[2091] Liutprandus, lib. 5, cap. 8.
[2092] Idem, ibid., cap. 9.
[2093] Continuat. Theophan., n. 46, in Roman. Lecap.
[2094] Ughell., Ital. Sacr., tom. 1 in Episcop. Camerin.
[2095] Mabill., Annal. Benedict., lib. 44, § 63.
[2096] Chronicon Volturnense, P. II, tom. I Rer. Ital.
[2097] Du-Cang., Famil. Byzant.
[2098] Pagius, ad Annales Baron.
Anno di CRISTO DCCCCXLV. Indizione III.
MARINO II papa 4.
UGO re d'Italia 20.
LOTTARIO re d'Italia 15.
Fecero i due re, stando quest'anno in Pavia, donazione di una corte alla
chiesa di sant'Antonino di Piacenza. Il diploma che si può leggere
presso il Campi[2099], fu scritto _V idus martii, anno dominicae
Incarnationis DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis piissimi regis XIX,
Lotharii vero XIV, Indictione tertia. Actum Papiae._ Camminano
egregiamente queste note. Dice ivi il re Ugo che quella corte _nobis
obvenit per cartulam donationis ab Ardingo venerabili mutinensis
ecclesiae episcopo_. Questo _Ardengo_ vescovo di Modena non fu
conosciuto dal Sillingardi, nè dall'Ughelli, e però si dee riporre nel
catalogo dei vescovi modenesi fra _Gotifredo_ e _Guido_. Nei diplomi di
Berengario imperadore si vede che un _Ardengo_ vescovo fu suo
arcicancelliere sino all'anno 921. Quando questi non fosse stato vescovo
di Brescia, dovrebbe tenersi per quel medesimo Ardengo vescovo di
Modena, di cui si fa menzione in questo diploma. Leggesi ancora un altro
diploma[2100] di essi re, scritto _IIII nonas martii_ coll'altre
suddette note; come ancora un placito[2101], tenuto in Reggio
_sextodecimo kalendas aprilis_, colle medesime note. Abbiamo poi presso
l'Ughelli[2102] una conferma di beni fatta nella metà d'agosto da essi
re ai canonici di Vercelli, _idibus augusti anno Incarnationis dominicae
DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis XX, Lotharii vero XV, Indictione
III_: documenti che tutti servono a farci conoscere l'epoche di questi
re cominciate negli anni 926 e 931. Fin qui aveva tenuto saldo la
fortuna e la politica del re Ugo, ma finalmente tutto andò in fascio. Le
iniquità non poche da lui commesse, il tirannico suo governo,
l'avarizia, per cui aggravava forte i popoli, il non fidarsi degli
Italiani che il contraccambiavano col non fidarsi punto di lui, e il
conferire i posti ai soli stranieri, a' quali anche con facilità li
levava, furono le cagioni ch'egli fu rovesciato dal trono[2103]. Con
poche truppe calò dalla Suevia _Berengario marchese d'Ivrea_ il
sospirato da tutti, perchè da tutti creduto ch'egli solo potesse liberar
l'Italia dall'odiato re Ugo. Venne dalla parte di Trento. Da _Manasse
arcivescovo_ d'Arles, che aveva ingoiato ancora i vescovati di Trento,
Verona e Mantova, e governava inoltre la marca di Trento, era stato
posto per castellano d'una fortezza chiamata Formigara un cherico suo
fido per nome Adelardo. Con questo cherico abboccatosi Berengario,
s'impegnò di fare arcivescovo di Milano esso Manasse, qualora egli esser
volesse in aiuto suo, e di dare ad esso Adelardo il vescovato di Como.
Prese l'esca l'ingrato ed ambizioso Manasse, e non solamente cedette a
Berengario quella fortezza, ma cominciò anche a far grandi maneggi per
tutta Italia in favore di lui. Corse ben presto per le città di
Lombardia la fama dell'arrivo di Berengario. _Milone conte_ di Verona,
che, chiamato alla corte dal re Ugo per sospetti, era segretamente
osservato dalle guardie, fingendo di non avvedersene, diede ad esse una
lauta cena; e quando vide ognuno ben abborracciato ed immerso nel sonno,
con un solo scudiere scappò. Giunto a Verona, fece immantinente saperlo
a Berengario, e il ricevette in quella città. A Milone tenne dietro
_Guido vescovo_ di Modena, che, allettato dalla promessa di un buon
boccone, come dice Liutprando, _maxima illa abbatia Nonantula, quam et
tunc acquisivit, animatus_, si ribellò, e col suo credito si tirò dietro
una gran folla d'Italiani. A questo avviso accorse il re Ugo
coll'esercito, e pose l'assedio a Vignola, castello d'esso vescovo, e
(mi sia lecito il dirlo) patria mia. Anche oggidì ha questa terra,
presso il fiume Panaro, una forte rocca con tre alte torri; e dovea
anche allora essere luogo ben fortificato, perchè, per quanti sforzi Ugo
facesse, non potè espugnarlo. Nel testo stampato di Liutprando
scorrettamente si legge _Niveola_. Ha da essere _Vineola_, e così hanno
i manoscritti.
