[2219] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.
[2220] Epidannus, in Chronic.
[2221] Frodoardus, in Chronico.
[2222] Hermann. Contractus, in Chron.
[2223] Ditmarus, in Chronic., lib. 2.
[2224] Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2225] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.
[2226] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLVIII. Indiz. I.
GIOVANNI XII papa 3.
BERENGARIO re d'Italia 9.
ADALBERTO re d'Italia 9.
Perchè _Ottone_ il grande re di Germania, dopo la morte di _Lodolfo_ suo
figliuolo, succeduta in Italia, niuna inquietudine recasse ai re
_Berengario_ e _Adalberto_, potrebbe taluno chiederlo; e si potrebbe
rispondere che Berengario dovette placarlo in qualche maniera. Ne è
anche un contrassegno il vedere che esso Berengario, quantunque per le
ragioni vecchie, e per la venuta del suddetto Litolfo, a cui aderì tosto
_Alberto Azzo_, dovesse nudrire rabbia e mal talento verso di questo
bisavolo della contessa Matilda, pure il lasciò in pace, per riguardo,
come si può conghietturare, ad Ottone di lui protettore. Anzi è da
osservare, che se non prima, almeno in quest'anno esso _Alberto Azzo_
porta il titolo di conte, cioè di governatore probabilmente di qualche
città. Ciò costa da uno strumento da me prodotto[2227], scritto
_Berengarius et Adelbertus filio ejus gratia Dei reges, anno regni
eorum, Deo propicio octavo, mense novembris, Indictione secunda_:
indicanti l'anno presente. In esso strumento _Atto filius quondam
idemque Attoni de comitatu parmense, qui professus sum ex natione mea
lege vivere Longobardorum_, vende alcuni beni ad _Alberto, qui et Atto
comes, consobrino meo, filius quondam Sigefredi de comitato lucensi_. Fu
stipolato quello strumento _in loco insula Judiciaria parmensis_.
Potrebbe essere che a questi tempi appartenesse ciò che narra l'autore
della Cronica farfense. Quel tiranno e dilapidatore dell'insigne
monistero di Farfa, _Campone abbate_, di cui parlammo all'anno 939, era
tuttavia vivo, ed opprimeva quel sacro luogo. _Giovanni XII_ papa
cominciò ad abborrirlo, _sicut et suus pater_, cioè _Alberico_ patrizio.
E nol lasciando tornare al governo del monistero, creò in sua vece
abbate di Farfa un certo _Adamo_, oriundo della città di Lucca, se pure
non vuol dire di Lucania. Ma perchè in questi tempi per la maggior parte
i monisteri di Italia, seminarii una volta di virtù, erano divenuti
sentine di vizii, esso Adamo ben tosto si scoprì non da meno del
suddetto Campone. _Pro publico autem stupri scelere, in quo detentus est
a militibus papae Johannis, et marchionis Theobaldi, qui tunc
Sabinensibus praeerat._ Per esimersi dal gastigo gli convenne alienar
due corti ed altri fondi spettanti a quel monistero. Lupo
protospata[2228] all'anno 955 notò che Mariano generale dei Greci venne
in Puglia. Sotto quest'anno poi, oppur nel seguente, l'autore della
Cronica arabica[2229] della Sicilia lasciò scritto che Assano saraceno,
signore di quell'isola, _transfretavit et ivit obviam fratri suo Ammar.
Et fugit coram eo Marianus Strategus, abducta tamen navi e navibus
Moslemiorum._ Aggiugne appresso che quell'armata navale di Mori, nel
tornare di settembre in Sicilia, andò tutta a male, e fu d'uopo farne
una di nuova. Circa questi tempi _Attone_ vescovo di Vercelli, grande
ornamento di quella chiesa per la sua letteratura e pietà, diede fuori
il suo trattato _De pressuris Ecclesiae_, dove espone il mal trattamento
che si facea dei vescovi, con permettere a tutti di accusarli, con
esigere da essi che in mancanza di pruove prendessero il giuramento, ed
accettassero il duello da farsi con qualche loro campione. Riconosce per
canoniche e come vegnenti da Dio le elezioni de' vescovi fatte dal clero
e popolo. Ma i principi poco timorati di Dio, sprezzando queste regole,
volevano che la lor volontà prevalesse in eleggere i sacri pastori. E
quali mai? Si rifiutavano i meritevoli eletti, e conveniva prendere i
prediletti da loro, ancorchè indegni, non considerando essi il merito
del sapere e della bontà de' costumi, ma solamente le ricchezze, il
parentado e i servigii. E se non vendevano le chiese per denaro, le
davano nondimeno in pagamento della servitù prestata da essi, o dai lor
parenti alla corte. Però si vedevano fanciulli alzati al vescovato, e si
obbligava il popolo a dar testimonianze favorevoli a questi sbarbatelli,
che appena avevano imparato a memoria qualche articolo della fede, per
potere rispondere, benchè tremando, all'esame: il quale era tuttavia in
uso piuttosto per formalità, che per chiarire la scienza d'essi. Ed ecco
qual fosse in questi tempi lo stato miserabile delle chiese d'Italia.