NOTE:

[2492] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[2493] Ibidem, Dissert. LXIII.

[2494] Antiquit. Ital., Dissert. LXII.

[2495] Ibid., Dissert. V.

[2496] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 10.

[2497] Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2498] Ditmarus, lib. 3.

[2499] Hermannus Contractus, in Chron.

[2500] Epidannus, in Chron.

[2501] Annalista Saxo.

[2502] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.

[2503] Gattola, Histor. Monaster. Casinens.

[2504] Chronicon. Vulturni., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[2505] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.

[2506] Gotifredus Viterbiens., in Panth.

[2507] Ditmarus, in Chron., lib. 3.

[2508] Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.

[2509] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[2510] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.

[2511] Ughell., Ital. Sacr., t. 5, in Venet. Patriar.

[2512] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2513] Annalista Saxo.

[2514] Petrus Damian., Epist. V., cap. 13.

Anno di CRISTO DCCCCLXXXIII. Indiz. XI.

GIOVANNI XIV papa 1.

OTTONE III re di Germania e d'Italia 1.

Tenuto fu nell'anno presente un riguardevol placito in Roma, da me già

dato alla luce[2515], _anno pontificatus domni Benedicti summi pontifici

et universalis papae VII, anno nono sive domno Ottone II magno

imperatore suae coronationis quintodecimo anno, sed et hujus aprilis

mensis Indictione XI_. In vece di _quintodecimo_ avrebbe da essere

scritto _sextodecimo_, se pur qui si parla, come si avrebbe a parlare,

della coronazione romana. Il luogo placito fu _in basilica beati Petri

Apostolorum principis intro hospitale, in eo usualis est nominati papae

dormiendum_. Presedeva il pontefice _Benedetto_ con varii vescovi,

abbati ed uffiziali della Chiesa romana, coll'intervento di _Giriberto

vescovo_ di Tortona, e di _Pietro vescovo_ di Pavia; _is enim ambobus_

(come scrive quell'ignorante notaio) _per consensu pontifici, ac

jussione imperatoria, cura audiendi veritatem eo missi sunt_, stante

l'essere il monistero di Subiaco litigante con quel della Cava, sotto la

protezion dell'imperadore. Fu ivi sentenziato in favore dei monaci di

Subiaco. Intanto abbiamo da Sigeberto[2516], che trovandosi tutti i

baroni di Germania e d'Italia afflitti e costernati per la rotta loro

data dai Greci e Saraceni in Calabria, _sola imperatrix_ (_Theophania_)

_feminea et graeca levitate insultabat eis, quod ab exercitu suae

nationis victi essent Romani: ac per hoc caepit primatibus exosa

haberi._ All'incontro l'Augusto Ottone non capiva in sè stesso per la

rabbia e pel dispetto del danno ed affronto recatogli dai suddetti suoi

nemici, ed altro non ruminava che le maniere di farne una sonora

vendetta[2517]. Venne dunque a Verona con pensiero di metter insieme un

più poderoso esercito. A questo fine intimò una dieta generale della

Germania e dell'Italia in essa città di Verona. Nel testo di Ditmaro si

legge che _anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVIII imperator Veronae

placitum habuit_. Ma si dee scrivere _DCCCCLXXXIII_. Così ancora ha

l'Annalista sassone[2518], che fedelmente va copiando Ditmaro. In essa

dieta _filius imperatoris_ (cioè _Ottone III_ fanciullo in età di circa

quattro anni) _ab omnibus in dominum eligitur_. Ma perciocchè egli non

ricevette allora la corona del regno d'Italia, però si truovano molti

atti pubblici da lì innanzi senza il suo nome. Fu in questa occasione

che si fecero e pubblicarono le leggi di Ottone II, aggiunte alle

longobardiche; giacchè continuava il costume che i re e gl'imperadori

non promulgavano leggi senza saputa e consentimento degli stati. Dalla

prefazione d'esse abbiamo[2519] che intervenne a quella dieta _cum

omnibus Italiae proceribus_ anche _Corrado re_ di Borgogna, zio materno

di esso Ottone II Augusto, chiamato, come si può credere, affinchè egli

pure contribuisse soccorsi per la gran guerra che si meditava di fare

contra de' Greci e Saraceni. Strane ben compariscono quelle leggi agli

occhi nostri oggidì, e s'hanno con tutta ragion da riprovare; ma in que'

