CAPITOLO XXI.

La vita è un'amarezza.

Il palazzo del conte Cosimo, dove Aquilino si recò come fu giunto in

quella città, era una costruzione massiccia di altri tempi, da cui

spirava un'ineffabile aria di abbandono. Un gran portone; e dopo, un

grande atrio; e dopo l'atrio, un cortile con i muri rivestiti di vecchie

edere.

Non c'era portinaia, non trovò nessuno. Finalmente venne chi gli indicò

a quale campanello doveva suonare.

-- Ah, sì -- gli fu detto --, il signor conte stava tanto male!

Fra breve sarebbe venuto il castaldo. Aquilino aspettò, e quegli venne.

Ma non fece buona cera, e confermò che il signor conte stava molto male.

-- Che male?

-- Dicono, mal di cuore.

-- È a letto?

-- Da una settimana non si muove più dal letto.

-- Ero venuto apposta per vederlo....

-- Vederlo? Impossibile.

Ma il giovane tanto lo pregò che andasse dal signor suo, e questo nome

solo gli dicesse: «Aquilino».

E il castaldo andò e ritornò poco dopo. Era tutto mutato.

-- Ha tanto piacere di vederla. Oh, venga.

E lo precedette per la scala, finchè giunsero ad un gran loggiato ove in

lunga fila erano allineati seggioloni e cassapanche, come in attesa di

chi non sarebbe venuto.

Qui il giovane si soffermò e chiese: -- Mal di cuore?

-- Così dicono i medici. Il petto del povero signore non si solleva più.

Ecco!

Parve ad Aquilino di non potere più, nemmeno lui, sollevare il petto. Lo

sollevò con gran respiro e quasi con pena, e vide allora disegnarglisi

davanti quelle parole del marchese Ippolito: _I figli che fanno morire i

padri di crepacuore_.

Ah, nessun bene vale il bene di potere sollevare il petto liberamente!

Il castaldo sospinse il battente di una porta; e transitavano per la

penombra di alcune stanze enormi. Un'impressione gèlida; una visione di

mobili enormi, chiusi, che scomparivan negli angoli. Quella fuga di

stanze pareva non finire più.

-- Non lo faccia parlare troppo -- avvertì il castaldo quando arrivarono

alla fine di quelle stanze.

-- È solo?

-- C'è mia moglie. Ci diamo il cambio. Aspetti.

Entrò lui. E poco dopo disse ad Aquilino di entrare. Entrò, e si trovò

nella luce.

Era una stanzetta chiara, con un lettino di ferro: una donna accanto al

letto; e sopra il capezzale c'era il naso, le cartilagini, la barba, il

sorriso del conte Cosimo.

In alto del capezzale, pendeva Cristo, l'uomo crocifisso, per il quale

Dio volle significare agli uomini che l'eccidio di un solo uomo equivale

all'eccidio di tutta l'umanità.

-- Non ti posso dare la mano -- mormorò il conte --, ma posso parlare. Non

badare a questa buona donna che dice di no. Posso parlare.

Ma in verità non poteva parlare. Erano parole che porgevano l'imagine di

segmenti di pensieri.

-- Caro Aquilino, c'è la guerra, eh? Fanno bene, sai!

-- Chi, fanno bene, signor conte?

-- I Tedeschi! Fanno da anti-Cristo! L'uomo è una cattiva pecora. Ah,

povero Aquilino! Queste sono cose che riguardano te, e non me; perchè io

me ne vado. _Abeo, abìbo_ e, ohimè, non _redìbo_.

Aquilino cercava parole di conforto. Ma il conte faceva, con gli occhi,

segni di no.

-- Lo sai?

-- Che cosa, signor conte?

-- Esco di minorità. Però, credi: è difficile imparare a morire....

