CAPITOLO XII.

Il salotto della marchesa.

Nel tempo che Aquilino era assai giovanetto, e che fra l'avemaria e

l'ora di notte, la sua piccola città si addormentava, egli pensava

talvolta come invece doveva esser beata la vita in quelle città, dove

sui teatri splendenti rècitano e càntano gli uomini e le dee; e non il

teatro dei burattini con quelle due candele di sego. E dove specialmente

vi sono i club e le conversazioni. E non le veglie, dove le donne vi si

avviano con lo scialle, e lo scaldino sotto il zinnale: ma quelle

conversazioni scintillanti, dove un servo in livrea annuncia conti e

contesse; e vi sono quegli angioli con le trecce, fra cui un giovane di

spirito può trovare anche una dote. O felicità, essere presentato in

quei luoghi!

E qualche volta, nel suo letticciolo, sentendo avvicinarsi e lontanare

il grido della guardia: «Sono le due, tempo sereno! Sono le tre, tempo

nùvolo!», pensava che a quell'ora il signor conte Orloff usciva dal

club, nelle sue pelliccie d'astracan, e tornava a casa in _rue d'Antin_,

portando nel suo coupé, o una borsa d'oro guadagnata al baccarà, o un

angelo di Parigi con la _toilette_ in _deshabillé_. Beato conte Orloff!

Ma chi era il conte Orloff? Un personaggio conosciuto in un romanzo di

Ponson du Terrail.

*

Ebbene, allora in sul più bello della giovinezza, Aquilino fu presentato

nel salotto della marchesa, ma non provò tutte quelle soddisfazioni che

si era ripromesso; forse perchè egli non era il conte Orloff. O forse

perchè la miglior soddisfazione consiste non nel vigilare, ma nel

dormire. Ben è vero che ai ricevimenti della marchesa non si ballava,

non si facevano simpòsi. Tutt'al più simpòsi intellettuali: ed una delle

più ambite soddisfazioni della nobile signora era quando un qualche

personaggio qualificato, di trànsito per la città, facesse scalo ai suoi

venerdì.

E non solamente non provò soddisfazione; ma trovò che navigare per

quelle sale era difficile. Ma la marchesa aveva fatto capire che

desiderava che lui navigasse, e _desiderare_ era un verbo uguale a

volere.

Sperò di farci buona figura, ma capì sùbito che era molto non farci

cattiva figura.

Ma cosa saltò in mente al cameriere di annunciarlo con: _il signor

professore?_ «Ma no, buon uomo. Uno della casa come te: tu strofini i

pavimenti, io la testa di Bobby».

Eppure non bastava quell'ampolloso annuncio a spiegare l'attenzione di

cui era fatto segno.

«Io devo avere addosso qualcosa di speciale -- pensò -- perchè tutti mi

ossèrvano». Eppure la cravatta era a posto e quell'abito nero conveniva

bene alle modeste sue qualità di precettore.

Parlare? Adagio Biagio! Allora tacere. Ma anche tacere presentava

inconvenienti.

In verità in lui era qualcosa di speciale; cioè alcune cose gli erano in

più, e alcune cose in meno: il braccio sinistro gli era in più, perchè

la mano, lui, non sapeva dove collocarla. La sua pronuncia gli era in

più, e la avrebbe scambiata con un po' di più snella pronuncia francese.

Una carta topografica per evitare certi scogli a fior d'acqua, ecco una

cosa in meno.

Egli trattò alla semplice alcuni signori presentati col nudo cognome. Ma

quel nudo cognome voleva anzi dire, _illustre_, o già _stato illustre_ o

_in via di diventare illustre_.

Più soggezione gli davano le signore, benchè fossero tanto gentili. Ma

che brutta abitudine avevano quelle signore, quando gli parlavano, di

venirgli a parlare sì da presso da sentirne il fiato in bocca!