Mentre il re Ugo attendeva a questo assedio, invitato Berengario
dall'arcivescovo _Arderico_, se n'andò a Milano, dove a gara,
abbandonato Ugo, concorsero i potenti Italiani, tutti per ismugnere da
lui qualche governo, o podere, o monistero, o vescovato. Berengario,
allora poverissimo, con larga mano a chi prometteva, a chi dispensava la
roba non sua, studiandosi di contentare chiunque si dichiarava per lui.
Quantunque restasse in sì gran burrasca assai costernato l'animo del re
Ugo, pure corso a Pavia, prese il buon partito[2104] d'inviare il
figliuolo _Lottario_ a Milano, per pregare non solamente Berengario, ma
il popolo tutto, che se loro non piaceva di avere più per re esso Ugo,
almeno per amore di Dio tenessero per re il suo giovinetto figliuolo,
che nulla avea loro fatto di male, e che essi potrebbono allevare e
governare come meglio loro piacesse. Fece tal impressione e compassione
nella dieta di Milano la presenza ed umiltà di Lottario, prostrato
davanti alla croce, che corsi ad alzarlo, il proclamarono di nuovo loro
re e signore. In questo mentre non credendosi il re Ugo sicuro, uscì di
Pavia con tutto il suo immenso tesoro, e s'inviava verso le Alpi per
uscire d'Italia: quand'ecco gli giugne avviso che erano contenti
gl'Italiani di averlo tuttavia per re. Venne questa inaspettata
risoluzione dall'accorto Berengario, come poi si seppe, non piacendo a
lui che Ugo portasse oltre a' monti tanta copia di oro e d'argento, con
cui avrebbe potuto tirar in Italia i Borgognoni ed altri popoli, per
riacquistar colla forza il perduto regno. Era in questi tempi vescovo di
Brescia _Giuseppe_, prelato giovane d'età, vecchio di costumi.
Berengario, che faceva già parlar di sè tutta l'Italia (avvisandosi
ciascuno di mirare in lui un nuovo Davidde, un nuovo Carlo Magno),
cominciò ben tosto a farla da tiranno. Senza motivo alcuno, senza
consiglio de' vescovi, tolse a Giuseppe quella chiesa, e conferilla ad
_Antonio_, che la tenne fin l'anno 960. Tuttochè con giuramento avesse
promesso al soprammentovato _Adelardo_ il vescovato di Como, pure per
amore dell'arcivescovo di Milano lo conferì ad un certo _Waldone_, che,
per testimonianza di Liutprando, fece un mondo di mali in quella diocesi
con saccheggi delle campagne, con acciecamenti di varie persone; e ad
_Adelardo_ diede la chiesa di Reggio. Fu vicino ancora a cacciar dalle
loro sedie _Bosone_ vescovo di Piacenza, figliuolo spurio del re Ugo, e
_Liutfredo_ vescovo di Pavia; ma guadagnato segretamente con oro da
essi, mostrò di lasciarli per amore di Dio in pace. Queste sue sregolate
processure le racconta in un fiato Liutprando, ma io non farei la
sicurtà che tutte succedessero in questi tempi. Anzi quando sussistesse
uno strumento di _Adelardo_ vescovo di Reggio, da me pubblicato[2105], e
scritto _anno domni Hugonis serenissimi regis XIX Lotharii vero filii
ejus similiter rex XIV kalendis januarii, Indictione II_, (non so bene,
se spettante all'anno 943, o 944, perchè v'ha del difetto in queste
note) traballerebbe l'asserzione di Liutprando intorno alla persona
d'esso Adelardo, oltre al sapersi da Donizone[2106], che _Adelardo_ fu
amicissimo di _Adelaide_ moglie del re Lottario, e l'aiutò contra di
Berengario. Scrive sotto quest'anno Frodoardo:[2107] _Hugo rex Italiae
regno depulsus a suis, et filius ipsius in regnum susceptus est_. Ma che
restasse tuttavia in Italia per qualche tempo con titolo di re esso
Ugo non se ne può dubitare, e lo confessa dipoi lo stesso Frodoardo.