NOTE:

[2004] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17.

[2005] Idem, lib. 4, cap. 4.

[2006] Idem, lib. 5, cap. 2.

[2007] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2008] Liutprandus, lib. 4, cap. 3.

[2009] Liutprandus, lib. 4, cap. 2.

[2010] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.

[2011] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.

[2012] Liutprandus, lib. 5, cap. 2.

Anno di CRISTO DCCCCXXXVI. Indiz. IX.

LEONE VII papa 1.

UGO re d'Italia 11.

LOTTARIO re d'Italia 6.

Giunse al fine de' suoi giorni in questo anno papa GIOVANNI XI, e se

mancasse di morte naturale, o in altra guisa, non ne abbiamo lume alcuno

nella storia. Ecco ciò che di lui lasciò scritto Frodoardo scrittore di

questi tempi[2013]:

_Nato patriciae[2014] hinc cedunt pia jura Johanni,_

_Undecimus Petri hoc qui nomine sede levatur,_

_Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans,_

_Fratre a patricio juris moderamine rapto._

_Qui matrem incestam, rerum fastigia moeco[2015]_

_Tradere conantem, decimum sub claustra Johannem_

_Quae dederat, claustro vigili et custode subegit._

_Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit._

_Papaque obit, nomen geminum[2016] fere nactus in annum._

Cioè, per attestato di Frodoardo, a questo sfortunato pontefice fu

usurpata tutta la signoria temporale di Roma. E sebben dice questo

scrittore, _modo sacra ministrans_ in vece di _tantummodo_, quasichè

Alberico patrizio suo fratello si contentasse ch'egli attendesse a dir

messa e a regolar lo spirituale della Chiesa; pure giusto motivo ci è di

credere che l'usurpatore Alberico volesse anche far da papa, con

obbligare il fratello a fare quel solo che a lui piaceva. Non vituperio,

ma disgrazia fu questa della santa Sede romana, tiranneggiata allora da'

suoi proprii cittadini. Abbiamo dal medesimo Frodoardo[2017] sotto

quest'anno che _Johanne papa fratre Albrici defuncto, Leo quidam Dei

servus Romae papa constituitur_. Queste parole congiunte con altre

riflessioni fatte dal padre Mabillone[2018] intorno ai brevi di questo

pontefice, zelantissimo perchè si rimettesse in piedi la troppa scaduta

disciplina monastica, hanno somministrato qualche fondamento da credere

ch'egli fosse monaco. Ma se tale non fu, certo fu uomo di rara probità,

e che difficilmente acconsentì alla sua elezione, appunto promosso a

questo sublime grado da _Alberico principe_ di Roma, perchè si sapeva

ch'egli non curava punto le pompe del secolo, e pensava solo alle cose

di Dio, il che era appunto ciò che Alberico desiderava, Frodoardo, che

finì di scrivere il suo poemetto de' romani pontefici, vivente esso papa

Leone, così ne parla:

_Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas,_

_Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,_

_Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens,_

_Culminaque evitans, dignusque nitore probatur_

_Regminis eximii, Petrique in sede locatur._

_Ac geminans dono cumulatum muneris almi_

_Pergere laetantem amplexu dimisit honoro._

_Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustum_

_Attollat, servetque diu...._

Se Leone fosse stato monaco, non avrebbe probabilmente taciuta questa

sua qualità Frodoardo monaco. Uno strumento di _Leone abbate_ di Subiaco

si legge nelle mie Antichità italiane[2019], scritto _anno, Domino

propitio, pontificatus domni Leonis summi pontificis, et universalis

sexti_ (dovrebbe dire _septimi_) _papae I, Indictione VIII_, cioè

nell'anno presente. Dacchè Roma ebbe la consolazione di veder nella

sedia di san Pietro collocato un sì degno personaggio, tardò poco a

provar dei gravissimi affanni per l'assedio che di nuovo ne intraprese

il re Ugo, sempre inviperito contra de' Romani e del loro principe, a

cagion dell'insulto a lui fatto nell'anno 932, e sempre voglioso del

dominio di quell'augusta città. Ecco ciò che ne scrive nella sua Cronica

il suddetto Frodoardo[2020]: _Hugo Italiae rex Romam nisus capere,

afflicto suo exercitu fame, et equorum interitu, pacta tamdem pace cum

Albrico, dans ei filiam suam conjugem, ab obsidione desistit._ È da

credere che Alberico, veggendosi venir la piena addosso, avesse

spogliato di grani e di foraggio la campagna: dal che nacque la penuria

dell'esercito d'Ugo. Ad intavolar questa pace non poco si adoperò _Odone

abbate_ santo e celebre del monistero di Clugnì, che risplendeva allora

dappertutto per la riforma del monachismo felicemente in esso

introdotta. Era egli amicissimo del re Ugo, e però fu chiamato a Roma

dal buon papa, sì perchè trattasse d'accordo, e sì ancora perchè

rimettesse l'osservanza monastica e il buon ordine nel monistero di san

Polo di Roma. Giovanni monaco[2021], e discepolo di esso santo Odone,

nella di lui vita così scrive: _Sub idem tempus Italiam missi sumus a

Leone summo pontifice, ut pacis legatione fungeremur inter Hugonem

Longobardorum regem, et Albericum romanae urbis principem._ Più sotto

aggiugne: _Dum romuleam urbem ob inimicitiam Alberici jam fati principis

praedictus Hugo rex obsideret, coepit ille_ (Odo) _intra extraque

discurrere, et pacis concordiaeque monita inter utrosque disseminare,

quatenus posset furorem praedicti regis sedare, et praedictam urbem

tueri a tanta obsidione._ Ma forse non è certo che in quest'anno santo

Odone fosse chiamato da papa Leone. Liutprando[2022], che non parla se

non d'un assedio di Roma, fatto circa questi tempi del re Ugo, scrive,

che sperando egli di far cadere nella rete colle sue furberie Alberico,

gli propose di dargli in moglie _Alda_ sua figliuola, e di tenerlo da lì

innanzi in luogo di figlio. Ma Alberico, che sapeva anch'egli il fatto

suo, acconsentì alle nozze, e prese Alda per moglie, ma non lasciò mai

mettere piede in Roma ad esso re Ugo, nè mai si fidò, sinchè visse, di

lui. Tuttavia (aggiugne Liutprando) sarebbe riuscito al re Ugo di far

cadere nella tagliuola il genero, se non fossero stati tanti nobili e

soldati, che per paura del re Ugo scappavano a Roma, ed ivi ben accolti

ed onorati da Alberico, il tenevano saldo in non volere nè confidenza nè

pace con lui.

Un'altra più sonora ne fece in quest'anno il re Ugo. Vedemmo costituito

duca di Toscana per via d'iniquità _Bosone_ fratello del medesimo re.

Aveva egli per moglie Willa, donna nobile di Borgogna, avidissima di

accumular danaro o per diritto o per rovescio. Per paura di lei s'erano

ridotte le nobili donne di Toscana a dismettere tutti i loro ornamenti,

essendo pericoloso il portarne. Nessun maschio, quattro femmine bensì

aveva essa partorito al marito, una delle quali, _Willa_ anche essa di

nome, fu maritata con _Berengario_ figliuolo di _Adalberto marchese_

d'Ivrea, cioè con quello stesso che vedremo a suo tempo re d'Italia. Per

quanto ne scrive Liutprando[2023], pervenne all'orecchio del re Ugo che

Bosone, ad istigazion della moglie, macchinava contra di lui delle

novità. Chi sa nondimeno che quella volpe non fingesse ancor questi

delitti nel fratello, per far passare il ducato della Toscana in un suo

proprio figliuolo, siccome in fatti avvenne? Liutprando poi volea male a

_Willa_. Studiò pertanto e trovò la maniera di imprigionar Bosone; lo

spogliò anche di tutte quante le ricchezze sue, ed ordinò che _Willa_

sua moglie, come origine dei falli del marito, fosse ricondotta in

Borgogna. Sopra tutto faceva il re l'amore ad un pendone assai lungo e

largo, tutto gioiellato, che Bosone soleva portare. Questo non si trovò

fra lo spoglio di lui. Ciò inteso dal re, diede ordine che si usasse

ogni maggior diligenza per rinvenirlo; e se non compariva, che si

cercasse anche sotto i panni di Willa. In fatti osservato che pendeva

una fibbia di sotto le natiche di Willa assisa sul cavallo, una delle

guardie con galanteria le fece partorire il pendone. Liutprando, umor

buffone, mette in bocca di quella guardia delle piacevoli parole intorno

a questa scoperta. Dopo la caduta di Bosone, di cui non sappiamo cosa

divenisse, fu dato dal re Ugo il ducato di Toscana ad _Uberto_ figliuolo

suo bastardo, a lui partorito da Waldelmonda una delle sue concubine,

giacchè questo piissimo re agli altri suoi vizii univa ancor quello di

mantenerne molte alla turchesca. Al placito tenuto in Pavia nell'anno

precedente, e da me accennato di sopra, oltre ad _Azzone_ rinomato

vescovo di Vercelli, e a _Baterico_ vescovo d'Ivrea, intervenne ancora

_Ubertus illustris marchio, et filio, idem domni Ugoni piissimi regis_.

Sicchè egli portava già il titolo di _marchese_, e dovea governar

qualche marca. E se non ci fosse l'autorità di Francesco Maria

Fiorentini[2024], che ci assicura trovarsi in una carta lucchese

tuttavia Bosone duca in Toscana _nel dì sei di luglio del 936_, si

sarebbe potuto sospettare che nel precedente anno fosse accaduta la

disgrazia di Bosone, e divenuto duca ossia marchese di Toscana Uberto.

Ma abbiamo qui concorde anche Frodoardo[2025], che sotto quest'anno

scrive: _Hugo rex repertis quibusdam fratris sui Bosonis contra se, UT

FERTUR, insidiis, eumdem fratrem suum dolo capit, atque in custodia

mittit._ Sul principio di luglio dell'anno presente mancò di vita

_Arrigo re_ di Germania, principe per le sue molte virtù e per varie

segnalate vittorie glorioso nella storia, che ebbe per successore in

quel regno un figliuolo più glorioso del padre, cioè _Ottone il grande_,

di cui avremo non poco da favellare nel progresso di questi Annali. Fra

le carte del monistero vulturnense[2026] una se ne legge, scritta

_regnante domno Ugo rex gratia Dei in Italia in anno XI, et Lotharius

rex filius ejus insimul cum eo in anno V, et vigesimo die mense julii

per Indictionem nonam. Actum in Marsi._ Erano i Marsi nel ducato di

Spoleti, e però quivi si contavano gli anni del re d'Italia. Nel

presente anno fu scritta quella carta, ma i copisti han guaste alquanto

le note, cioè s'ha da scrivere _anno V Lothario_, essendo certo che

Lottario prima del mese di luglio dell'anno 931 avea conseguita la

dignità regale.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 280 / 339 题