[2556] Annales Hildesheim.
[2557] Sigonius, de Regno Ital.
[2558] Baron., in Annal. Eccles.
[2559] Martinus Polonus, in Chron.
[2560] Ptolomaeus Lucens., de Roman. Pontif.
[2561] Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXVIII. Indiz. I.
GIOVANNI XV papa 4.
OTTONE III re di Germania e d'Italia 6.
Circa questi tempi, come notò il Dandolo[2562], i Caloprini nobili
veneziani, i quali già vedemmo che erano iti con alcuni lor fazionarii a
stuzzicar l'imperadore _Ottone II_ contra di _Tribuno_ loro doge, e
contro la libertà della lor patria, veggendo per la morte d'esso Augusto
svaniti tutti i loro disegni, tanto si raccomandarono all'imperadrice
_Adelaide_, dimorante allora in Pavia, ch'ella interpose la sua
autorevole protezione presso il suddetto doge, affinchè potessero con
sicurezza tornare a Venezia. L'ottennero essi, con aver il doge mandato
quattro persone che giurarono la loro salvezza. Ma da lì a non molto i
Morosini lor nemici stettero alla posta, allorchè i tre figliuoli di
Stefano Caloprino venivano dal palazzo ducale in una gondola, e li
trucidarono. Il doge mostrò di non avervi colpa; ma il popolo credette
ciò che volle; e chi fu morto, non resuscitò. Sotto quest'anno racconta
Romoaldo Salernitano[2563] che i Saraceni assediarono, presero e
distrussero la città di Cosenza. Aveva scritto sotto l'anno precedente
Lupo Protospata[2564] che nella città di Bari, suddita allora de' Greci,
il popolo sollevatosi contra Sergio protospata (era questa una dignità
conferita dalla corte di Costantinopoli, come di primo capitano),
l'uccisero nel mese di febbraio. Nell'anno presente, _Indictione prima
depopulaverunt Saraceni vicos barenses, et viros ac mulieres in Siciliam
captivos duxere_. Intorno ancora a questi tempi si dilatò forte in
Lombardia l'ordine monastico, specialmente per la venuta a Pavia e per
gli santi esempli di _Majolo abbate_ di Clugnì. Era allora il monachismo
in Italia in somma depressione. Pochi monisteri si contavano, dove
fiorisse la regolare disciplina. Nella maggior parte de' monaci,
massimamente se i lor monasteri erano piccoli, o se grandi, ridotti in
commenda, compariva una deplorabile depravazion di costumi. Trovavansi
talvolta dei piissimi abbati e dei religiosissimi monaci; ma noi poco
sappiamo delle loro virtù, e meno delle opere loro in servigio e
profitto spirituale de' popoli. Si vede bensì dalle memorie che restano,
essere stato l'ordinario e comune studio degli abbati e monaci d'allora
di acquistar tutto dì dei nuovi stabili, ed anche degli stati, cioè
delle castella e ville, che andavan poi a finire nel _sic vos non vobis_
di Virgilio. Ingegnavasi ancora cadauno de' potenti monisteri di avere,
per quanto potea, degli altri monisteri subordinati a sè per tutta
l'Italia, o almen delle celle, ossia de' priorati nelle varie città, o
ne' lor contadi, dove poi teneano un priore, e talvolta alcuni pochi
monaci, i quali se ne stavano in gaudeamus, perchè disobbligati dal
rigore della disciplina.
Giovò non poco la venuta del santo abbate Majolo, perciocchè, oltre
all'aver egli riformato alquanti vecchi monisteri, s'invogliarono molti
di fabbricarne dei nuovi, ne' principii de' quali certo è che fioriva la
pietà e il buon esempio. Però intorno a questi tempi la santa
imperadrice _Adelaide_ aggiunse[2565] un riguardevol monistero
all'antichissima chiesa di san Salvatore di _Pavia_, non sussistendo una
antichità di lunga mano maggiore, che da taluno gli viene attribuita. In
_Parma_ sorse il monistero di san Giovanni, in _Brescello_ quello di san
Genesio, in _Milano_ quello di san Celso, in _Genova_ quello di san
Siro, in _Firenze_ la badia di santa Maria, in _Reggio_ quello di san
Prospero, oggidì san Pietro; in _Padova_ l'insigne di santa Giustina,
per tacer d'altri. In _Modena_ aveva _Ildebrando vescovo_[2566]
conceduta ad un monaco Stefano nell'anno 983 l'antica chiesa di san
Pietro, posta allora fuori della città. I monaci nonantolani, che
assorbivano un'immensa copia di beni ne' territorii di Modena, Cologna,
Ferrara, Verona ed altre città, mirando di mal occhio la disposizion di
un nuovo monistero in lor vicinanza, destramente spinsero un loro monaco
per nome Pietro, che si unì con esso Stefano alla cura della chiesa
suddetta. Quando poi Pietro se la vide bella, rubò all'altro monaco la
bolla episcopale, e tentò con danari il soprallodato vescovo per aver
egli la metà di quella chiesa; ma il prelato, detestando la furberia del
monaco nonantolano, il cacciò via, e confermò[2567] in quest'anno a
Stefano il possesso di quella chiesa: il che fu principio del monistero
di san Pietro, tuttavia florido in questa città, e fondato nell'anno 996
dal vescovo di Modena _Giovanni_. Degno è ancora d'osservazione ciò che
racconta Arnolfo[2568] monaco di santo Emmerammo: cioè che nella sola
Roma si contavano _quaranta_ monisteri di monaci e _venti_ di monache,
professanti tutti o quasi tutti la regola di san Benedetto, e _sessanta_
collegiate di canonici; tanto s'era dilatato l'ordine monastico e
l'istituto de' canonici. Dall'Ughelli[2569] e dal Tatti[2570] è
rapportato un diploma dato da _Ottone III_ in favore di _Adelgiso
vescovo_ di Como, con queste note _Datum III nonas octobris, anno
dominicae Incarnationis DCCCCLXXXVIII, Indictione II, imperii domni
Othonis quinto. Actum in palatio Renesbohe._ Non avvertì l'Ughelli che
questo privilegio non potè mai competere ad Ottone III, il quale non era
per anche imperadore. Il Tatti bensì lo riferì all'anno 978, e ad Ottone
II Augusto. Ma, siccome osservò il chiarissimo padre Gotifredo abbate
gotwicense[2571], neppur così vengono guarite le piaghe di questo
documento, in cui è anche da avvertire quel titolo strano: _Otho tertius
gratia Dei gubernator, seu imperator_.