Italia Italia, o tu cui feo la sorte....
Aquilino fu preso da delizioso stupore quando -- da quel giorno -- gli si
rivelò la esistenza di una terza donna Barberina, ma cara, soave,
arrendevole. E considerando che quella docile e appassionata donna era
proprio lei, la tremenda marchesa, non poteva sottrarsi all'ebbrezza
dell'orgoglio. Forse la aveva plasmata così lui, con quel gesto della
sua mano brutale. Ed oltre all'orgoglio, anche il piacere! Perchè se
quello non era proprio il sognato amore con gli angioli, era pur sempre
un delizioso amore.
Oh, ammirabile, o insospettata, o tutta rivelata a lui, donna Barberina!
_Un colpo d'audacia, e l'uomo crea la donna, anche se la donna è una
marchesa. Non è sublime tutto ciò?_ E il giovane masticava quest'idea
del possesso, della conquista, del piacere; e sentiva una gran pienezza
di vita.
Aveva temuto di provare rimorso davanti al marito.... Ma no! Non ne
provava, e ne era sorpreso. Dalla coscienza non gli giungeva più alcuna
comunicazione in proposito. Doveva simulare bensì e dissimulare alla
presenza di don Ippolito: ma donna Barberina gliene offriva l'esempio
con tanta grazia, con tanta naturalezza; e lui sarebbe stato da meno?
Anzi quell'esercizio dell'ingannare gli si presentava, a tratti, come
una cosa singolare e non elencata fra le virtù dell'uomo.
*
Ma con tutto questo non potè reprimere una certa perturbazione il giorno
che il marchese don Ippolito, coi baffi arruffati più che mai, gli occhi
quasi truci (come diceva donna Barberina), e una lettera in mano, gli
disse:
-- Devo significarvi una cosa molto grave, giunta a mia notizia. -- E così
dicendo, accennava ad un sedile, sotto una dea Pomona, la quale si era
pudicamente ricoperta di muschio il seno marmoreo.
Che cosa poteva contenere quella lettera?
-- Anch'io sono turbato, maestro, -- cominciò don Ippolito a dire, e la
testa gli cadde in giù. Sollevàndola poi e presentando la faccia tutta
luminosa e commossa, che quasi era bello, battè lente queste parole: --
Le ore attuali sono le più solenni e terribili che l'Italia abbia
vissuto! E perciò beati coloro che oggi saranno liberati dalla vita.
Aquilino allora sorrise.
-- Voi sorridete? Voi sorridete _italice_? -- disse il marchese con
stupore e corruccio.
È che Aquilino in quel punto non pensava all'Italia.
-- Quando negli anni di grazia 1494 discese in Italia re Carlo VIII,
v'era anche allora chi sorrideva!
Ad Aquilino in quel giorno importava pochissimo di Carlo VIII di
Francia: ma gli fece piacere; perchè se don Ippolito pensava all'Italia
e alla roba di tanti secoli fa, voleva dire che neppur l'ombra di un
sospetto attraversava la mente dell'ottimo signore per ciò che
riguardava le cose circostanti.
E perciò fece il volto compunto di attenzione e lasciò che il marchese
viaggiasse il largo mare delle sue divagazioni. E cominciò così:
-- Ahi! che cosa valsero all'Italia le sue arti, i suoi studi eleganti,
ed il risorto Platone? e quel Leonardo? e le statue nate dalla divina
frenesia di Michelangiolo? e la decantata saggezza di quel Lorenzo,
magnifico e pacifico?
Noi seguitammo a sorridere per le facezie degli zanni: _scarpa larga e
gotto pien, prendi el mondo come vien_! E i dotti a disputare se questa
voce è tosca; se quella è saporosa di Marco Tullio; o tutt'al più,
sospirare, _Italia Italia, o tu cui feo la sorte_! Noi diventammo
intanto merce da baratto fra i potenti del mondo. Le armi! le armi! la
forza e la concordia! E sapete voi, maestro, chi, in quell'anno di
grazia 1494, previde le sventure d'Italia e predicò la concordia e le
armi? Un umanissimo gentiluomo, il quale sapeva altrettanto bene
maneggiare la spada, come trattare i civili negozi. Io vi ho nominato
quel conte e poeta che fu Matteo Maria Boiardo; e ne vedeste, se vi
ricorda, il volume sul mio scrittoio. A sua dilettazione e conforto egli
veniva componendo la favola o romanzo di quel barbuto paladino Orlando,
al quale, a mezzo della vita, capitò mala ventura: innamorarsi della
bianca Angèlica! ed ella ne fece strazio e beffa; guìdalo per le
mordacchie, l'eroe! fagli vedere la luna nel pozzo! Del che non
meravigliatevi, perchè tale è sempre stato il destino degli eroi; e le
belle donne non amano che i vanesi e baliosi giovincelli.