secoli d'ignoranza e di barbarie sembrano non solo giuste, ma

necessarie. Secondo le precedenti leggi, qualora veniva prodotto qualche

strumento o testamento comprovante l'acquisto di beni, se mai da

contrarii litiganti veniva rigettato come falso, bastava che chi

l'allegava in suo favore giurasse, toccati i santi Vangeli, che esso

strumento era legittimo e vero, per ottener tosto sentenza favorevole

dai giudici: tanta era la venerazione che si aveva al giuramento. Ma in

pratica se ne provavano dei pessimi effetti. Abbondavano in que' tempi i

falsarii, che imbrogliano anche oggidì il criterio degli eruditi con

certe carte e diplomi che restano negli archivii. Abbondavano del pari

le persone di buono stomaco, alle quali nulla costava il prendere un

giuramento falso. Massiccio dunque era il disordine in pregiudizio dei

giusti acquirenti o possessori di beni. Fin l'anno 962 ad _Ottone I_

Augusto ne fu dato richiamo dai principi d'Italia nel concilio romano.

Per consiglio d'esso Ottone e del papa, se ne differì il rimedio al

concilio che si celebrò nel 967 in Ravenna. Ma neppur ivi si venne a

risoluzione alcuna, _ob quorumdam principum absentiam_: tanto è vero ciò

ch'io diceva del necessario lor consenso per le leggi. Nella dieta

dunque tenuta in quest'anno in Verona, si rimediò ad un tale sconcerto,

ma con un rimedio peggior del male. Cioè fu determinato, che se taluno

accusasse altrui di carte, titoli o giuramenti falsi, si decidesse la

controversia col _duello_; senza badare che il _duello_ è un tentar Dio,

e un mezzo sproporzionato ed infedele per iscoprir la verità delle cose,

e che si dava ai più forti il comodo di occupar facilmente le sostanze

dei men forti. Ma non le conoscevano allora queste verità, quantunque

alla stessa dieta non mancasse un gran numero di vescovi ed abbati, per

la persuasione, in cui erano, che Dio, come protettore della verità e

dell'innocenza, la dichiarasse nel duello, chiamato perciò giudizio di

Dio.

