Marte e Venere.
Lo scoppio della guerra in quell'estate, costrinse la marchesa con Bobby
ad un precipitoso ritorno. Il viaggio per la Francia, _un disastro_,
come ella diceva: Parigi come Babylon all'appressarsi di Ciro! Ah,
finalmente donna Barberina aveva potuto approdare alla pace di
Ventimiglia! La pace.
Miss Edith era stata trattenuta, da ragioni familiari, in Inghilterra.
*
La guerra, come uno spostamento dell'asse terrestre, avendo tutto
sconvolto, aveva spezzato anche quel famosissimo _ritmo_, di cui
qualcuno ancora si ricorderà. La vita era stata proclamata _piacere_; ed
il _ritmo_ era il delicato regolatore di una esistenza bene impiegata.
La marchesa osservò che anche il suo caro _ritmo_, per effetto della
guerra, non c'era più.
Ella era stata costretta a ridursi, anzi tempo, a Villa delle Magnolie,
_vis-à-vis_ del marchese.
I fili delle consuete comunicazioni mondane andavan cadendo ad uno ad
uno, e perciò fra i due coniugi avvenivano meno _corti circuiti_.
Però la marchesa si annoiava _vis-à-vis_ del marchese.
La Villa settecentesca delle Magnolie era grande; il parco era grande;
satiretti e flore marmoree tra i viali di mortella lo adornavano; ma gli
sbadigli della marchesa erano grandi, per quanto la grazia della bocca
piccoletta comportasse.
Ella era già _esausta_ della guerra; ma il signor marchese diceva:
-- Eh, eh! Ma, mia cara amica, non sono stato io che ho dichiarato la
guerra all'universo. È stato il sire di Hohenzollern!
-- Sembra che vi faccia piacere.
-- Niente affatto, piacere; ma cònstato: quella vostra Inghilterra è da
un secolo, _sacrebleu_, che si diverte, dopo aver mutata la sua isola in
un'immensa _pelouse_ per i suoi _sports_ e per i suoi cavalli levrieri!
Che terribile _season!_ Eh, ci vuol altro che il _comfort_ e la
_splendid isolation_, poveretta! Cònstato, mia cara, che non sono io che
ho sognato; ma sono forse le democrazie occidentali che hanno sognato.
La Germania le sta svegliando, con poca urbanità, d'accordo, a colpi di
cannone.
-- Come siete opprimente!
-- Può darsi, ma non sono io che vi opprimo; è l'atmosfera realistica che
opprime.
Ma la marchesa lo pregava, almeno a tavola, di non creare
dell'atmosfera.
Senonchè il marchese era come un terreno ricco di acque. Pullulava da
ogni parte zampilli e vapori; e quando pigliava Aquilino, lo inondava. E
procedeva per aforismi e affermazioni, e non ammetteva che il giovane
contraddicesse.
-- Io, marchese Ippolito di Torrechiara -- gli diceva -- non andrò alla
guerra; la marchesa nemmeno; mio figlio nemmeno. Sotto questo aspetto
sono olimpico! La marchesa teme un po' per le sue tenute a ***; ma
questa preoccupazione non è la mia, anche perchè il filo dell'erba è
forse la sola cosa che l'unghia del cavallo prussiano non distruggerà.
Risorgerà. L'erba ricoprirà ancora la terra, tenera e lucida, nella
primavera perpetua. Ed anche dal suo punto di vista utilitario la
marchesa ha torto, perchè le terre saranno fecondate dai morti e dal
sangue.
Si parla del _giùs gèntium_, calpestato dai Germani! Grozio dice.... E i
Germani dicono: _Noi facciamo così!_
Vi pare poco, caro maestro? È una rivoluzione, è una rivelazione! I
nostri mastri-muratori che stavano fabbricando la città della _liberté_,
dell'_egalité_, della _fraternité_, vedono l'archipenzolo oscillare; le
mura che già erano poco buone, crollare; la squadra non squadrare. Essi
credevano di fabbricare sopra un vulcano spento; e invece è un vulcano
umano in attività di servizio.
-- Ma i Tedeschi, signor marchese, che cosa sono questi Tedeschi? --
domandava Aquilino con un po' di paura.
