NOTE:

[2475] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.

[2476] Annalista Saxo, apud Eccardum.

[2477] Chronicon Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[2478] Gattola, Hist. Monaster. Casinens. P. I.

[2479] Margarinius, Bullar. Casines., tom. 2, Constitut. LX.

[2480] Romuald. Salernit., Chron., tom. 7, Rer. Ital.

[2481] Hermannus Contractus, in Chron.

[2482] Lupus Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Italic.

[2483] Godefredus Viterbiensis, Panth. de Othone II.

[2484] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.

[2485] Annalista Saxo.

[2486] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.

[2487] Chron. Vulturnen., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[2488] Antiquit. Italic., Dissert. LXII.

[2489] Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[2490] Ughell., Ital. Sacr., tom. 8.

[2491] Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.

Anno di CRISTO DCCCCLXXXII. Indiz. X.

BENEDETTO XII papa 8.

OTTONE II imperad. 16 e 10.

Nel catalogo del monistero nonantolano[2492], da me dato alla luce,

viene scritto che in quest'anno fu conferita questa insigne badia a

_Giovanni archimandrita_ greco, ed è importante la notizia per imparare

a conoscer per tempo un volpone che arrivò in fine ad occupar la stessa

cattedra di san Pietro, siccome vedremo. S'era questo astuto calabrese

mirabilmente introdotto nella confidenza dell'imperadrice _Teofania_,

greca anche essa di nazione. Ed informato che buon boccone fosse quello

della badia nonantolana, goduto in addietro da alcuni vescovi, valenti

cacciatori de' beni de' monaci, l'impetrò, secondo i perversi costumi

d'allora, dall'imperadore. Nella copia del diploma da me veduta e

pubblicata mancava la data[2493]; ma è da osservare come sia ivi dipinto

questo ipocrita. Dopo aver detto l'imperadore che quel monistero, _in

comitatu mutinense constructum, quod Nonantula vocatur, omnibus aliis

majus, et quod olim exemplar bene vivendi, et sanctae conversationis

fuerat reliquis, paene jam annullatum, atque fondo tenus depopulatum

iniquorum pravitate hominum eo quod per longa curricula annorum_, era

stato senza veri abbati, e non essersi trovato fra i monaci alcuno atto

a quel governo, soggiugne: _Posthac consultu sapientium reduxi oculos

meos ad aulicos, inter quos quemdam archimandritem et consecretalem

meum, Johannem nomine, reperi, probis moribus ornatum, pudicum, sobrium,

docibilem, graeca scientia non ineruditum, totiusque prudentia, et

sanctitatis fulgore praeclarum. Quem consilio virorum illustrium,

Deumque timentium, et electione fratrum in jam dicto monasterio

commanentium, a nostro cubili, et necessariis consiliis abstrahentes,

super nominatis fratribus in patrem et rectorem praefecimus_. Osservisi

come la badia nonantolana vien chiamata la più grande, s'io non erro, di

tutte l'altre d'Italia. Ottima fu qui l'intenzione dell'imperadore, ma

andando innanzi, scorgeremo che santo uomo fosse questo archimandrita

Giovanni. Nel mese di marzo del corrente anno si truova l'imperadore

Ottone II in Taranto, dove conferma ad _Odelrico vescovo_ di Cremona i

beni della sua chiesa. Le note del diploma son queste[2494]: _Datum XVII

kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXII, Indictione X,

regni domni secundi Ottonis XX, imperii autem XIIII (si dee scrivere

XVI)_. Quivi ancora egli dimorava _XIV kalendas majas_, come si

raccoglie da altro suo diploma[2495] in favore di _Giovanni vescovo_ di

Salerno da me pubblicato. Scrive Leone Ostiense[2496], che Ottone _venit

Capuam et abiit Tarentum, ac Metapontum, et deinde Calabriam, unde

prospere ad suas reversus. Anno Domini DCCCCLXXXIII iterum magno

exercitu congregato cum Saracenis in Calabriam dimicaturus descendit_.