*
A questo punto Aquilino corrugò le ciglia. Dove andava a dar di cozzo la
nave del marchese? Per fortuna, prese ancora il largo e proseguì: -- E se
i nostri rètori meglio avessero lette quelle ottave fiorite in gioia di
primavera, noi vanteremmo un'opera, per cui la gloriosa favola di Don
Chisciotte apparirebbe come seconda. Ahi, la _infernal tempesta della
spietata guerra_ interruppe quel canto, ed il nobile conte, in quel
tardo autunno del 1494, ne morì di crepacuore; e non per l'inganno di
Angelica, chè in fondo può reputarsi natural sacrifizio dell'uomo essere
seviziato da bella donna; ma per le sventure d'Italia.
«Oh, adesso mi pare che filiamo bene», pensò Aquilino, libero oramai da
ogni sospetto, chè, quanto all'Italia, egli non sentiva i timori del
marchese. «L'Italia è tanto grande ed antica che nessuna balena la
avrebbe ingoiata».
E il marchese proseguì:
-- Che debbo dirvi di quello che oggi avviene, maestro? Io sono stato sin
qui un _razionabile_ ammiratore del popolo germanico e riconosco che dal
tempo di Fichte in poi, i Germani hanno dalle nostre idee democratiche
latine formato un organismo ammirevole e degno di seria considerazione.
E vi dirò in confidenza che, al principiar della guerra, quasi mi
compiacqui della fiera lezione di cose che i Germani, dalle teste
ubbidienti, impartivano alle teste delle nostre democrazie, buone a
muovere i mulini a vento dell'utopia; e come i Torrechiara militarono
sotto Carlo V, io non avrei reputato disdicevole rispondere all'eribanno
del Cesare germanico. Quando non si può essere signori, non è disdoro
confessar di esser buoni vassalli.
Così dicendo, parve al marchese di aver proferita cosa gravissima.
Sospese il suo dire e attese dal suo ascoltatore una obbiezione.
Aquilino nulla disse, e il marchese proseguì:
-- Ma da quei primi giorni ad oggi il mio pensiero si è venuto cambiando.
Ma che cosa è successo nel popolo germanico? Quale follia di grandezza
lo sconvolge? Ah, questa follia ha una spada, e che spada!
Noi non siamo più, come per lo innanzi credevo, di fronte alla guerra,
doloroso fenomeno delle umane competizioni. E le democrazie occidentali
commisero il grave errore di logica nell'ammettere tutte le ambizioni e
le competizioni; e non tenere nel dovuto conto l'estrema competizione:
la guerra.
La guerra, amico mio! Io ho incolpato gli altri popoli di imprevidenza:
ma in realtà dovrei incolpare me stesso. Nella mia mente di uomo che
attraverso i secoli è giunto al secolo nostro, non entra più l'idea di
un popolo ubriaco per la conquista di un pezzo di terra. Un pezzo di
qua, un pezzo di là! È poi tutta terra! come noi, tutti uomini! un
giorno, tutti sotto la terra! Sono bazzècole che possono interessare chi
studia la storia, come il buon senatore. Ma per me la storia ha
interesse perchè non ha più nessun interesse. Siamo oggi di fronte
soltanto alla guerra?
Noi siamo di fronte al fanatismo dei favolosi Germani antichi,
combattenti per la voluttà di combattere. Io rivedo oggi gli antichi
guerrieri germani; risorti con tutta la scienza, con tutta la ragione;
ma, orrore! con le pupille cieche. E allora? _Quid sum miser tum
dicturus, quem patronum rogaturus?_ Dio?
Ascoltatemi ora, giovane e caro amico: ai dì passati, tanto per
divertire il pensiero, leggevo un libro di medicina, quando mi imbattei
in questo.... passo a proposito dell'opoterapia. Ve lo cito a memoria:
«la cura del vitto carneo è assai antica: infatti nei tempi primi,
l'uomo non si accontentava di soggiogare il nemico vinto: lo uccideva e
lo divorava. Il sangue umano era considerato come alimento di primo
ordine e altresì come agente dotato di misteriosa possanza. Il cuore, il
fegato, il sangue ancor caldo, godevano soprattutto la fama di dare
forza e coraggio» ecc. Dunque l'antropofagia era una forma igienica di
vita! Ora io vedo, e mi par di impazzire, i sècoli avvallarsi e
scomparire: vedo la nostra età mostruosamente congiungersi a quelle
remote età. Inconsapevolmente allora, scientificamente adesso, rivedo
gli uomini-belve, dal volto insanguinato. E proclamammo Dio fatto con la
nostra effigie!