-- I Tedeschi -- rispondeva il marchese, -- sono stati gli inventori al
mondo di tre famose invenzioni: le armi da fuoco, la stampa, il libero
esame. Le armi da fuoco (questo lo saprete), dice l'Ariosto che fu
Belzebù che le indicò agli Alemanni: ma anche le due altre sopralodate
invenzioni, credetelo (ma non andatelo a dire!) hanno un poco del
diabolico. Ebbene, caro amico, essi, questi pericolosi ordigni li sanno
maneggiare molto bene.
-- Un popolo che aveva la musica più patetica del mondo.... -- disse
Aquilino.
-- .... E adesso fa la musica col cannone, eh? Non ti fidare della
musica, -- disse gravemente il marchese. -- Vi ricordate quando veniva in
scena Loengrino? _Deh, non mi domandare, nè a palesar tentare._ Nessuno
gli ha mai domandato niente, nemmeno il passaporto, tanto cantava bene,
tanto lo ammiravamo. Noi credevamo che il candido Loengrino fosse
coperto di stagnola, e che il suo cigno fosse un rispettoso, innocente
volatile. Invece Loengrino era vestito d'acciaio autentico, e il cigno
era carico di armi come il cavallo di Troia: esercito modello-1914! Non
è simpatico tutto ciò?
-- Ma come può combinarsi una simile guerra -- domandava Aquilino -- con
tutta quella filosofia tedesca così mistica, così metafisica....
-- Eh, che mi vai sprofessorando, professore? -- diceva Don Ippolito. --
Mistici i filosofi tedeschi? Mistici della realtà! Anche tu, credevi i
filosofi tedeschi come estàtici veggenti che non respirassero che
divozione e timor di Dio? Essi anzi, hanno strappato con frenesia le
azzurre bende del cielo: il più completo ateismo è l'espressione ultima
della loro filosofia.
-- Ma il Dio che essi invocano?
-- Il Dio che essi invocano -- rispose il marchese, -- è formato da loro
stessi, dalla loro volontà, dalla loro crudele necessità. Che ti credi
che il loro ateismo sia uguale al salcicciotto di libero pensiero,
imbandito dalle nostre democrazie davanti ogni fedel minchione? Il loro
è un ateismo _chic!_, che può andar d'accordo anche con i Padri della
Compagnia di Gesù. Credi: sono i filosofi tedeschi che precedono senza
pietà la gran cavalcata! «Ah, Nicce, Nicce, Nicce!» esclamava quella
vanerella di un'inglesina, che per fortuna non c'è più. Nietzsche, caro
amico, non è morto! Il filosofo folle è risorto! Con pifferi e
trombette, fa capriole e salta davanti alle tetre schiere teutoniche.
-- E i Francesi, signor marchese, e la Francia? -- domandava Aquilino.
-- I Francesi hanno dato al mondo gli _immortali princìpi_
dell'Ottantanove, che furono come un arcobaleno nel cielo; ma hanno
vissuto la vita dell'arcobaleno. Ah sì, veramente _immortali_ come un
secondo vangelo, se gli uomini non fossero pecore, razionali sì, ma
irragionevoli. Ma c'è di peggio: pecore col bisogno fisiologico del
male, come del bene. La Ragione! il culto della dea Ragione! Gli uomini
chiesero agli Dei di essere governati dalla dea Ragione, come le rane
domandarono un re a Giove. E la dea Ragione venne. Era un'allegra
ragazza che il popolo di Parigi incoronò e mise sul trono a modo di
simbolo. Ma poi non si accontentarono, come le rane non si
accontentarono del re Travicello che Giove mandò loro. «Vogliamo un re
vero, una dea Ragione vera»; e Giove mandò giù la dea Ragione tedesca.
Ora è un fuggi fuggi, un protestare, come le rane incontro alla biscia.
Ma è la dea Ragione, anime ingenue! Per tanto tempo Giove ve la tenne
sospesa sul capo e voi non ve ne siete accorti. Dicevate: «Come è
bellina, come è carina! Dorme?» Sì, con un occhio solo. Non è simpatico
tutto ciò?