Allora invece di essere sciolto, e ridere, e parlare anche lui, si

impietriva in una serietà precoce e dolorosa. «È inutile; è perchè sei

tìmido», gli diceva una voce di dentro. «Non è vero -- rispondeva lui a

quella voce --, non è perchè sono tìmido». Era perchè egli vedeva nella

donna qualcosa, che è proprio della donna, che derideva la sua costumata

giovinezza maschile. E quando anche ragionavano di alcuna grave

questione, gli pareva che quella tal cosa pur sorridesse.

Ma le signore forse non si accorgevano di tutte queste complicazioni.

Per fortuna, a disimpegnarlo un po', c'era quella testolina sentimentale

di giovane donna con la quale conversava quasi alla buona.

-- Lei conosce l'amore? -- gli aveva domandato.

-- Non ancora, signora.

-- Oh! -- aveva ella risposto con stupore, come dire: «lei ignora la

grammatica del mondo».

-- Che vuole? C'erano state tante cose da pensare prima dell'amore: la

colazione, i libri, l'affitto di casa....

-- Ah, io vivo nell'amore -- rispose la testolina sentimentale.

Aquilino le avrebbe anche chiesto qualche bonaria spiegazione come

facesse a star sempre sott'acqua, nell'amore. Ma quando seppe che la era

una gran poetessa, non ebbe più il coraggio di così semplici domande; ed

allora imparò che non esistono soltanto gli uomini illustri, ma anche le

donne illustri, e perciò la cautela nel parlare non è mai troppa.

*

Anche tutto quello che egli sapeva, cioè la sua intellettualità, era in

più, perchè prevalevano altre intellettualità esotiche, le quali come

correnti marine portavano lui lontano lontano sì che una nostalgia amara

e nuova gli stringeva il cuore: «O cara Italia, come sei tu lontana!»

Gli parea anzi strano sentir talvolta nominare Dante e Leonardo da

Vinci.

Più sovente ricorreva il nome di Gabriele D'Annunzio, di cui sapevano

più cose che non ne sapesse forse quel poeta medèsimo. «Bisognerà che mi

impratichisca un po' -- pensava -- di tutte quelle diavolerie di nomi

stranieri; e anche di quel Leonardo di cui tanto si parla». Ma poi vi

erano altri nomi, pur non stranieri, che gli davano un cerchio alla

testa: che so io, _cerebrale_, _amorale_, _volitivo_, _androgìno_,

_edonismo_, _idealismo_, _positivismo_, _buddismo_, _teosofia_,

_futurismo_, _estetico_, _micènico_, _dionisìaco_, ecc.

E quando parlavano di politica, s'accorse di stare a bocca aperta ad

ascoltare. «Gran Dio! Come è possibile che questi signori sappiano tanti

segreti di Stato? E quelle confidenze così ciniche di uomini del

Governo, che qui si ripètono, possono essere vere?»

*

Uno dei momenti di maggior impaccio era per Aquilino quando andavano in

giro gli scintillanti vassoi con fini complicati beveraggi, con dolci e

confetti. Cioè _gatô_. E non potere, come con Bobby, proclamare: «Si

dice _dolci_, e non _gatô_». Prendere e lasciare in quei vassoi era

ugualmente seccante. E allora si appartava, per disimpegno, presso

qualche signore anziano un po' solitario, al margine -- per così dire --

della conversazione.

Quel signore canuto, alteramente in posa, con la fronte in

contemplazione delle scarpe lustre, era quegli che pareva accogliere la

sua solitaria conversazione con più deferenza. Senonchè cominciò ad

accorgersi che quel signore aveva anche tutta l'aria di volere

sottoporre lui, il professore della casa, ad una specie di esame

generale.

-- Professore, -- gli avea chiesto -- ha letto l'ultimo articolo della

_Revue des Deux Mondes_?

-- No.

-- Oh!

-- Lei ignora Debussy?

Aquilino rispose che ignorava Debussy, e si sentì guardare come se gli

mancasse il naso.