Dicendo questo, il marchese si percosse la fronte con la palma della
mano, non senza violenza. E poichè Aquilino, disorientato un po' a quel
viaggio transoceanico attraverso i secoli, nulla ancora rispose, il
marchese Don Ippolito continuò:
-- Io non vi nasconderò inoltre un altro mio folle pensiero, e non lo
dite alla marchesa la quale ha già così mediocre opinione di me. Sapete
voi per quale ragione ogni mattina io richiedo con ansia il giornale?
forse per leggervi quale è la vicenda delle armi? Anche, amico. Ma più
specialmente perchè mi pare che da un dì all'altro debba rimbombare la
voce del miracolo, perchè attendo il miracolo, attendo il portento: che
quei popoli una mattina si dèstino dal sonno sanguinoso, aprano le
pupille, tendano le braccia in questo unico grido: Oh Cristo, Cristo,
Cristo!
Oh, vano sogno! Coloro non sembrano nemmeno più figli di questa pur
crudele Natura! La parola d'amore e di pietà è morta. I costruttori
della torre di Babele costruiscono con ossa umane. E dobbiamo noi essere
alleati con essi? o non piuttosto saremmo marrani e sicarî? Beati quelli
che ora scompaiono dalla scena della vita!
E la grossa testa sconvolta del marchese don Ippolito di Torrechiara
cadde in giù.
-- L'amico vostro e mio -- disse poi, sollevando il volto -- il conte
Cosimo, sta per morire, e questa lettera me ne dà l'annuncio. Io lo
reputo beatissimo. Era la cosa che vi volevo dir prima. Ma voi col
vostro sorriso mi avete distratto. Perchè voi avete sorriso, nevvero?
*
Donna Bàrbera quando seppe la triste nuova del povero conte Cosimo,
volle telegrafare sùbito. La risposta venne e gravissima. Aquilino si
diè malinconia e rivedeva già immerse nella nebbia e nell'ombra le cose
passate. -- Io voglio vederlo, salutarlo ancora -- dicea. E la marchesa
allora consigliò don Ippolito di andar lui con Aquilino; tanto più che
il povero conte doveva trovarsi solo. Ma don Ippolito pregò di essere
dispensato. Non si moveva; aveva troppe tristezze: gli pesava la testa.
-- Quando è così, andremo noi -- disse donna Barberina --, e mentre il
professore si ferma a X..., condurrò Bobby a far qualche bagno al lido,
a Venezia.
Così fu deciso.
Donna Bàrbera, Bobby, _mademoiselle Joséphine_, Aquilino si imbarcarono
a Villa delle Magnolie, una mattina splendida, su la automobile
splendida.
Bobby era radiante, l'enorme _mademoiselle Joséphine_ trepidante.
-- Su, su, su! -- le diceva Bobby.
-- Dove?
-- Ma su!
Donna Bàrbera a destra, _mademoiselle Joséphine_ da lato, e immobile
come una vittima.
-- In quattro ore ci siamo -- diceva Bobby saltando presso il meccanico. --
Paparone, addio!
-- Mi raccomando quel ragazzo, Barberina, -- ripeteva, e aveva una
tristezza nella voce. E poi fece cenno, e fece fermare la automobile:
accorse. Che cosa? Un altro bacio a Bobby. Era rosso in volto.
-- Caro, caro, il mio piccolo Bobby!
-- Arrivederci, papà.
-- _Pas trop vite!_ -- uscì la voce di _mademoiselle Joséphine_
supplichevolmente fuori dal denso velo che tre volte Bobby le aveva
ravvolto attorno alla testa.
-- Tenersi forte perchè voliamo -- fu la risposta di Bobby.
-- Jesus Maria!
E la automobile precipitò verso l'oriente dove Venezia, fra le
cilestrine acque, eleva al cielo le sue croci d'oro e i suoi domi.
Ma nessun incidente, se non un grido soffocato di _mademoiselle
Joséphine_.
Donna Barberina, col sottile tallone aveva, per errore di indirizzo,
premuto con forza su di un largo callo di _mademoiselle Joséphine_.
Il volto di donna Barberina sorrideva giovanilmente da una preziosa
cuffietta.