NOTE:

[2572] Annalista Saxo.

[2573] Annal. Hildesheim.

[2574] Campi, Istor. di Piacenza, T. 1.

[2575] Chronographus Saxo editus a Leibnitio.

[2576] Cosmo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.

[2577] Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[2578] Antiq. Ital., Dissert. VII.

[2579] Lupus Protospata, in Chronico.

[2580] Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.

[2581] Campi, Stor. Eccles. di Piacenza, tom 1.

Anno di CRISTO DCCCCXC. Indizione III.

GIOVANNI XV papa 6.

OTTONE III re di Germania e d'Italia 8.

Abbiamo detto che l'imperadrice _Teofania_ colla sua venuta in Italia

mise o rimise alla divozione del re _Ottone III_ suo figliuolo que'

popoli che voleano vivere senza briglia. La Cronica del monistero del

Volturno[2582] ci somministra una pruova dell'autorità da lei esercitata

in Italia per un diploma suo spedito in protezione d'esso monistero,

_quarto nonas januarias anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, Indictione

II, anno vero tertii Ottonis regnantis III. Actum Romae_, dove ella avea

celebrato il santo Natale. Ma si dee scrivere _Indictione III_, e per

conto degli anni del _regno_ si ha da scrivere _anno VII_. Tuttavia,

siccome fu osservato in alcuni atti accennati di sopra, non si contavano

per anche gli anni del regno di Ottone III in Italia. Un altro più

importante documento[2583] ho io dato alla luce, cioè un placito tenuto,

_anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis summi pontificis V, die

XIII mense martii, Indictione III, foris civitate Ravenne, in vico, qui

dicitur Sablonaria, post tribunal palatii, quod olim construere jussit

domnus Hotto imperator_. Notabili son queste parole, ma più ancora le

seguenti: _Dum resideret, Deo annuente, Johannes archiepiscopus sanctae

placentine ecclesie in generali placito, simul cum eo Hugo gratia Dei

episcopus sancte hansdeburgensis ecclesie jussione domne Theofana

imperatris_, ec. Un tale atto finisce di chiarire che l'esarcato di

Ravenna, non so se per qualche accordo seguito coi romani pontefici, o

per altre ragioni, era divenuto parte del regno d'Italia; e che da gran

tempo non ne erano più in possesso i romani pontefici. Ottone III non

per anche avea conseguito la corona e il diritto degl'imperadori; e pure

Teofania sua madre fa da padrona in Ravenna, mandandovi i suoi ministri

a tenere pubblicamente giustizia, senza che si sappia che ne facessero

doglianza i papi. Ed ora s'intende perchè Ottone il Grande avesse quivi

fabbricato di pianta un palazzo regale per sè e per gli suoi successori.

Dobbiamo anche al padre Mabillone[2584] la memoria di un diploma d'essa

imperadrice, dato in favore del monistero di Farfa, affinchè gli fosse

restituita la cella di santa Vittoria, posta nel territorio di Camerino.

Fu ottenuto questo diploma _interventu Johannis archiepiscopi

ravennatis, et Hugonis principis_, cioè di _Ugo duca_ e marchese di

Toscana e di Spoleti, che faceva la sua corte alla vedova imperadrice.

Le note di quel documento, come cosa rara, meritano d'essere qui

rammentate. _Datum kal. aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCXC,

imperii domnae Theophanu imperatris XVIII, Indictione III, Ravennae._

L'epoca di Teofania non è giù presa, come pensò il suddetto padre

Mabillone, dall'anno della morte di Ottone II suo consorte, ma bensì,

come avverti il dottissimo padre Gotifredo abbate gotwicense[2585],

dall'anno delle sue nozze, cioè dal 972. Intanto osserviamo che questa

principessa la faceva non da imperadrice, ma da imperadore. Tornossene

ella in quest'anno in Germania per assistere al re Ottone III suo

figliuolo nel governo degli stati. Secondochè racconta Romoaldo

salernitano[2586], _anno DCCCCXC stella a parte Septemtrionis apparuit,

habens splendorem, qui tenebat contra Meridiem, quasi passum unum. Et

post paucos dies iterum apparuit eadem stella a parte Occidentis, et

splendor ejus ad Orientem tendebat. Et non post multos dies fuit

terraemotus magnus, qui plures evertit domos in Benevento et Capua,

multosque homines occidit, et in civitate Ariano multas ecclesias

subvertit. Civitas quoque Frequentus paene media cecidit. Civitatem vero

Consanam prope mediam cum episcopo subvertit, multosque homines

oppressit. Ronsem totam cum ejus hominibus submersit._ Viene anche da

Leone ostiense[2587] narrata questa disavventura con aggiugnere: _In

Benevento Viperam dejecit, et subvertit quindecim turres, in quibus

centum quinquaginta homines mortui sunt_. Angelo della Noce fu di parere

che col nome di _Vipera_ sia indicato un castello di questo nome nel

territorio di Benevento. Credo io piuttosto che Leone significhi una

figura di vipera che tuttavia i Beneventani nella stessa loro città

tenessero alzata sopra qualche colonna, o fabbrica alta: superstizione

ereditata dagli antichi Longobardi. _Simulacrum, quod vulgo Vipera

nominatur, cui Langobardi flectebant colla_[2588], si legge nella vita

di san Barbato vescovo di Benevento. Pare che sino a questi tempi

durasse quella superstiziosa statua o figura in essa città. Ma avendo

noi veduto all'anno 663 che per opera di quel santo prelato fu

atterrata, si può sospettare che almeno il luogo dove essa fu ritenesse

quel nome, e in alcuni non fosse ben estinta quella ridicola persuasione

che dal mantenimento di quel luogo dipendesse la felicità e salvezza

della città, in quella guisa che gli antichi Romani pensarono

dell'altare della Vittoria, i Troiani del Palladio, i Fiorentini della

statua di Marte, ed altri simili.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 334 / 339 题