Ma Aquilino faceva un grande assegnamento su la Russia: come una mezza
Europa e mezza Asia, che si ribaltava a modo di trappola mostruosa su la
Germania.
-- Sarà -- rispondeva il marchese -- ma io non vi consiglio -- almeno per
mezzo secolo -- di farci troppo assegnamento. Che volete? Le classi alte
della Russia sono paralizzate, per una parte da un feudalismo medievale,
per l'altra parte dai vizi del nostro occidente. Il popolo? Il popolo
dice _Nicevò_; crede nella madonna di Kazàn; è indifferente a tutto,
alla vita ed alla morte; ma non alla _wotka_. Gli intellettuali russi
fanno i ribelli, e ripètono con Tolstoi: _che cosa è la guerra rispetto
ad un cielo stellato?_ Niente! Siamo d'accordo. Ma mentre essi guardano
il cielo o dicono _Nicevò_, quegli altri che sono i mistici della
realtà, fanno i loro affari.
-- E il Papa, signor marchese?
-- Non vorrei essere nei panni del Papa. Buon papa Sarto! Sentirsi erede
di chi disse: _il mio regno non è di questo mondo_, e dovere fare
reverenza a chi dice: _il mondo non basta al mio regno._ Vedete!
Quand'ero bambino, mi diceva la mia mamma buon'anima: _l'erba «voglio»
non nasce che nel giardino del Papa._ Si vede che non nasce neppur più
lì.
*
Queste ed altre cose andava dicendo Don Ippolito ad Aquilino, spesso
ambulando per gli ombrosi viali del parco di Villa delle Magnolie.
Traeva fumo azzurro dalla sua _gibidì_; sopra il ricamo delle piante,
rideva il bel sereno.
Fauni e flore, e rose in abbracciamento, e sedili settecenteschi, e
scaturigini mormoranti da antichi tufi, trasportavano, per incantesimo,
l'anima verso altri tempi. Il marchese si soffermava talora come
attratto da richiami di altre età.
-- Sentite, maestro, questo verso settecentesco come è bello qui:
Solitario bosco ombroso.
*
Più strane cose, intanto, Aquilino veniva notando. La marchesa, la quale
si annoiava e non voleva sentir parlare della guerra, ascoltava con
piacere Aquilino. E siccome non si poteva parlar d'altro che della
guerra, erano discorsi su la guerra. Ed il giovane inconsapevolmente
ripeteva a donna Barberina press'a poco i discorsi che a lui faceva il
marchese; e donna Barberina udiva ammirando, e con dolce volger d'occhi,
come se lui fosse diventato un personaggio qualificato dei venerdì.
*
E una volta.... Quale notizia una volta, a tavola, recava il giornale?
Un numero spaventoso di morti, uno di quei mostruosi numeri che in sul
principio della guerra, paralizzavano il pensiero.
In fondo, nulla!
Come quando si parla di un milione di _reis_. In fondo, una piccola
somma. L'uomo stava per iscomparire dalla coscienza dell'uomo ed oramai
non si diceva più uomo, ma _materiale-uomo_.
-- Se si va avanti di questo passo -- osservò il marchese --, verrà il
giorno in cui l'individuo maschio salirà alla Borsa della vita di un
numero incalcolabile di punti. Sarò quotato anch'io.
La marchesa nulla aveva risposto alla facezia del marito. Ma ad Aquilino
non isfuggì un intraducibile moto del volto di lei. Poi si interessò di
lui, se aveva obbligo di leva; come se ciò che toccava la vita di lui,
la riguardasse.
*
E una volta egli aveva chiesto licenza di andarsene per qualche tempo.
-- Perchè?
Non sempre un giovane può dire perchè vuole andarsene.
-- Per trovare il conte Cosimo che sta poco bene -- aveva risposto.
Ed ella lo aveva pregato di rimanere. Ma in un certo modo che il giovane
ne fu assai perturbato.
Egli pensava troppo spesso a quello che si sapeva sul conto della
marchesa. Aveva avuto onore di amanti? Voci vaghe correvano di qualche
autorevole personaggio che ella aveva saputo far umiliare sino ai suoi
fieri talloni; ma più per giovàrsene che per passione. Pensava a quei
libri, a quelle letture ardenti, al di là del bene e del male, che il
marchese gli aveva rivelato.
