CAPITOLO XX.

Italia Italia, o tu cui feo la sorte....

Aquilino fu preso da delizioso stupore quando -- da quel giorno -- gli si

rivelò la esistenza di una terza donna Barberina, ma cara, soave,

arrendevole. E considerando che quella docile e appassionata donna era

proprio lei, la tremenda marchesa, non poteva sottrarsi all'ebbrezza

dell'orgoglio. Forse la aveva plasmata così lui, con quel gesto della

sua mano brutale. Ed oltre all'orgoglio, anche il piacere! Perchè se

quello non era proprio il sognato amore con gli angioli, era pur sempre

un delizioso amore.

Oh, ammirabile, o insospettata, o tutta rivelata a lui, donna Barberina!

_Un colpo d'audacia, e l'uomo crea la donna, anche se la donna è una

marchesa. Non è sublime tutto ciò?_ E il giovane masticava quest'idea

del possesso, della conquista, del piacere; e sentiva una gran pienezza

di vita.

Aveva temuto di provare rimorso davanti al marito.... Ma no! Non ne

provava, e ne era sorpreso. Dalla coscienza non gli giungeva più alcuna

comunicazione in proposito. Doveva simulare bensì e dissimulare alla

presenza di don Ippolito: ma donna Barberina gliene offriva l'esempio

con tanta grazia, con tanta naturalezza; e lui sarebbe stato da meno?

Anzi quell'esercizio dell'ingannare gli si presentava, a tratti, come

una cosa singolare e non elencata fra le virtù dell'uomo.

*

Ma con tutto questo non potè reprimere una certa perturbazione il giorno

che il marchese don Ippolito, coi baffi arruffati più che mai, gli occhi

quasi truci (come diceva donna Barberina), e una lettera in mano, gli

disse:

-- Devo significarvi una cosa molto grave, giunta a mia notizia. -- E così

dicendo, accennava ad un sedile, sotto una dea Pomona, la quale si era

pudicamente ricoperta di muschio il seno marmoreo.

Che cosa poteva contenere quella lettera?

-- Anch'io sono turbato, maestro, -- cominciò don Ippolito a dire, e la

testa gli cadde in giù. Sollevàndola poi e presentando la faccia tutta

luminosa e commossa, che quasi era bello, battè lente queste parole: --

Le ore attuali sono le più solenni e terribili che l'Italia abbia

vissuto! E perciò beati coloro che oggi saranno liberati dalla vita.

Aquilino allora sorrise.

-- Voi sorridete? Voi sorridete _italice_? -- disse il marchese con

stupore e corruccio.

È che Aquilino in quel punto non pensava all'Italia.

-- Quando negli anni di grazia 1494 discese in Italia re Carlo VIII,

v'era anche allora chi sorrideva!

Ad Aquilino in quel giorno importava pochissimo di Carlo VIII di

Francia: ma gli fece piacere; perchè se don Ippolito pensava all'Italia

e alla roba di tanti secoli fa, voleva dire che neppur l'ombra di un

sospetto attraversava la mente dell'ottimo signore per ciò che

riguardava le cose circostanti.

E perciò fece il volto compunto di attenzione e lasciò che il marchese

viaggiasse il largo mare delle sue divagazioni. E cominciò così:

-- Ahi! che cosa valsero all'Italia le sue arti, i suoi studi eleganti,

ed il risorto Platone? e quel Leonardo? e le statue nate dalla divina

frenesia di Michelangiolo? e la decantata saggezza di quel Lorenzo,

magnifico e pacifico?

Noi seguitammo a sorridere per le facezie degli zanni: _scarpa larga e

gotto pien, prendi el mondo come vien_! E i dotti a disputare se questa

voce è tosca; se quella è saporosa di Marco Tullio; o tutt'al più,

sospirare, _Italia Italia, o tu cui feo la sorte_! Noi diventammo

intanto merce da baratto fra i potenti del mondo. Le armi! le armi! la

forza e la concordia! E sapete voi, maestro, chi, in quell'anno di

grazia 1494, previde le sventure d'Italia e predicò la concordia e le

armi? Un umanissimo gentiluomo, il quale sapeva altrettanto bene

maneggiare la spada, come trattare i civili negozi. Io vi ho nominato

quel conte e poeta che fu Matteo Maria Boiardo; e ne vedeste, se vi

ricorda, il volume sul mio scrittoio. A sua dilettazione e conforto egli

veniva componendo la favola o romanzo di quel barbuto paladino Orlando,

al quale, a mezzo della vita, capitò mala ventura: innamorarsi della

bianca Angèlica! ed ella ne fece strazio e beffa; guìdalo per le

mordacchie, l'eroe! fagli vedere la luna nel pozzo! Del che non

meravigliatevi, perchè tale è sempre stato il destino degli eroi; e le

belle donne non amano che i vanesi e baliosi giovincelli.

