NOTE:

[2281] Continuator Reginonis.

[2282] Continuator Liutprandi, lib. 6, cap. 11.

[2283] Arnulf., Mediolan. Hist., tom. 4 Rer. Ital.

[2284] Baron., in Annal. Eccles.

[2285] Labbe, Concil., tom. 9.

[2286] Chron. Reicherspergense.

[2287] Baron., in Annal. Eccles.

[2288] Pagius, ad Annal. Baron.

[2289] Continuator Reginonis, in Chronico. Annalista Saxo apud Eccardum.

[2290] Antiq. Ital., Dissert. XIV.

[2291] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 4.

[2292] Gattola, Hist. Abbat. Casinens.

[2293] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

[2294] Antichità Estensi, P. I, cap. 16.

Anno di CRISTO DCCCCLXV. Indiz. VIII.

GIOVANNI XIII papa 1.

OTTONE I imperadore 4.

OTTONE II re d'Italia 4.

Dopo avere l'Augusto _Ottone_ celebrato in Pavia il santo Natale

dell'anno precedente, e dato buon sesto agli affari d'Italia, tosto

s'incamminò, per attestato del Continuatore di Reginone[2295], alla

volta della Germania. Gli vennero all'incontro ai confini il re _Ottone

II_ e _Guglielmo arcivescovo_ di Magonza, suoi figliuoli. Seco condusse

in quelle parti lo sfortunato papa _Benedetto V_, e il consegnò ad

_Adalago arcivescovo_ di Amburgo con ordine di ben custodirlo. Attesta

Adamo bramense[2296] che _archiepiscopus illum magno cum honore usque ad

obitum ejus detinuit_. E che a' suoi dì si diceva essere stato questo

papa uomo santo e letterato. _Igitur apud nos in sancta conversatione

vivens, aliosque sancte vivere docens, quum jam, Romanis poscentibus, a

Caesare restitui debuisset, apud Hammamburg in pace quievit. Cujus

transitus III nonas julii contigisse describitur._ Abbiamo da

Ditmaro[2297] che a' tempi di _Ottone III_ fu riportato a Roma il corpo

d'esso papa, il quale avea predetto di dover morire in Amburgo, e che

finattantochè non fossero riportate a Roma l'ossa sue, sarebbe stato

quel paese desolato dai circonvicini pagani, nè vi si godrebbe mai pace:

il che si verificò a puntino. Le parole sopra riferite di Adamo bremense

ci danno a conoscere che prima di papa _Benedetto V_ era mancato di vita

_Leone VIII_, lasciato in Roma qual papa dall'imperadore Ottone. Morì

egli in fatti in quest'anno, per attestato del Continuatore di

Reginone[2298]; e i Romani, per paura di disgustar l'imperadore,

spedirono in Sassonia due ambasciatori, cioè _Azzo_ protoarchivista, e

_Marino vescovo_ di Sutri, _pro instituendo quem vellet romano

pontifice_. In tal congiuntura dovettero fare istanza per riavere il

legittimo papa, cioè l'esiliato _Benedetto V_. Ed aveano anche, secondo

il suddetto Adamo, indotto l'imperadore a concederlo, ma nol permise la

morte sua, accaduta mentre s'era dietro a questo maneggio. Però Ottone,

che li avea onorevolmente accolti, li rispedì a Roma, e con loro

accompagnò _Otgerio vescovo_ di Spira, e _Liuzo vescovo_ di Cremona.

Altri non è questo _Liuzo_ se non _Liutprando_ storico, tante volte

nominato di sopra, che divenuto vescovo di Cremona, non lasciava di

frequentar la corte di Ottone, siccome personaggio di vaglia e molto a

lui caro. I nomi in questi secoli barbari si trovano molto alterati nel

linguaggio de' popoli. _Conrado_ diviniva _Conone_; _Azzo_ si mutava in

_Attone_; _Enrico_ cangiavasi in _Enzio_; _Adelaide_ si pronunziava per

_Adela_, _Alda_, _Adeleita_, _Adelgia_; _Cunegonda_ si convertiva in

_Cuniza_, e simili, siccome ho io avvertito altrove[2299]. Seguita a

dire quello storico, che giunti a Roma i suddetti ambasciatori e

personaggi, _tunc ab omni plebe romana Johannes narniensis ecclesiae

episcopus eligitur, sedique apostolicae pontifex inthronizatur_.

