Perchè poi?
Questo sgarbo tolse al giovane la voglia di venire a qualche spiegazione
sugli esercizi latini e su Giulio Cesare.
*
Da alcun tempo si parlava nel mondo scientifico degli _elettroni_. Gli
_elettroni_ non potevano non passare anche per il salotto di donna
Barberina.
Mandar giù Nietzsche per opera di una languida donnina, era tollerabile;
ma quegli _elettroni_, così difficili, no. Tanto più che a tutti
parevano così facili.
Colse un momento di pausa e -- Signor senatore -- domandò --, ma noi
sappiamo veramente che cosa siano gli _elettroni_?
-- Particelle elettriche, cioè gli intimi elementi dell'architettura
dell'universo -- rispose il senatore.
-- E l'intima natura delle particelle elèttriche?
Questa seconda domanda seccò il senatore. Rispose:
-- Ma lei mi confonde il pensiero con la materia, la fisica con la
metafisica!
-- Era una gloria dei nostri grandi essere insieme fisici e metafisici --
contraddisse Aquilino.
-- Ma no! ma no! ma no! -- disse il senatore con lieve moto delle spalle --
scusi: lei vive nel passato o nel presente?
-- Io non so -- rispose Aquilino -- se il tempo in cui vivo si chiami
passato ovvero si chiami presente: ma so che l'anima è come soggiogata
dalla paura di certi problemi, e quando noi diciamo che la materia è
formata dagli _elettroni_, senza altro sapere, ci accontentiamo di
troppo poco, perchè noi spostiamo, non risolviamo l'enigma.
-- Ma non esistono enigmi. E poi sa? chi si accontenta gode.
Ah, questa era insolenza!
-- E allora -- disse Aquilino -- si accontentava anche il filosofo
peripatetico del tempo di Don Ferrante e di Donna Prassede quando diceva
che _la materia ora è caos, ora è una selva, or massa, or peccato, ora
tàbula rasa, ora prope nihil, ora neque quid, neque quale, neque
quantum_, e per esprimere tutte queste definizioni con una sola parola,
che la materia _est tamquam foemina_.
-- E sia contento anche lei -- disse con manifesta derisione il senatore.
-- Quando io vado in treno elettrico, io mi accontento del dominio umano
su la forza della materia, trasportata da una cascata alpina alle rotaie
del treno. E non penso più in là.
-- Ed io, invece, penso più in là! -- rispose Aquilino.
-- Bravo e mi piace -- si udì allora una voce nel silenzio dell'uditorio.
Quel _bravo_ e quel _mi piace_ appartenevano al poeta Emme. Aquilino si
volse. Il poeta Emme, ritto, nell'ampio ondeggiante sottano nero, detto
or _stiffelius_, or _financière_, or _prefettizia_, sorgeva dietro alle
sue spalle. Pareva dire dal ghigno del volto e dalla caramella
nell'orbita: «Si batte bene, il giovanotto».
«Caro monòcolo, caro poeta -- disse in suo cuore Aquilino -- grazie. Ecco
i poeti utili a qualche cosa».
-- Ma mi faccia il piacere -- disse il senatore al poeta Emme, -- che lei
contraddice per semplice sport -- ; e si allontanò con le spalle, per un
angolo di quarantacinque gradi da Aquilino. -- Lei sa meglio di me, caro
poeta, che le fandonie metafisiche di quel signore non hanno più
importanza se non come stìmolo del pensiero. È l'uomo che crea il fatto,
e col fatto crea la verità, e perciò l'uomo è Dio.
-- Ma una simile opinione, signor senatore -- disse forte Aquilino -- fu
già annunciata duemilacinquecento anni fa; e poi fu ritenuta fandonia,
ed oggi ritorna verità. Sia pure! Ma può anche col tempo ritornare allo
stato di fandonia.
-- Eh! -- fece il senatore -- cioè «eh! chi è l'audace che chiama fandonie
le mie parole?» Ed il senatore fu costretto a girare di nuovo per
quarantacinque gradi, intorno al suo cardine, sino ad incontrare il
volto di Aquilino.
-- Ma sì, signor senatore! Ella sa benissimo che duemila e più anni fa,
il sapiente Protàgora affermò quello che lei afferma, cioè che _l'uomo è
la misura di tutte le cose, cioè che l'uomo è il criterio unico della
falsità o della verità di tutte le cose_; cioè è Dio! Un Dio che
trasporta anche la energia alpina alle rotaie; ma lui, come lui, non si
porta bene in gambe.
Il nome del filosofo greco Protàgora non era evidentemente stato
introdotto nel salotto di donna Barberina.
Un po' di sconcerto, un po' di malessere.
-- Ma lei con le sue paure e gli enigmi -- disse il senatore -- non capisce
che mi manda la civiltà indietro?
