La condotta del marchese don Ippolito di Torrechiara.
Ma la condotta di don Ippolito li costrinse al ritorno.
Perchè don Ippolito, da quando sentì i battaglioni della storia che si
approssimavano all'Italia con cupo rumore, fu preso da grande passione.
Egli pensava a quello che meglio sarebbe convenuto all'Italia di fare.
Ma le costruzioni dei suoi pensieri crollavano sotto la responsabilità
immane del fare; crollavano sotto la responsabilità immane del non fare;
e intanto la notte odorosa a Villa delle Magnolie passava insonne,
mentre il rombo della cupa storia si avvicinava.
E abbandonò allora Villa delle Magnolie, e venne alla città.
Ah, come don Ippolito s'avvide in quei giorni che donna Bàrbera lo aveva
saviamente consigliato a percorrere la strada degli onori politici, chè
se così avesse fatto avrebbe avuto almeno una tribuna da cui parlare!
Don Ippolito, pur con tutti i suoi lumi, era oscuro agli uomini rossi
del serpente verde; era oscuro agli uomini neri della bianca colomba.
Era solo, e non era nemmeno senatore!
E come giunse alla città, cercò di venire in contatto con quanti
conosceva uomini autorevoli, uomini di cattedra, uomini di toga, gente
cioè che lo Stato nutre ed onora, gente di grande sapere e dottrina, e
di gran voce: gente che sa distinguere il dritto ed il torto. Ma ora che
la volta del cielo precipitava, non sapevano più distinguere, non
sapevano più che dire. Essi così eloquenti, erano colpiti da afasia.
Appena dicevano: «Ma sì, ma già, caro marchese: ma ecco.... C'è il pro,
c'è il contro. Stiamo a vedere, caro marchese. Già, un po' prepotentelli
quei Tedeschi; ma è il difettuzzo delle loro belle qualità. Noi tuttavia
vediamo, marchese, le cose con più serenità; il cielo, o da una parte o
dall'altra, deve pure schiarire».
*
E vide sè, marchese Ippolito di Torrechiara, miseramente ramingo per le
vie, insieme col popolo dei comizi e dei tumulti; e sentì parole di
vituperio e derisione cadere sopra le sue parole.
E un giorno aveva creduto di operare bene per la salute della patria; ma
probabilmente operò male per la sua personale salute. Perchè si era
recato presso uno di quelli uomini, i quali con molta autorità
proclamavano: «guerra guerra, e presto! se no l'Austria è già cadàvere».
Andò, dunque, e dopo lunga attesa, fu introdotto.
Ma quando fu introdotto davanti a quel signore, don Ippolito stupì di
trovarsi di fronte ad un giovane senza rughe, il quale trattava lui,
uomo di molte rughe, come se viceversa.
«Ma forse -- pensò -- è un giovane di genio»; benchè la sicumera e la
troppa vanèsia eleganza, facevano dubitare su la consistenza del suo
genio.
-- Sinceramente, signore -- disse Don Ippolito --, il mio sentimento
sarebbe per la guerra. Ma la politica non è il sentimento. D'altronde la
testa del conte di Cavour riposa nella tomba da cinquantatrè anni, e in
questo tempo le democrazie non ne hanno fabbricata un'altra. Hanno
fabbricate altre teste.
Il nemico per il popolo è l'Austria: ma in realtà si chiama Mefisto: al
quale, sino a ieri, quelle teste hanno fatto molti inchini....
-- La guerra -- rispose il giovane -- sarà in ogni caso benefica. Eravamo
già alle porte della guerra civile.
-- Ma la guerra è il sacrificio di giovani generazioni!
-- Già! E cosa dev'essere altro? Se lei passa un'altra volta, avrò il
piacere di ascoltare i suoi discorsi, che sono molto, molto
interessanti.
E il giovane signore accompagnò don Ippolito alla porta e lì si inchinò.
*
Nè maggior vantaggio, nei riflessi della salute della patria; e certo
maggior nocumento quanto alla propria salute, riportò il marchese don
Ippolito, quando si recò presso le porte, o, per dir grecamente, _parà
tas thiras_, di uno di quei sàtrapi che tengono le moltitudini sotto la
loro balia. E con mansuetudine, ma con fermezza, aveva parlato così: «Tu
non vuoi la guerra, o signore, ed io non la voglio perchè essa è cosa
inumana. Ebbene, svela alle turbe questa verità: la patria non è un fico
secco! E confessa sinceramente che tu, forse, sei stato turlupinato e
alla tua volta hai turlupinato le turbe: perchè la patria non è un fico
secco. Forse, o satrapo, perderai la tua satrapia, ma salverai il
popolo; perchè così confessando, disarmerai i tuoi avversari che gridano
guerra. Credi: la patria non è un fico secco!»
Ma quel signore chiamò i satelliti delle porte, e fece scacciare dal suo
cospetto quel pazzo insolente che aveva osato parlare così.
*
E il dì seguente don Ippolito non uscì di casa.
Ciò avvenne perchè don Ippolito fu colto da apoplessia.
Allora tutto il palazzo fu a rumore. Fu telegrafato a donna Barberina.
La quale venne col direttissimo; e appena ella fu giunta al palazzo, ha
telefonato; il signorino ha telefonato. Sono arrivati molti medici e
molti amici. «Ma come l'è?» È che il marchese era sempre lì, con gli
occhi di vetro e senza poter riprendere la parola. Poi i medici hanno
mandato via gli amici; un medico ha mandato via l'altro medico; poi sono
venute le vecchie sanguisughe; poi è venuta la notte; poi è rimasta una
monaca con lui solo, a vigilare.
Poi la monaca si addormentò, ed anche il marchese don Ippolito di
Torrechiara si deve essere addormentato perchè non si svegliò più.
Infine la torre di Albraccà fu vuota; ed i funerali furono di prima
classe, con molte corone di fiori. E questa repentina morte era dovuta
all'arteriosclerosi ed al propinare _frequenter_. E in questo la
marchesa aveva ben veduto. Ma è la passione e il dolore che,
combinandosi con l'arteriosclerosi, producono talvolta la morte
repentina! E in questo la marchesa non aveva veduto bene.
Il povero Bobby fu assai triste.
-- Dunque, il papà -- diceva -- non lo vedrò più nella sua torre di
Albraccà? Neanche altrove lo vedrò più? Più?
E Aquilino non sapea che rispondere.
-- Guardi, professore -- disse Bobby, con una faccia triste triste. --
Anche il passerottino è morto!
Venne malinconia anche ad Aquilino.
E sul leggìo, lì in Albraccà, era aperto quel libro, dove un'ottava
boiardesca diceva:
Ciascun che puote e non divieta il male,
In parte del difetto par che sia,
Ed ogni gentiluomo naturale
Viene obbligato per cavalleria
D'esser nemico d'ogni disleale
E far vendetta d'ogni villania.
*
Per molte notti Aquilino non potè dormire bene.
Vedeva nella notte il fantasma del marchese che parlava con la consueta
mansuetudine: «Ma sì, caro maestro, il bene vale il male; se non che il
male è sudicio. Non ti pare di essere un po' sudicio, Aquilino? La tua
biancheria è profumata; ma la tua anima ha bisogno di un bagno».