L'antico rito era, che il clero e popolo romano, dappoichè era morto e

seppellito il papa, immantinente passavano ad eleggere il successore; ma

nol consecravano prima d'averne dato avviso agl'imperatori, o ai loro

ministri in Italia, e ricevutone il _placet_. Troppi esempli ne abbiam

veduto in addietro. Per lo contrario, le parole sopra riferite paiono

indicare che neppure godessero ora i Romani la libertà dell'elezione, e

che possa esser vera la facoltà che alcuni pretendono data od Ottone il

Grande e a' suoi successori di eleggere il papa. Ma non è da credere che

Ottone il Grande commettesse questo atto tirannico. E noi qui

intendiamo, perchè non fu secondo il costume immediatamente eletto il

successore di _Leone VIII_. Era tuttavia vivo il vero papa _Benedetto

V_, nè altro papa si poteva o doveva eleggere dai Romani. Morto quello,

e tornati con tal nuova a Roma gli ambasciatori coi vescovi suddetti,

non già dall'imperadore, nè dai suoi ministri, _ma ab omni plebe

romana_, cioè dal clero e popolo, fu eletto _papa Giovanni XIII_. Non

passò poi l'anno presente che questo novello pontefice, ossia perchè

trattasse con troppa altura i baroni romani, oppure perchè non volesse

che i Romani mal avvezzi nei tempi addietro si usurpassero la

giurisdizione a lui spettante, si tirò addosso l'odio loro; in guisa che

un dì preso dal _prefetto di Roma_ (uffizio insigne a' tempi degli

antichi imperadori, che si torna ad udire ancora in questi) e da un

certo _Roffredo_, e cacciato di Roma, fu messo prigione in una fortezza

della Campania, oppure mandato in esilio colà.

Non mancarono alla Lombardia in quest'anno altre novità. _Adalberto_

figliuolo di Berengario, per molti parziali e corrispondenti che

tuttavia conservava in Italia, si lasciò vedere in Lombardia, e ci

dovette suscitar qualche ribellione. Avvisatone l'imperadore, spedì

_Burcardo duca_ d'Alemagna con delle soldatesche, e con ordine di andare

a trovar questo turbatore del regno, dovunque egli fosse. Questi, per

testimonianza del Continuatore di Reginone, _cum Langobardis imperatoris

fidelibus et Alemannis visum per Padum navigavit, et illis, ubi eum

audierant esse partibus, navim applicuit_. In vece di quel _visum per

Padum_, che è un errore de' copisti o degli stampatori, l'Annalista

sassone[2300] ha per _jusum et Padum_, che è un altro sproposito. Si dee

scrivere _jusum per Padum, giù per Po_; voce nei barbari tempi e infino

da santo Agostino[2301] usata. Nell'uscir dalle barche dietro quel

fiume, le truppe imperiali furono assalite da Adalberto e da' suoi. Ma

restò estinto sul campo con alquanti _Guido_ fratello d'esso Adalberto,

e il resto diede a gambe. Adalberto anch'egli si salvò nelle montagne,

dove si tenne ben ascoso da lì innanzi. Burcardo all'incontro se ne

tornò in Germania, e portò all'imperadore la nuova di questa vittoria.

Fece anche rumore un altro fatto in Lombardia. _Interim_ (seguita a dire

il Continuator di Reginone[2302], con cui va d'accordo l'Annalista

sassone) _Guido metensis episcopus vulpina calliditate imperatori

fidelem se simulans, ipsique infideles se proditorium jactans, legatione

Adalberti fungens, in Saxonia imperatorem aggreditur, nec tamen visu aut

allocutione ipsius participatur: cum dedecore redire permissus, infra

Alpes ultra Curiam comprehenditur, et Saxoniam remissus in Sclavis

custodiae mancipatur._ Ma ancor qui un errore corso nelle copie o nelle

stampe di tale istoria ci ha nascoso chi fosse questo _Guido_ vescovo.