Ma non v'ha grande esattezza in queste parole, o, per dir meglio, nel

testo che abbiamo. L'anno è ivi fallato certo, essendo che nel presente,

e non già nel susseguente, seguì la battaglia di cui seguita esso

ostiense a parlare.

Romoaldo salernitano racconta[2497], che Ottone II da Salerno _per

Brixiam_ (forse _Brutios_) _et Lucaniam in Calabriam perrexit, et apud

Stylum Calabriae oppidum cum Saracenis pugnavit, eosque devicit, Rhegium

quoque cepit_. Anche Lupo Protospata, siccome abbiam veduto all'anno

precedente, nota che la battaglia d'esso imperadore coi Saraceni riuscì

favorevole ai Cristiani, e che vi restarono sul campo quaranta mila

Mori; nel che, siccome dissi, ognun vede ch'egli aprì di troppo la

bocca. Ma s'ingannarono questi ed altri autori non meno nel fatto che

nel tempo. Non si può staccare dall'anno presente il fatto d'armi

succeduto fra Ottone Augusto e i Mori; ed in questo non restò vincitore,

ma vinto l'imperador d'Occidente. Abbiamo da Ditmaro[2498], da Ermanno

Contratto[2499], da Epidanno[2500], dall'Annalista sassone[2501] e da

altri il vero racconto di questo infelice avvenimento. Intorno a che è

da sapere che i greci Augusti _Basilio_ e _Costantino_, dacchè

penetrarono l'intenzione dell'imperadore Ottone II, di voler assalire

gli Stati da loro posseduti in Puglia e Calabria, gli spedirono

ambasciatori per distornarlo da sì fatta impresa. A nulla avendo servito

le loro esortazioni e preghiere, si rivolsero per aiuto ai Mori di

Sicilia e d'Africa, promettendo loro buon soldo e regali. A questo

invito si leccarono le dita i Saraceni, di nulla più vogliosi che di

poter mettere liberamente il piede nella Calabria: se pure la guerra di

Ottone non fu ancora contra di loro, come possedenti qualche città o

fortezza in quelle parti. Pertanto, raunata una possente flotta navale,

accorsero a sostenere gl'interessi dei Greci, e fors'anche i loro

proprii. Avea l'imperador Ottone anche egli un gagliardo esercito dei

suoi Sassoni, accresciuto da un buon rinforzo di Bavaresi ed Alemanni.

In persona era venuto _Ottone duca_ di Baviera e di Svevia, figliuolo

del già _Litolfo_ suo fratello, a militar sotto il di lui comando. Oltre

a ciò, concorsero alla di lui armata i Beneventani, Capuani, Salernitani

ed altri popoli dell'Italia. La sua prima impresa fu l'assedio di

Taranto, città difesa e tenuta dai Greci: _eamque_, come dice Ditmaro,

_viriliter in parvo tempore oppugnatam devicit_. Proseguì il viaggio in

Calabria per azzuffarsi coi Mori. A tutta prima li mise in fuga, ed

obbligò a ritirarsi in una città. Usciti poi costoro con bella ordinanza

in campo, si attaccò la crudele battaglia. Gran macello fecero i

Cristiani di quegl'infedeli, sbaragliarono i loro squadroni, fecero

fuggire i restanti. Ma mentre i Cristiani sbandati son dietro a

raccogliere le spoglie del campo, eccoti, a mio credere, comparir di

nuovo raccolti e schierati i Saraceni, che senza trovar resistenza,

misero a fil di spada quanti dei Cristiani vennero loro alle mani, e

restarono padroni del medesimo campo. Perirono in quell'infelice

conflitto non già il suddetto _Ottone duca_ di Alemagna e di Baviera,

come vuole il Sigonio, perchè egli tornò in Germania, e quivi mancò di

vita nel presente anno, ma bensì _Arrigo vescovo_ d'Augusta, _Vernero

abbate_ di Fulda, siccome ancora, per attestato di Leone Ostiense,

_Landolfo principe_ di Benevento e di Capua, con _Atenolfo marchese_

(forse di Camerino) suo fratello, ed altri principi, vescovi e conti.

