[2038] Mabillon., Annal. Benedict. ad hunc annum.
[2039] Pagius, ad Annal. Baron.
[2040] Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 6.
[2041] Vita S. Adelhaidis apud Canisium et Surium, ad diem 16 decembris.
[2042] Margarinius, in Bullar Casinens., tom. 2, Constit. XLIX.
[2043] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2044] Chronic. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2045] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. XLVIII.
Anno di CRISTO DCCCCXXXIX. Indiz. XII.
STEFANO VIII papa 1.
UGO re d'Italia 11.
LOTTARIO re d'Italia 9.
Pretende il padre Mabillone[2046], che rinnovandosi di mano in mano le
gare fra il _re Ugo_ ed _Alberico principe_ di Roma, fosse di nuovo
chiamato a Roma in quest'anno santo _Odone abbate_ di Clugnì, per
aggiustar le differenze fra questi due emuli guerreggianti. Ne parla
veramente la di lui vita, e si vede che quel santo abbate andò a Pavia,
e fu alloggiato nel monistero di san Pietro in _coelo aureo_. Ma non è
ben chiaro il tempo de' suoi viaggi a Roma. Fra gli altri gravissimi
disordini di questo infelice secolo assai considerabile fu quello della
non solo snervata, ma abbattuta disciplina monastica nella maggior parte
de' monisteri d'Italia, per colpa specialmente dei re, che o vendevano
le badie agli ambiziosi e simoniaci monaci, o le concedevano in commenda
alle regine, ai vescovi, ed anche ai secolari, in ricompensa dei loro
servigi. Specialmente andò per questo in malora il nobilissimo monistero
di Farfa posto nella Sabina. Gregorio monaco, autore della Cronica
farfense[2047], attesta che quel sacro luogo era salito sì alto tanto
nello spirituale che nel temporale, _ut in toto regno italico non
inveniretur simile huic monasterio, nisi quod vocatur Nonantulae_, cioè
il nonantolano posto nel contado di Modena, che patì anch'esso le
disgrazie medesime in questi infelici tempi. Era abbate di Farfa
_Ralfredo_. Due scellerati monaci Campone ed Ildebrando col veleno se ne
sbrigarono. Ildebrando portatosi a Pavia, ottenne a forza di danaro
quella badia dal re Ugo per Campone, il quale in ricompensa diede a
goder quattro buone celle, cioè quattro piccioli monisteri dipendenti
dal farfense, ad Ildebrando. Per un anno stettero d'accordo questi due
falsi monaci; poscia vennero alle mani fra loro. Ildebrando, guadagnati
con danaro gli uomini della marca di Camerino ossia di Fermo,
s'impossessò di Farfa. Campone, con esibir più danaro a que' medesimi,
cacciò l'altro; e senza contare altre sue iniquità, attese a mettere al
mondo de' figliuoli e delle figliuole, che tutte arricchì e dotò coi
beni del monistero. Serva questo picciolo saggio ai lettori per
conoscere la corruttela di que' tempi infelici. Ora abbiamo dal suddetto
autore della Cronica di Farfa, oppur da una relazione di _Ugo abbate_
d'esso monistero una particolarità che fa onore ad _Alberico_ principe
allora di Roma, facendolo vedere pio riformatore del monachismo
d'allora. _Erat autem_, dice egli, _tunc temporis Albericus Romanorum
princeps gloriosus, qui comperta hujus monasterii crudeli devastatione,
quam pessimus praedictus abbas Campo satagebat exercere, valde
condoluit, et sicut alia monasteria, sub suo constituta dominio, ad
regularem normam, quam amiserant in paganorum devastatione praedicta,
ita et hoc coenobium reducere studebat._ Pertanto mandò egli de' monaci
regolari a Farfa; ma Campone co' suoi mal avvezzati monaci non li volle
ricevere, e poco vi mancò che la notte non facesse levar loro colle
coltella la vita. Tornati che furono questi a Roma, Alberico salito in
collera, spedì gente armata che ne scacciò l'indegno Campone, il quale
si ritirò a Rieti. Dal che si può dedurre che Farfa e la Sabina erano in
questi tempi della giurisdizione del ducato romano. Pose Alberico in
Farfa un esemplarissimo abbate, cioè _Dagiberto_, e gli fece rendere
tutti beni del monistero; ma questi da lì a cinque anni attossicato dai
pessimi monaci lasciò di vivere. Tale era allora in assaissimi luoghi la
corruzione del dianzi sì fiorito monachismo.
