. Ognuno di

quegli eleganti reggeva per un istante con un sorriso stirato, poi la

passava al vicino. -- Dica lei.

Ah, un po' di _champagne_, un po' di esilarante _champagne_ alla

francese. Non ce n'è più. Bevuto tutto. Come in sul finire di un festino

la fredda alba sorprende i gaudenti, e l'uno vede l'altro, pàllido,

abbrividire! Ma voi siete ben pallido! Anche voi. Ma chi ha spento i

doppieri? Chi ha aperto le finestre per fare entrare questa luce infame?

Un'altra bottiglia di facezie, o uno _champagne_ di illusioni. Non ce

n'è più! Tutto bevuto. Il vascello fantasma, col suo equipaggio cieco

dell'umana follia, passa pel suo viaggio eterno.

*

Aquilino qualche volta era sorpreso di trovarsi a mezza scala della

torre di Albraccà per andare a trovare quello squilibrato del marchese

don Ippolito di Torrechiara, che gli dicesse una parola non di verità,

ma di umanità.

«Parli, parli, signor marchese!» Ahi, non poteva più parlare.

Donna Barberina abituata a dare ordini, e non potere ordinare che questo

lugubre incubo della guerra scomparisse!

L'autorità militare aveva prenotato le sue automòbili; e questo semplice

fatto avea reso la signora nervosissima. Tutte le sere poi quei tumulti

per le vie, che parevano riverberarsi anche nelle sale del gran palazzo

marchionale.

Aquilino poi sapeva di altre cause che turbavano donna Barberina: certe

voci sinistre di fallimenti; chiusura di sportelli alle Banche; tracollo

di valori; ed egli in quei giorni adempì, con zelo ed onore, uffici

delicatissimi. «Povera signora con tutti i suoi milioni!» sclamava

spesso Aquilino fra sè.

*

Un giorno venne il senatore, e la guerra scoppiò anche nel salotto di

donna Barberina.

Un uomo come il senatore, il quale possedeva la documentazione di tutto,

era il solo che potesse dare esatta spiegazione dei termini ideali del

mondiale conflitto.

Egli si degnò di parlare per _extenso;_ e tutti stettero ad ascoltare.

La sua voce, blesa e pacata, cadeva nel silenzio attorno a lui.

-- Sostanzialmente -- disse -- è il conflitto di due Mènadi furibonde sotto

due màschere avverse. Esse si vibrano colpi mortali: l'una è la Mènade

mediterranea, Inghilterra e Francia, che mirano alla disgregazione della

società umana in una moltitudine di patrie, e di sotto-patrie, aventi

uguali diritti; l'altra è la Mènade continentale germànica, che nega

tutte le patrie, per dilatare se stessa, sovrana sopra tutte le antiche

patrie.

-- Allora è la fine del mondo! -- sclamò donna Barberina.

-- Fine e principio, cara marchesa -- corresse pacatamente il senatore -- ;

o piuttosto è la consolidazione di uno stato preesistente. La Germania

compie la sua rivoluzione: nel dominio dei fatti, come la compì nel

dominio delle idee. Ai miti della religione, alle utopie delle

democrazie, alla falsa carità cristiana, intende sostituire nel mondo la

scienza, la tecnica, l'ordine.

-- Ma i diritti degli altri?

-- Ma la rivoluzione è rivoluzione in quanto si stracciano i diritti

degli altri.

-- Ma la proprietà degli altri popoli?

-- Il mondo _est res nullius_, ma se me lo prendo diventa mio.

-- E la Giustizia?

-- Il papa tace, dunque la Giustizia tace.

-- E la Storia?

Rispose il senatore:

-- Chi vince scrive la Storia. Non esiste la ultrice Istoria col taccuino

in mano. Codesta è un'invenzione dei poeti.

-- Ma è un'odiosa tirannide.

Rispose il senatore:

-- Questione di intenderci. Lo Stato è anzi il massimo della liberty

quando ogni individuo diventa Stato. Veda i social-democratici tedeschi.