L'afa era grande: grave sopra i suoi sensi cadeva l'odore delle magnolie
dal verde fogliame metallico: perturbazione dei sensi. Non vedeva più
miss Edith la bionda, nè donna Bàrbera la bruna; ma quella tetra
imagine, femminea, col petto scoverto e la serpe verde che rodeva le
carni.
Gli parea anche di aver visto, una e due volte, gli occhi di donna
Bàrbera, tetri, sopra di lui, come se misurassero lui, uomo.
*
Il più felice a Villa delle Magnolie, era Bobby. Mai aveva goduto tanta
libertà! Aquilino avrebbe voluto cominciare lo studio del greco, ma
Bobby lo pregava di osservare che, probabilmente, il greco sarebbe stato
abolito sul serio. Rimaneva un po' di ripetizione, e sbrigàtosi da
questa, i colloqui con il meccanico delle automòbili, e soprattutto
_mademoiselle Joséphine_.
Nell'assenza di miss Edith, era stata scoperta questa _mademoiselle
Joséphine_, una signora -- come si suole dire -- di mezza età. Il suo
aspetto era quanto mai imponente: il suo italiano, dopo venti anni di
residenza in Italia presso le _plus aristocratiche_ e _respectable
famiglie_, come ella diceva, si manteneva un campionario delle
sconcordanze. _Delicatezza e rispetto_, costituivano le due specialità
che impartiva insieme alle tre lingue, francese, tedesco, inglese,
indifferentemente, essendo ella, non si capiva più se francese, se
tedesca, se inglese. Era a tre usi. Ma pur con tutto quel suo
campionario di atrocità verso una lingua, quasi a dimostrazione del suo
amore verso le altre tre, ma pur con tutto _il rispetto e la
delicatezza_, la povera signora, _idest mademoiselle Joséphine_,
specialmente da quando, oltrepassata la prima mezza età, era entrata
nella seconda mezza età, si trovava spesso _giù di servizio;_ e con sua
sorpresa e dolore, doveva passare dalle _plus aristocratiche_ e
_respectable famiglie_, nella casa di una buona donna che la ricoverava
a pensione.
Di questi salti, cioè dalle tavole coi fiori, i merletti, i centri, le
_Delikatessen_, al desco che aveva per tovaglia anche un giornale,
_mademoiselle Joséphine_ incolpava la troppa perfezione del suo
insegnamento trilingue; e ultimamente incolpava _cette incommensurable
atrocité_ della guerra.
Come vittima della guerra, si era presentata a donna Bàrbera, in tenuta
di irreprensibile e virtuosa governante. Ma è che la povera
_mademoiselle Joséphine_ era la più innocente delle oche. La sua
pudibonda maestà, non priva di rotondità appariscenti, la aveva salvata,
nei primi giorni. Poi fu un disastro! Bobby, intuita, azzannata la
preda, non la lasciò più. Il nomignolo che le aveva applicato era, _la
moglie di re Cettivaio_. In fondo _mademoiselle Joséphine_ avrebbe
sopportato questo ed altro, ma a patto che due cose le fossero state
concesse: mangiare bene a tavola e un pìsolo dopo mezzodì. Poi si
sarebbe abbandonata alla mercè di Bobby. Ma Bobby con quella prontezza
di giudizio che lo contraddistingueva, faceva appunto trottare
_mademoiselle Joséphine_ dopo il mezzodì; e a tavola sapeva, con
diabolica abilità, mutarle in veleno le più saporite vivande. Ciò poi
che avvenisse durante le lezioni di inglese e di francese, nelle ore
afose fra le due e le tre, era un mistero di cui qualche traccia
appariva nell'esclamazione: -- Ah, Bobby niente _gentleman_ con io!
Aquilino se ne accorse, e rimproverò Bobby: -- Sono scherzi indecenti,
Bobby.
-- Lo so, ma voglio fare il Kaiser anch'io.
