NOTE:

[1963] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.

[1964] Rubeus, Istor. Ravenn., lib. 5.

[1965] Pagius, ad Annales Baron.

[1966] Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.

[1967] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI et X.

[1968] Antiq. Ital., Dissert. IX, XXXIV, XXXVI, LXII, etc.

[1969] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.

[1970] Ughell., Ital. Sacr.

[1971] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.

[1972] Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.

[1973] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 11.

[1974] Ratherius, in Epist., in Spicileg. Dacherii.

[1975] Frodoardus, de Roman. Pontificib.

[1976] Baron., in Annal. Eccles.

[1977] Frodoardus, in Chron.

[1978] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 13.

[1979] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[1980] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.

[1981] Antichità Estensi, P. 1, cap. 22 et seq.

[1982] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.

Anno di CRISTO DCCCCXXXII. Indiz. V.

GIOVANNI XI papa 2.

UGO re d'Italia 7.

LOTTARIO re d'Italia 2.

Possedeva quietamente il re Ugo il regno d'Italia, e dimorava in Pavia

_IV kalendas madii_ di quest'anno, come s'ha da un suo diploma da me

pubblicato[1983]. Ma gli pareva poco, se non arrivava anche al dominio

di Roma, come avevano fatto tanti altri suoi predecessori. Conobbe che

altro mezzo non v'era per ottenere l'intento, che il guadagnar l'animo

di Marozia, onnipotente in quella città. Se vogliam credere a

Liutprando[1984], che teneva questo furbissimo re per uom santo, fu

Marozia stessa che dopo la morte di Guido suo marito, spediti a lui

ambasciatori, l'invitò a Roma, con offerirgli sè stessa in moglie, e il

dominio della città, per così dire, in dote. Andò il re Ugo in

quest'anno a quell'inclita città, accolto cortesemente dai Romani; fu

ammesso in castello di sant'Angelo da Marozia, che n'era la padrona; e

confidato in questa fortezza, lasciò fuori di città l'esercito suo.

Ch'egli sposasse Marozia, e si mettesse in possesso di Roma, abbastanza

si raccoglie dallo stesso Liutprando, il quale detesta come incestuose

tali nozze, dacchè Marozia avea dianzi avuto per marito _Guido duca_ di

Toscana, fratello uterino d'esso re Ugo. Qui chiede tosto il lettore, se

Ugo, che facea tanto l'uomo dabbene, veramente s'involse ad occhi aperti

in quell'incesto, oppure se ottenne dispensa della parentela dal papa.