-- Lei non ha letto l'ultimo romanzo di Bourget? Ah! Lei non ha visitato

il _British Museum_? a Monaco non c'è mai stato?

-- Finora, no: ma spero di andarci.

-- Veda: il precettore del duca X.... conduce ogni estate i signorini, o

a Londra o a Parigi.... Lei non ha mangiato il salmone del Reno _à la

Richelieu_? Certamente avrà letto i romanzi di Abel Hermant....

-- No, signore.

-- Oh!

-- Le poesie di Mallarmé....

-- Nemmeno.

«Ma che precettore si è preso in casa la marchesa?», pareva dire quel

dotto signore.

Ad Aquilino era venuto una gran voglia di rispondere: «Ho mangiato molte

cipolle».

A quel signore balenava un felice sorrisino maligno, come avviene in un

professore che sta per bocciare uno scolaro.

Aquilino pensava:

«Ho capito: qui è meglio dire di sapere tutto, di aver letto tutto, di

essere stato da per tutto, di aver mangiato tutti i salmoni del Reno».

*

Ma vi erano cose di cui non avrebbe saputo dir niente.

Che ne sapeva lui di certa gran cronaca mondana? e dell'arrivo dei

cavalli al traguardo? e di cotali accenni, talvolta, intorno al vestire

muliebre, come di cosa gravissima, e quasi eleusina, per cui vedeva le

signore compiere su di se stesse gesti lenti e quasi ieràtici? E quel

chiacchierìccio, continuo come quello di Bobby, a spettàcolo continuato,

come nei cinematògrafi, ma ad imagini mutevoli ad ogni istante, tanto

che se ci avesse voluto azzeccare una parola non avrebbe mai fatto a

tempo o avrebbe dovuto dire: «Fermi un momento, per carità»? E

quell'ingannevole modo di ragionare per cui niuna cosa seria appariva

eccessivamente seria; niuna cosa stolta appariva totalmente stolta? E

l'inganno stesso della parola! Spesso scintillava il paradosso, ma erano

paradossi addomesticati; spesso spumeggiava la parola, ma non era la

divina ebbrezza; spesso erano fiamme, ma fiamme innocue come in su la

scena.

Ah, il parlare era difficile come il tacere!

E se l'argomento era anche di sua competenza, o non sapeva come

afferrarlo o gli sgusciava via come un'anguilla.

La guerra bandita dall'onorevole Luigi Luzzatti contro le figurine poco

vestite, ecco un argomento di sua competenza. Ma ecco l'_arte_, la

_morale_, la _bellezza_ ballare una tal ridda che Aquilino non sapeva se

prender l'_arte_, o la _morale_, o la _bellezza_.

Ma già il ragionamento era scivolato via. La bellezza, la divina

bellezza estasiava miss Edith.

Ah, il caso di quella dama, la quale si era recata a Parigi in un

_Institut de beauté_, per farsi fare più estètico il naso! Oimè, durante

il ritorno, il naso si era sgonfiato.

-- _Malheureuse!_ -- esclamò miss Edith.

-- Dunque, miss Edith -- aveva chiesto il poeta Emme con un fine sorriso e

il monocolo ben incastrato nell'orbita --, dunque per lei, miss Edith,

la bellezza è forse più importante della virtù?

-- _Yes! pour une femme, parce que la vertu n'a pas de visage._

Oh, la invereconda parola e come proferita!

*

Aquilino ci pensò per tanto tempo. Una giovinetta parlava così! Una

istitutrice! Se lui avesse un figlio, mai avrebbe preso al suo servizio

miss Edith. Cioè per lui sì, ma non per il figlio.

Ma tutti fatui quei discorsi! E avrebbe voluto avere tanta autorità per

deridere e condannare tutto quel chiacchierìccio, quella maldicenza,

quell'ipocrisia, quella vacuità.

Ma poi perchè deridere? perchè condannare?