_Mademoiselle Joséphine_ ricorse allora, ingenuamente, a donna Bàrbera;
e mise in rilievo, ohimè, certi esercizi ginnastici di Bobby, nei quali
la rispettabilità delle sue ridondanze non era troppo osservata. Ma
invece di eccitare la dolorosa sorpresa di donna Bàrbera, non aveva
eccitato che un freddo sorriso. -- Ma non mi racconti storie. Se fosse
una ragazzina, capirei anche! Ma alla sua età! Pensi, pensi piuttosto ai
casti pensieri della tomba.
_Mademoiselle Joséphine_ era uscita dal salottino di donna Bàrbera con
una faccia apoplèttica. Poi avendo trovato don Ippolito che fumava la
sua _gibidì_, gli aveva raccontato il tragico _event_, terminando: -- Ah,
io sono il _souffre douleur_ della marchesa!
Ma aveva visto don Ippolito sorridere: pareva in quel sorriso dire:
_Anch'io!_
-- Cara signora,... -- cominciò egli.
-- Signorina, _s'il vous plaît, monsieur_.
-- Cara signorina, diciamo allora -- riprese il marchese -- in questa
faccenda io non me ne intrigo.
-- Ma non siete voi?
-- Niente _voi, ma lei, s'il vous plaît_. Sì, io sono realmente il capo
di casa, ma mi occupo specialmente.... dell'alta direzione morale.
*
Le atrocità del _Kaiser-Bobby_, divennero un bel giorno così
insopportabili, che _mademoiselle Joséphine_ ricorse ancora alla
marchesa; ma invece di precisare gli atti _grossiers_ di Bobby, e le
infrazioni a quella _delicatezza e riserbo che costituiscono le prime
qualità di un vero gentleman_, la povera donna commise l'errore
imperdonabile di elencare le case rispettabili dove ella era stata e
dove mai le erano successi simili inconvenienti.
-- Favorisca ripetere -- disse donna Bàrbera.
La gran _mademoiselle Joséphine_ allibì.
-- Da questo momento lei è licenziata. -- E donna Barberina levò il dito.
Aquilino trovò la gran _mademoiselle Joséphine_ che piangeva: così
dirottamente che quasi gli venne da ridere. Ma quando la povera donna
confessò la sua miseria, la sua solitudine, e che la sua maestà con le
tre lingue era buttata sul lastrico, gliene venne pietà.
-- Proverò a parlare io alla marchesa -- disse.
_Mademoiselle Joséphine_ voleva abbracciare Aquilino.
-- Mi ringrazierà dopo -- disse -- perchè...., perchè non prometto niente.
Pensò ad una patetica perorazione in favore della disgraziata; ma non
ebbe mestieri di condurla a fine, che si sentì rispondere dalla marchesa
questo strano verso: _A tanto intercessor nulla si nega_.
E fu lui, allora, che allibì di fronte all'imperterrito sorriso della
marchesa.
*
Anche certe esibizioni del vestire di lei, certe pose erano perturbanti.
Oh, non ricordava più donna Barberina che anche lei aveva dato il suo
onorevole nome alla società per la morale pubblica?
*
È inutile, un giovane anche se volesse rimanere virtuoso, non può.
-- _Non è mica vero che tu voglia rimaner virtuoso_ -- gli diceva una voce
dentro.
«E poi quel poveruomo lì del marchese, -- pensava Aquilino come per un
martellamento della coscienza -- che non vede niente, che non capisce
niente.... No, no! io non tradirò mai quel pover'uomo!»
-- _È che tu sei giovane timido_, gli diceva ancora quella voce. E aveva
una rabbia!
Non reggeva più a quella vita in tre. Ed ecco venne il quarto nella
persona del senatore.
Soleva il magnifico senatore venire ogni autunno a Villa delle Magnolie,
e se questo fosse un onore che faceva o che riceveva, non era stabilito.
In quell'anno, essendo forse anche per lui spezzato il _ritmo_, venne in
agosto. La valigia con cui il magnifico signore sbarcò dall'automobile
sui marmorei gradini di Villa delle Magnolie, dimostrava la intenzione
di una lunga dimora.
Il discorso anche del senatore scivolava su la guerra.