Non già egli fu _metensis episcopus_, come ha il testo suddetto, perchè

allora _Adalberone_, oppure _Teodorico_ reggeva la chiesa di Metz; ma

bensì _mutinensis_ (voce che, probabilmente abbreviata nell'originale,

non fu osservata nè intesa dal copista, e da lui presa per quella di

_Metensis_) _episcopus_. _Mutinensis episcopus_ appunto si legge

nell'Annalista sassone. Ed è quel medesimo _Guido vescovo_ di Modena che

abbiam veduto di sopra occupatore della ricchissima badia di Nonantola,

ed _arcicancelliere_ non meno sotto i re Berengario e Adalberto, che

sotto il medesimo Ottone Augusto. Non so già io credere ch'egli passasse

in Germania come ambasciatore di Adalberto, perchè un uomo sì scaltro, e

ministro sì eminente dell'imperadore, non par capace d'un salto sì

fatto. Dovette egli piuttosto tener qualche filo di corrispondenza con

Adalberto; e ciò scoperto, divenne sospetto alla corte cesarea. Mi si

rende verisimile ch'esso si portasse colà per far credere (non so se con

verità o con falsità) all'imperadore, che l'intelligenza sua con

Adalberto era stata per iscoprire chi fossero i partigiani d'esso

Adalberto in Italia, e chi quei che macchinavano ribellione contra

dell'imperadore. Ma nel cuore di Ottone prevalsero i sospetti formati

contra di lui, e massimamente perchè forse non lungi dal distretto di

Modena s'era lasciato vedere Adalberto allorchè si azzuffò poco dianzi

con Burcardo duca di Alemagna. Però gli negò l'udienza, e dopo averlo

licenziato, il fece poi prendere di qua da Coira nelle Alpi, e mandollo

prigione non so in quale fortezza. Così cessò egli d'essere

arcicancelliere. Ma noi il troviamo poscia nel concilio di Ravenna

dell'anno 967[2303], vivo e sano: segno, che se fu posto in prigione,

seppe anche uscirne, e dovette sopravvivere sino all'anno 969, perchè in

esso la città di Modena ricevette un vescovo nuovo, cioè _Ildebrando_.

La carica di _arcicancelliere_ vedesi da qui innanzi esercitata da

_Uberto vescovo_ di Parma.

Abbiamo da Lupo protospata sotto questo anno[2304] che _introivit Manuel

patricius in Siciliam, et ibi mortuus est_: cioè morì questo generale

dei Greci in una sanguinosa battaglia, ch'egli ebbe coi Saraceni

dominatori della Sicilia. Ne fa menzione Liutprando nella descrizione

della sua ambasciata[2305], di cui parleremo più abbasso, con dire che

_Saraceni animati ante triennium cum Manuele patricio, Nicephori_

(imperadore de' Greci) _nepote, juxta Scyllam et Charibdi in mare siculo

bellum pararunt. Cujus immensas copias quum prostravissent, ipsum

comprehenderunt, capiteque truncato suspenderunt. Cujus socium et

commilitonem_ (cioè Niceta eunuco) _quum caperent, quia neutrius erat

generis, occidere sunt dedignati, sed vinctum ac longa custodia

maceratum tanti vendiderunt, quanti nec ullum hujusmodi mortales sani

capitis emerent._ Più a lungo vien descritta questa funesta avventura da

Leone diacono presso il padre Pagi[2306]. Secondo lui, Niceta eunuco

patrizio comandava alla fanteria, Manuello patrizio alla cavalleria,

uomo di caldo ingegno e di sregolato ardire. Sbarcate che ebbero amendue

in Sicilia le lor milizie, trovaron da principio favorevole alle lor

armi la fortuna, perchè si arrenderono le città di Siracusa, di Termine,

Taormina e Lentini. Ma usciti di nuovo in campagna, mentre disordinati

inseguivano per luoghi disastrosi i fuggitivi, caddero nelle imboscate

de' Mori: laonde pochi se ne contarono che non restassero o messi a fil

di spada, o fatti schiavi. Le lor navi ancora per la maggior parte

rimasero preda de' vittoriosi Saraceni. Di questa spedizione cotanto

sfortunata fa menzione Cedreno; ed io vo credendo che sia la stessa che

vien narrata nella storia saracenica di Abulphedà[2307] sotto l'anno

961, o 962, con dire che _undique romanae venere classes_ (erano

appellati per lo più Romani i Greci) _propugnandi causa; et post

exitiosum bellum vicere Muslemii, qui plusquam viginti milia Romeorum

necarunt, cunctaque arma et illorum substantiam devastarunt_. Altri

autori hanno parlato di questo fatto all'anno 964.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 309 / 339 题