[2117] Anecdot. Latin., tom. 2.
[2118] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 61.
[2119] Mabill., Annal. Benedict. ad annum 945.
[2120] Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.
[2121] Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 15.
[2122] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXLVIII. Indiz. VI.
AGAPITO II papa 3.
LOTTARIO re d'Italia 18.
In quest'anno ancora truovo io _Lottario_ che esercita l'autorità reale.
Ad istanza di _Deodato vescovo_ di Parma, egli dona alcuni poderi ad un
certo Liudono suo vassallo, con diploma[2123] spedito _XIV kalendarum
februariarum anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVII, anno vero Lotharii
regis XVII, Indictione VI. Actum Papiae._ Qui vo io credendo adoperato
l'anno fiorentino e veneto. Presso a quei popoli l'anno DCCCCXLVII
correva fino al dì 25 marzo del nostro anno 948. Ne vedremo altri
esempli fra poco. Un altro suo diploma ho io prodotto[2124], dato _XVIII
kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXLVIII, regni autem
domini Lotharii piissimi regis XVIII, Indictione VII. Actum Parmae._ Qui
ha da essere l'indizione VI. Dona esso re, a richiesta di _Attone_ ossia
di _Azzo_, _vescovo_ celebre di Vercelli, tre corti ai canonici di
Parma, cioè due poste nel distretto di Parma, e _Guilzacara_ (oggidì san
Cesareo) _in finibus mutinensibus, sub Strata Regia non longe a fluvio
Scultenna_. Aggiungasi un altro suo diploma pubblicato dal Campi[2125],
in cui, a petizione di _Guido vescovo_ di Modena e di _Adelardo vescovo_
di Reggio, conferma tutti i lor beni ai canonici di Piacenza. Le note di
quel documento sono le seguenti: _Data ibidus februarii, anno dominicae
Incarnationis DCCCCXLVIII, regni vero domni Lotharii XVII, Indictione
sexta. Actum Mediolani._ Qui è l'anno nostro volgare; ma chi sa che
l'originale non abbia l'anno fiorentino DCCCCXLVII? Finalmente un altro
diploma ho io dato alla luce[2126] che ci fa vedere esso re in Lucca nel
dì V di luglio dell'anno presente, correndo l'_anno XVIII_ del suo
regno, come ha l'originale, e non già XVII come per error del copista fu
stampato. È un privilegio conceduto _interventu et petitione Aledrami
incliti comitis_. Questi è forse _Aleramo_, che fu poi primo marchese
del Monferrato. Si può credere che il re Lottario, al vedersi così
abbandonato alla discrezione di _Berengario_ marchese di Ivrea,
consigliato dai suoi, ricorresse alla protezion di _Costantino
Porfirogenito_ imperador d'Oriente; giacchè _Berta_ sua sorella era
maritata in _Romano_ juniore, figliuolo d'esso Augusto, e dichiarato
anch'egli collega nell'imperio, correndo il mese di luglio dell'anno
presente. Liutprando[2127] ci assicura avere esso imperador Costantino,
per mezzo di Andrea conte della curia, inviate lettere a Berengario,
colle quali gli significava che avrebbe con piacere veduto qualche
ambasciatore di lui, per fargli conoscere quanto amore egli portasse
alla di lui persona. Chiaramente poi e caldamente gli raccomandava
d'essere ben fedele al giovane re Lottario, di cui sapeva ch'egli era
aio e governatore. Già si dovea temere o prevedere quel che da lì a non
molto avvenne. Berengario, che nulla volea spendere del suo in tale
ambasceria, s'avvisò di proporre questo viaggio ed impiego allo stesso
Liutprando, allora segretario suo, come ben pratico della lingua greca.
Perciò indusse il di lui padrigno, uomo facoltoso, a far gustare questa
scelta al figliastro, e a provvederlo ancora di tutto il bisognevole per
sì fatta spedizione, con promettere mari e monti all'uno e all'altro.
Non si sa l'anno preciso in cui Liutprando eseguì tal commessione; ma si
può conietturare nel seguente. Certo è ch'egli nel dì 25 di agosto uscì
di Venezia in nave, e nel dì 17 di settembre arrivò a Costantinopoli. Si
presentò all'imperadore colla sola lettera datagli da Berengario, piena
anche di bugie; e perciocchè l'avaro Berengario niun regalo gli avea
dato da presentare all'imperadore, ed egli osservò quanti ne avessero
portati a quella corte gli ambasciatori di _Ottone re_ di Germania e del
re saraceno di Spagna; non volendo egli essere da meno, avendo
provveduto di sua borsa varie preziose robe, a nome di Berengario le
presentò a quel monarca. Racconta egli dipoi le maraviglie da lui vedute
in Costantinopoli, ed alcune magnificenze di quella corte, e con
interrompere sul più bello del racconto la sua storia. Probabilmente
egli ne avrà scritto di più; ma non sarà giunto fino ai dì nostri.
Restano solamente due altri pezzi della sua fatica, riguardanti i tempi
di Ottone il grande, de' quali mi varrò a suo tempo. Ma intanto per
questa mancanza viene a restare in un gran buio la storia d'Italia.
Nell'archivio di Lucca si legge uno stromento, scritto _anno XVII
Lotharii regis, VIII kalendas aprilis, Indictione VI_, cioè nell'anno
presente, ma dovrebbe essere l'anno XVIII.