Il senatore notò con sorpresa come don Ippolito parlava; aveva libertà
di parola; ed avendo libertà di parola, spiegava tutte le vele non senza
una certa magnificenza.
Il senatore sperava ancora che l'Italia avrebbe mantenuto fede alla
alleanza germanica; e su questo punto il marchese non diceva nè sì nè
no.
-- Perchè altrimenti -- aggiungeva il senatore -- una spedizione punitrice
di mezzo milione di Bavaresi sarebbe calata per la Gotthard-bahn.
E il marchese disse di no.
-- No? -- Il senatore sapeva tutto da confidenze segretissime di generali,
di alti diplomatici....
-- No, perchè ci devo essere anch'io, marchese Ippolito di Torrechiara.
E quando il senatore disse che i Tedeschi erano educatissimi guerrieri,
il marchese domandò il permesso di avere contraria opinione.
E quando il senatore disse che tutt'al più si poteva deplorare qualche
eccesso di baldanza giovanile, il marchese osservò che era una
giovinezza che datava dal tempo di Ariovisto e di Alboino.
E quando il senatore disse che il Re del Belgio aveva operato come un
amministratore imprudente che per fare delle grandezze non dà poi un
centesimo di dividendo agli azionisti, il marchese Don Ippolito non
ammirò la bellezza della similitudine.
E quando il senatore osservò che i Tedeschi violando la neutralità del
Belgio, avevano rispettato lo spirito dei patti nel modo medesimo che
Cristo aveva osservato la legge sul riposo festivo quando salvò
l'infermo nel giorno di festa; perchè se avesse aspettato il giorno di
lavoro per operare il miracolo, l'ammalato sarebbe morto; il marchese
Ippolito non ammirò abbastanza la sottigliezza dell'ingegno del
senatore, ma lo consigliò di essere più semplice.
-- Come?
-- _Il Prìncipe non debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli
torni contro_, come diceva Machiavelli.
-- Ma suo marito parla! ma suo marito si diverte a contraddirmi, ma lei,
ma lei, cara donna Barberina.... -- diceva in disparte il senatore. Cioè,
ma lei lo lascia parlare! Ciò è inaudito.
La marchesa faceva per risposta quella sua smorfietta che serviva a
tutti gli usi.
Ma don Ippolito, sentendosi libero, alzava oltre alle vele, anche i
pavesi e le fiamme della sua eloquenza.
-- No, signor senator riverito! Se anche Clio, la musa della storia,
scriverà questa guerra fra le grandi sue pagine, Clio rimarrà lo stesso
un'indecente baldracca. Quanti re dei cannoni e delle piastre d'acciaio,
quanti ideòlogi pazzi d'orgoglio passeranno per eroi; e quanta povera
gioventù, anche in Germania, crederà di morire per la patria; e
moriranno soltanto per il dio Mammone! Almeno i Greci e i Troiani
d'Omero morivano per la bella Elena. Ma chi le nega, senator mio, che la
Germania è la prima in tutte le scienze? È appunto per questo che essa è
dimostrativa del fatto eterno che l'uomo non è nè più nè meno che un
ruminante. Rumina tante belle idealità, e vive nel suo fimo come un
ruminante. Ah, laurearsi in chimica, in meccanica, in fisica e
metafìsica! Nessuno è più altamente laureato della Germania. Ma è nei
princìpi elementari che è difficile laurearsi! Ed è per questo che
Cristo ha detto: _Se non divenite come piccoli fanciulli, non entrerete
nel Regno dei Cieli_. Oh, povero Cristo! Oh, vane acque lustrali del
battesimo! L'uomo sèguita ad insudiciarsi perpetuamente! Forse, prima di
morire, cade nell'uomo un barbaglio di verità della sua inguaribile
sudiceria, ma è troppo tardi. In fondo credo che abbia ragione il Papa
quando dice: _Pregate!_ Non rimane che pregare. I vecchi medici, nei
mali incuràbili, per confortar l'ammalato, scrivevano nelle ricette:
_mica panis!_ «pillole di mollica di pane». Voi siete ammalati di un
male incurabile!