La morte in questo anno rapì a Venezia il suo doge, cioè _Pietro
Candiano II_, uomo di gran vaglia e prudenza[2048]. Aveva egli fra le
altre sue imprese indotta la città di Giustinopoli, oggidì Capodistria,
a pagar censo a quella di Venezia. E perciocchè _Wintero marchese_
d'Istria aveva imposto ai mercanti veneziani delle insolite gabelle, ed
altre gravezze a chi di loro possedeva beni nell'Istria, senza che
giovassero le lamentanze di questi, saviamente il doge pubblicò un
editto che proibiva a tutti i Veneziani d'andare in Istria, e a quei
d'Istria di venire a Venezia. Allora il marchese e i suoi popoli,
tornati in sè, implorarono la mediazione di _Marino patriarca_, di
Grado, il quale s'interpose col doge, e ridusse a' primieri patti e ad
una buona concordia amendue le parti. Fu poscia eletto doge _Pietro
Badoero_, il quale dicono che era figliuolo di _Orso Particiaco_ ossia
_Participazio_, già doge di Venezia, volendo ancora che fosse la stessa
casa quella de' Particiaci e dei Badoeri. Secondo la Cronica
arabica[2049], seguì una battaglia in Sicilia fra i Mori e quei di
Agrigento, ossia Gergenti, colla peggio de' primi. Tornato a Palermo il
generale de' Mori, pose una contribuzione alla città, e fatto venire un
buon rinforzo di truppe dall'Africa, s'impadronì di Butera, d'Assaro, e
di qualche altra fortezza in Sicilia. Passò in quest'anno a miglior vita
_Leone VII_, con danno della Chiesa, per essere stato pontefice di gran
pietà e zelo della religione. Ebbe per successore _Stefano VIII_ di
nazione romano, per attestato di Pandolfo pisano e d'altri[2050]. Non so
io intendere come mai scrivesse il cardinal Baronio[2051]: _Quum a
Romanis, posthabitis cardinalibus, esset electus opera Ottonis regis,
tyrannorum in se odium concitavit._ Dovette provenir questa
immaginazione dall'aver egli prestato fede a Martin Polacco, che il fa
di nazion tedesco. Ma questa è asserzione insussistente. Non poteva
allora _Ottone re_ di Germania avere tal possa in Roma da far eleggere
un papa. Che poi non fossero ammessi alla di lui elezione i cardinali,
niuno degli antichi storici lo attesta; nè sappiamo che questo eletto
non fosse un di essi. Girolamo Rossi[2052] accenna uno strumento di
livello fatto da _Pietro_ arcivescovo di Ravenna a qualche persona
particolare, e non già, come suppone il padre Pagi, la confermazione de'
privilegii della chiesa di Ravenna, fatta dal papa al suddetto
arcivescovo con queste note: _Anno, Deo propitio, pontificatus domni
Stephani summi pontificis, ec. anno primo, regnante domno Hugone
piissimo rege anno XIIII, sed et domno Hlotario ejus filio item rege
anno nono, die XXIX octobris, Indictione XIII Ravennae_, cioè nell'anno
presente. Ci assicura il suddetto Rossi che in altre carte ravennati di
questi tempi si veggono notati gli anni di Ugo e Lottario. Segno è
questo, che non avendo potuto il re Ugo vincerla coi Romani per ottener
la corona dell'imperio, s'era impadronito dell'esercato. Ed io temo che
il nome del papa entrasse in quegli atti solamente per costume e
riverenza verso il pontificato romano, e non già perchè Ugo lasciasse il
temporal dominio di quelle contrade ai papi. Vedremo che ai tempi di
Ottone il grande la santa Sede ricuperò l'esarcato.