*

A questo punto Aquilino corrugò le ciglia. Dove andava a dar di cozzo la

nave del marchese? Per fortuna, prese ancora il largo e proseguì: -- E se

i nostri rètori meglio avessero lette quelle ottave fiorite in gioia di

primavera, noi vanteremmo un'opera, per cui la gloriosa favola di Don

Chisciotte apparirebbe come seconda. Ahi, la _infernal tempesta della

spietata guerra_ interruppe quel canto, ed il nobile conte, in quel

tardo autunno del 1494, ne morì di crepacuore; e non per l'inganno di

Angelica, chè in fondo può reputarsi natural sacrifizio dell'uomo essere

seviziato da bella donna; ma per le sventure d'Italia.

«Oh, adesso mi pare che filiamo bene», pensò Aquilino, libero oramai da

ogni sospetto, chè, quanto all'Italia, egli non sentiva i timori del

marchese. «L'Italia è tanto grande ed antica che nessuna balena la

avrebbe ingoiata».

E il marchese proseguì:

-- Che debbo dirvi di quello che oggi avviene, maestro? Io sono stato sin

qui un _razionabile_ ammiratore del popolo germanico e riconosco che dal

tempo di Fichte in poi, i Germani hanno dalle nostre idee democratiche

latine formato un organismo ammirevole e degno di seria considerazione.

E vi dirò in confidenza che, al principiar della guerra, quasi mi

compiacqui della fiera lezione di cose che i Germani, dalle teste

ubbidienti, impartivano alle teste delle nostre democrazie, buone a

muovere i mulini a vento dell'utopia; e come i Torrechiara militarono

sotto Carlo V, io non avrei reputato disdicevole rispondere all'eribanno

del Cesare germanico. Quando non si può essere signori, non è disdoro

confessar di esser buoni vassalli.

Così dicendo, parve al marchese di aver proferita cosa gravissima.

Sospese il suo dire e attese dal suo ascoltatore una obbiezione.

Aquilino nulla disse, e il marchese proseguì:

-- Ma da quei primi giorni ad oggi il mio pensiero si è venuto cambiando.

Ma che cosa è successo nel popolo germanico? Quale follia di grandezza

lo sconvolge? Ah, questa follia ha una spada, e che spada!

Noi non siamo più, come per lo innanzi credevo, di fronte alla guerra,

doloroso fenomeno delle umane competizioni. E le democrazie occidentali

commisero il grave errore di logica nell'ammettere tutte le ambizioni e

le competizioni; e non tenere nel dovuto conto l'estrema competizione:

la guerra.

La guerra, amico mio! Io ho incolpato gli altri popoli di imprevidenza:

ma in realtà dovrei incolpare me stesso. Nella mia mente di uomo che

attraverso i secoli è giunto al secolo nostro, non entra più l'idea di

un popolo ubriaco per la conquista di un pezzo di terra. Un pezzo di

qua, un pezzo di là! È poi tutta terra! come noi, tutti uomini! un

giorno, tutti sotto la terra! Sono bazzècole che possono interessare chi

studia la storia, come il buon senatore. Ma per me la storia ha

interesse perchè non ha più nessun interesse. Siamo oggi di fronte

soltanto alla guerra?

Noi siamo di fronte al fanatismo dei favolosi Germani antichi,

combattenti per la voluttà di combattere. Io rivedo oggi gli antichi

guerrieri germani; risorti con tutta la scienza, con tutta la ragione;

ma, orrore! con le pupille cieche. E allora? _Quid sum miser tum

dicturus, quem patronum rogaturus?_ Dio?

Ascoltatemi ora, giovane e caro amico: ai dì passati, tanto per

divertire il pensiero, leggevo un libro di medicina, quando mi imbattei

in questo.... passo a proposito dell'opoterapia. Ve lo cito a memoria:

«la cura del vitto carneo è assai antica: infatti nei tempi primi,

l'uomo non si accontentava di soggiogare il nemico vinto: lo uccideva e

lo divorava. Il sangue umano era considerato come alimento di primo

ordine e altresì come agente dotato di misteriosa possanza. Il cuore, il

fegato, il sangue ancor caldo, godevano soprattutto la fama di dare

forza e coraggio» ecc. Dunque l'antropofagia era una forma igienica di

vita! Ora io vedo, e mi par di impazzire, i sècoli avvallarsi e

scomparire: vedo la nostra età mostruosamente congiungersi a quelle

remote età. Inconsapevolmente allora, scientificamente adesso, rivedo

gli uomini-belve, dal volto insanguinato. E proclamammo Dio fatto con la

nostra effigie!