*
-- Suo marito, marchesa, non si può sopportare alla lettera -- aveva detto
il senatore.
-- Lo compatisca. La guerra gli è andata alla testa.
-- Compatire è una cosa, cara marchesa, e rimanere qui è un'altra.
Faccia, faccia visitare suo marito da qualche specialista.
E il senatore se ne era andato.
*
-- Avete osservato? -- aveva detto don Ippolito ad Aquilino -- da quando
quell'inglesina se ne è ita, mia moglie non si riconosce più. Non ha
nemmeno trattenuto il senatore. Un ospite che, vi garantisco, dopo tre
dì, manda odore come un pesce. Eppure quello, vedete, è un uomo felice!
Vive dentro la proprietà di un suo sistema filosofico, come un mollusco
entro la sua corazza. Oh, un uomo d'ingegno!
Ma la marchesa aveva detto ad Aquilino: -- So che la presenza del
senatore non le era gradita, e ce ne siamo disfatti.
E Aquilino allibì una seconda volta.
*
Il giovane aveva oramai la percezione di trovarsi sopra un terreno in
frana, con moto insensibile, ma irresistibile: una percezione paurosa e
voluttuosa insieme. Il suo stupore era che nessuno se ne accorgesse: il
marchese tutto occupato dell'enorme frana del genere umano, meno di
tutti.
Ora donna Barberina aveva preso l'abitudine di farlo chiamare, di quando
in quando, per futili motivi. Usciva da quelle stanze di lei con una
tempesta di dentro.
-- Scusi se la ho fatta incomodare -- disse ella graziosamente una volta,
e aveva molte lettere in iscrittura: -- mi si presenta una questione, oh
una sciocchezza, sa! Quel _gentile_ oppure _gentilissima signora_, che
si mette negli indirizzi, mi è diventato così banale. Come si potrebbe
variare; come dicevano una volta?
Aquilino aveva un bollore di dentro, un formicolìo nelle mani.
-- Una volta dicevano -- rispose -- _valorosa, eccellentissima madama,
illustre eroina;_ oppure erano lunghi titoli, non privi di una certa
bellezza che oggi però suonerebbero disusati.
-- Per esempio?
«_Anche gli esempî!_» -- Per esempio, ad un gentiluomo si diceva: _Nobile
e savio cavaliere, huomo di molta gentilezza e savere_.
-- E ad una donna?
-- Secondo la condizione.
-- Per esempio?
-- Ad una monaca si diceva: _Religiosa, honesta dòmina, molto da onorare
e alla verace luce di vita eterna pervenire_.
-- E ad una signora maritata?
-- _Alla carissima donna sua, molto da onorare, manda salute, cum
perfecto amore; vel salutem cum honestà di puro matrimonio da conservare
castamente; vel salutam cum dirittamente lo matrimoniale ordine
conservare_.... «La capisce la lezione sì o no?» disse entro di sè
Aquilino.
Ma donna Barberina mostrò di non aver capito.
-- Ah grazioso! -- aveva ella detto, sorridendo.
Era seguìto un certo silenzio.
Aquilino aveva chiesto se comandava altro.
-- No, lei può andare -- aveva risposto con la continuazione di quel
sorriso, un sorriso di lento squisito martirio.
E Aquilino uscì piano per quella sfilata di stanze, dal silenzio
profondo, che precedevano il salottino di donna Bàrbera. Una luce
verdolina pioveva dai diaframmi di seta, alle finestre: tutto ombrato in
riflesso verde; anche i fiori, i quadri, i tappeti profondi, i mobili
laccati: un lùcido verde, contro il sole: come uno smarrimento. Gli
veniva a mente quella serpe verde attorno al petto della donna, nel
tenebroso quadro di Francesco Stuck.
Barcollava. _Per dio, ma dovrà ben riconoscere in me un'eroica forza!_
Ben ricordava: la voce di lui, il suo gesto non avevano tradito
un'emozione, nulla: impassibile.
Ma più si allontanava, più precipitava il passo per il bisogno che egli
avea di rifugiarsi nella sua camera. _Io non sono, per dio, il paggio al
servizio della marchesa!_ gridò.
