[2137] Ughell., Ital. Sacr., lib. 5, in Episc. Comens.
[2138] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.
[2139] Leo Ostiensis, in Chronic. lib. 1, cap. 61.
[2140] Frodoardus, in Chronico.
[2141] Liutprand., Hist., lib. 5, cap. 4.
[2142] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[2143] Chron. Regum Italiae, tom. 2 Anecdot. Latin., et tom. 4 Rer.
Ital.
[2144] Odilo, in Vita S. Adalheidis apud Canis.
[2145] Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCCLI. Indiz. IX.
AGAPITO II papa 6.
BERENGARIO re d'Italia 2.
ADALBERTO re d'Italia 2.
Il Sillingardi[2146] diede già alla luce un diploma dei re Berengario e
Adalberto, che si legge anco appresso l'Ughelli[2147]. Le note di quel
documento son queste: _Datum decima die kalend. februar. anno dominicae
Incarnationis DCCCCL, regni vero piissimorum Berengarii et Adalberti
regum primo, Indictione nona. Actum Papiae._ L'indizione _nona_ corrente
nel febbraio di quest'anno, e distesamente scritta, fa conoscere che qui
si parla dell'anno 951, e che vi è adoperato l'anno fiorentino e veneto,
il quale corre sino al dì 25 di marzo dell'anno nostro volgare. Dicesi
ivi fatta la donazione di quattro castella a _Guido_ vescovo di Modena,
che aveva molto cooperato all'esaltazione di Berengario, _interventu ac
petitione Odeberti marchionis, atque Magnifredi comitis_. M'è
incresciuto forte di non poter coi miei occhi vedere questo diploma,
esistente allora nel dovizioso archivio del capitolo de' canonici di
Modena, ma oggidì smarrito o perduto. Perciocchè, siccome ho provato
nelle Antichità estensi[2148], questo _Odeberto_ ossia _Otberto_,
illustre marchese e principe di questi tempi, è uno de' progenitori
della nobilissima casa di Este. Ne fo ora solamente menzione, per
parlarne poi ex professo, andando innanzi. Anche il Sigonio[2149] cita
un diploma dei suddetti re in favore del monistero delle monache di san
Sisto di Piacenza, dato _anno DCCCCL, regni vero domni Berengarii, et
domni Adalberti piissimorum regum primo, Indictione nona_. Non cita il
mese, ma sarà il gennaio o febbraio di quest'anno, riconoscendosi anche
ivi adoperato l'anno fiorentino, giacchè _Indictione nona_ indica
infallibilmente l'anno volgare DCCCCLI. Nell'anno presente ancora, per
testimonianza del Dandolo[2150], il re Berengario stando nella Corte
Olonna, _renovavit foedus inter Venetos et subjectos suos; et eorum
civitatum fines, ab urbibus italici regni distinxit, et a Venetis
quadragesimam solummodo debere declaravit_. Diede poi principio al suo
governo il re Berengario con una iniquità che fece incredibile strepito
per tutta l'Italia e Germania. Era, come dissi, rimasta in Italia
_Adelaide_ vedova del re _Lottario_, giovanetta di diciannove in venti
anni, in cui non si sa se maggior fosse la bellezza, o la pietà e
saviezza. Ossia che Berengario temesse che ella, passando alle seconde
nozze con qualche principe, potesse turbargli il dominio di questo
regno, o ch'egli, bramando di maritarla col figliuolo Adalberto, la
trovasse troppo renitente a questa alleanza, stante l'avversione da lei
conceputa contra chi comunemente si credea che avesse tolto di vita il
re suo consorte: la verità si è che Berengario, passando dalle dolci
alle brusche, rinserrò la misera ed innocente principessa in una
prigione.
Non sussiste ciò che il Sigonio scrive, che essendo Adelaide in possesso
di Pavia, Berengario fu necessitato ad espugnar quella città. Fu quivi
egli eletto re, siccome vedemmo, e ne prese allora la signoria, e quivi
diede anche i diplomi suddetti. Nè Pavia, come vuol Girolamo
Rossi[2151], era città dotale di essa Adelaide. Vien riferita dal
Browero[2152] una memoria posta nella cattedrale di Treviri con queste
parole:
XII. KALENDAS MAII
CAPTA EST ADELHEIDIS IMPERATRIX
CVMIS A BERENGARIO REGE
XIII. KALENDAS SEPTEMBRIS
LIBERAVIT, DOMINVS
ADELHEIDAM REGINAM A VINCVLIS.