Altri ancora restarono prigioni, e convenne loro riscattarsi con gran

somma d'oro. _Quorum unus_ (scrive Epidanno) _erat vercellensis

episcopus, carcere diu maceratus apud Alexandriam_ d'Egitto. Le memorie

della chiesa di Vercelli presso l'Ughelli[2502] portano che circa questi

tempi _Pietro II_ vescovo di quella chiesa andò per sua divozione ai

luoghi santi d'Oriente, e fu preso e tenuto gran tempo in prigione.

Tornato poscia a Vercelli, dopo la morte fu aggregato al catalogo dei

beati. Ma s'egli per disavventura, secondo gli abusi de' secoli barbari,

fosse ito alla guerra, e fra i combattenti avesse voluto far da prode

(il che non si può ora chiarire), non sarebbe un tal santo approvato

dalla Chiesa di Dio. Succedette questa campale sfortunata battaglia,

secondo Ditmaro, _III idus julii_, e senza fallo in questo anno, come

s'ha dai suddetti scrittori.

Indarno pretende il padre Gattola[2503] che _Landolfo IV_, principe di

Benevento fosse tuttavia vivente nel novembre dell'anno presente, e che

perciò si debba trasferire la battaglia suddetta, in cui egli perì,

all'anno seguente. Dee patire qualche difetto il diploma da lui addotto,

ed esso apparterrà all'anno precedente, potendosi raccogliere dai

documenti da me pubblicati nella Cronica del monistero di Volturno[2504]