-- _No, tu sei un pedagogo idiota!_ sentì ghignare quella voce di dentro.
-- Si diverte di me, l'infame! -- gridò ancora Aquilino.
-- _No, non si diverte!_ gli rispose quella voce.
*
Gli parve di trovar pace nella sua camera. Ma chi c'era nella sua
camera?
L'imagine grottesca di Giuseppe, figlio di Giacobbe, interprete di
sogni, ridìcolo attraverso i secoli, era lì, nella camera; era da per
tutto.
_Oh, Giuseppe fu un virtuoso giovane_ -- gli diceva quella voce diabòlica
-- ; _ma tu troverai sempre, fra il tuo piacere e la tua imbecillità,
qualche impedimento a cui darai il nome di virtù_.
Or Aquilino uscì dalla sua camera e chiamava a gran voce:
-- Bobby, Bobby, Bobby!
Andò in cerca del giovinetto.
-- Ha ripassato la lezione?
-- Scusi, ma non è l'ora, -- rispose Bobby.
-- Se non è l'ora, creiamo l'ora. Studiamo insieme. Quest'alta poesia,
su, Bobby!
E Bobby lesse:
Qual masso, che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all'impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;....
-- Sa che è lunga! -- disse Bobby, traendo il respiro.
-- Bobby -- disse Aquilino dopo un po' -- facciamo una cosa eroica!
-- Ah, sì!
-- Cominciamo il greco.
-- No, professore -- disse Bobby con mansuetudine. -- Mamà ha assicurato
che il greco sarà tolto.
-- Anche se inutile, una cosa eroica è utile....
-- Sarà....
«_Ah Bobby, Bobby: destinato a rimanere Bobby; un essere inùtile, come
vi sono tanti inutili Carletti, Totò, Jean!_» sospirò Aquilino.
-- Oh, come è fatto il greco! -- esclamò Bobby rigirando la grammatica che
il precettore gli avea messo innanzi. -- Ma professore -- esclamò poi
Bobby --, perchè mi guarda così?
Aquilino si era fissato nel giovinetto, e pensava non al greco, ma, per
indurre in sè repugnanza, pensava al viaggio che Bobby aveva fatto
nascendo per le oscure, immutabili vie dell'essere, tredici anni fa:
_Inter faeces et sanguinem natus_ -- diceva per indurre in sè repugnanza.
Ma non vi riusciva. Aveva davanti il piedino di donna Bàrbera.
_Un piede? Un pezzo anatòmico, una calza, una scarpa.... Come il piede
di un parroco._
Vaneggiava.
-- _No! io non farò. Non è bene!_ -- disse a se stesso. Aveva la
sensazione tragica, che un'invisibile fenditura minacciasse su su, sino
alla torre di Albraccà, la vecchia casa patrizia. -- _No, non cederò!_
*
In un pomeriggio grave, fu pregato di passare da donna Bàrbera.
Le tre sale, con la luce verde, precedevano il salottino di donna
Bàrbera. Immote le magnolie giù nel parco si vedevano: disabitato era il
luogo.
Oh, l'affannoso, tormentoso percorso!
-- È permesso? -- domandò Aquilino quando fu giunto in fine dei tre
salotti verdi.
-- Venga avanti! -- Era la consueta voce. Ma come aprì l'uscio, agli occhi
di Aquilino, ritto su la soglia, si discoprì donna Bàrbera.
Ella si stava, come stanca, seduta sopra un divano; perfidamente
vestita. Una lama infocata penetrò nelle carni del giovine, e le pupille
videro sangue.
E con voce indolente ella disse: -- Bobby si è lamentato del greco. Io lo
rimanderei, caro professore. Non le pare che sia da rimandare?
Ed allora soltanto sorrise; ma le pupille di lei non ridevano. Tenebrose
pupille! Parlava dello studio del greco.
Ella procedeva lentamente, con quel sorriso e con quelle parole,
dondolando -- un fremito? -- come la testa fascinatrice della serpe.
Un'oscura nube ottenebrò l'uomo.
Egli aperse la palma della mano, e la posò con rabbia su la spalla di
lei, sì che la abbattè con violenza.