[2386] Annalista Saxo, apud Eccard.
[2387] Sigebert., in Vit. Theoderici I Episcop., Metens.
[2388] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXII.
[2389] Chronic. Monaster. Mosomens., apud Dachery, in Spicileg.
[2390] Baron., in Annal. Eccles. ad hunc annum.
[2391] Sigebertus, in Chronic.
[2392] Martinus Polonus, in Chronic.
[2393] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl.
[2394] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc. annum.
[2395] Antichità Estensi, P. I, cap. 16.
[2396] Gerbertus, Epist. 17.
[2397] Idem, Epist. 5.
[2398] Antichità Estensi, P. I, cap. 15 e 20.
[2399] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[2400] Antichità Estensi, P. I.
[2401] Odilo et Syrus, in Vita S. Majoli apud Mabill. Annal. Bened.
[2402] Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Italic.
[2403] Antiquit. Italic., tom. I, pag. 210.
Anno di CRISTO DCCCCLXXIII. Indiz. I.
BENEDETTO VI papa 2.
OTTONE II imperadore 7 e 1.
Fu questo l'ultimo anno della vita del vecchio _Ottone imperadore_.
Trovavasi egli in Germania; avea celebrato il santo Natale dell'anno
addietro in Francfort, la Pasqua del presente in Quintileburg[2404],
dove ricevette le ambascerie dei Boemi, Greci, Beneventani, Ungheri,
Bulgari, Danesi e Slavi. Quivi ancora dimorando confermò i privilegii
alla chiesa di Cremona con diploma[2405] dato _V kalendas aprilis, anno
dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, Indictione I, Imperii domni Ottonis
XII, item Ottonis VI. Actum Quintileburg._ La morte di _Erimanno_
insigne duca di Sassonia l'attristò non poco. Passò a Merseburg,
lasciando dappertutto segni della rara pietà. Giunto a Miminleve, quivi
sorpreso o da accidente apopletico, o da altro frettoloso malore, dopo
aver ricreata l'anima coi santi sacramenti, la rendè al suo Creatore nel
dì 7 di maggio. Principe terror dei Barbari, che per le sue grandi
imprese in guerra, per l'amore e propagazion della religione, per lo
zelo della giustizia, e per altre luminose virtù, giustamente dopo Carlo
Magno si acquistò il titolo di Grande. Fu portato il suo corpo alla
sepoltura in Maddeburgo. Ancorchè _Ottone II_ suo figliuolo già fosse
coronato re di Germania e d'Italia, e solennemente creato imperadore de'
Romani dal papa; contuttociò i principi della Germania confermarono di
nuovo l'elezione sua. Questi, soprannominato il _Rosso_, nei primi suoi
anni lasciossi alquanto trasportare alla via lubrica de' vizii, ma non
tardò a rimettersi sul buon cammino. Abbondava allora la Germania di
vescovi e di abbati santi che coll'esempio loro ispiravano l'amore delle
virtù. Era anche una scuola di santità la stessa sua casa paterna, in
cui l'avola _Matilde_, e la madre _Adelaide_ meritarono d'essere riposte
nel catalogo delle principesse sante, per nulla dire del piissimo suo
genitore, di _Brunone arcivescovo_ di Colonia suo zio paterno, di
_Guglielmo arcivescovo_ di Magonza suo fratello, e d'altri di quella
regal famiglia, tutti per la singolare lor pietà e per molte altre virtù
commendati nella storia di questi tempi. Godeva nell'anno presente
l'Italia un'invidiabil pace. Rapporta Girolamo Rossi[2406] gli atti
assai logori di un concilio tenuto nel dì 7 di settembre dell'anno
presente da _Onesto arcivescovo_ di Ravenna con alcuni vescovi suoi
suffraganei e molti nobili nella terra di Marzaglia del contado di
Modena vicino al fiume Secchia. Anche il Sigonio[2407] ne fa menzione
sotto questo anno, citandone gli atti esistenti nell'archivio de'
canonici di Modena, i quali diversi da quei del Rossi furono poi dati
alla luce dal vescovo Sillingardi[2408]. Tali sono le note cronologiche
presso il Rossi: _Temporibus domni Benedicti apostolici..... ejus in Dei
nomine anno primo, imperante domno Othone piissimo anno VI, die nono
septembris, Indictione II. Actum in loco, ubi dicitur Martialia,
territorio mutinensi._ Di qui e da altri atti apparisce che gli anni de'
papi, anche fuor degli Stati della Chiesa, si contavano per venerazione
al sommo pontificato. Presso al Sillingardi si leggono queste altre
note: _Anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, apostolatus domni
Benedicti primo, imperii vero domni Othonis octavo, pontificatus domni
Honesti ravennatis metropolitani tertio. In loco Marsaglia._ Ma qui v'ha
qualche sbaglio. In uno strumento del monistero di Subiaco s'incontrano
queste note: _Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi
pontificis et universalis papae primo, imperantibus imperatoribus Ottone
majori anno XII, et Othone minori ejus filio anno sexto, Indictione I,
mense februario, die nona_. Camminano ben queste note, perchè non era
per anche mancato di Vita Ottone il Grande. Negli atti del Sillingardi
litigava _Adalberto vescovo_ di Bologna per alcuni beni pretesi della
sua chiesa, e goduti da _Uberto vescovo_ di Parma. In quei del Rossi
alcuni nobili ravegnani pretendevano alcuni beni, come lor propri,
esistenti nel Bolognese e in altri luoghi della Romagna; e il suddetto
vescovo di Parma li sosteneva come a sè spettanti _ex investituris magni
Othonis imperatoris_: il che fa intendere il dominio di Ottone I
imperadore nell'esarcato. _Uberto_ per essere stato arcicancelliere di
esso Ottone ne dovea aver ben profittato. Morto che fu Ottone, chi si
credea gravato gridò. Veggonsi ancora presenti a quel concilio alcuni
_conti_ dell'esarcato. Tali soleano denominarsi i governatori delle
città del regno d'Italia. Nel suddetto archivio di Subiaco si conserva
un'altra bolla con queste note: _Data VI kalendas december, per manum
Johannis Deo amabilis primicerei summe apostolice sedis, anno, Deo
propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universali
pape in sacratissima sede beati Petri apostoli primo, imperante domno
nostro Ottone piissimo P. P. Augusto, a Deo coronato pacifico
imperatore, Indictione II_. Se questa indizione ha avuto principio nel
settembre, abbiam qui l'anno presente 973, e da tale documento risulta
che _Benedetto VI_ avea dato principio al suo pontificato o sul fine del
precedente anno, o sul principio di questo. Può essere poi che a questo
medesimo anno appartenga ciò che viene raccontato dall'Anonimo
salernitano[2409], cioè che _Pandolfo Capodiferro_, principe di
Benevento, a cui non uscivano di mente i danni recati dai Napoletani al
distretto di Capoa, unito insieme un esercito di Beneventani e
Spoletini, andò a devastare il territorio di Napoli. Pensava anche di
fare il medesimo giuoco a quel di Salerno; ma eccoti venire _Gisolfo I_
principe di quella contrada con una buona armata de' suoi, e postarsi ad
un luogo appellato Fiumicello, dove erano delle buone fosse, anticamente
fatte, aspettando a piè fermo i Beneventani. Ciò veduto, Pandolfo se ne
tornò a casa, senza recar altra molestia ai Salernitani.