Dicendo questo, il marchese si percosse la fronte con la palma della

mano, non senza violenza. E poichè Aquilino, disorientato un po' a quel

viaggio transoceanico attraverso i secoli, nulla ancora rispose, il

marchese Don Ippolito continuò:

-- Io non vi nasconderò inoltre un altro mio folle pensiero, e non lo

dite alla marchesa la quale ha già così mediocre opinione di me. Sapete

voi per quale ragione ogni mattina io richiedo con ansia il giornale?

forse per leggervi quale è la vicenda delle armi? Anche, amico. Ma più

specialmente perchè mi pare che da un dì all'altro debba rimbombare la

voce del miracolo, perchè attendo il miracolo, attendo il portento: che

quei popoli una mattina si dèstino dal sonno sanguinoso, aprano le

pupille, tendano le braccia in questo unico grido: Oh Cristo, Cristo,

Cristo!

Oh, vano sogno! Coloro non sembrano nemmeno più figli di questa pur

crudele Natura! La parola d'amore e di pietà è morta. I costruttori

della torre di Babele costruiscono con ossa umane. E dobbiamo noi essere

alleati con essi? o non piuttosto saremmo marrani e sicarî? Beati quelli

che ora scompaiono dalla scena della vita!

E la grossa testa sconvolta del marchese don Ippolito di Torrechiara

cadde in giù.

-- L'amico vostro e mio -- disse poi, sollevando il volto -- il conte

Cosimo, sta per morire, e questa lettera me ne dà l'annuncio. Io lo

reputo beatissimo. Era la cosa che vi volevo dir prima. Ma voi col

vostro sorriso mi avete distratto. Perchè voi avete sorriso, nevvero?

*

Donna Bàrbera quando seppe la triste nuova del povero conte Cosimo,

volle telegrafare sùbito. La risposta venne e gravissima. Aquilino si

diè malinconia e rivedeva già immerse nella nebbia e nell'ombra le cose

passate. -- Io voglio vederlo, salutarlo ancora -- dicea. E la marchesa

allora consigliò don Ippolito di andar lui con Aquilino; tanto più che

il povero conte doveva trovarsi solo. Ma don Ippolito pregò di essere

dispensato. Non si moveva; aveva troppe tristezze: gli pesava la testa.

-- Quando è così, andremo noi -- disse donna Barberina --, e mentre il

professore si ferma a X..., condurrò Bobby a far qualche bagno al lido,

a Venezia.

Così fu deciso.

Donna Bàrbera, Bobby, _mademoiselle Joséphine_, Aquilino si imbarcarono

a Villa delle Magnolie, una mattina splendida, su la automobile

splendida.

Bobby era radiante, l'enorme _mademoiselle Joséphine_ trepidante.

-- Su, su, su! -- le diceva Bobby.

-- Dove?

-- Ma su!

Donna Bàrbera a destra, _mademoiselle Joséphine_ da lato, e immobile

come una vittima.

-- In quattro ore ci siamo -- diceva Bobby saltando presso il meccanico. --

Paparone, addio!

-- Mi raccomando quel ragazzo, Barberina, -- ripeteva, e aveva una

tristezza nella voce. E poi fece cenno, e fece fermare la automobile:

accorse. Che cosa? Un altro bacio a Bobby. Era rosso in volto.

-- Caro, caro, il mio piccolo Bobby!

-- Arrivederci, papà.

-- _Pas trop vite!_ -- uscì la voce di _mademoiselle Joséphine_

supplichevolmente fuori dal denso velo che tre volte Bobby le aveva

ravvolto attorno alla testa.

-- Tenersi forte perchè voliamo -- fu la risposta di Bobby.

-- Jesus Maria!

E la automobile precipitò verso l'oriente dove Venezia, fra le

cilestrine acque, eleva al cielo le sue croci d'oro e i suoi domi.

Ma nessun incidente, se non un grido soffocato di _mademoiselle

Joséphine_.

Donna Barberina, col sottile tallone aveva, per errore di indirizzo,

premuto con forza su di un largo callo di _mademoiselle Joséphine_.

Il volto di donna Barberina sorrideva giovanilmente da una preziosa

cuffietta.

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 31 / 42 题