Il tempo della dieta di Verona dovrebbe essere stato il giugno dell'anno

presente, giacchè un diploma di _Ottone II_ Augusto in favore della

chiesa di Liegi, rapportato dal padre Martene[2520], e dato _XVII

kalendas julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI

anno vero regni secundi Ottonis XXV, imperii autem XV. Actum Veronae._

L'anno dell'imperio ha da essere il _XVI_; l'anno del regno non so come

possa essere il _XXV_. E ne dubiterò, finchè mi si mostri un'epoca, da

me non conosciuta fin qui, ed anche ignota al chiarissimo padre don

_Gotifredo abbate_ gotwicense[2521], che diligentemente tratta delle

epoche degli Augusti tedeschi. Vero è nondimeno che di sopra ne abbiam

veduto due altri simili esempli. Ci farà un altro diploma intendere dove

passasse l'imperadore Ottone dopo la dieta di Verona. Questo è

confermatorio dei beni del monistero di santa Maria _in Palatiolo_ di

Ravenna[2522], e con tale autorità formato, che abbastanza indica il

dominio d'esso Augusto in quella città. Fu esso dato _pridie idus julii,

anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI, regni vero

domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVIII_ (dee essere

_XVI_). _Actum Ravennae._ Ma prima di congedarsi da Verona, svegliò

l'Augusto Ottone dei pensieri sdegnosi contra dei Veneziani, a cagion

dell'uccisione del loro doge _Pietro Candiano_. Attesta nondimeno il

Dandolo[2523], che avendo spedito _Tribuno Memmo_ doge alcuni

ambasciatori a Verona in quest'anno, il placò, e ne riportò la conferma

dei patti. Ho io dato alla luce[2524] il diploma d'essi patti, fatto

dallo stesso Augusto ad esso Tribuno doge, dove son distinte le terre

sottoposte al doge di Venezia da quelle del regno d'Italia. Merita

osservazione di dirsi da esso imperadore: _Ili sunt ex nostro scilicet

jure: Papienses, Mediolanenses, Cremonenses, Ferrarienses, Ravennates,

Comaclenses, Ariminenses, Pisaurienses, Cesenatenses, Fanenses,

Senogallienses, Anconenses, Humanenses, Firmenses, et Pinnenses,

Veronenses, Gavallenses, Vicentinenses, Montesilicenses, Paduanenses,

Tervisianenses, Cenetenses, Forojulienses, Istrienses, et cuncti in

nostro italico regno._ Poi seguita ad annoverare i popoli dipendenti dal

doge di Venezia. E perciocchè egli non distingue punto dal resto delle

città del regno _Ravenna_, _Ferrara_, _Comacchio_, ec., segno è ch'erano

in questi tempi incorporate nel regno di Italia, nè sussistesse che

Ottone I Augusto avesse restituito l'esarcato ai papi ed aver egli

perciò fabbricato il palazzo regale presso a Ravenna, come s'è veduto di

sopra. Ma non andò molto che i Caloprini ed altri nobili veneti, nemici

dei Morosini, si portarono a Verona, ed insinuarono ad Ottone Augusto la

maniera di sottomettere Venezia all'imperio suo, con esibirgli anche

Stefano Caloprino una buona somma d'oro, se il dichiarava poscia doge.

Di più non ci volle, perchè l'imperadore, pieno di mal talento contra

chiunque dipendeva dai greci Augusti, vietasse con pubblico bando a

tutte le terre del suo imperio e regno di portar da lì innanzi

vettovaglie a Venezia, e ai Veneziani di metter piede nelle terre

dell'imperio. Il popolo ancora di Capodargere si ribellò ad essi

Veneziani, e si diede all'imperadore, con riconoscere da lui Loreo ed

altri siti. Inoltre il vescovo di Belluno occupò varii beni del veneto

dominio. Allora fu che _Tribuno doge_ fece dirupar le case di tutti que'

cittadini che erano ricorsi all'imperadore, e mettere in prigione le

mogli e i figliuoli loro. Male e peggio sarebbe andata pe' Veneziani, se

non succedeva colla morte di Ottone un gran cambiamento di cose. Ma

avanti di narrar questa morte, conviene accennare che esso imperadore

andò prima a Pavia, dove _IX kalendas septembris prope fluvium Ticinum_

diede un diploma al monistero di Volturno[2525]. Di là passò nei

principati di Benevento e Capua. L'autore della Cronica di Casauria

scrive[2526] che _anno ab Incarnatione Domini DCCCCLXXXIII, Indictione

XI, quum domnus Otto secundus imperator in Apuliam profectus, et Ottone

filio suo coronato_ (ma non sì presto) _apud Varim_ (cioè Bari)

_civitatem maneret, Johannes Pinnensis episcopus, ec._ Ma forse v'ha

dell'errore. Veggasi il Giudicato nelle giunte alla Cronica suddetta. Ci

somministra ancora la Cronica del Volturno due altri diplomi del

medesimo Augusto in favore di quel monistero, amendue dati _II iduarum

novembrium anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI,

regni vero domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVI. Actum

Capuae_. Ma forse questi son da riferire all'anno precedente. Ancor qui

abbiamo l'anno _XXVI_ del regno. Negli originali talmente sarà stato

scritto _XXIII_, che i copisti l'abbiano, siccome è facile, preso per

_XXVI_. Veggonsi in essa Cronica volturnense altri diplomi che servono

alla correzione di questi medesimi documenti. Anzi il cardinal

Baronio,[2527] riferendo questo diploma, legge _anno XXIII_.