La credo fattura de' secoli posteriori; potrebbe nondimeno essere che
contenesse qualche verità. Che questa regina fosse imprigionata, non già
nel lago di Como, ma bensì nella rocca di Garda sul lago Benaco, oggidì
lago di Garda, l'abbiamo da Donizone[2153]; e pare che così porti il
contesto delle sue avventure. Parimente l'Annalista sassone[2154],
pubblicato dall'Eccardo, scrive che Berengario _Adeleidem XII kalendas
maii captam Cumis depraedavit, et in custodia media_ (scrivi _et
inedia_) _lacrymabiliter afflixit_. E leggonsi tali parole anche in
Ditmaro[2155] autore più antico. Forse qui fu ricavata l'iscrizione di
Treviri. Per altro falla l'Annalista sassone rapportando la prigionia di
Adelaide all'anno 949, quando essa non può essere seguita se non
nell'anno presente 951; perchè Berengario fu eletto re solamente nel dì
15 decembre dell'anno precedente 950, nè sì subito dovette egli mettere
le mani addosso alla sfortunata regina. Ora de' mali trattamenti fatti
ad Adelaide non meno da lui che da _Willa_ ossia _Guilla_ sua moglie,
donna che anche da Liutprando ci viene dipinta per un vaso di tutti i
vizii, ne abbiamo un buon testimonio, cioè sant'_Odilone[2156] abbate_
di Clugnì, e personaggio confidente di questa medesima santa
principessa. _Postquam_, dice egli, _mortuus esset Lotharius vir ejus,
honorem italici regni adeptus est quidam vir nomine Berengarius, qui
habebat uxorem nomine Willam. A quibus innocens capta, diversis
angustiata cruciatibus, capillis caesariei distractis, frequenter pugnis
exagitata et calcibus; una tantum comite famula, ad ultimum tetris
inclusa carceribus, divinitus postmodum, ordinante Deo, imperialibus est
sublimata culminibus._ E la monaca Rosvida[2157], poetessa di quel
secolo, che narra a lungo questa scena, attesta che Adelaide fu anche
spogliata di tutte quante le sue gioie, vesti ed altre suppellettili.
Secondochè s'ha dal suddetto Donizone, per molto tempo stette confinata
Adelaide con una sola damigella in fondo di una torre. Ma essendo
riuscito ad un prete appellato Martino di fare una apertura nel muro di
quella prigione, oppure, come altri vogliono, con una cava fatta
sotterra, una notte la cavò fuori, e dopo aver vestita lei e la sua
damigella da uomo, trovò un pescatore che in una barchetta li condusse
tutti e tre ad una selva contigua al lago di Garda, a cui Odilone dà il
nome di palude; dove fra quegli alberi o fra quelle canne si
appiattarono, ma con pericolo di morir di fame, se un pescatore non
avesse loro somministrato del pesce. Fu spedito il prete dalla regina ad
_Adelardo vescovo_ di Reggio, in cui essa confidava non poco, per
ottener soccorso; il vescovo raccomandò questo affare ad _Attone_ (lo
stesso è che dire _Azzo_), il quale riconosceva in feudo dalla chiesa di
Reggio la fortezza di Canossa. Convien ora sapere che questo _Azzo_,
bisavolo della rinomata contessa Matilde, di cui avremo assai da
parlare, era figliuolo di _Sigifredo_ appellato da Donizone
_Princeps praeclarus lucensi de comitatu;_
il quale co' suoi figliuoli si protesta di _nazione_ longobarda. Venuto
Sigifredo in Lombardia, crebbe in potenza e ricchezze, ed oltre a due
altri figliuoli che stabilirono due doviziose case in Parma, ebbe il
suddetto _Azzo_, chiamato anche nelle vecchie carte _Adalbertus, qui et
Atto_, che più de' fratelli s'ingrandì, e fra gli altri beni acquistò
dal suddetto Adelardo vescovo di Reggio in feudo _Canossa_, dove
fabbricò una inespugnabil fortezza. È situato questo celebre luogo nelle
prime montagne del distretto di Reggio, verso il fiume Enza. Ivi s'alza
ben in alto un sasso, tutto isolato, la cui sommità con buone mura e
torri fortificata non avea paura nè di assalti, nè di macchine militari;
e però, purchè la vettovaglia non mancasse, si rideva la guarnigion di
Canossa anche delle più grandi armate. Prese _Alberto Azzo_ l'impegno di
soccorrere la perseguitata regina; e messa a cavallo una mano de' suoi
armati, andò con essi in persona a levar Adelaide, e condussela a
Canossa. Lo attesta anche il suddetto santo Odilone con dire che
_supervenit quidam clericus, qui ejus fuerat captivitatis et fugae
socius, nuncians adesse exercitum militum armatorum, qui eam cum gaudio
accipientes, deduxerunt secum in quoddam inexpugnabile castrum_. Scrive
Donizone[2158] che Alberto Azzo diede avviso di questa sua risoluzione a
papa _Giovanni_, il quale la lodò. Aggiugne aver esso Alberto Azzo