Aquilino cominciava a sentirsi un male dentro come se anche lui avesse

dovuto avviarsi per il viaggio delle tenebre. Oh, c'era tempo per lui;

ma in quel momento sentì che anche lui, pur nella sua giovinezza, era un

inquilino sopra la terra, corrente verso la morte. Ebbe paura, e niente

seppe rispondere al conte.

Questi allora continuò con un piccolo sorriso:

-- .... perchè i vivi non sanno le molte cose che sanno i morti; e i

morti non le dicono.

E dopo un poco riprese:

-- Ti devo dire una cosa.

-- Quale, signor conte?

-- Ho cercato anche a te di farti mangiare cose dolci, ma te lo devo

confessare: la vita è una grande amarezza. Tu sei venuto, Aquilino, a

trovarmi: hai fatto bene, sei un bravo figliuolo; ma vi è chi non è

venuto, e non verrà. Vi sono anche i morti sopra la terra, sai!

Gli occhi del conte si venivano appannando.

Ma già la donna faceva segni ad Aquilino.

-- Sì, vienimi a trovare spesso -- disse accomiatandolo.

Ed Aquilino uscì, con quella scritta nell'anima:

_I figli che fanno morire i padri di crepacuore_.

Quando fu uscito disse al castaldo:

-- Però mi pare abbastanza sollevato.

-- È la morfina, -- rispose il castaldo.

L'ultima cosa dolce assaporata dal signor conte.

*

Aquilino, dietro il castaldo, rifaceva il cammino per quelle sale tetre

e chiuse; ma ad un tratto diè un balzo indietro.

Un biancore di figura umana parve che gli venisse incontro.

-- Cos'è?

-- Niente -- disse l'uomo. -- Ora vedrà meglio. -- E si accostò alla

finestra, l'aprì e fece penetrare la luce.

Or si vedea nella luce una figura di donna con un manto di capelli

biondi e una veste bianca.

-- E la contessa -- disse il castaldo. -- La testa è fatta di cera, ma

l'abito è proprio quello che portava quando andò sposa. È uno scherzo

del signor conte.

Aquilino si accostò a quella signora di cera, che parea viva; ma non osò

di toccarla. Era un volto delicato e quasi soave: anzi una piccola piega

amara all'angolo delle labbra faceva pensare che colei pensasse.

Venne in mente ad Aquilino questa strana idea, che esistesse anche una

chìmica delle anime, per cui una speciale combinazione fra due anime

innocue può generare veleni. Voleva domandare al castaldo; ma forse

anche colui ignorava questa chìmica.

Ed or con la luce, si vedeva una gran stanza parata a riquadri di stoffa

gialla. Rivèrberi d'oro. Poi guardò in alto. Imeneo e amorini volavano

per la volta del soffitto. Un gran letto incortinato di foggia antica

nel mezzo.

-- Questa era la camera nuziale? -- domandò.

-- Signorsì.

Aquilino si appressò a quel letto, e ad un dei lati di esso vide una

cosa delicata, bianca, velata.

-- La cuna dei figliuoli?

-- Signorsì.

Aquilino si allontanò piano piano come se ci fosse stato qualcuno.

*

Procedettero oltre. E quando furono nel loggiato, Aquilino disse tanto

per dire: -- È molto bello, dentro, questo palazzo!

-- Lei non ha visto -- disse il vecchio castaldo -- la sala da ballo.

Venga. È alta quanto il primo ed il secondo piano.

Cercò le chiavi; sospinse una gran porta. Entrarono in una gran sala.

Le pareti erano affrescate a figure grandi, ma stinte e sbiadite: sedili

di marmo negli strombi dei grossi muri, presso i finestroni. Gli occhi

del giovane furono attratti da un balenar d'oro e d'azzurro sul

soffitto.

Era un soffitto regio, a lacunare. Attorno, attorno, in bei riquadri,

c'eran dipinti cavalli e gonfaloni svolazzanti; guerrieri, aste, e

quelle _armi pietose_, che usavano un tempo. Nel mezzo, in un ovale, una

guerriera bionda languiva presso una fontana; e, presso la donna, un sol

cavaliere.