che _Landenolfo_ suo fratello dopo il luglio dell'anno presente cominciò

a reggere il ducato di Benevento, e che per conseguente era mancato di

vita _Landolfo IV_. Scrisse il Sigonio[2505] che i Romani e Beneventani

tenendo davanti agli occhi le crudeltà esercitate in Roma da Ottone II,

sul principio di quel fatto d'armi decamparono, lasciando colla lor

ritirata esposto il rimanente dell'esercito cesareo alla disgrazia che

da lì a poco avvenne; laonde nell'anno seguente Ottone sfogò la sua

collera contro di Benevento con assediarlo, prenderlo, diroccarlo e

trasportarne il corpo di san Bartolomeo. Ma il Sigonio troppo

incautamente seguitò qui Gotifredo da Viterbo[2506], parlante della

crudeltà di Ottone, della presa di Benevento, e dell'asportamento del

sacro corpo suddetto: che son tutte fole mancanti affatto di verità. Se

_Landolfo IV_ principe di Benevento lasciò la vita in quella funesta

battaglia, come si può credere che i suoi l'abbandonassero? Anzi Ottone

conservò la sua grazia a quella città, contentandosi che _Aloara_ madre

d'esso Landolfo governasse da lì innanzi quel ducato unitamente con

_Landenolfo_ altro di lei figliuolo, i diplomi dei quali cominciano a

comparir da qui innanzi. Ora tornando all'_imperador Ottone II_, dacchè

egli vide sbaragliato e la maggior parte tagliato a pezzi dai Saraceni

l'esercito suo, cercò scampo dalla parte del mare[2507], e adocchiata

una galea, ossia grossa nave di Greci, venuta a raccogliere i tributi in

Calabria, spinse il cavallo nell'acqua, e fu da un soldato schiavone,

che il riconobbe, introdotto in essa. Datosi anche a conoscere

segretamente al capitan della nave, il pregò ed ottenne che gli

lasciasse spedire un messo all'imperadrice _Teofania_, perch'ella

manderebbe montagne di danaro e regali per riscattarlo. Stava essa

Augusta nella città di Rossano, patria di quel _Giovanni_ archimandrita,

che abbiam già veduto divenuto abbate di Nonantola. E ben informata di

quel che avesse ad operare, allorchè comparve la nave greca, fece uscir

di Rossano una gran frotta di giumenti tutti carichi di some, credute

piene d'oro e di regali preziosi. In alcune barchette, dove erano dei

bravi soldati vestiti da marinari, s'accostò alla nave greca _Teoderico

vescovo_ di Metz, per conchiudere il negozio e il cambio. Condotto sulla

proda l'Augusto Ottone, allorchè si trovò alla vista dei suoi, fidandosi

del suo ben saper nuotare, spiccò un salto, e lanciossi in mare, e

perchè volle ritenerlo per la veste uno dei Greci, si guadagnò da uno

dei soldati tedeschi una stoccata, che il fece cadere indietro, e mise

spavento a tutti gli altri, in guisa che l'imperadore nuotando, e

seguitato dalle barchette dei suoi, arrivò in salvo al lido. Rimasti i

Greci tutti confusi, se n'andarono con Dio, altro non portando seco che

un rimprovero alla lor balordaggine. Arnolfo, storico milanese del

secolo susseguente, vuole[2508] che i Greci restassero in altra guisa

burlati: cioè mostrò Ottone di voler seco la moglie colle sue damigelle,

assicurando che porterebbono un'immensa somma d'oro e d'argento con

loro. _Quumque foret permissum, viros adolescentes muliebriter

superindutos, subtus autem accinctos mucronibus cautissime venire

mandavit. Ubi vero ingressi sunt navem, illico irruentes in hostes,

evaginatis ensibus, indifferenter quosque trucidant. Interim saltu

percito prosiliens imperator in pelagus, natando evasit ad littus liber

et laetus. Unde terrefacti transiverunt hostes ad propria._ L'anonimo

scrittore della Cronica della Novalesa[2509] anch'egli parla di questo

fatto con alcun'altra circostanza. Giunto poscia l'Augusto Ottone a

Capua, per attestato di Leone Ostiense[2510], _firmavit principatum

relictae Pandulfi_ (Capodiferro) _principis Aloariae, et filio ejus

Landenulfo_: dal che si può scorgere chi fosse riconosciuto allora per

sovrano di quegli Stati. Comparirà all'incontro che dagl'imperadori

d'Occidente punto non dipendeva in questi tempi il popolo di Venezia;

perciocchè abbiamo la fondazione del nobile monistero di san Giorgio

nella città di Venezia, data alla luce dall'Ughelli[2511]. Vedesi

scritto quello strumento _anno ab Incarnat. Redemptoris nostri

DCCCCLXXXII, imperatoribus dominis Vasilio et Constantino fratribus

populo romano_ (questi ed altri simili sbagli son frequenti nell'Italia

sacra. Qui s'ha scrivere, come risulta dalla Cronica del Dandolo[2512],

_fratribus filiis quondam Romani imperatoris_) _magnis et pacificis

imperatoribus, anno autem imperii eorum post obitum Johannis Cimistei_

(scrivi _Zimiski_) _undecimo die XX decembris, Indictione XI. Rivoalti._

Appena ritornato dalla battaglia di Calabria sano e salvo in Germania il

sopra mentovato _Ottone duca_ di Baviera, quivi diede fine alla sua

vita. Il ducato dell'Alemagna ossia della Suevia toccò a

_Corrado_[2513], e quel della Baviera nell'anno seguente ad _Arrigo_

figliuolo di Bertoldo, essendo tuttavia in prigione il già deposto

_Arrigo_, cugino germano di Ottone II Augusto. Mancò di vita in

quest'anno _Giovanni duca_ di Napoli, per quanto s'ha da san Pier

Damiano[2514].

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 326 / 339 题