Essi sono i primi soldati dell'Impero; e giustamente sono indignati

vedendo che non tutti i loro colleghi delle altre nazioni apprezzano la

rivoluzione che oggi la Germania compie nel mondo.

-- Ma è un'orribile violenza!

-- La violenza? Ma ogni idea per vivere deve incarnarsi in violenza.

Vedete il Cristianesimo. Si inizia con l'apostolato pacifico di Cristo,

con la rinuncia; e finisce con la conquista, la organizzazione

cattolica, il rogo, il Sant'Uffizio, il cannone.

-- Ma l'Inghilterra si opporrà....

Rispose il senatore:

-- Si opponga pure la vostra Inghilterra. Ma sapete, signore e signori,

che cosa occorre per opporsi?

Silenzio!

Ripigliò il senatore: -- Occorre una ferrea determinazione di morire in

una lotta mortale. La Germania, studiosa e profonda, ha fatto esatto

calcolo anche su questo elemento psicologico.

-- Ma è allora un'aggressione spaventevole....

-- È la realtà! -- corresse elegantemente il senatore.

-- Del resto è bene che l'Inghilterra si sia opposta. Essa rappresenta

l'ostacolo che deve superare il cavallo allo _steeple chase_. L'ostacolo

anzi è indispensabile. Ma l'ostacolo sarà rovesciato, perchè

l'Inghilterra rappresenta una fòrmola di civiltà già sorpassata; e

domani tutti batteranno le mani al cavallo, cioè alla Germania vincente.

In questo punto fu udito un angoscioso scoppio di pianto, e fu vista

miss Edith, con il fazzoletto su gli occhi, cercar di fuggire.

-- Miss Edith, cara fanciulla -- disse il senatore un po' meravigliato, --

che è? -- e si levò per accostarsi a lei, e prenderle la mano. Ma ella lo

respingeva. -- Le mie parole, cara miss Edith, le hanno fatto dispiacere?

-- Pòvera, cara Edith -- disse la marchesa, e si accostò alla fanciulla e

la prese presso di sè, con affetto.

-- Io sono mortificato, cara miss -- disse il senatore -- ma non supponevo

che lei che era così ben penetrata dell'intimo meccanismo della vita;

lei così freddamente razionale si risentisse tanto per un accenno del

tutto obbiettivo al suo paese d'origine....

-- Razionale, razionale, caro senatore -- disse la marchesa, -- ma siamo

tutti formati di carne....

-- Continuate pure, senatore -- disse miss Edith. Sorrideva ora,

squassando la testa per far cadere via le lagrime dalle grandi pupille.

-- Io sono mortificato, molto mortificato -- diceva il senatore.

Ma le lagrime sgorgàrono con rinnovata violenza dalle pupille di miss

Edith.

-- Venite, venite, Edith -- e donna Bàrbera trasse di là la fanciulla.

Allora Aquilino parlò e disse del fratello di miss Edith, morto

combattendo a Charleroi.

Tutti ne furono dolenti, e il senatore anche più mortificato. Se avesse

saputo la cosa, si sarebbe guardato dal rievocare tristi ricordi. -- Ma a

parte le rispettàbili ragioni del sentimento -- disse poi --, quando si

fa la guerra, i morti non costituiscono che una semplice nomenclatura.

Secondo le ultime statistiche dei corpi scientifici, il mondo ha 1800

milioni di abitanti: trent'anni or sono, erano 1500 milioni. Voi capite

che c'è margine....

-- Sente? -- disse piano il poeta Emme all'orecchio di Aquilino. -- Il

senatore già pregusta per sè e per i suoi discepoli futuri tutta la

gioia di catalogare i morti in guerra, schedare i monumenti abbattuti.

Vi sarà del lavoro per parecchie generazioni di savi di siffatto genere.

C'è margine! Che cosa sono 1800 milioni di nomenclature? Ma non toccate

il sacro quintale della sua onorevole persona.

Fremeva.

-- Onorevole senatore -- disse poi, forte, il poeta Emme --, io sono della

sua opinione.

-- Oh, oh, sentiamo.

