CAPITOLO XXII.

La condotta del marchese don Ippolito di Torrechiara.

Ma la condotta di don Ippolito li costrinse al ritorno.

Perchè don Ippolito, da quando sentì i battaglioni della storia che si

approssimavano all'Italia con cupo rumore, fu preso da grande passione.

Egli pensava a quello che meglio sarebbe convenuto all'Italia di fare.

Ma le costruzioni dei suoi pensieri crollavano sotto la responsabilità

immane del fare; crollavano sotto la responsabilità immane del non fare;

e intanto la notte odorosa a Villa delle Magnolie passava insonne,

mentre il rombo della cupa storia si avvicinava.

E abbandonò allora Villa delle Magnolie, e venne alla città.

Ah, come don Ippolito s'avvide in quei giorni che donna Bàrbera lo aveva

saviamente consigliato a percorrere la strada degli onori politici, chè

se così avesse fatto avrebbe avuto almeno una tribuna da cui parlare!

Don Ippolito, pur con tutti i suoi lumi, era oscuro agli uomini rossi

del serpente verde; era oscuro agli uomini neri della bianca colomba.

Era solo, e non era nemmeno senatore!

E come giunse alla città, cercò di venire in contatto con quanti

conosceva uomini autorevoli, uomini di cattedra, uomini di toga, gente

cioè che lo Stato nutre ed onora, gente di grande sapere e dottrina, e

di gran voce: gente che sa distinguere il dritto ed il torto. Ma ora che

la volta del cielo precipitava, non sapevano più distinguere, non

sapevano più che dire. Essi così eloquenti, erano colpiti da afasia.

Appena dicevano: «Ma sì, ma già, caro marchese: ma ecco.... C'è il pro,

c'è il contro. Stiamo a vedere, caro marchese. Già, un po' prepotentelli

quei Tedeschi; ma è il difettuzzo delle loro belle qualità. Noi tuttavia

vediamo, marchese, le cose con più serenità; il cielo, o da una parte o

dall'altra, deve pure schiarire».

*

E vide sè, marchese Ippolito di Torrechiara, miseramente ramingo per le

vie, insieme col popolo dei comizi e dei tumulti; e sentì parole di

vituperio e derisione cadere sopra le sue parole.

E un giorno aveva creduto di operare bene per la salute della patria; ma

probabilmente operò male per la sua personale salute. Perchè si era

recato presso uno di quelli uomini, i quali con molta autorità

proclamavano: «guerra guerra, e presto! se no l'Austria è già cadàvere».

Andò, dunque, e dopo lunga attesa, fu introdotto.

Ma quando fu introdotto davanti a quel signore, don Ippolito stupì di

trovarsi di fronte ad un giovane senza rughe, il quale trattava lui,

uomo di molte rughe, come se viceversa.

«Ma forse -- pensò -- è un giovane di genio»; benchè la sicumera e la

troppa vanèsia eleganza, facevano dubitare su la consistenza del suo

genio.

-- Sinceramente, signore -- disse Don Ippolito --, il mio sentimento

sarebbe per la guerra. Ma la politica non è il sentimento. D'altronde la

testa del conte di Cavour riposa nella tomba da cinquantatrè anni, e in

questo tempo le democrazie non ne hanno fabbricata un'altra. Hanno

fabbricate altre teste.

Il nemico per il popolo è l'Austria: ma in realtà si chiama Mefisto: al

quale, sino a ieri, quelle teste hanno fatto molti inchini....

-- La guerra -- rispose il giovane -- sarà in ogni caso benefica. Eravamo

già alle porte della guerra civile.

-- Ma la guerra è il sacrificio di giovani generazioni!

-- Già! E cosa dev'essere altro? Se lei passa un'altra volta, avrò il

piacere di ascoltare i suoi discorsi, che sono molto, molto

interessanti.

E il giovane signore accompagnò don Ippolito alla porta e lì si inchinò.

*

Nè maggior vantaggio, nei riflessi della salute della patria; e certo

maggior nocumento quanto alla propria salute, riportò il marchese don

Ippolito, quando si recò presso le porte, o, per dir grecamente, _parà

tas thiras_, di uno di quei sàtrapi che tengono le moltitudini sotto la

loro balia. E con mansuetudine, ma con fermezza, aveva parlato così: «Tu

non vuoi la guerra, o signore, ed io non la voglio perchè essa è cosa

inumana. Ebbene, svela alle turbe questa verità: la patria non è un fico

secco! E confessa sinceramente che tu, forse, sei stato turlupinato e

alla tua volta hai turlupinato le turbe: perchè la patria non è un fico

secco. Forse, o satrapo, perderai la tua satrapia, ma salverai il

popolo; perchè così confessando, disarmerai i tuoi avversari che gridano

guerra. Credi: la patria non è un fico secco!»

Ma quel signore chiamò i satelliti delle porte, e fece scacciare dal suo

cospetto quel pazzo insolente che aveva osato parlare così.

*

E il dì seguente don Ippolito non uscì di casa.

Ciò avvenne perchè don Ippolito fu colto da apoplessia.

Allora tutto il palazzo fu a rumore. Fu telegrafato a donna Barberina.

La quale venne col direttissimo; e appena ella fu giunta al palazzo, ha

telefonato; il signorino ha telefonato. Sono arrivati molti medici e

molti amici. «Ma come l'è?» È che il marchese era sempre lì, con gli

occhi di vetro e senza poter riprendere la parola. Poi i medici hanno

mandato via gli amici; un medico ha mandato via l'altro medico; poi sono

venute le vecchie sanguisughe; poi è venuta la notte; poi è rimasta una

monaca con lui solo, a vigilare.

Poi la monaca si addormentò, ed anche il marchese don Ippolito di

Torrechiara si deve essere addormentato perchè non si svegliò più.

Infine la torre di Albraccà fu vuota; ed i funerali furono di prima

classe, con molte corone di fiori. E questa repentina morte era dovuta

all'arteriosclerosi ed al propinare _frequenter_. E in questo la

marchesa aveva ben veduto. Ma è la passione e il dolore che,

combinandosi con l'arteriosclerosi, producono talvolta la morte

repentina! E in questo la marchesa non aveva veduto bene.

Il povero Bobby fu assai triste.

-- Dunque, il papà -- diceva -- non lo vedrò più nella sua torre di

Albraccà? Neanche altrove lo vedrò più? Più?

E Aquilino non sapea che rispondere.

-- Guardi, professore -- disse Bobby, con una faccia triste triste. --

Anche il passerottino è morto!

Venne malinconia anche ad Aquilino.

E sul leggìo, lì in Albraccà, era aperto quel libro, dove un'ottava

boiardesca diceva:

Ciascun che puote e non divieta il male,

In parte del difetto par che sia,

Ed ogni gentiluomo naturale

Viene obbligato per cavalleria

D'esser nemico d'ogni disleale

E far vendetta d'ogni villania.

*

Per molte notti Aquilino non potè dormire bene.

Vedeva nella notte il fantasma del marchese che parlava con la consueta

mansuetudine: «Ma sì, caro maestro, il bene vale il male; se non che il

male è sudicio. Non ti pare di essere un po' sudicio, Aquilino? La tua

biancheria è profumata; ma la tua anima ha bisogno di un bagno».

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 33 / 42 题