-- Questo soffitto -- spiegava il castaldo -- si sarebbe potuto vendere a

gran prezzo; ma il signor conte, il quale pur non era ricco, mai volle.

Del soffitto gli importava poco; ma quella figurazione lì in mezzo che

lei ora guarda, non la voleva dar via.

-- La morte di Clorinda!

-- Mi pare bene che dicessero così.

E allora Aquilino, affissandosi, vide da quella figurazione venir fuori

questi versi luminosi e palpitanti nel suono delle parole:

E la man nuda e bianca alzando verso

Il cavalier, gli diè pegno di pace.

Alcun che di giovanile e come arridente correva per la stanza. Era la

poesia, giovanetta austera e immortale, che consola di baci e di rose il

pianto degli umani. E questa cosa immortale e beata è generata dai poeti

mortali?

Imagini ancora non sospettate, della vita e della morte, si rivelavano

al giovane.

Poi gli sopraggiunse repentina l'imagine di quella guerra crudele che

buttava in fondo al mare tutti gli Iddii e tutte le Dee.

*

Tornò all'albergo ove era alloggiata donna Barberina, e le raccontò

della visita e delle parole del conte che la _vita è una grande

amarezza_.

E lei carezzevolmente gli rispondeva che la vita è invece una grande

dolcezza, e perchè è fuggevole, più è bella; ed altre cose assennate gli

diceva, come donna che ella era di molte cose intendente; ma l'ombra di

quelle parole del conte che la _vita è una grande amarezza_, non pareva

ad Aquilino che ella intendesse o mai avesse potuto intendere.

-- Ma no, Aquilino -- ella diceva con convincimento profondo, -- la vita è

bella, e la morte è la condizione, anzi, di questa bellezza.

Era ben pagana donna Barberina, anche se del greco non ne voleva sapere!

Il giovane, invece, non riusciva a liberarsi da una apprensione di

peccato sotto l'amore, specie in quell'ora, in quella città, chè se non

ci fossero stati i muri e le case interposte, si sarebbe potuto vedere

dall'albergo il conte Cosimo sul suo capezzale.

E voleva non dire, non rivelare a donna Barberina questo suo pensiero e

questa sua visione. Ma non ne potè più, e glie lo disse.

Ella ascoltò, sorrise. Disse: -- È un effetto della tua educazione da

bambino. Tua madre, così religiosa, quei santi, quella chiesa....

-- Ma io non andavo in chiesa....

-- Non importa: influisce lo stesso. Ma ridi, fanciullo!

*

Bobby elevava intanto le sue discrete proteste. Cosa si stava a far lì

in quella piccola città melanconica? Aspettava mamà che si guastasse il

tempo per andare a Venezia? E i bagni al lido? _Mademoiselle Joséphine_

su la _Guide de Venise_ spiegava in anticipo a Bobby la gran bellezza

dei monumenti di Venezia.

-- _Mais vous ne prenez pas intérêt à l'art!_

Bobby sclamava:

-- _Pas plus que vous, mademoiselle_.

*

Ma non fu mestieri ritornare più volte in quel tetro palazzo.

Il conte se ne era andato alla sua fine.

Il giovane se ne diè gran tristezza: ma lo confortava donna Bàrbera con

care e savie parole, alle quali certo la ragione di lui assentiva.

Eppure dentro una voce gli sussurrava che era viltà l'assentire.

L'amico morto; la madre morta; la pace del mondo, morta. Gli Dei

morti!... Ma non era viva lei, donna Barberina? Non bastava?

-- Sei avaro, un pochino avaro -- diceva donna Barberina ad Aquilino. --

All'amore di donna tutto deve dare chi vuole amore di donna.

E questo era il suo pensiero.

*

Finalmente, Venezia!