-- Il concetto di un'ùnica patria germanica -- disse il poeta Emme -- è

tutt'altro che disprezzàbile. È una soluzione, come un'altra, del

problema della felicità. E infatti i tedeschi non dicono di combàttere

per la felicità del genere umano? La Germania porge al genere umano la

medicina della perfetta igiene. Non vediamo noi i germanici come sono

belli, forti, floridi? Fra un paio di generazioni, saremo anche noi

spaventosamente sani, forti, floridi: coi nervi in perfetto òrdine, con

lo stòmaco capace di inghiottire, in perfetto orario, pinte di birra, e

molti _Würsten_ con _Sauerkraut_, e _Delicatessen_, cinque volte al

giorno: l'ideale dei nostri buoni proletari! Ogni cèllula uomo è Stato,

lo Stato è Dio: tutto con lettera maiuscola, senatore. Dunque io sono

Dio. Ma non capisce, senatore, che io sono io, io, io? Ah, c'è _nu

guajo_, senatore. Che ne faremo del nostro pallido pensiero? È una tabe

il pensiero; è una maledizione l'idea. Che ne faremo di Amleto, di

Dante, di San Francesco, di Leopardi? Li affideremo a voi, eruditi

signori; e voi li terrete bene in prigione affinchè non scàppino a

spaventare la umanità. I nostri occhi si faranno piccini: ma il ventre

sarà ben pingue. Noi non sorrideremo più dubitosamente; rideremo a

scosse, facendo ballare i grossi ventri: _Ah, ah, ah!_ E invece di dire

sì, diremo: _Ja, ja, ja!_ Si prepari, senatore, a scrivere qualche suo

_ghiotto contributo_ -- si dice così, vero? -- nella lingua del _ja_.

-- Ma non diciamo sciocchezze, -- ripeteva il senatore, -- ma non facciamo

dello spirito. Ma non mi faccia il poeta.

Donna Bàrbera tornò, dicendo che miss Edith non stava bene, ma trovò il

salotto in tumulto.

-- Io mi meraviglio soltanto di questo -- gridava con la sua voce di tuono

il poeta Emme --, come lei insegni _belle lettere_ in una Università

italiana.

-- _Lettere lettere_, soltanto _lettere!_ -- strideva il senatore.

-- Allora, _brutte lettere!_ Del resto tenga a mente, senatore: nessuna

forza umana distruggerà la nostra saggezza e libertà latina, che è

fondata sull'eterno.

-- Impertinente, impertinente, impertinente! -- andava ripetendo il

senatore; e non fu facile a donna Bàrbera mettere un po' di pace.

*

Miss Edith non stava bene, o _non era bene_, come diceva donna

Barberina. Una cosa da nulla, del resto, che presto sarebbe passata.

Aquilino la aveva vista nel suo lettuccio candido, d'ottone. Molti fiori

le aveva messo donna Barberina, lì presso. E Bobby era con lei, che le

teneva compagnia. Sorrise un po' ad Aquilino. Una cosa da niente:

_merci!_

Ma quella testolina bionda e stanca gli stava davanti; poi il discorso

del senatore: poi le ironie del poeta Emme. Già bastava che tutti gli

uomini si fossero adattati a dire: _Ja, ja, ja!_ e nessuno avrebbe

pianto mai più. Poi gli venne in mente la mamma morta che diceva così

dolcemente: _sì_. Se avesse dovuto dire _ja_, gli pareva che la mamma

sarebbe morta due volte. Poi rivide tutta quella gioventù che voleva la

guerra. Gli era sembrata inconsapevole. «Ma non sapete che se morite, la

vostra mamma non vi rifarà un'altra volta?» -- aveva esclamato. Ma ora

gli parevano consapevoli. «È per non morire due volte!»

Uno smarrimento.

E quella testa chiomata di miss Edith, languente sul capezzale,

richiamava ora al suo pensiero una strana imagine. Dove aveva visto il

grosso quadro?

