NOTE:

[2227] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.

[2228] Lupus Protospata, Chron.

[2229] Chron. Arabic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCLIX. Indiz. II.

GIOVANNI XII papa 4.

BERENGARIO re d'Italia 10.

ADALBERTO re d'Italia 10.

Era assai vecchio _Pietro Candiano III_ doge di Venezia; a questa

malattia si aggiunse la grave afflizione provata per la ribellione di

_Pietro_ suo figliuolo, che servì ad affrettargli la partenza da questo

mondo[2230]. Non fu egli sì presto morto, che raunato il gran consiglio

del popolo, dove intervennero anche i vescovi ed abbati, tutti

deliberarono di voler per loro doge quel medesimo _Pietro IV_ che essi

prima aveano giurato di non ammettere al loro governo. Però a gara con

quasi trecento barche se n'andarono a Ravenna a levarlo, e pomposamente

ricondottolo a Venezia, di nuovo il crearono doge. Accadde probabilmente

in questo anno un fatto, di cui ci ha conservata una breve memoria

l'Anonimo salernitano[2231]. Cioè che _Giovanni XII_ papa, il quale

comandava tanto in temporale che spirituale in Roma, ebbe delle

dissensioni con _Pandolfo_ e _Landolfo II_ principi di Benevento e di

Capua, ch'esso istorico chiama figliuoli di _Landolfo I_, ma con errore,

perchè _Pandolfo_ fu figliuolo e non fratello di _Landolfo II_, il quale

fin dall'anno 943 l'avea dichiarato collega nel principato. Ora papa

Giovanni _dum esset adolescens, atque vitiis deditus, undique hostium

gentes congregari jussit in unum, et non tantum romanum exercitum, sed

et tuscos spoletinosque in suum suffragium conduxit_. Nè i popoli di

Spoleti, nè quei della Toscana erano allora sudditi del papa, e però gli

dovette egli trar seco in lega. A questo avviso Landolfo principe di

Benevento mise in armi tutti i suoi Capuani, ed incontanente spedì a

Salerno, pregando _Gisolfo_ principe di quella terra di accorrere in

aiuto suo. Venne Gisolfo con fiorito esercito e gran salmeria. Non ci

volle di più per fare abortire tutti i disegni di papa Giovanni;

perciocchè _dum Romani, Spoletinique et Tusci adventum principis Gisulfi

reperissent, magno metu percussi, suos repetunt fines_. Aggiugne il

medesimo storico, che da lì a qualche tempo papa Giovanni per suoi

ambasciatori fece intendere a Gisolfo suddetto di voler contraere lega

con lui. Venne Gisolfo da Salerno a Terracina, conducendo seco un

nobilissimo corteggio, e colà portatosi anche il papa, stabilirono tra

loro la desiderata lega. In somma dice questo scrittore salernitano,

essere stato in tanto credito Gisolfo principe di Salerno, che tanto i

Greci che i Saraceni, Franzesi e Sassoni si studiavano di averlo per

amico, e niuno si attentava a toccare gli stati di lui. Ho io data alla

luce[2232] una donazione da lui fatta alla chiesa di san Massimo,

fondata in Salerno _a domino Guaiferio principe bisavio nostro_, come

egli dice. Lo strumento fu scritto _in anno vigesimo quinto principatus

nostri de mense aprilis, Indictione II_, cioè nell'anno presente, se

quelle note furono ben copiate. Leggesi parimente nelle Antichità

italiche[2233] un diploma dei re Berengario e Adalberto, dato _VIII

kalendas novembris, anno Incarnationis Domini DCCCCLVIII, regni vero

domnorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum VIIII, Indictione

III. Actum Papiae._ Anche questo documento appartiene all'anno presente.

Non si sa già a quale sia precisamente da riferire una lettera scritta

dal soprallodato _Attone_, ossia _Azzo_ vescovo di Vercelli in questi

tempi, personaggio di sacra letteratura ornatissimo, come dimostrano

l'opere sue date alla luce dal padre Dachery[2234], e tanto più degno di

stima, quanto più era comune allora l'ignoranza in Italia. Tutti si

lamentavano, ma specialmente i vescovi, dell'aspro governo del re

Berengario, e si può credere che studiassero le maniere di sgravarsene.

Ora Berengario, a cui non mancavano spie, per assicurarsi della fedeltà

d'essi prelati, volle obbligarli a dargli degli ostaggi. Sopra ciò

Attone scrisse ai vescovi suoi confratelli (giacchè non era loro

permesso di raunarsi), per udire il loro sentimento intorno a questa

novità. Egli intanto giudiziosamente propone il suo con riconoscere

l'obbligo della fedeltà dovuto a' suoi sovrani, ma con sostenere che non

si dee far quello che non hanno fatto i predecessori; nè essere giusto

l'esporre gli ostaggi a' pericoli della vita, perchè i vescovi se non si

trattenessero per timore di Dio dal mancare al loro dovere, molto men se

ne guarderebbero per timore di nuocere agli ostaggi. Nel catalogo dei

duchi di Spoleti, posto davanti alla Cronaca di Farfa,[2235] prima

dell'anno 960 si vede menzionato _Trasmundus dux_, il quale si può

credere succeduto in quel ducato dopo la morte o per altra mancanza di

_Teboaldo duca_ e marchese di quella contrada. All'anno 981 noi

troveremo creato duca e marchese di Spoleti e Camerino un _Trasmondo_,

senza potersi chiarire se sieno diverse persone, e forse l'un figliuolo

dell'altro, o se pure fuor di sito avesse il Cronista farfense parlato

di un Trasmondo duca verso questi tempi.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 303 / 339 题