Il grande albergo sul Canal grande era di una magnificenza regale.

_Mademoiselle Joséphine_ dichiarò a Bobby che lì si sentiva nel suo

_juste milieu_, come quando era stata, _autrefois_, in quell'albergo

_avec l'ambassadeur de la Chine_.

Càndida _mademoiselle Joséphine!_ così càndida e decente, se il suo

appetito non fosse stato indecente.

Ora Bobby, all'albergo a Venezia, si era preso il gusto contrario che a

Villa delle Magnolie: rimpinzare _mademoiselle Joséphine_ e faceva di

continuo cenno al cameriere perchè venisse ancora a colmare il piatto di

_mademoiselle Joséphine_....

-- _Assez, merci. Ah, oui, un petit peu_.... D'altra parte nelle _tables

d'hôte_ -- osservava -- è _une bêtise_ aver dei riguardi. _Les Allemands

n'ont jamais d'égards_.

E la felicità della buona femmina sarebbe stata incommensurabile se,

dopo quei làuti _repas_, ella avesse potuto appartarsi liberamente nella

sua càmera e dormire i suoi càndidi sonni.

Ma proprio in quell'ora strana della gran calura era pronta la lancia a

motore che mamà aveva fatto mettere a disposizione di Bobby; perchè per

Bobby la gòndola era bella sì, ma era pura archeologia.

-- Caro Bobby -- diceva _mademoiselle Joséphine_ con insinuante

insistenza, -- tu non senti questo _terrible_ sirocco _de Venise?_

Il sirocco? Bobby non lo aveva inteso mai nominare.

Così, a grande velocità, Bobby visitava i monumenti di Venezia, e a

_mademoiselle Joséphine_ quasi si arrestava la digestione per il terrore

di scender nelle acque.

-- _Pas de peur, mademoiselle, ici l'on vous attrape avec la plus grande

facilité_ -- diceva Bobby.

Coi dèbiti riguardi aveva _mademoiselle Joséphine_ fatto osservare a

_madame_ che il professore era più adatto di lei per spiegare i

monumenti.

Ma il professore, per la pèrdita dell'amico, soffriva un po' di

neurastenia. -- D'altronde voi avete studiato alla perfezione la guida di

Venezia -- rispondeva donna Barberina.

Aquilino in quella gran vita fastosa dell'albergo si sentiva lentamente

sconvolgere e portare verso un mondo di sogno. Domandavano a lui gli

ordini; gli si accostavano con ossequio come se lui fosse stato il

signore. Ogni tanto lo coglievano bruschi risvegli della realtà: «non

era morale quanto allora avveniva!» Ed il fantasma di quell'uomo ignaro,

dalla rossa testa arruffata, rimasto cogitabondo e solo co' suoi sogni,

a Villa delle Magnolie, lo tormentava.

Come un prepotente bisogno lo sorprendeva di dire a donna Barberina,

seduta dolcemente presso di lui su la terrazza, al livello di quelle

incantatrici acque: «Ma non è morale quanto ora avviene!»

Ma la donna non avrebbe compreso, oppure così ella avrebbe compreso, che

il castello del sogno sarebbe irrimediabilmente scomparso; e perciò,

questa volta, egli si tacque.

Il sogno o la realtà?

Quel portiere in inchini, quel maggiordomo del tutto servizievole; e

quelle impassibili labbra sbarbate dei servi, sempre stirate al sorriso,

perchè gli sorridevano?

Perchè il denaro di donna Bàrbera fluiva e rifluiva impassibile. «Ah,

uomini, vestiti da servi, a quale prezzo sputare sul vostro volto?»

E quest'altro pensiero gli germinava:

«Ah, denaro sublime, pel quale se tu ti contàmini una sol volta, non hai

più bisogno di contaminarti alla timbratura della società. La cosa è

vile, ma è comoda. E il bene e il male si equivalgono.»

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 32 / 42 题