Ah, come _réclame_ in un serraglio tedesco. Il quadro rappresentava una

bianca fanciulla ghermita e languente tra le quattro branche di un

enorme urangutano nero: il quale volgeva al pubblico il muso

insanguinato, e pareva dire ingenuamente: Molto igienico!

In fondo un onesto urangutano. Ma allora perchè in Betlemme, Maria aveva

elevato sugli uomini il pargoletto, salvatore del mondo?

Affinchè non ci fossero più quadrumani; ma umani. «Allora è necessario --

pensava -- debellare i Tedeschi, rinsavirli, ricondurli a certi principii

di umanità e di pace a cui tutti avremmo diritto.»

*

-- Volete, maestro, consegnare questa lettera al senatore? -- disse il dì

seguente miss Edith ad Aquilino.

Miss Edith aveva uno strano pallido sorriso. -- Oh, leggete, prego,

maestro.

Aquilino lesse: il foglio profumato aveva queste semplici parole a

grandi caratteri: -- L'Inghilterra troverà la ferrea determinazione.

_Miss Edith._

*

Brividi di terrore percorrevano per gli uomini, come il vento per le

foglie degli alberi prima che scrosci la tempesta. Attimi, ogni tanto,

di immobilità. I giorni seguivano ai giorni di ventiquattro in

ventiquattro ore; e non parevano giorni, ma evi: quello trascorso era

già lontano lontano, quello da venire era atteso con ansia, come se ogni

alba avesse portato su le ali silenziose il messaggio di grandi cose.

*

Donna Barberina non reggeva a quest'ansia. Aveva assicurato che se le

cose andavano così, si sarebbe ammalata di neurastenia. I thè _benefici_

-- di cui le parlavano le amiche -- le feste benefiche, i comitati

benefici, avevano un sapore di infermeria, di acido fenico.

Il medico le consigliò di viaggiare. -- Ah sì, andare nell'Italia del

sud, dove meno si sente la guerra. E un bel giorno ella decise ed ordinò

la partenza per l'Italia del sud, anche allo scopo di distrarre quella

povera ragazza di miss Edith.

*

Era inverno ancora, ma la automobile ben chiusa e di grande turismo, le

grandi pellicce, toglievano ogni disagio. Poi si andava verso più tepide

terre, verso la primavera oramai; e la stagione era ferma.

Fu un viaggio un po' senza meta, come di gente che fugge.

Talvolta ripartivano al mattino da una città, quando su la campagna

evanescente, brinata, rompea il sole dalle porpore infiammate

dell'oriente. Quanta pace! Le pie opere agricole seguivano nei campi il

lento lor ritmo. L'automobile scivolava per i gran rettifili quasi

addormentando il pensiero con i suoi dolci ondeggiamenti. Come una

narcòsi. Eppure parte della terra è insanguinata. Uomini armati,

cavalli, carriaggi, cannoni, in turbine, in folle ubbidienza, tra ferro

e fiamme e sterminio, fabbricano coi loro cadaveri le mura della storia.

Bobby sedeva sovente presso il meccanico, per quella sua passione di

guidare; ed Aquilino aveva davanti a sè le due donne; quelle due teste

un po' assopite nel dolce ondulamento; «bionda l'una, l'altra bruna»;

grandi chiome, grandi veli, bende quasi sacerdotali. La pupilla bruna

dell'una, la pupilla azzurra dell'altra si schiudevano come fari nel

sopore o nell'intervallo delle rare parole.

Tante chiome, tanti veli, tante grazie.

Che cosa importava se anche dietro quelle chiome i loro cervelli non

pensavano? Le loro pupille sorridevano. La gioia della vita.

Inaccessibili? Chi lo dice?

Lassù, nel sereno, presso il sole, qualche punto luminoso, qualche grido

melodioso: le allodole. Sembrano anch'esse inaccessibili, eppure....

_Eppure cadono_ -- diceano le pupille delle dame.

*

Si destò anche lui una mattina da quella dolce narcòsi.

-- Oh, ma signora, quale paese percorriamo noi?

Vedeva in lontananza un cinereo, azzurro profilo di monti.

Attraversavano quella terra che era stata il suo paese, e che gli

antichi chiamavano «patria».