Altro non so dir io, se non che non apparisce che allora fossero fatte

dispense. E che probabilmente Ugo si servì per contraere quelle nozze di

un galante suo trovato, cioè di far credere che Guido non era suo

fratello, siccome abbiam già veduto. Si può ancora chiedere, perchè Ugo,

che avea in pugno Roma e il papa, cioè Giovanni suo figliastro, non si

facesse dichiarare e coronar imperador de' Romani. Forse non ebbe tempo

da compiere questo suo verisimil desiderio; e si truova ancora qualche

antica memoria, in cui egli è chiamato _imperadore_, ma senza aver mai

conseguita la corona romana, mentre in tutti i susseguenti suoi diplomi

egli usa sempre il titolo di re, e non mai d'imperadore. Ora dacchè Ugo

fu in possesso di Roma, se vogliam credere a Liutprando, cominciò a

mostrar poca stima della nobiltà romana. Peggio avvenne. Un dì ebbe il

giovane _Alberico_, figliuolo di Marozia e di Alberico marchese, ordine

dalla madre di dar da lavar le mani al re suo padrigno; ma con sì poco

buon garbo colla brocca gli votò l'acqua nelle mani, che Ugo gli lasciò

andare un man rovescio sul volto. Levatosi di lì Alberico, fatta

raunanza di molti nobili romani, rappresentò loro la tracotanza di

questo novello re, il quale se sui principii trattava sì villanamente un

par suo, cosa non avrebbe fatto nel progresso del tempo in danno e

vituperio de' Romani? Con queste parole, e con altre in detestazion dei

Borgognoni, sì fattamente accese gli animi d'essi nobili, che data

campana a martello, e messo tutto il popolo in armi, chiusero le porte,

e andarono ad assediare il re in castello sant'Angelo, senza dargli

tempo d'introdurre le sue milizie. Tal fu la paura del bravo re Ugo, che

neppur credendosi sicuro in quella fortezza, si fece calar giù per le

mura del castello fuori della città, e volò a trovar le sue truppe,

colle quali assai scornato marciò tosto fuori del ducato romano. Servì

questa occasione al popolo romano, stanco d'essere signoreggiato da una

donna, per dichiarar loro principe e signore il suddetto _Alberico_,

giacchè se avessero renduto il governo a _papa Giovanni_, come era di

dovere, Marozia avrebbe continuato a governar ella sotto nome del

figliuolo pontefice. Anzi Alberico per maggiormente assicurare il suo

dominio, mise in prigione la stessa Marozia sua madre, e tenne in

maniera le guardie al papa suo fratello, che nulla poteva operare senza

saputa e consentimento di lui. Siamo tenuti di queste particolarità a

Frodoardo, il quale sotto l'anno seguente scrive nella Cronica[1985],

che tornati da Roma i messi della chiesa di Rems, _Pallium Artaldo

praesuli deferunt, nuntiantque, Johannem papam filium Mariae, quae et

Marocia dicitur, sub custodia detineri a fratre suo nomine Alberico, qui

matrem quoque suam Marociam clausam servabat, et Romam contra Hugonem

regem tenebat_. Ripete lo stesso nella storia della chiesa di Rems con

dire[1986]: _Artoldus episcopus post annum ordinationis suae pallium

suscipit, missum sibi per legatos ecclesiae remensis a Johanne papa

filio Mariae, quae et Marocia dicebatur, vel ab Alberico patricio fratre

ipsius papae, qui eumdem Johannem fratrem suum in sua detinebat

potestate, et praedictam matrem ipsorum in custodia clausam tenebat;

Hugonem quoque regem Roma depulerat_. Ed allora, a mio credere, fu che

si scatenò liberamente la satira contro della depressa _Marozia_ e di

_papa Giovanni_ suo figliuolo, con aggiugnere ai veri vizii di

quell'ambiziosa donna gli altri inventati dalla maldicenza, per

giustificare in qualche maniera l'usurpazione del dominio di Roma, e le

risoluzioni prese da Alberico contra di una madre e di un fratello papa.

Servirono poi a Liutprando quelle pasquinate per denigrar la fama dei

papi d'allora. Probabilmente in quest'anno fu promosso alla cattedra

episcopale di Verona _Raterio_ monaco, ma contro il volere del re Ugo,

il quale unicamente consentì all'ordinazione sua, per non dispiacere

alla corte di Roma, che l'avea caldamente raccomandato, e per isperanza

ch'egli, aggravato da particolari indisposizioni, sloggerebbe presto dal

mondo. Ma Raterio guarì, e fu consecrato. Allora Ugo, secondochè attesta

lo stesso Raterio[1987], _iratissimus redditur; juravit per Deum (nec

est mentitus) quod diebus vitae suae de ipsa ordinatione non essem

gavisurus. Misit ergo in pitaciolo certam quantitatem stipendii, quod

tenerem de rebus ecclesiae; de ceteris exigens jusjurandum, ut diebus

illius, filiique sui amplius non requirerem. Ego intelligens, quanta

absurditas ex hoc consequeretur, non consensi._ Ed ecco come si

abusassero allora i principi del secolo della lor potenza, con disporre

a lor talento dei beni delle chiese; e se il re Ugo fosse quel principe

sì pio e timorato di Dio che Liutprando ci vorrebbe far credere. Paggio

egli allora del re Ugo scrive di sè stesso[1988]: _Ea tempestate tantus

eram, qui regis Hugonis gratiam vocis mihi dulcedine acquirebam. Is enim

euplioniam magnopere diligebat, in qua me coaequalium puerorum nemo

vincere poterat._ Truovasi nel dì primo di luglio dell'anno presente in

Lucca esso re Ugo, dove[1989] _admonitione karissimi fratris nostri

Bosonis illustrissimi marchionis_ (già creato marchese di Toscana) dona

ai canonici di Lucca una corte _pro remedio animarum Adalberti

marchionis, et Bertae serenissimae comitissae matris nostrae_. Così quel

buon re, dopo averla infamata colla calunnia dei parti supposti. Il

diploma fu dato _kalendis julii, anno dominicae Incarnationis

DCCCCXXXII, regni autem domni Hugonis piissimi regis sexto, Lotharii

item regis secundo, Indictione quinta. Actum in civitate Lucae_. Non so

se Ugo andasse allora a Roma, oppure se ne venisse. In questo anno, per

attestato del Dandolo[1990], _Orso Particiaco ossia Participazio_, doge

di Venezia, veggendosi oramai vecchio, dato un calcio al mondo, si fece

monaco. In luogo suo fu eletto doge _Pietro Candiano II_, figliuolo di

Pietro Candiano I doge. Questi pel suo valore e saviezza accrebbe non

poco la potenza de' Veneziani con assuggettar varii popoli confinanti, e

far lega con altri. Mandò tosto alla corte di Costantinopoli _Pietro_

suo figliuolo con assaissimi regali, ed ottenne da quegli Augusti la

dignità di protospatario.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 276 / 339 题