trattato con _Ottone re_ di Germania per dargli in moglie Adelaide; ed
essendo segretamente venuto Ottone a Verona, gliela condusse colà; ed
egli, sposatala, seco la menò in Germania: il che non sussiste, siccome
vedremo. Seguita poi a dire Donizone, che scoperto l'affare da
Berengario, spedì l'esercito all'assedio di Canossa. E questo assedio,
se vogliam credere a Leone Ostiense, durò ben tre anni[2159]. Lo stesso
si legge nella Cronica della Novalesa[2160]. Di qui poi han preso motivo
alcuni moderni scrittori, e fra gli altri il padre Pagi[2161], di
credere assediata in quest'anno Adelaide entro Canossa, e di dire che si
sono ingannati i suddetti storici parlanti di un assedio di sì lunga
durata. Ma non hanno avvertito (l'avvertì bensì il Sigonio) che
l'assedio di Canossa vien raccontato da Donizone come impresa fatta
dappoichè il re Ottone ebbe sposata e condotta in Germania Adelaide.
Però fu così ben condotta la fuga di questa regina e il suo passaggio a
Canossa, che non ne ebbe sentore il re Berengario, se non dappoichè fu
calato in Italia Ottone il grande. Per altro Leone Ostiense e Donizone
hanno disavvedutamente confuse le circostanze dell'affare. Viveva allora
papa _Agapito II_, e non già papa _Giovanni_. Le nozze di Adelaide
furono celebrate in Pavia, e non già in _Verona_. Rosvida, più antica
che Donizone di un secolo, neppur ella racconta che Adelaide fosse
assediata in Canossa, e solamente dice che fu ricoverata da Adelardo
vescovo di Reggio in una sua forte città, volendo significare Canossa,
dove essa fu servita con tutto onore, finchè Ottone calò in Italia, e la
fece andare a Pavia. Ora, tornando indietro, si dee mettere per cosa
certa che fece gran rumore anche nella corte di Ottone il grande re di
Germania la crudeltà di Berengario, e la sventura e prigionia
dell'innocente regina. Bisogna eziandio supporre, come troppo
verisimile, che Ottone fosse informato del luogo ove ella era celata,
per avergliene scritto o ella, o il vescovo Adelardo, oppure Azzo
signore di Canossa. Nè mancarono alcuni di lui cortigiani, che
conoscendo di vista le rare doti di questa principessa, il consigliarono
a prenderla per moglie, giacchè la regina _Editta_ sua consorte era
mancata di vita cinque o sei anni prima, con aggiugnere ancora che, così
facendo, egli poteva aprirsi la strada a conquistare il regno d'Italia.
Preparossi dunque per tale spedizione il re germanico. Mandò innanzi
_Lodolfo_ suo figliuolo, il quale, se vogliam credere al continuatore di
Reginone[2162] e all'Annalista sassone[2163], trovò dappertutto degli
ostacoli e degl'incomodi, perchè niuna città o castello il volle
ricevere; e tutto ciò per colpa di _Arrigo duca_ di Baviera suo zio
paterno, che portando invidia agli avanzamenti del nipote, per tre anni
andò facendo sapere agl'Italiani quanto si macchinava in Germania, ed
alienava quanti poteva in Italia dall'amore di lui. Ma temo che si sieno
ingannati questi autori in riferir tali circostanze. Certamente
Rosvida[2164], istorica di questo secolo, scrive tutto il contrario,
dicendo di Lodolfo:
_Perpaucis secum sociis secreto resumptis_
_Italiam petiit, fortique manu penetravit._
_Exhortans patris imperio populum dare collum;_
_Moxque redit, clarum referens sine Marte triumphum._
Calò poscia il re Ottone, fingendo (come vuole Ditmaro[2165], e dopo lui
l'abbate urspergense[2166]), di fare un viaggio di divozione a Roma, e
all'improvviso s'incamminò verso Pavia, che gli aprì le porte. Niuna
opposizione fu fatta dal re Berengario, perchè egli solamente attese a
salvarsi in un suo forte castello. Ma è ben da maravigliarsi come così
accorto principe, quale era Berengario, si lasciasse cogliere sì
all'impensata, e pare piuttosto da credere che il re Ottone conducesse
seco un gagliardo esercito, o che tenesse di grandi intelligenze in
Italia. Arrivato egli a Pavia, ed impadronitosi di quella città, fece
tosto sapere alla regina Adelaide il suo desiderio di vederla,
insinuandole ancora, colla giunta di molti regali, l'intenzion sua di
averla per moglie. Colà portossi Adelaide, incontrata fuor della città
dal suddetto duca di Baviera Arrigo, e poi ricevuta con tutto onore dal
re Ottone. Sì Frodoardo[2167] come Rosvida, e gli altri antichi
storiografi ci assicurano che le nozze di esso re vedovo colla giovane
vedova Adelaide solennemente si celebrarono nella stessa città di Pavia.