-- Mie? Di tanti! Per esempio anche di Leonardo da Vinci. Leonardo da
Vinci quando penetrò nella caverna dei misteri della natura, dichiara
che fu preso da due sentimenti: _desiderio_ l'uno e l'altro, per
l'appunto, _paura_.
Donna Barberina era su le spine.
Leonardo da Vinci era un personaggio presentato, conosciuto, e non si
poteva trattarlo male.
E d'altra parte il volto del senatore esprimeva questa opinione intorno
ad Aquilino: «Sa che lei è un bell'empiastro?»
Ma quel commendatore, che non aveva riguardo per Giulio Cesare, non ne
ebbe nemmeno per Leonardo.
La parola _caverna_ detta da Aquilino, illuminò il di lui spirito; e
troncò corto, dicendo al giovane: -- Tutto questo che lei dice, sarà
benissimo: ma al tempo che gli uomini andavano in giro per le caverne.
Lei, scusi, da quale paese viene? forse dal paese delle caverne?
Aquilino sentì tutto lo scherno di quelle parole. Gli formicolavano le
dita per una gran voglia di creare il fatto e la verità, scaraventando
qualcosa.
-- Signor commendatore -- disse --, lei mi domanda da che paese vengo. Io
vengo da X...; ma veramente io sono originario da un povero paese in
cima ai monti dove ci sono anche le caverne. Mio padre era medico in
quel paese e mio nonno _idem_; e l'uno e l'altro, per ragioni
professionali, erano al contatto continuo con il dolore umano. E siccome
in quel paese non c'erano le lampade elettriche che ci sono qui, così
avevano l'abitudine di guardare le stelle, la luna, il sole. E siccome i
boschi, e i monti, e le caverne hanno certi loro aspetti paurosi, così
essi sentirono e il dolore e la incommensurata paura delle cose. Io, da
bambino, sono vissuto con loro, lassù. Quei miei vecchi, inoltre, non mi
hanno lasciato in retaggio che la loro povertà. E se per effetto di essa
sono venuto da lungi qui al servizio della signora marchesa, questo
dichiaro e non me ne vergogno. E se le idee un po' semplici portate giù
dalla montagna e dalle caverne sono sbagliate, cercherò qui, e con
l'aiuto delle lezioni di lor signori, di correggerle e di emendarle.
Così parlò Aquilino; e le sue parole stridevano come un violino a cui fa
accompagnamento un contrabbasso commosso.
Tutti ascoltavano, e donna Bàrbera pareva pur essa sorpresa che un suo
servitore, a centocinquanta lire, suonasse, su di una vecchia ribeca,
una musica di sua testa. Il _magnifico commendatore_ borbottava non so
che voci, come, _poesia, poesia, poesia!_
*
La marchesa a cui quella partita di parole pareva già troppo pericolosa,
fu pronta come nel giuoco del dòmino, a confondere le tèssere per
preparare nuovo giuoco.
-- Scusate -- disse -- ma io rimango dell'opinione del senatore. Quando io
vado in treno elettrico, non sto a domandare perchè va. _Il ne faut pas
pousser la sagesse jusqu'à la folie._ D'altronde il treno elettrico non
fa fumo.
Il senatore lodò la saggezza sempre notevole della marchesa, ed infine
il discorso fu sviato.
La poetessa assicurò Aquilino dicendogli, in confidenza, che aveva
ottenuto ottimo successo, esaltandosi con la umiltà.
Il giovane la pregò di credere che lui per l'affare degli elettroni
riposava benissimo la notte; e poi volle ringraziare il poeta Emme del
suo valido soccorso.
Ed aggiunse: -- Io avrei voluto approfondire, ma il senatore mi voltò le
spalle....
-- Approfondire? Lei ha approfondito anche troppo!
-- Ho paura anch'io.
-- Il senatore non gliela perdona più.
-- Pazienza! Ma io sto in pensiero per la marchesa. Con l'amicizia che
c'è fra loro, non vorrei che mi capitasse qualche brutto scherzo.
-- Già, perchè lei è alle dipendenze della marchesa....
-- Precisamente.
-- Per la marchesa, per la marchesa....
-- Dica....
-- Per la marchesa, la faccenda è complessa, e se crede, le spiegherò.
-- Faccia il piacere, mi spieghi.
-- Non qui: ci vedremo fuori. Qui anzi non si faccia vedere troppo a
parlare con me. Non si è accorto che io sono, qui, un po' la _bête
noire_?
-- Non mi pare.
-- Ma lei vede pochissimo!
-- Me ne persuado, ohimè, sempre di più.
*
Del resto poco gli importava, anche della marchesa.
Aveva visto gli occhi di miss Edith che si erano finalmente aperti sopra
di lui.