Fra quei monti, si vedeva quel monte con quel castello che in lontananza

si confondeva col monte. Lassù, quand'era fantolino, era stato di

condotta il babbo. C'era il greppo fuori del castello, dove mamà, in sul

vespero, si recava con lui, che era vestito con un gonnellino bianco.

Ricordava. E attendevano il babbo dal ritorno dalle visite. Rivedeva il

baroccino, il cavallino roano che rampava su, e il babbo lo chiamava

_bimbo_. Perchè? Ma ora ricordava. Poi la cena semplice sul focolare

odoroso. Poi gli parve sentir delle lagrime; poi vide il tempo; gli

parve di capire quella cosa che è mistero: il tempo. Lui che con quel

gonnellino bianco una volta respirava lassù fra il babbo e la mamma ed

ora fuggiva per la gran strada piana nella grande automobile (babbo e

mamma non c'erano più: c'erano due dame), lui era l'orologio vivo del

tempo.

E gli parve strano di essere chiamato giovane.

«Oh, quanto tempo sono io vissuto!»

Ad un tratto Bobby gridò: -- Il mare, il mare!

Una lama cilestrina, addormentata nella perpetua pace dell'essere,

sorrideva in fondo all'orizzonte.

Le dame e Bobby si additavano il mare, le vele.

Aquilino chinò la fronte per non vedere. C'erano dei cipressi.

L'automobile oltrepassò. Poi s'arrestò presso il dazio. Allora convenne

anche ad Aquilino vedere e parlare. Davanti a lui si ergevano le vecchie

mura di quella città in cui era vissuto, e dove certo esisteva ancora la

casetta di mamà.

Il rallentare dell'automobile, un rombo chiuso fra le case, avvertì che

erano entrati nella città.

Oh la sua misera città! I rari passanti si volgevano con lungo sguardo

verso la grande vettura ondeggiante. Erano ancora quelle donne chiuse

nel sciallo nero; era la stessa antica miseria, un po' indolente, un po'

sudicia. L'automobile era una visione di forza e di bellezza in

quell'inverno.

-- Ci sarà, è vero, un caffè? -- domandò donna Bàrbera.

Allora Aquilino si ricordò del caffè dei signori, dove timidamente

entrava per comperare un'offella da un soldo. E indicò al conduttore.

Lì davanti al caffè si fermò l'automobile. Oh, quella bottega come

adesso gli pareva misera, e come misera la gente! Fermavano l'ozioso

passo; guardavano la automobile poderosa ed esòtica, le splèndide donne,

le gravi pellicce stemmate, gli splèndidi fiori.

Come un cerchio di gente un po' per volta si formò attorno

all'automobile.

Un bisbigliare, un mormorare sommesso. Le signore e Bobby lentamente

discesero.

Scese anche Aquilino. Dentro l'invòlucro metallico dell'automobile,

ferma, si udiva il motore che continuava con cupo rombo: i colpi si

avvicendavano sincroni, potenti: un ammaestramento delle materie al

cuore mal pulsante dell'uomo: «Se vorrai, o uomo, percorrere

vittoriosamente la terra, vittoriosamente il cielo, così ferreo ti

conviene pulsare, o povero cuore dell'uomo.»

Parve ad Aquilino che qualcuno in quella folla lo riconoscesse, che

qualche dito si levasse verso di lui.

Un senso di orgoglio lo irrigidì. «Ma io non vi conosco! Il mio cuore

pulsa come l'anima metallica dell'automobile.»

Entrò anche lui nel caffè.

«Voi qui, di questo caffè, non avete miele? non avete dolce panna, non

avete conserve per le dame? Perchè io sono il signore di queste dame. Io

sono il signore di quella automobile, io sono il signore. Non lo sapete?

Io sono Aquilino.»

*

Ma poi pregò donna Bàrbera di non volere rimanere in quella città; di

partir subito.

Su la soglia, su la soglia, ella, la mamma parea attendere ancora.

Dunque il povero cuore di lei non si era fermato?

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 34 / 42 题