Il padre Pagi[2168], fidatosi dell'iscrizione sopraccitata di Treveri,
vuol sostenere che circa il mese d'agosto seguì il loro matrimonio. Ma
egli s'appoggiò ad una memoria dubbiosa, e quando pur questa contenga
verità, altro non se ne può dedurre, se non che Adelaide ebbe nel dì 20
d'agosto la fortuna di salvarsi dalla prigione di Garda, e non già che
in quel mese ella arrivasse al talamo del re Ottone. Che tuttavia nel dì
22 di settembre di quest'anno Berengario e Adalberto signoreggiassero in
Pavia, ne fa fede un loro diploma, da me dato alla luce[2169], con
queste note: _Data X kalendas octobris anno dominicae Incarnationis
DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii atque Adalberti piissimorum
regum primo, Indictione X. Actum Papiae._ Così nella Cronica di
Volturno[2170] si ha un altro loro diploma dato _VI kalendas octobris
anno dominicae Incarnationis DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii
atque Adalberti piissimorum regum primo, Indictione X. Actum in plebe
sancti Marini._ Che stesse pochi dì appresso ad entrare in Pavia il re
Ottone, ne abbiamo il riscontro in un diploma[2171] d'esso re, dato _VI
idus octobris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi
nongentesimo quinquagesimo primo, Indictione decima, anno regni Otthonis
regis in Francia decimosexto, in Italia primo. Actum Papiae._ Un altro
simile ne esibisce il Puricelli[2172], dato nel medesimo giorno. E qui
si vuol osservare che Ottone cominciò ad intitolarsi re d'Italia,
quasichè Berengario e Adalberto fossero affatto decaduti dal loro
diritto. Celebrò egli dipoi il santo Natale in Pavia; ed allora fu,
secondo l'Annalista sassone[2173], ch'egli _cum suis fidelibus in Italia
Papiae natale Domini celebravit, et celebratis juxta magnificentiam
regalem nuptiis, sicque dispositis negotiis proficiscitur inde_, ec.
Abbiamo dalla Cronica arabica[2174] che nel dì 2 di luglio dell'anno
presente venne dall'Africa a Palermo un nuovo generale d'armi moro,
appellato Saclabio, forse quello stesso che era stato nell'anno 950,
oppure un suo figlio, menando seco una buona armata da valersene per
terra e per mare, ed assai cammelli. Assano padron dell'isola, uniti i
Siciliani con questi Africani, passò al castello di Riva, che si trovò
abbandonato dagli abitanti. Assediò Geragia ma essendo osso duro,
accordò pace a quel popolo, con ricevere gli ostaggi della lor fede; e
fece poi lo stesso con quei di Cassana. In questi tempi, per
testimonianza di Frodoardo[2175], i Saraceni, che già furono cacciati da
Frassineto, tenevano occupati i passaggi dell'Alpi, di manierachè
chiunque volea venire dalla Francia, o dagli Svizzeri e Grigioni, in
Italia, era costretto a pagar loro una somma tassata di danaro. Aggiugne
che gli _Ungheri_ in quest'anno, passando per l'Italia, arrivarono in
Aquitania, dove per tutta la state commisero grandi ruberie e
ammazzamenti di persone; e che poi, ripassando per l'Italia, se ne
tornarono alle case loro. Non dovea già succedere passaggio alcuno di
questi masnadieri, che non lasciassero dappertutto segni della loro
avidità e barbarie.