La maldicenza vi era amabile, e si poteva anche chiamare reciproco

compatimento; la ipocrisia era come una _toilette_ necessaria per

nascondere le parti pudende del discorso; quella vacuità poteva parere

come simbolo dell'enorme verità filosofica che tutto nel mondo è vano: e

se quei vacui signori questo non dichiaravano, è appunto perchè nel

gioco infantile del _perchè_, mai si deve pronunciare la parola

_perchè_.

Forse sarebbe stata goffaggine plebea lo schernire.

E la stessa sentenza di miss Edith che gli parve così immorale, perchè

immorale?

«La bellezza è tutto per la donna» -- questo, in sostanza, avea detto

miss Edith.

E al suo paese -- or ricordava -- quella vecchietta che piamente si recava

mattina e sera nel gran tempio, tutto isculto a sentenze, non soleva

ripetere una sentenza consimile?

Soleva la vecchietta dire, ed ora Aquilino ricordava: «Quando una donna

bella è, povera del tutto non è».

E nel tempio fra le sculte sentenze, questa vi era: _Quod est quod est?

Ipsum quod fuit. Quod est quod fuit? Ipsum quod est._

Era lui che non sapeva. E leggere libri per imparare, non basta.

*

Certo miss Edith in quelle conversazioni non trasportava le sue qualità

pedagogiche. Era molto vivace; e se non la avesse veduta bere acqua,

Aquilino la avrebbe detta misteriosamente ebbra. Le sue grazie un po'

esotiche, il suo parlare straniero attraeva. Dalle pupille di lei

piovevano muti lunghi sguardi. Intimi colloqui or con l'uno or con

l'altro: lungo ridere sonoro come in su le scene. Oh, il _flirt_! E col

senatore più che con altri.

Il grosso uomo ne godeva come un gargantuà a cui è offerta delicata

pastura.

E verso di lui?

Mai! Gli occhi di miss Edith verso di lui erano opachi come occhi di

donna cieca.

E quando la sentiva ridere così, la malediceva dicendo: «Ah potesse

venire anche per te l'ora tenebrosa!»

-- Ah, Nicce! Nicce! Nicce! -- suonava in ritmo dionisìaco la voce di miss

Edith.

Aquilino odiava quel Nietzsche senza conoscerlo; e quanto al _flirt_, si

sentiva capace di un apostolato contro questo inverecondo giuoco

dell'amore.

Però come era elegante miss Edith, come adorabile nella sua semplicità.

*

-- Io credo -- disse ad Aquilino la languida poetessa -- che miss Edith ne

parli più per snobismo che per convinzione. Ma realmente Federico

Nietzsche è l'annunziatore.

-- Ah sì, molto probabile -- rispose Aquilino.

-- Lei -- fu sollecita la giovane donna a soggiungere -- forse lei crede

che Nietzsche sia un pazzo o un perverso?

Il volto di Aquilino tradiva, in realtà, un candore così bello.

-- Oh, un santo! -- sospirò la giovane donna. -- Questo vecchio mondo

imputridisce, e Nietzsche è il profeta dell'igiene del mondo.

Anche Aquilino non aveva troppa stima del mondo, ma quell'_imputridisce_

gli pareva eccessivo. Però, se le faceva piacere....

-- La grande creatrice della vita è la guerra -- disse la poetessa --, e

soltanto un bagno di sangue farà sano il mondo.

Aquilino guardò con stupore quel dolce viso che proferiva così

spaventose cose; sperò che la giovane donna mutasse discorso; invece,

anche più fatale, ella proseguì così:

-- Ed allora avverrà che l'eletto incontrerà la eletta, e la fusione dei

due esseri sarà così sublime che non rimarrà che la morte.

Oh, quale lugubre imagine! «Ma se l'eletto incontrerà la eletta, il

meglio è continuare, e non pensare a morire.»

Questa era l'opinione di Aquilino, e la espresse nei modi più condecenti

all'interlocutrice.

Ma la giovane donna lo riguardava pietosamente come l'iniziato ai

misteri di Eleusi guarda il profano: -- Non si può concepire la vita dopo

l'ardore della fusione.... -- disse ieraticamente.