Ora tutti questi movimenti di Ottone II Augusto erano per unire un

formidabil esercito da condurre specialmente contro de' Saraceni.

Pensava infino di andarli a trovare in Sicilia. _Disponens_ (scrive

Arnolfo milanese[2528]), _aequoreas undas potestative cum omni

transmeare Italia, per universum regnum dilatat militandi praeceptum_.

Altrettanto abbiamo da Leone ostiense[2529]. E lo storico Epidanno[2530]

aggiugne una diceria del volgo: cioè ch'egli intendeva di fare un ponte

sullo stretto della Sicilia, per passare in quell'isola, come altrove

fece Dario (vuol dire Serse) re di Persia per portare la guerra in

Grecia. Ma venuto esso imperadore a Roma sul principio di dicembre,

quivi infermatosi (chi immagina per afflizion d'animo, e chi per ferita

mal curata), diede fine ai suoi giorni. Abbiamo da Ditmaro[2531],

ch'egli, sentendo avvicinarsi il suo fine, fece quattro parti del suo

tesoro: la prima per le chiese; la seconda ai poveri; la terza a

_Matilda_ sua sorella, badessa piissima di Quidelinburg, e la quarta

agli afflitti suoi cortigiani: _Factaque latialiter_ (cioè in lingua

latina o romana) _confessione coram apostolico, ceterisque coepiscopis

atque presbyteris, acceptaque ab eis optata remissione, VIII idus

decembris ex hac luce subractus est, terraeque commendatus, ubi

introitus orientalis paradisi domus sancti Petri cunctis patet

fidelibus, et imago dominica honorabiliter formata venientes quosque

stans benedicit_. Leone ostiense aggiunge che il corpo suo fu seppellito

_in labro porphyretico_, che durava tuttavia a' tempi del cardinal

Baronio insieme coll'immagine del Salvatore nell'atrio della basilica

vaticana. Questo sepolcro di porfido fu poi levato da Paolo V pontefice

a cagion della fabbrica nuova. Così la morte sul più bel fiore dell'età

troncò la vita e le imprese meditate da questo principe, che prometteva

di uguagliar la gloria del padre, se più lungo fosse stato il corso de'

suoi giorni. L'autore della vita di santo Adalberto[2532] gli dà la

taccia di molta ambizione e di poco senno. Aveva egli, alquante

settimane prima, inviato in Germania l'unico suo figliuolo _Ottone III_,

per quivi ricevere la corona del regno germanico. In fatti, secondo la

testimonianza di Ditmaro, _in die proximi Natalis Domini ab Johanne

archiepiscopo ravennate, et a Willigiso moguntino, in regem consecratur

Aquisgrani_. È notabile che l'arcivescovo di Ravenna facesse la prima

figura in quella solenne funzione. La Cronica d'Ildesheim dice[2533]

ch'egli _per unctionem Johanni ravennatis archiepiscopi in die natalis

Dominis unctus est in regem_. Ma appena terminata la gran festa, eccoli

arrivar la nuova della morte dell'Augusto suo padre, che tutte sturbò

quelle allegrezze. Che in quest'anno ancora giugnesse al fin di sua vita

_Benedetto VII_ sommo pontefice, e gli succedesse _Giovanni XIV_,

verisimilmente lo persuaderan le ragioni che addurrò all'anno seguente.

Fu discacciato in quest'anno dai Salernitani _Mansone_ lor principe con

_Giovanni I_ di lui figliuolo, e in luogo di essi fu creato principe di

Salerno _Giovanni II_, figliuolo di Lamberto, forse della schiatta degli

antichi duchi di Spoleti.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 327 / 339 题