«E si vada a far fondere» -- le rispose Aquilino in cuor suo.

-- Ed è necessario, -- ribattè colei -- perchè dalla fusione deve poi

nascere il superuomo.

Se quella testolina non fosse appartenuta ad un'illustre poetessa,

Aquilino la avrebbe consegnata per esame ad un direttore di manicomio.

L'amore era per colei come un biscottino inzuppato nel sangue.

*

Ed anche donna Bàrbera come era meravigliosa!

Ma quella era un'altra donna Bàrbera! Non ne esisteva una, ne esistevano

due. Come si metteva! Pareva una giovinetta! Quella testolina bruna con

due diamanti così! E quella voce carezzevole come il flauto!

Parlava con tutti, e naturalmente di tutto; dell'_abùlico_,

dell'_androgìno_, del _Parsifal_, di _Gotamo Budho_, del _dionisìaco_; e

nel tempo stesso nulla le sfuggiva, e -- ohimè! -- neanche lui, Aquilino.

E certe fuggevoli occhiate su lui parevano significare: «senta, lei è

una brava persona, ma si fa un po' compatire. Sa un poco più _dégagé_».

*

Uno dei personaggi più ornamentali del salotto della marchesa era il

senatore, quello delle _fandonie_.

Lo aveva visto due o tre volte in cattedra, e lo aveva inteso parlare di

non so quali codici pergamenacei e cartacei, intorno ad un ignoto autore

di antichi tempi. Lo aveva inteso anche leggere un poeta, ma con sì

fatta voce che gli venne in mente -- per virtù del contrario -- il povero

bibliotecario del suo paese, quando leggeva i poeti, chè gli si

inumidivano gli occhi. Mai il povero bibliotecario del suo paese avrebbe

saputo portare una camicia croccante e scintillante come quella che si

sfoderava fuor dello _smoking_ del senatore. Eppure il bibliotecario del

suo paese era anche lui un erudito: e leggeva i palinsesti e capiva bene

le làpidi.

Si sarebbe creduto che un così autorevole senatore avesse preferito

parlare di cose di somma saviezza. No! Preferiva parlare di cose

mondanette, e ciò non senza un'amabile causticità. Le vesti, e i

reggimenti, e gli ornamenti delle donne avevano in lui un espositore

altrettanto dotto, quanto misurato e garbato.

Se avesse usato pari acume e lepore nelle sue lezioni, esse sarebbero

parse meno tediose.

Quando però interveniva alcuna intricata questione, allora si ricorreva

ai suoi lumi. Egli illuminava, e nessun vento, se non cortese zeffiro di

fronda, si permetteva di soffiare sopra quei lumi.

La marchesa aveva presentato Aquilino a questo _magnifico signore_ come

frequentatore «entusiasta» delle sue «interessantissime» lezioni.

Bugia di prima grandezza, che donna Barberina aveva proferito con un

candore inimitabile.

-- Mi pare, mi pare, mi pare -- rispose quel personaggio; e quel _mi pare_

suonò con voce blesa, in fretta, come un: _mi pale, mi pale, mi pale._

Aquilino avrebbe voluto dire qualche cosa; per esempio, tornar sopra le

fandonie di Muzio Scevola: ma quel _mi pare_ fu proferito in modo da far

capire che se essi due, materialmente, si trovavano a pochi metri di

distanza, realmente la distanza era sì enorme che era inutile parlare.

Ma perchè un tale sgarbo?

La marchesa aveva presentato Aquilino a quel signor commendatore che

aveva _fatto la campagna_ contro il _de bello gallico_ di Giulio Cesare.

La parola di quell'altero signore era adorna e correttissima come le sue

vesti; ma egli non fu corretto con Aquilino.

All'atto della presentazione, tirò un fendente con un'occhiataccia di

traverso e aveva detto: -- Felicissimo!

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 22 / 42 题